martedì 3 aprile 2018

Il “LESSICO ETIMOLOGICO ITALIANO” UN DISASTRO EDITORIALE

di Massimo Pittau 

La recente scomparsa del linguista svizzero Max Pfister, promotore dell’imponente «Lessico Etimologico Italiano» (sigla LEI), ha rinnovato in me un forte rammarico, quello che avevo provato alla prima comparsa dell’opera: nonostante le apparenze il LEI è un’opera gravemente “monca”, posso dire almeno “dimidiata” o “dimezzata”. Nelle apparenze sembra che il LEI contenga tutto lo scibile relativo alla lingua italiana e ai suoi dialetti ed invece, a mio fermo giudizio, esso è privo di almeno la metà del materiale lessicale e linguistico che avrebbe dovuto contenere.
Ecco in sintesi l’elenco delle numerose ed enormi lacune che si trovano nel LEI:

1°) Manca un intero millennio di storia politica, culturale e linguistica della Nazione italiana, quella concretizzata con la storia politica, culturale e linguistica degli Etruschi, di un popolo cioè che stava agli stessi livelli del popolo greco e di quello romano. Anzi gli Etruschi hanno tenuto a battesimo i Romani, insegnando ad essi a scrivere e addirittura fondando Roma e dandole un nome etrusco (si veda il mio ampio studio “Roma fondata dagli Etruschi”).

2°) Nel noto commentatore di Virgilio, il grammatico Servio (ad Aen., XI 567), troviamo citata una frase di Catone: «L’Italia era stata quasi tutta sotto il dominio degli Etruschi» (In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat). Inoltre Tito Livio (I 2; V 33) parla della potenza, della ricchezza e della fama degli Etruschi, in terra e in mare, dalle Alpi allo stretto di Messina.
In linea di fatto, al di fuori del territorio della originaria Etruria, che si estendeva dalla costa del Mar Tirreno settentrionale ai confini dei due fiumi Arno e Tevere, numerosi dati documentari, archeologici, epigrafici e storici assicurano l’espansione del loro dominio a sud fino al Latium vetus (Roma, Terracina) e alla Campania (Capua), a nord fino all’Emilia (Felsina/Bologna, Modena), al Veneto (Adria, Spina), fino a Mantova e all’Alto Adige (Laives, Varna, Velturno, Vipiteno). Quei dati inoltre dimostrano l’ampia penetrazione che gli Etruschi fecero anche al di là del fiume Po, fin nel cuore delle Alpi, di certo alla ricerca di giacimenti di minerali, soprattutto del ferro.

3°) La documentazione epigrafica poi va molto al di là di questi già vasti confini di espansione politica, dato che iscrizioni etrusche sono state rinvenute nel sud anche a Pontecagnano al confine estremo della Campania e nel nord a Piacenza e in Liguria. E poi ulteriormente fuori dell’Italia, a Marsiglia e in Corsica.

4°) A proposito delle iscrizioni etrusche, va ricordato e tenuto ben presente il fatto che sono stati gli Etruschi a introdurre la scrittura in Italia (con eccezione della Magna Grecia e della Sicilia), insegnandola ai Romani, agli Umbri, ai Veneti e ai Reti.
Si deve tenere ben presente che degli Etruschi ci sono state conservate circa 12 mila iscrizioni, che non si può negare che sia una somma quasi stupefacente di vocaboli, di gran lunga superiore a quella di tutte le altre lingue frammentarie antiche, che sono assai lungi dal presentare una documentazione così ampia e anche così varia.

5°) Nel suo LEI il Pfister ha ignorato del tutto le tre opere di Silvio Pieri, portento di accuratezza di documentazione e di prudente analisi linguistica, che sono: TVSL Pieri S., Toponomastica delle Valli del Serchio e della Lima, “Accademia Lucchese di Scienze Lettere e Arti” (nuova edizione Lucca 2008); TVA Pieri S., Toponomastica della valle dell'Arno (in Atti della «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919); TTM Pieri S., Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell'Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell'Arcipelago toscano, Siena 1969 (edizioni postuma «Accademia Senese degli Intronati»).
Ebbene il Pieri fa esplicito riferimento a toponimi toscani che sono di probabile origine etrusca e che spesso corrispondono ad altrettanti appellativi dialettali toscani, ma il Pfister ha ignorato tutto ciò.

6°) Il Pfister ha ignorato del tutto il notissimo studio di Ernout A., Les éléments étrusques du vocabulaire latin (in «Bull. de la Soc. de Ling.», XXX, 1930, pg. 82 sgg., poi nel vol. Philologica, I, Paris 1946, pgg. 21-51 (EPhIL).

7°) Il Pfister ha ignorato del tutto quel gioiello di dizionario etimologico che è il DELL di Ernout A. - Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine (IV édit., IV tirage, Paris 1985), nel quale i due illustri autori hanno dato ampio spazio ai vocaboli di origine sicuramente oppure probabilmente etrusca.

8°) Ha ignorato lo studio di Giuliano Bonfante, Etruscan Words in Latin (in «WORD», 36, 3, 1985, pgg. 203-210).

9°) Ha ignorato l’ampio capitolo che Giambattista Pellegrini ha dedicato ai relitti della lingua etrusca nella sua ampia e importante opera “Toponomastica Italiana” (Milano 1990, Hoepli).

10°) Ha ignorato del tutto gli studi del sottoscritto, consistenti in ben 18 libri relativi alla lingua etrusca e in un centinaio di studi.

11°)Ecco dunque spiegate le ragioni del mio giudizio fortemente negativo dell’opera di Max Pfister. Sicuramente a lui è successo di aver pagato un pesante tributo alle ridicole affermazioni, correnti a livello popolare e anche più su, secondo cui “La lingua etrusca è tutta un mistero”, “La Lingua etrusca non è comparabile con nessun’altra”!
Ho scorso le prime pagine del I volume del LEI fino all’inizio della lettera C, per sapere se e in quale misura il Pfister abbia tenuto conto della lingua etrusca. Ebbene, con mia grande sorpresa ho costatato che l’aggettivo “etrusco” vi compare in 792 pagine solamente quattro volte ….
Insomma, il «Lessico Etimologico Italiano» costituisce un vero e proprio disastro editoriale: dieci secoli di storia politica, culturale e linguistica italiana solamente “citati”…!

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