martedì 14 novembre 2017

Calcio, Tempo e Spazio

Di Scopigno

Manlio Scopigno, mitico allenatore del Cagliari che vinse lo scudetto, il Filosofo del calcio.
Herrera era il mago, Scopigno il Filosofo.
Scopigno è il mio soprannome mi fu appioppato alle elementari dal mio compagno di banco Giorgio Lecis, senza alcun dubbio il migliore calciatore isilese della nostra generazione.
Nello sport ero una schiappa! A differenza di mio padre Luigi che era un campione, da militare si classificò  2° nei 3000 metri di corsa campestre, lo volevano arruolare nei carabinieri per fare sport e Nonno cercò l’accozzo per non farlo arruolare! È stata la mia fortuna! Se il corso degli eventi non fosse andato come è andato non sarei mai nato!
In seguito alla eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio, Buffon si è detto dispiaciuto “soprattutto a livello sociale”. Le cause della eliminazione sono lampanti, nelle squadre italiane  giocano pochi ragazzi italiani e soprattutto non esiste un grande club italiano dove l’ossatura portante sia costituita da un gruppo di giocatori italiani. Le squadre nazionali di solito fanno flop se non si formano attorno al nucleo forte della migliore squadra di club. Banale Watson!
Ma non è di schemi di gioco che voglio parlare, in Italia siamo tutti allenatori e io porto pure il soprannome del mitico Scopigno, da bambino tifavo l’Inter e il mio idolo era Boninsegna, Giorgio tifava il Cagliari di Riva e mi appioppa il sopranome Scopigno, non so perché!
Oggi tengo per il Cagliari, beninteso. A quei tempi ero un bambino innocente!
Che il calcio fosse un moderno Oppio dei popoli lo avevo già ben compreso trent’anni fa (oddio come passa il tempo!!!) leggendo Marx e Gramsci.
Ma per capire il livello inconscio dove agisce il fenomeno calcistico sono state fondamentali le letture dello storico delle religioni Mircea Eliade.
Ho conosciuto Eliade dopo una sua citazione in un articolo di Franco Laner (presentato ad un convegno a Saragozza nel 1993) dove Franco metteva in campo per la prima volta il fatto che i nuraghi rispondono alla funzione primaria di cosmizzare lo spazio e il tempo.
Concetti che poi ha brillantemente approfondito nei libri Accabbadora 1999, sa Ena 2011, e pure nel suo ultimo Indagini su Monte Prama 2017.
Temi che ho ripreso pure io sia in Archeologia del Paesaggio Nuragico che in Astronomia nella Sardegna Preistorica.
Di Eliade ho letto quasi tutta la pubblicazione scientifica  se dovessi consigliare un libro consiglierei di iniziare da Il mito dell’eterno ritorno.
Purtroppo parlare con gli archeologi sardi di come agiscono (nell’inconscio umano) e come emergono (nel vissuto) il tempo e lo spazio non è possibile per loro si tratta di Ostrogoto. Sono troppo presi dalla catalogazione dei cocci! Con una eccezione, Roberto Sirigu, l’unico con cui riesco pure a filosofeggiare.
Con le pubblicazioni mie e di Laner penso si sia dimostrato come i nuraghi sono funzionali a cosmizzare il tempo e lo spazio e pure Alessandro Mannoni (Religione e spiritualità della Sardegna nuragica 2014) è approdato in questa direzione.
Torniamo al calcio come oppio dei popoli, non il solo oppio ovviamente.
Il calcio è un rito, un rito atteso, che si svolge periodicamente.
Il calcio riempie il tempo delle persone.
Riempire il tempo e orientarsi nello spazio vissuto sono bisogni primari.
Cosa significa spazio in generale? Lo spazio non è solo un’area misurabile geometricamente , lo spazio inteso in termini di geografia umana rappresenta un insieme di segni (il nome di una strada, un monumento simbolico, religioso o profano , ecc,) che ordinano l’ambiente (in altri termini lo spazio in cui viviamo).
Dunque il calcio, attraverso i suoi rituali periodici, che riempiono il vuoto, avvinghia e a quel punto il calcio dominando la psiche diventa strumento atto a veicolare visioni del mondo.
Vi sono ragazzi (cito esempio estremo) delle periferie urbane che magari spendono tutto quello che hanno in tasca per andare a vedere una partita giocata da ragazzi che guadagnano milioni di euro. E poi ,come se non bastasse, fanno pure a botte con i tifosi della squadra avversaria!
Ma in generale il discorso non cambia pure per quelli che invece di andare allo stadio lo guardano in televisione il calcio diventa un mezzo che fornisce agli umani la possibilità di “consumare” (bellissimo il consumo del sacro di C. Gallini) rituali (anche se a livello inconscio), di riempire il tempo e  di considerare leciti, giusti e morali, diseguaglianze sociali che dovrebbero urlare vendetta!
Infine per non smentire il mio soprannome, penso di aver capito il successo del modo di giocare spagnolo. Quel palleggio estremo quasi a irridere l’avversario, lo poteva inventare solo gente che nella sua mente ha ben chiara la corrida, dove il povero toro viene irriso e sacrificato.
Dunque possesso palla, irridere avversario, e affondare il colpo appena si può.
Arte, classe e pazienza, come un Torero.
Certo per vincere servono pure i campioni, ma il gioco spagnolo ha dei vantaggi che poggiano su sentimenti e abitudini collettive che altri non hanno.
Ventura probabilmente ha sbagliato a far illudere i suoi che a Madrid potevano vincere, doveva prepararli a perdere, per poi averli psicologicamente pronti nello spareggio. Ma Madrid deve averli distrutti psicologicamente.

PS , come vedete pure io , coscientemente, casco in questo oppio collettivo, l’inconscio è troppo potente.

1 commento:

  1. Brucia a tutti la sconfitta di ieri sera. Tavecchio porta sfiga. Pazienza ignorante come pochi altri, ma è la presunzione e l'ampollosità che nessuno sopporta e andrà avanti come se niente fosse! Invece, citando Mircea Eliade mi fai tornare all'inizio della mia curiosità per il nuragico. Due sono stati i miei riferimenti per avvicinarmi all'essenza nuragica, uno il maggior storico delle religioni e secondo gli scrittori sardi, Satta, Deledda, Dessì...C'è una strana coincidenza: Ernst Junger ("Terra sarda" magistrale saggio che scrisse durante un soggiorno a Villasimius negli anni '50) ha collaborato per più di un decennio con Mircea e mi piace pensare che la Sardegna sia sullo sfondo emozionale di entrambi.
    Di Mircea Eliade ho sullo scaffale "I riti del costruire", "Immagini e simboli", "Spezzare il tetto della casa", "Prova del labirinto", “La creatività e i suoi simboli” e "Cosmologia e alchimia babilonesi": senza questi riferimenti penso che non sarei mai riuscito ad immaginare e ricostruire la tecnologia a secco e ciclopica dei nuraghi e tanto meno la funzione di cosmizzazione delle due categorie, spazio e tempo, che i nuraghi cristalizzano in sè. Eppure Mircea non è un tecnologo, né storico delle costruzioni!
    Senza una forte assegnazione al sacro non ci si potrà avvicinare ai nuraghi. Si resterà nello spazio fisico e mentale del profano, precluso alla grande manifestazione dello spirito che i nuraghi racchiudono.
    Nuraghe fortezza = madre di ogni sciocchezza!
    Laner

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