di
Franco Laner
Un
gruppo di studiosi
ha recentemente pubblicato un interessante articolo sulla stabilità e le tecniche
costruttive dei nuraghi: Augusto
Bortolussi, Valentina Dentoni, Cristina Levanti, Stefano Cara,
Francesco Pinna e Battista Grosso: A
Study on the Stability and Construction Techniques
of Nuragic Towers
(2025), in
International
Journal of Architectural Heritage Conservation,
Analysis, and Restoration.
A
mio parere la
loro analisi dimostra la scarsa conoscenza della materialità
strutturale, delle tecnologie costruttive, dei processi realizzativi
e soprattutto l’errata concezione strutturale sottesa ai nuraghi.
Le
conclusioni non hanno nessuna relazione con il fuori servizio dei
nuraghi, facilmente constatabile con sopralluoghi e osservazioni
dell’esistente.
Ogni
esercizio, pur che rimanga sulla carta, non porta a danni
irreversibili, anzi può essere un modo di confronto fra studiosi, a
patto che si dimostri la conoscenza eidetica dell’argomento o
perlomeno il contesto storico, culturale e tecnico della
realizzazione di questi manufatti.
Se
-ex abrupto – vi chiedessero un parere sulla sicurezza
statica delle piramidi, penso che rispondereste che non avete mai
sentito che ci siano problemi di crolli: sono lì da 4500 anni…Ma
più verosimilmente, almeno io, risponderei che la domanda appare già
risolta nei termini in cui viene posta e pertanto la questione è
chiusa. In altre parole non capirei perché rispondere, anche se
possedessi il più efficace modello di verifica, ad un problema così
mal posto e decontestualizzato.
Riformulo
ora la domanda, riferendola ai nuraghi, anche loro in piedi da più
di tre millenni e mezzo e rifletterei un poco di più, proprio perché
non tutti sono ancora in piedi, ma non perché siano collassati,
bensì perché degradati o distrutti, cosa assai diversa dal crollo.
Ho visto diversi nuraghi, osservato e analizzato le modalità di
fuori servizio: affermo che il loro disfacimento inizia sempre
dall’alto. Tolta una pietra, viene a mancare la continuità
dell’insieme. Le pietre vicine, prive di contrasto, sono
vulnerabili e facilmente spostabili. Si invera, per così dire, un
processo inverso a quello costruttivo.
Anche
rotture locali, ad esempio di architravi d’entrata, comportano
l’adattamento dell’organismo murario di una nuova configurazione
– la trave, da trave semplicemente appoggiata, diventa arco
spingente, senza crolli a catena e così cedimenti fondali portano a
nuovi assestamenti strutturali.
La
prima regola per la durabilità di una muratura di pietra a secco –
ciclopica –è che ogni elemento non dorma mai (ho scritto
qualche articolo, uno con titolo significativo: Nessun dorma!).
La
struttura deve essere pervasa, incessantemente, da energia, tensione.
Il cuneo, la zeppa, è la macchina semplice che concorre, assieme
alla gravità, a conferire questa intima vitalità alle strutture a
secco. La zeppa non è un materiale di riempimento e non secondario
(dall’articolo in esame: cavità riempite da pietre più
piccole): è strutturale!
In
Sardegna ci sono ancora eccellenti muratori di muri a secco che
possono confermare questo principio: è necessario “sentire” la
vitalità strutturale, altrimenti il concio, libero e inerme, torna a
terra.
La
seconda osservazione è che per avvicinarsi alla cultura costruttiva
a secco praticata dai micenei e nuragici per realizzare archi, volte
e cupole, è necessario abbandonare l’attuale concezione ad arco,
volta e cupola. La posa degli elementi strutturali è orizzontale, su
piani paralleli. Per realizzare la struttura si procede con corsi
murari a strati: realizzato un corso, si ricomincia con un altro
corso, si ritorna ab initio, in armonia con l’eterno ritorno
e la concezione circolare del tempo.
Diciamo
– solo per assecondare il modello di verifica proposto – che i
corsi sono perfettamente isodomi, anche se a rigore i corsi non sono
di uguale altezza, i conci non sono squadrati o levigati (l’isodomia
si ha nei pozzi di S. Cristina, a Proedio Canopoli, su Tempiesu…) e
soprattutto, specie nel paramento esterno l’opus è
poligonale, mai quadratum.
La
letteratura tecnica è esauriente per archi, volte e cupole concepite
col principio classico dell’arco, con elementi solo compressi, che
comportano il controllo della spinta e della curva delle pressioni,
ma assolutamente carente per archi, volte e cupole realizzate con
conci a sbalzo successivo dove alla compressione, trazione e taglio
si associano sollecitazioni di presso-flessione e momenti flettenti e
ribaltanti.
Siamo
di fronte a due diverse tecnologie costruttive, a due diverse
concezioni strutturali, per di più per la tecnologia
nuragico-micenea, la concezione sottesa alla tholos fa ricorso ad uno
straordinario stato di coazione, impossibile per le volte che fanno
ricorso a una condizione di equilibrio per annullare il ribaltamento
dovuto alla coppia data dalla reazione e la risultante dei carichi a
sbalzo, con opportuni carichi all’intradosso della volta e
soprattutto a conci di opportuna lunghezza.
Sulla
coazione degli anelli della tholos ho spesso detto, esempio in “Sa
‘Ena” (2012). Semplificando al massimo: se mettessi un anello
chiuso sopra un altro di maggior diametro, non ci sarebbero spinte e
potrei formare una cupola, addirittura con l’oculus aperto.
Ma i corsi circolari di pietra sono discontinui; proprio però
l’incessante forza di gravità che tenderebbe a rovesciare i conci
a sbalzo dell’anello, si scompone in forza orizzontale, che
impedisce il rovesciamento per l’effetto arco orizzontale dovuto ai
conci trapezoidali. Si invera in altre parole uno stato di coazione
che sfrutta proprio la forza di gravità da vincere che rende
continua e in tensione di compressione la discontinuità dei conci
dell’anello.
Per
la volta, il rovesciamento e il crollo dovuto alle forze peso dei
conci a sbalzo con la reazione alla base, è impedito se la
risultante dei carichi a sbalzo è all’interno del terzo medio
dell’area di base. La tecnologia costruttiva provvede con l’impiego
di conci a sbalzo lunghi, in modo da portare il baricentro verso
l’interno e con sapienti carichi aggiuntivi verso l’esterno della
volta (cfr. scheda esplicativa in Acqua Nuragica, Pozzi e fonti da S.
Cristina a is Clamoris 2026, in corso di stampa).
La
sicurezza e stabilità dei nuraghi dipende dalla tecnologia
costruttiva, dalla loro concezione strutturale, non mai da modelli
strutturali che suonano anacronisticamente, filologicamente
scorretti, o da strumenti moderni e contemporanei messi a punto per
la quantificazione della sicurezza di nuovi materiali, concezioni
strutturali, processi e sistemi costruttivi
Il
modello di nuraghe scelto per l’applicazione del metodo ad elementi
discreti non ha alcun riscontro coi nuraghi reali, poiché è molto
al di fuori del rapporto statistico fra il diametro esterno e
l’altezza dei nuraghi: in una parola è sproporzionato. Mi
danno anche molto fastidio gli 80cm fra l’apice della tholos e
sommità del nuraghe perché il sistema costruttivo nuragico/miceneo
prevede l’apertura dell’oculus.
Il
modello di nuraghe proposto non ha alcun riscontro con la realtà. È
vero che esistono nuraghi con 15m di diametro esterno. È vero che ci
sono nuraghi di 8m di altezza. Quindi il modello scelto con queste
dimensioni è plausibile? Assolutamente no, perché l’altezza
minima dei nuraghi di 15m di diametro è superiore a 12m e inferiore
a 18m e ad un’altezza di 8,1m corrisponde un diametro minimo di
6-7m e massimo di 10m, per il semplice motivo che il rapporto
diametro/altezza statisticamente osservato su centinaia di nuraghi
varia fra 0,8 e 1,3.
Dopo
questa osservazione, a rigore, la lettura dell’articolo dovrebbe
interrompersi. Qualora una teoria palesi un passaggio non logico o
non consequenziale, insomma sbagliato, va rigettata: come teorizzò
Karl Popper.
L’esercizio
viene dunque condotto su un modello di nuraghe inesistente e
lontanissimo dalla realtà. Siccome il modello di verifica proposto
si fonda essenzialmente sulla spinta del materiale incoerente
frapposto fra la tholos e il paramento esterno, si capisce che
l’esempio, che ha un inverosimile quantità di materiale incoerente
per l’inusitata larghezza della massa muraria a fonte di modesta
altezza, introduce un parametro fantasioso.
Nuraghe
Burghidu ad Ozieri. L’immagine è tratta dalla tesi di laurea di A.
Nichele e M. Zanoni, io relatore con S. Gasparini e E. Passeler,
Iuav, a.a. 2004-05 e presenta il prospetto sud eseguito da A. Della
Marmora (1840) con l’evidenza delle parti mancanti a distanza di
150 anni. Non ricordo di aver notato fra i paramenti materiale di
riempimento.
Cosa
di verosimile sappiamo dire ad esempio sui processi costruttivi? Come
venivano spostati i grandi massi, come venivano messi in opera?
Impossibile il loro sollevamento – non si possono attestare
all’epoca macchine sollevatrici di sorta – il masso deve toccare
sempre il terreno, quindi il problema di trascinamento è un problema
di riduzione di attrito, ovvero di riduzione di area di contatto: dal
piano di contatto grave-terreno, con la slitta si passa alla
linea di contatto e con la ruota al punto. Sconosciuta
la ruota o se conosciuta impossibile dimensionare mozzi resistenti a
carichi di decine di quintali, quindi slitta. Per i carichi, sotto un
paio di quintali, anche barelle per più uomini, quindi sollevamento,
ma solo per conci posti in opera verso l’alto del nuraghe.
È
necessaria la rampa per il trasporto in opera, rampa che è ricavata,
a spirale, nello stesso nuraghe. Nei nuraghi, come per le piramidi,
le rampe, ovvero il piano inclinato, altra macchina semplice, erano
ricavate nella stessa costruzione: vedi La
construction des ‘nuraghi’ en Sardegne Le ‘nuraghe’ envisagé
comme machine de lui-même, in
Mécanique et Archtecture,
1995. Nella tecnologia costruttiva c’è la risposta alla
stabilità dei nuraghi, non nei modelli. Nella resistenza e nel peso
della pietra, nella concezione strutturale, nel cantiere, va cercata
la chiave per necessari interventi conservativi e di messa in
sicurezza. E la chiave è spesso diversa per ogni nuraghe, unico,
come un ammalato anche i nuraghi richiedono terapie personalizzate.
Nonostante il titolo della memoria non rilevo una riga sui sistemi
costruttivi e mi viene il sospetto che gli autori non ne sappiano
granché e che abbiano guardato nuraghi, ma non visti.
I
dati che assumono, tranne il lodevole sforzo di dare misura ai conci
in relazione all’altezza, sono desunti da letteratura, quasi a
smarcarsi da responsabilità. Una ricerca appena rigorosa non può
fidarsi di osservazioni espresse da non addetti ai lavori
(archeologi) che sanno di cocci ma non di gravi.
Non
era mia intenzione dilungarmi. Eppure mi accorgo che non bastano
poche righe per esprimere la mia perplessità sull’articolo. Lo
scopo è ben chiaro: se posseggo un modello di verifica posso
intervenire in caso di insicurezza. Ma è proprio ciò che non
condivido. L’applicazione del MED (metodo ad elementi discreti)
mostra che i corsi vulnerabili, dove ci potrebbe essere l’espulsione
di materiale e quindi collasso, posso prevederli (dall’articolo: Il
collasso avviene con l'espulsione radiale dei blocchi di uno degli
anelli mediani (il quinto anello nella configurazione analizzata),
seguita dalla perdita di contatto tra i blocchi superiori e, infine,
dalla disconnessione dell'intera struttura).
Ecco allora che potrei mirare l’intervento, magari con una
cerchiatura di acciaio, di cemento armato, di fibre di carbonio o
altre moderne diavolerie: pazzesco. L’articolo non prevede
tecnologie, ma apre a queste funeste eventualità: la messa in
sicurezza dei nuraghi deve essere per me eseguita con la pietra,
assecondando la concezione strutturale originaria e la regola
dell’arte originaria! Altrimenti mille volte meglio il lento
degrado, la morte: anche l’organismo murario ha un tempo di vita
come è per me. A parte la considerazione dei miseri e disastrosi
esiti degli interventi di consolidamento eseguiti negli ultimi
decenni: non ho alcun elenco di esito virtuoso!
Ritorno
allora sul degrado e il disfacimento dei nuraghi. Spesso c’è lo
zampino dell’uomo che provvede a lasciare in piedi solo ciò che
non riesce a portare altrove. La perdita di mutuo contrasto, dovuta
allo spostamento delle pietre apicali, più leggere, provoca il
disfacimento a effetto domino. Ovviamente anche cedimenti strutturali
locali possono influire progressivamente sull’innesto di fuori
servizio, che comunque attenti rilievi ed esperienza diagnostica
possono individuare e arrestare. Il nuraghe è un sistema robusto,
(per robustezza in tecnica delle costruzioni si intende la capacità
di sopportare eventi imprevisti: un cedimento locale non deve
ripercuotersi in modo sproporzionato all’insieme o farlo
collassare). Questo concetto ci deve aiutare nell’eventuale
consolidamento.
Alcune
ulteriori osservazioni incondivisibili: il nuraghe non è una
struttura a sacco di romana tecnologia: muri perimetrali con
riempimento di inerte incoerente che spingono a seconda dell’angolo
di natural declivio (mi pare che sia questo il termine quando ci
insegnavano a dimensionare un muro di sostegno). La tholos interna
vive e vegeta da sola e il muro esterno non si “distacca” o
spancia con distacco dei conci per trazione. Nell’inclinazione
verso l’interno del paramento esterno va ricercata la condizione di
equilibrio. Impossibile invocare l’attrito fra i conci perché
hanno solo punti di contatto o superfici limitatissime.
La
pietra non resiste a trazione. Questa affermazione vale quando si
quantifica la sicurezza di una trave di pietra con gli attuali metodi
di calcolo, perché la pietra è un materiale fragile e basta una
piccola cricca per scatenare l’energia di frattura e quindi è una
giusta prescrizione a favore della sicurezza. La pietra ha in verità
una buona resistenza a trazione, altrimenti come mai non si rompono
le lastre apicali dei dolmen che lavorano a trazione per flessione?
Ogni
modello di calcolo è uno strumento di verifica: coi modelli di
calcolo non si progetta, né si restaura (Franco Levi, fra i
grandi scienziati mondiali delle costruzioni del secolo scorso).
Ogni
esercizio ha in sé molte qualità, anche se possono apparire
inutili, ludiche e non condivisibili, perché ritenute sbagliate. Fin
che rimangono esercizi astratti, fine a sé stessi e non messi in
pratica, non sono né dannosi, né pericolosi.
Mi
auguro che sia questo il destino della memoria analizzata!
Venezia,
28 dicembre 2026