martedì 31 luglio 2012

Giulio Angioni e il Cialtrone


di Mauro Peppino Zedda

L’otto Aprile 2010, Giulio Angioni, a commento di un articolo di Alfonso Stiglitz ne “Il Manifesto sardo” (un giornale stalinista), scrive:
C’è una parte della cultura umanistica e scientifica sarda che è in piena sintonia con i discorsi come questo, sacrosanto, di Stiglitz. Bisognerebbe poter misurare quanto questa parte della cultura sarda è esile. Temo sia molto filiforme, se mi lascio suggestionare dalle varie e ricorrenti ondate di interesse quasi di massa (e sempre editorialmente fortunato) per scempiaggini come Shardana, Atlantide, da ultimo acabbadoras e altre affabulazioni mitizzanti e autoesotizzanti. Ma bisogna insistere, pagando tutti i prezzi all’impopolarità del momento. Del resto non è un fenomeno solo sardo o particolarmente sardo, questo del bisogno di credenze su passati onorevoli e cose simili, compresa la rivalutazione anche razzistica della “barbarie sarda”. Resistere, resistere, resistere. O, lussianamente, resistere per esistere. Piuttosto, consiglierei a Stiglitz e agli altri studiosi seri della preistoria e protostoria o semplicemente della storia di dedicarsi di più alla divulgazione scientifica delle conoscenze sul nostro passato, visto l’interesse quasi di massa, che diventa ben presto morboso se mal indirizzato, e poi politicamente sfruttabile dalle solite canaglie, oltre che editorialmente da editori bisognosi di stare nel mercato con narrazioni consolatorie sulle nostre origini e passati in cui riconoscerci in positivo e secondo moduli altrove da tempo scaduti.
Sul commento di Angioni scrissi alcune considerazioni, che il Manifesto Sardo censurò, che poi pubblicai nel blog di Gianfranco Pintore, da allora tanto tempo è passato, purtroppo tanto veloce, accidenti!!
Ora mi pare importante tornare sulle questioni sollevate da Giulio Angioni.
In primis, direi che la deriva razzista paventata da Angioni, ma anche da Bernardini e Stiglitz sia completamente fuori luogo, ritengo che Angioni, Bernardini, Stiglitz (e altri) confondano il razzismo con il nazionalismo. Il nazionalismo è cosa ben diversa del razzismo, cosa dire altrimenti dell’iper-nazionalismo francese? Ben sappiamo che la cultura nazionalista francese sia anti-razzistica.
In Sardegna esistono, fortunatamente, movimenti nazionalisti sardi, ma credo che nessuno di essi possa essere accusato di essere razzista. Mi pare che Angioni e gli altri abbiamo preso i fischi per fiaschi. Che Bernadini e Stiglitz confondano il nazionalismo con il razzismo non mi stupisce più di tanto visto che anche in ambito archeologico continuano a confondere luoghi sacri (i nuraghi) con fortezze, insomma i due archeologi sono abituati a prendere cantonate, quello che non riesco a capire è che anche un antropologo come Angioni prenda un tale abbaglio, invocando perfino la resistenza.
Ad Angioni chiederei: quale resistenza? Verso quali oppressori e in che modo attuarla? Bisogna darsi alla macchia?
En passant faccio notare che un mese dopo l’appello di Angioni alla resistenza, un cialtrone vigliacco ha aperto un blog “covo di partigiani” firmando come Gabriele Ainis e Ario Gesbis i suoi deliri. Curioso che quel cialtrone vigliacco abbia utilizzato le iniziali del nome e cognome di un rispettabile accademico, aspirante partigiano, come Giulio Angioni. Quel cialtrone vigliacco ha un’ottima capacità scrittoria, un’ampia cultura (quasi accademica) anche se priva di genialità, è convinto di essere una specie di Zorro che si erge contro l’indipendentismo e il razzismo in Sardegna, ma il vigliacco cialtrone di nobile non ha niente, l’ossessione della deriva razzistica del popolo sardo gli ha fatto perdere il lume della ragione e se la polizia postale lo becca gli danno perlomeno l’infermità mentale. Attorno al cialtrone vigliacco, scodinzolanti, sembrano trovarsi a loro agio”il fior fiore” degli archeologi sardi. Che pena….
Ma non è delle scempiaggini scritte dal G.A. vigliacco cialtrone che intendo discutere, ma delle tesi formulate dal G.A. antropologo.
Con Angioni condivido che alcuni scritti che trattano degli Shardana sono scempiaggini così come quelli che indicano nella Sardegna nuragica l’Atlantide di Platone. Ma teorizzare che gli autori delle scempiaggini veicolino pulsioni razzistiche mi pare un’esagerazione.
È naturale che le scuole archeologiche risentano delle visioni del mondo delle rispettive società (cfr Storia del Pensiero archeologico di B.Trigger, 1996, Firenze.). A tal proposito faccio notare che Antonio Taramelli interpretava la Sardegna nuragica secondo un canone nazionalista italianista, declamando che i sardi suoi contemporanei erano dei prodi guerrieri dell’italica nazione, discendenti dei prodi guerrieri nuragici. Viceversa Giovanni Lilliu pur se democristiano (corrente autonomista) di primo piano, professava un’archeologia nazionalista sardista.
Lilliu era anche assertore del fatto che gli Shardana fossero i nuragici (tesi che continua a sostenere anche Giovanni Ugas), Lilliu se ne infischiava “allegramente” ed ingenuamente del fatto che la scuola archeologica anglosassone già dagli anni ’70 aveva fatto proprie le tesi di N.K.Sandars, che indicava come gli Shardana arrivarono in Sardegna nel XIV-XII sec. a.C.
La generazione successiva degli Atzeni, Moravetti, Tanda, ecc. si sono dimostrati, alla luce delle loro pubblicazioni, dei modesti cercatori di cocci privi del bagaglio culturale necessario per interpretare le società preistoriche. Caro Angioni il pubblico che compra i libri zeppi di scempiaggini, non è un pubblico razzista, è un pubblico interessato alla propria storia, se quei libri vengono venduti e letti è perché l’attuale generazione di archeologi non ha nessuna verosimile storia da raccontare, se non quella di continuare confusamente a balbettare il racconto ormai stantio di Lilliu, non riuscendo ad andare oltre.
L’archeologia preistorica dovrebbe essere una disciplina frutto di una specializzazione successiva ad un corso di studi in antropologia culturale piuttosto che in lettere antiche, in questa antiquata organizzazione risiede la ragione della crisi dell’archeologia preistorica in Sardegna, purtroppo guidata da un personale non adeguatamente preparato. Dunque limiti e i guai dell’archeologia preistorica sono tutti interni alla scuola archeologica sarda, troppo facile scaricare le responsabilità in qualche scritto di fanta-archeologia in cui Angioni individua, maldestramente, idee razziste.

11 commenti:

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  2. bene. Più che sul contenuto, che condivido, riaffiora la questione, cancro dei blog: l'anonimato. Mi chiedo, senza riuscire a darmi risposta, come sia possibile che studiosi, critici, attenti osservatori, non si firmino. Eppure si capisce dall'ottimo italiano, dalle acute anche se non sempre condivisibili osservazioni, ma anche dall'impegno politico e sociale, che sono intellettuali. Ma forse sono io che ho remore. Queste qualità possono tranquillamente convivere con la vigliaccheria e pusillanimità. Quasi che la cultura e la conoscenza siano categorie incapaci di elevare e rendere umani i rapporti sociali. Ma ancor più mi rammarica perché mi ero fatto uno stereotipo di sardo che mai avrebbe sparato all'avversario dalle connessure dei muri a secco per non essere visto. Comunque ora penso che ci sia sardo e sardo. E mi chiedo perché costoro devono convivere nella comunità umana. Dobbiamo ignorarli, anche quando dicono cose importanti o interessanti. Franco

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  4. Grazie Belladonna, spero sia piaciuto anche a G.A.

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  5. G.A. alias G.A., ribadisce che sul razzismo ha ragione lui e francamente sono (quasi) d’accordo anch’io. Il razzismo è una brutta bestia, anzi è la bestia. Quella che è dentro ognuno di noi, con cui dobbiamo forzatamente convivere: siamo ospiti in casa nostra diceva Jung. Già, perché è vero che i padroni di casa siamo noi ma chi comanda è, troppo spesso, … la bestia. Quella che ha paura del diverso, del nuovo, dell’ignoto, di tutto quello che può apparire come una situazione non controllabile perciò fonte di pericolo. La paura del diverso è un impulso istintuale su cui la coscienza e la ragione tentano disperatamente di intervenire non sempre con successo. Il successo dipende, appunto, dall’equilibrio di forze che si instaura tra istinto e coscienza insita in ogni personalità. È qua che entra in gioco la cultura che gioca a favore dell’una o dell’altra parte dei contendenti. Schierarsi senza se e senza ma in sostegno della ragione, significa, tradotto in azioni, condannare ogni forma di discriminazione pregiudiziale. In questo non posso che essere interamente d’accordo con G.A.
    Lo sono un po’ meno in questa sorta di missione donchisciottiana in cui si è avventurato G.A. che individua nel gregge degli scherdanu i promotori e i futuri artefici di una catastrofe biblica che metterà fine all’umanità. Preciso all’antropologo G.A. che il razzismo presente negli scherdanu ha la sua origine nel complesso d’inferiorità che i sardi nutrono nei confronti dei “continentali” (trappola in cui cadde anche Lilliu) e nulla ha a che fare con quell’altro razzismo certamente più pericoloso. Mi sorprende poi, come mai un paladino della Giustizia come lui si sia schierato in difesa di una Casta istituzionalmente superprotetta che poco produce (vi sono scavi archeologici ultimati da decenni di cui non si degnano di scrivere una riga); che nulla devono rendere conto; che nessuna critica accettano; che si lamentano del cane che entra nella loro macelleria che ha più porte del Colosseo. Quelle porte vanno chiuse cari anti-sherdanu. Ma per poterle chiudere bisogna avere qualcosa di credibile da proporre (come dice Zedda) e al contempo bisogna dimostrare che le proposte “sherdanu” sono prive di fondamento ma ciò significherebbe entrare in merito dell’archeoastronomia, dell’epigrafia o della semiotica. Tutti temi che per un laureato in lettere antiche (a cui si è fatto credere nel corso degli studi specialistici che la cosa più importante fosse riconoscere e catalogare il coccio), sono arabo. Perciò caro Zedda mettiti l’anima in pace, “il fior fiore” dell’archeologia sarda non può riconoscere le tue ricerche perché non ha gli strumenti necessari per farlo. Non possiede quel minimo sindacale di nozioni indispensabile per entrare in merito alla questione (a mio nipotino che ha dieci anni sono bastati 5 minuti di spiegazioni per capire come funziona il moto apparente del sole e sono sicuro che la prossima volta in 10 minuti riuscirà a capire anche quello della Luna cioè, tutto quello che bisogna conoscere per entrare in merito agli studi di Zedda) e per cercare di nascondere tale carenza buttano tutti gli interessati alla preistoria sarda (te compreso) nel pentolone dei razzisti sherdanu-cattivi nemici degli eroi archeo-buoni (così definiti dal peggiore degli sherdanu).
    Se vuoi un consiglio da amico, cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno in questa vicenda giacché fintanto costoro continueranno buoni buoni a ripetere le scempiaggini di Lilliu, avrai sempre un Colosseo davanti; insomma hai da divertirti.


    Lino

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  6. Caro Lino,
    a me premeva rimarcare che Giulio Angioni Antropologo e romanziere ha preso alcune solenni cantonate, nel confondere il nazionalismo col razzismo e nella mancata comprensione delle cause che hanno determinato la crisi del paradigma archeologico taramel-lilliano che gli fa confondere gli effetti (il successo editoriale dei libri di fanta- archeologia) con le cause, cioè la pochezza scientifica degli archeologi sardi di preistoria.

    Infine ti confesso che mettere in luce le cantonate di Giulio Angioni e degli archeologi sardi non mi diverte affatto, ma non posso esimermi dal farlo.

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  7. Ok Mauro, abbi pazienza, ma con tutti questi G.A. che parlano di razzismo in maniera fotocopiata, i miei pochi e vecchi neuroni arrancano e non riesco più a capire a quale G.A. ti riferisci. A me pare che sia i due G.A. cazzeggiarori, sia il G.A. antropologo hanno deciso con un eroismo mitologico (cioè, nascosti dietro il muretto a secco) di immolarsi per difendere i sardi dall’invasione dei pericolosissimi Sherdanu che giungono perfino dall’Emilia e dal Veneto ad attaccare i nuragici-doc arroccati nei loro nuraghi-fortezza. La sostanza è tutta qui. Il discorso sul razzismo è un pretesto per poter collocare i non addetti ai lavori nel calderone dei “pericolosi” che esaltano se stessi in quanto eredi della gloriosa civiltà nuragica e pertanto “razzisti”. Perciò non credo che G.A. abbia preso una cantonata, ha semplicemente cercato di prendere due piccioni con una fava: una botta al razzismo e una agli intrusi che disturbano i suoi amici.
    Ma il G.A. antropologo “dimentica” che il capostipite dell’ermeneutica “civiltà nuragica = glorioso popolo la cui indole guerriera è ancora riscontrabile nei sardi odierni” - teorema che contiene tutti gli elementi per classificarla, secondo il Suo punto vista, tra le idee razziste - ha un nome e cognome e si chiama Giovanni Lilliu che in Sardegna ha fatto scuola e i suoi allievi non mi pare vengano presi di mira. Dal mio punto di vista credo di poter classificare allievi tutti coloro provengono da una certa scuola e da questa non ne hanno mai preso le distanze. Troppo facile quando il capo è infermo “rammaricarsi" di non aver avuto un diverso maestro.

    Donatello

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  8. caro Donatello, ribadisco che per me il G.A accademico prende i fischi per fiaschi (il nazionalismo per razzismo), mentre il G A. virtuale (che mostra una cultura accademica, scopiazzata, dal G.A reale) è solo un cialtrone.

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  9. Sul forum “vitobiolchini” (http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/08/13/case-ai-rom-lunione-sarda-fomenta-il-razzismo-ma-il-sindaco-zedda-e-la-caritas-stanno-gestendo-la-comunicazione-come-peggio-non-si-puo/#comments) dove si discute la vicenda «case ai Rom: … » l'utente «irlandesu» posta questo commento:

    “a tutti gli amici cagliaritani che sono convinti di essere italiani duri e puri …..con l’obbligo di poter esser razzisti con la prima minoranza (debole ) che è a tiro, ricordo alcuni passaggi storici che dovrebbero conoscere, ma siccome nati e cresciuti senza radici, si sono venduti la propria lingua (non dubito che si venderebbero anche la madre), con il tasso di abbandono scolastico triplo della media europea che cosa mi potrei aspettare … vi segnalo questi passaggi … articolo tratto da forma paris (sito dell’università di Cagliari)
    Razzismo, nei confronti dei sardi. Le origini forse sono riconducibili al periodo della resistenza all’imperialismo dell’impero romano, forse perché alla schiavitù i fieri sardi preferivano spesso la morte, cosa che li rendeva di basso valore economico, ossia “sardi venale”. Oppure con i genovesi nel XII secolo quando costoro facevano schiavi i nostri antenati, gli unici cristiani a essere schiavizzati da altri cristiani. I mercanti, probabilmente per gli stessi motivi dei predecessori, erano costretti a venderli a basso prezzo, lo stesso dei somari. Fatto è che il razzismo è sempre perpetrato dal vincitore per giustificare la sua politica di dominazione sul vinto per potergli rubare la terra, le sue risorse e la sua anima, fino al punto di annullare la sua coscienza, fino a convincerlo della sua inferiorità e fargli accettare le condizioni di servitù e rassegnazione cui è sottoposto materialmente e spiritualmente. Il colonizzato perfetto è chi, di fatto, crede che il razzismo applicato in seno al suo popolo sia, in fondo in fondo, una condizione meritata. Le sue proteste contro chi l’offende saranno timide e zelanti. L’esperienza sarda di ciò ci arriva dalla rivoluzione antipiempontese del 28 aprile del 1794, nella quale tutti i pre italiani, segregazionisti della “peggior razza”, furono rispediti in Italia con i migliori onori e genuflessioni. Una cortesia che gli odiati piemontesi non ricambiarono al loro rientro in Sardegna in seguito al cambio del governo isolano. I savoiardi si vendicarono crudelmente e il sangue sardo intrise il proprio suolo tra il ghigno dei carnefici. E i sardi, i sempre troppo bravi e servizievoli sardi, continuarono a essere per quei dominatori i “molenti” di sempre, quelli di razza inferiore. Concezioni che si diffusero e si rafforzarono nel tempo e nello spazio, fino all’Europa orientale,come testimoniava l’insigne sociologo russo Giacomo Novicow che nel giugno del 1904 scriveva da Odessa di una «Sardegna barbara e selvaggia». E se ancora oggi un giudice tedesco, nella sentenza di Bückeburg del 2007, concede le attenuanti generiche a un imputato perché «sardo e in quanto tale predisposto etnicamente e culturalmente alla violenza sulle donne», posiamo immaginare quanto fosse concreto e forte il concetto che si aveva allora dei sardi. Vittorio Emanuele di Savoia stesso, nelle intercettazioni rese pubbliche nel 2006, raccogliendo il testimone ignobile dei predecessori, disse dei sardi frasi che per decenza non pubblichiamo, ma noi eravamo i ladri, i caproni puzzolenti ecc. Un razzismo esistente persino nella stessa lingua italiana, nella Treccani si legge: sardigna, “In passato, luogo nelle vicinanze di una città dove si depositavano le carogne e i rifiuti della macellazione. Attualmente, la zona del reparto sanitario del macello o macello contumaciale destinato alla distribuzione o alla trasformazione delle carni infette che non possono essere usate per l’alimentazione”.
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  10. A Firenze esiste ancora il toponimo sardigna. A Torino, invece, la sardigna è municipale ed è per tutti quella struttura fisica che fino al 2007 ricopriva i compiti descritti dall’enciclopedia, ma oggi è l’ “ufficio sardigna”, adibito al recupero di animali morti! Usl n. 4, Via Germagnano 48. Telefonando al numero pubblico 01170958953, la voce dell’impiegato risponderà: “ Pronto, sardigna”.
    La recente frase di Giuliano Amato, “C’è troppa Sardegna nella politica italiana”, non deve stupire, dato che lui è nato a Torino e ha vissuto in Toscana, dove la sardigna è di casa. Nella forma mentis italiana la Sardegna è stata sempre percepita anche come una partoriente puzzona capace solo di generare continuamente figli di “razza delinquente” di niceforiana memoria. Questo sentimento antisardo fu addirittura istituzionalizzato nel 1984 nell’ordinanza della schedatura di uomini, donne, vecchi e bambini, sardi residenti nel Lazio. Leggiamo ciò che avveniva all’oscuro degli interessati: «Questura di Roma – Squadra mobile – sezione 3ª. Roma, 25. 8. 1984. Oggetto: Richiesta elenco persone di origine sarda, residenti nel territorio del Comune. Al Signor dirigente l’ufficio anagrafe del Comune di […]. Per uso di quest’ufficio, pregasi fornire, con cortese urgenza, l’elenco aggiornato di tutte le persone di origine sarda residenti nel territorio di codesto Comune, corredato delle rispettive composizioni familiari, vicende anagrafiche, attività lavorativa e data di immigrazione. D’ordine del questore – il dirigente la squadra mobile – Dr. Luigi De Sena». Una procedura che da li a poco sarà applicata anche in Toscana, Marche e Umbria che la protrassero fino agli anni novanta. Degli “italiani brava gente”, ci ricorda Gemma Azuni, consigliere comunale a Roma, la quale racconta (Unione Sarda, ottobre del 2005) di aver vissuto dolorosamente da bambina i pregiudizi di insegnanti razzisti. Una situazione frequente per molti scolari figli di immigrati sardi in Italia. Gaetano Marras, impegnato come l’Azuni nell’associazionismo sardo, emigrato anch’egli a Roma nel secondo dopo guerra, narra del razzismo sofferto e «come i sardi fossero destinati ai lavori più pesanti, dalla manovalanza edilizia alla costruzione di strade come la Cristoforo Colombo». Un destino comune ai primi immigrati sardi del ’900: nel 1911, proprio nel cinquantesimo anniversario dell’unità italiana, gli abitanti di Itri si organizzarono armati per dare la caccia al sardo al grido “Morte ai sardegnoli!”. Il mese era quello caldo di luglio, i giorni l’11 e il 12. I poveri, i proletari, operai isolani, in quel paese, oggi in provincia di Latina, ma all’epoca di Caserta, per costruire la tratta della ferrovia Roma – Napoli, furono colti di sorpresa da quello che fu un vero e proprio linciaggio al sardo. Nella carneficina caddero circa dieci bravi operai e diverse decine furono i feriti. Di questi fatti ne scrisse nel 1986 Antonio Budruni sulla rivista specializzata Ichnusa. Oggi lo stesso autore ripropone, a centocinquanta anni dall’unità italiana e cento da quei torbidi fatti, studi aggiornati e approfonditi nel libro, “I giorni del massacro. Itri, 1911: la camorra contro gli operai sardi”. I sardi da quella tragedia non impararono nulla. A pochi anni da questo eccidio i sardi della Brigata Sassari si fecero trucidare per gli interessi degli italiani e per la buona sorte dell’Italia, nonostante che in trincea fossero trattati come selvaggi (…).”
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  11. Stranamente l'utente Gabriele Ainis, assiduo frequentatore del blog e costantemente attratto dal tema “razzismo”, si astiene dal commentare. Per noi, l’aspetto più interessante di quest’articolo - pubblicato in un sito dell’università di Cagliari - è che il G.A. antropologo certamente conosce le vicende in esso riassunte (anche se così decontestualizzate s’ingigantiscono). Perciò stento a credere che un intelligente antropologo sardo non comprenda che il “razzismo” Sherdanu è una forma di rivalsa, un tentativo di riscatto (vedi la teoria di Lilliu sulla civiltà nuragica) di secoli di vero razzismo subito, che come un tarlo ha insinuato il dubbio nella popolazione di essere per davvero una razza inferiore con conseguenti sensi di colpa. In casi come questo scatta il meccanismo: se tutti ci chiamano sardignoli forse un po’ lo siamo davvero!. In una situazione psicologica di questo tipo è ovvio, naturale che ogni appiglio (presunti eredi di un glorioso popolo, Atlantidei, Shardana invincibili ecc.) diventi una ghiotta occasione per dimostrare al mondo e a se stessi di non essere “razza” inferiore. È di questa natura il “razzismo” Sherdanu e G. Angioni non può non saperlo. Passi uno Stiglitz che può far confusione in una materia non sua, ma l’antropologo conosce queste dinamiche. Perciò caro Zedda, rimango del parere che G.A. non prende fischi per fiaschi ma cerca di rifilarvi un bel calcione sugli stinchi.


    Lino

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