Nei giorni 18 e 19 dicembre 2010 , siete tutti invitati alla gita archeoastronomica organizzata da Paolo Littarru e Mauro Peppino Zedda.
Si visiteranno:
- il pozzo sacro di Santa Cristina di Paulilatino,
- i nuraghi Zuras e Losa di Abbasanta, il Santu Antine di Torralba,
- l'altare tronco piramidale di Monte d’Accoddi a Portotorres.
Nella mattina del 18 dicembre (h 11.00) visiteremo il pozzo di Santa Cristina illustrando il significato astronomico di questo straordinario monumento, definito dal Prof. Arnold Lebeuf “il più sofisticato osservatorio astronomico lunare dell’antichità”.
Nel primo pomeriggio, dopo un pranzo al sacco, la visita si sposterà al nuraghe Zuras di Abbasanta , dove verrà illustrato lo straordinario significato astronomico lunare di questo nuraghe.
Poi ci recheremo al Losa di Abbasanta, un nuraghe astronomicamente concepito, i cui lati sono incardinati lungo gli assi solstiziali; dopo l’illustrazione delle caratteristiche astronomiche del monumento si potrà osservare (nuvole permettendo) il tramonto del Sole in asse col paramento murario orientato lungo l’asse alba solstizio d’estate – tramonto solstizio d’inverno.
La mattina del 19 dicembre appuntamento presso il nuraghe Santu Antine di Torralba alle 7.20 del mattino, Si inizierà con l’osservazione del sorgere del Sole , sperimentando empiricamente il significato astronomico di questo nuraghe, poi verrà illustrato il significato astronomico complessivo di questo monumento.
A mezza mattina ci si recherà a visitare l’altare tronco piramidale di Monte d’Accoddi , verrà illustrato il suo significato astronomico , connesso coi cicli del Sole, Luna e Venere.
La partecipazione alla gita è libera e gratuita , ogni partecipante dovrà provvedere alle proprie spese di vitto e alloggio e all’eventuale biglietto d’ingresso ai monumenti.
Per info : Paolo Littarru cell. 339 5745528
mercoledì 1 dicembre 2010
mercoledì 17 novembre 2010
Paleosardo. Le origini linguistiche della Sardegna neolitica di Blasco Ferrer
di Alberto Areddu
Il libro di Edoardo Blasco Ferrer è stato edito dalla De Gruyter.
Secondo Blasco Ferrer nella toponomastica sarda vi sono le tracce dell’arrivo in Sardegna di genti iberiche nei tempi paleolitici e neolitici.
Blasco sostiene la sua tesi prendendo toponimi oscuri (facenti capo a non più di una ventina di radici) e collazionandoli a "chiare" parole del basco (il quale essendo, come si dice da secoli, una lingua isolata, non si ribellerà a tali accostamenti).
Mi voglio soffermare su alcuni casi. Secondo Blasco nel fantomatico toponimo "Funtana Gorru" (de Mola) di Ulassai, si troverebbe l'aggettivo basco gorri "rosso", visto che talora le fontane, per ragioni chimiche, possiedono, dei composti rameosi che le fanno apparire così, e c'è una certa casistica di toponimi del tipo "fontana rossa". Ora appare ben strano che una parola latina (fons, fontana) si possa legare direttamente a un aggettivo prelatino (non è il classico toponimo tautologico, tipo Mongibello, che è mezzo latino: Mon(s) e mezzo arabo Gibel 'monte), qui siamo in una macedonia assoluta. Oltre a ciò, osservo: Tale Funtana Gorru di Ulassai (che riporta Paulis nel 1987 e lo emenda, perché inesistente in loco, e infatti non si trova affatto cercando tale forma on line), e Blasco riprende pro domo sua, pare in effetti inesistente; oppure se risulta unito a "de mola", verrebbe da pensare semmai a un originario: "funtana (a su) corru de (sa) mola" 'fontana all'angolo della macina', che per le note semplificazioni, che stanno dietro alla raccolta e inquadramento dei toponimi agrari, è stato ridotto a: Funtana Gorru de Mola. A Buddusò c'è: Funtana corru chelvinu, in cui palesemente non c'è nulla di rosso, bensì la rastremazione di: Funtana (de su) corru chelvinu 'fontana del corno di cervo'.
Eppure una base simile appare spesso a indicare fonti e sorgenti, vi indico i posti: Gurrai, località a 100 mt dalla fontana di Gaghisi (Sarule) (informazione di Michele Sirca)
Burri (nei condaghe: Gurri) monte e sorgente di Bonorva (cfr. P. Merci, Condaghe di San Nicola di Trullas, Nuoro 2001, pp. 170-171: Campo Javesu et (de) Gurri (on line: http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_26_20060401174021.pdf) (altri dati nel mio saggio)
Gorrispai/Gurrispai 'luogo di sorgenti a Nuoro' (Pittau, L'origine di Nùoro)
Cosa osservare in costruttivo?
1) La base è gurr- (e dunque non gorr-, lo vediamo da Gùrri di Bonorva, dove l'accento cade sulla vocale tonica, che non è modificabile in sardo, diversamente dalle atone)
2) I luoghi in questione non indicano luoghi rossi, né la locale acqua è rameosa
3) Persino la supposta chiave basca GORRI 'rosso, vivo' è sotto indagine, nel senso che si pensa che sia una parola attinta dal paleoeuropeo, cfr. infatti slavo gori 'fuoco' gorn 'forno' goreti 'bruciare' (che ha etimo indoeuropeo)
A mio parere è più verosimile l’albanese: gurrë 'fonte'.
Andiamo oltre. Il grande scopritore dell'Iberia individua un elemento -mele (o -nele) esempio in Macu-mele, Mara-mele, che sarebbe il basco mele/bele 'nero'; ora non poteva scegliere di peggio, ignorante com'è di indoeuropeistica il Nostro tralascia di dire che la base mel-, melə- 'nero', è praticamente certo che è indoeuropea, vedi greco melas, antico indiano malina, baltico melna ecc.; e la stessa cosa vale per Ilune, che sarebbe il basco illun 'oscurità' (senonché ilu- è attestato come 'nero, sporco' anche in molte lingue indoeuropee, dal greco alle lingue slave).
E anche per basco haritz 'quercia' = toponimo sardo di Aritzo (al quale Pittau e io tuttavia abbiamo contrapposto differenti alternative), qualora fosse giusto il collegamento del Blasco, osservo che il nesso sk- in diverse parole albanesi ha prodotto il suono aspirato h- (ci sono casi financo nel sardo), e dalla radice indeuropea *(s)ker- 'tagliare', l'albanese ha prodotto harr 'potare, recidere', onde per cui l'isolato e opaco semanticamente, basco haritz potrebbe essere un qualche antico indoeuropeismo (: *skar-istos, o *skar-ikios), ben motivato formalmente e semanticamente (: "il corteccioso, il tagliabile") (cfr. slavo: kora 'corteccia', korice 'buccia, crosta', koreti 'diventare duro').
E che dire della località "Riu bide" che viene contrabbandata come il basco bide 'cammino, strada', quando la latinità ci propone il "rivo Vite", presso l'Esino? (http://it.wikisource.org/wiki/Istorie_dello_Stato_di_Urbino/Libro_Primo/Capitolo_Quarto)
Insomma quel che Blasco vuole utilizzare a favore della sua ipotesi, mi pare che gli si rivolta contro.
Il libro di Edoardo Blasco Ferrer è stato edito dalla De Gruyter.
Secondo Blasco Ferrer nella toponomastica sarda vi sono le tracce dell’arrivo in Sardegna di genti iberiche nei tempi paleolitici e neolitici.
Blasco sostiene la sua tesi prendendo toponimi oscuri (facenti capo a non più di una ventina di radici) e collazionandoli a "chiare" parole del basco (il quale essendo, come si dice da secoli, una lingua isolata, non si ribellerà a tali accostamenti).
Mi voglio soffermare su alcuni casi. Secondo Blasco nel fantomatico toponimo "Funtana Gorru" (de Mola) di Ulassai, si troverebbe l'aggettivo basco gorri "rosso", visto che talora le fontane, per ragioni chimiche, possiedono, dei composti rameosi che le fanno apparire così, e c'è una certa casistica di toponimi del tipo "fontana rossa". Ora appare ben strano che una parola latina (fons, fontana) si possa legare direttamente a un aggettivo prelatino (non è il classico toponimo tautologico, tipo Mongibello, che è mezzo latino: Mon(s) e mezzo arabo Gibel 'monte), qui siamo in una macedonia assoluta. Oltre a ciò, osservo: Tale Funtana Gorru di Ulassai (che riporta Paulis nel 1987 e lo emenda, perché inesistente in loco, e infatti non si trova affatto cercando tale forma on line), e Blasco riprende pro domo sua, pare in effetti inesistente; oppure se risulta unito a "de mola", verrebbe da pensare semmai a un originario: "funtana (a su) corru de (sa) mola" 'fontana all'angolo della macina', che per le note semplificazioni, che stanno dietro alla raccolta e inquadramento dei toponimi agrari, è stato ridotto a: Funtana Gorru de Mola. A Buddusò c'è: Funtana corru chelvinu, in cui palesemente non c'è nulla di rosso, bensì la rastremazione di: Funtana (de su) corru chelvinu 'fontana del corno di cervo'.
Eppure una base simile appare spesso a indicare fonti e sorgenti, vi indico i posti: Gurrai, località a 100 mt dalla fontana di Gaghisi (Sarule) (informazione di Michele Sirca)
Burri (nei condaghe: Gurri) monte e sorgente di Bonorva (cfr. P. Merci, Condaghe di San Nicola di Trullas, Nuoro 2001, pp. 170-171: Campo Javesu et (de) Gurri (on line: http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_26_20060401174021.pdf) (altri dati nel mio saggio)
Gorrispai/Gurrispai 'luogo di sorgenti a Nuoro' (Pittau, L'origine di Nùoro)
Cosa osservare in costruttivo?
1) La base è gurr- (e dunque non gorr-, lo vediamo da Gùrri di Bonorva, dove l'accento cade sulla vocale tonica, che non è modificabile in sardo, diversamente dalle atone)
2) I luoghi in questione non indicano luoghi rossi, né la locale acqua è rameosa
3) Persino la supposta chiave basca GORRI 'rosso, vivo' è sotto indagine, nel senso che si pensa che sia una parola attinta dal paleoeuropeo, cfr. infatti slavo gori 'fuoco' gorn 'forno' goreti 'bruciare' (che ha etimo indoeuropeo)
A mio parere è più verosimile l’albanese: gurrë 'fonte'.
Andiamo oltre. Il grande scopritore dell'Iberia individua un elemento -mele (o -nele) esempio in Macu-mele, Mara-mele, che sarebbe il basco mele/bele 'nero'; ora non poteva scegliere di peggio, ignorante com'è di indoeuropeistica il Nostro tralascia di dire che la base mel-, melə- 'nero', è praticamente certo che è indoeuropea, vedi greco melas, antico indiano malina, baltico melna ecc.; e la stessa cosa vale per Ilune, che sarebbe il basco illun 'oscurità' (senonché ilu- è attestato come 'nero, sporco' anche in molte lingue indoeuropee, dal greco alle lingue slave).
E anche per basco haritz 'quercia' = toponimo sardo di Aritzo (al quale Pittau e io tuttavia abbiamo contrapposto differenti alternative), qualora fosse giusto il collegamento del Blasco, osservo che il nesso sk- in diverse parole albanesi ha prodotto il suono aspirato h- (ci sono casi financo nel sardo), e dalla radice indeuropea *(s)ker- 'tagliare', l'albanese ha prodotto harr 'potare, recidere', onde per cui l'isolato e opaco semanticamente, basco haritz potrebbe essere un qualche antico indoeuropeismo (: *skar-istos, o *skar-ikios), ben motivato formalmente e semanticamente (: "il corteccioso, il tagliabile") (cfr. slavo: kora 'corteccia', korice 'buccia, crosta', koreti 'diventare duro').
E che dire della località "Riu bide" che viene contrabbandata come il basco bide 'cammino, strada', quando la latinità ci propone il "rivo Vite", presso l'Esino? (http://it.wikisource.org/wiki/Istorie_dello_Stato_di_Urbino/Libro_Primo/Capitolo_Quarto)
Insomma quel che Blasco vuole utilizzare a favore della sua ipotesi, mi pare che gli si rivolta contro.
domenica 7 novembre 2010
La pastorizia nuragica
di Mauro Peppino Zedda
A proposito dei contenuti dell’economia nuragica Lilliu ha scritto: «Non v’è dubbio che i nuragici erano pastori stabili, proprietari di greggi e di terre. In vaste tanche private o comunitarie pascolavano numerosi capi di bestiame bovino, caprino, ovino, suino; e i loro custodi, cantando alle stelle nelle notti luminose, ne invocavano prosperità e incremento. Greggi e terre furono la costante preoccupazione di difesa dei sardi antichi. L’organizzazione dei nuraghi nacque anche da queste esigenze ed urgenze di possesso e di sicurezza terriera ed armentarie di grossi pastori» (Lilliu 1988: 667) Qualche riga dopo aggiunge: «Lo stato sociale della Sardegna nuragica si fondava così sul prepotere d’un tipo sociologico che potremmo chiamare patriarcale (dove patriarca è il capo tribù e il principe, salvi il diverso modo e grado di potere). Lievitano ancora resistenze matriarcali della più antica civiltà contadina diminuita al livello del governo “familiare” della madre (specie là dove i pastori erano costretti alla mobilità della transumanza). La tradizione agricola neolitica femminile e “materna” è altresì radicata nelle forme magiche e religiose (anche pubbliche) nelle quali la donna è sacerdotessa, sibilla e depositaria di virtù mediche. Ma nel governo superiore della tribù, e poi del cantone principesco, nei tratti fondamentali della struttura economica e dell’assetto politico-sociale, nel processo storico della libera comunità e del popolo organizzato, il peso sostanziale e l’assoluta responsabilità risiedevano nel cervello e nell’azione di una società di maschi nel fisico e nello spirito aggressivo, con tendenza al dispotismo» (Lilliu 1988: 668). E continua: «La divisione distrettuale portava, spesso le tribù cantonali a scontri e guerre locali, a cui era movente lo spirito aggressivo delle comunità pastorali, desiderose di estendere il proprio territorio a danno altrui. Nel pastore stabile nuragico non si è spenta del tutto l’antica fiamma del pastore nomade portato dalla sua natura avventurosa e irrequieta, alla violenza, al possesso delle altrui cose e al dominio sul ricco e pacifico vicino» (Lilliu 1988: 669).
Dagli scritti di Lilliu emerge con chiarezza un pensiero notevolmente controverso. I suoi ragionamenti si fanno confusi nel cercare di conciliare i contenuti della sua interpretazione del nuraghe con una pastorizia transumante. Lilliu immagina una stratificazione sociale governata da una gerarchia costituita da principi cantonali, capotribù e capofamiglia; prospettando l’idea che il mondo nuragico fosse tutt’altro che normalizzato e che il bisogno di terre generasse uno stato di guerra continuo che vedeva coinvolte sia le diverse comunità cantonali sia le tribù interne al cantone.
Il suo discorso è tutt’altro che lineare e fa tenerezza osservare come la logica del nuraghe fortezza lo abbia portato a teorizzare una pastorizia stabile che causava tensioni guerresche e come non si sia accorto che la transumanza è in antitesi con la teoria dei cantoni in guerra l’uno con l’altro.
Su alcuni elementi concordo: che il sacro fosse gestito dalle donne e che nell’economia nuragica avesse una notevole importanza la pastorizia.
Nei tempi che precedono la pratica della coltivazione del foraggio e di cereali destinati al bestiame, nella Sardegna montuosa la pastorizia non poteva che essere nomade. Aveva bisogno di luoghi dove trovare sollievo ai rigori dell’inverno. E di luoghi in cui, in sostituzione dei pascoli riarsi dalla siccità o dal gelo invernale, si potevano accudire gli armenti con le fronde degli alberi.
In realtà la geomorfologia e climatologia dell’Isola, indica come impercorribile l’idea che nel periodo nuragico vi fosse una pastorizia stabile.
Immagino dunque, che nel mondo nuragico vi fosse una pastorizia transumante, con una transumanza che veniva esercitata entro i confini delle tre tribù nuragiche (Ilienses , balari, corsi).
Il fatto che l’allevamento del bestiame possa essere considerato come la spina dorsale del sistema produttivo nuragico non è un volo pindarico, ma un’interpretazione che emerge dall’analisi dei ritrovamenti archeologici.
Per quanto riguarda i resti di ossa animali, i dati finora acquisiti indicano la seguente presenza percentuale: 14% bovini, al 59% ovi-caprini (pecore, capre, mufloni), al 20 % suini (maiali e cinghiali) e al 7 % Cervidi (Perra 1997, Fonzo 1992). Di recente Ornella Fonzo si è espressa nel seguente modo: «Sulla base dell’analisi, tuttora in corso, dei reperti archeologici provenienti da alcuni siti, possono essere fatte le prime considerazioni riguardanti l’economia durante il BR, basata essenzialmente sull’allevamento dei bovini, suini ed ovicaprini, con apporti non trascurabili della caccia, essenzialmente al cervo e al cinghiale, ma anche al prolago, al riccio, alla volpe e agli uccelli, soprattutto nella parte meridionale dell’isola, che diventeranno ancora più significativi nelle fasi successive» (Lo Schiavo et al. 2004). Aggiungo che i maggiori resti del meridione sono dovuti alla natura geologica del territorio. Negli acidi suoli basaltici e granitici le ossa si “sciolgono”, mentre si conservano meglio in terreni basici di origine calcarea. Dunque non vi sono ragioni per dubitare che anche nel settentrione dell’Isola la pastorizia e la caccia fossero diffuse non certamente meno che nel meridione.
A proposito dei contenuti dell’economia nuragica Lilliu ha scritto: «Non v’è dubbio che i nuragici erano pastori stabili, proprietari di greggi e di terre. In vaste tanche private o comunitarie pascolavano numerosi capi di bestiame bovino, caprino, ovino, suino; e i loro custodi, cantando alle stelle nelle notti luminose, ne invocavano prosperità e incremento. Greggi e terre furono la costante preoccupazione di difesa dei sardi antichi. L’organizzazione dei nuraghi nacque anche da queste esigenze ed urgenze di possesso e di sicurezza terriera ed armentarie di grossi pastori» (Lilliu 1988: 667) Qualche riga dopo aggiunge: «Lo stato sociale della Sardegna nuragica si fondava così sul prepotere d’un tipo sociologico che potremmo chiamare patriarcale (dove patriarca è il capo tribù e il principe, salvi il diverso modo e grado di potere). Lievitano ancora resistenze matriarcali della più antica civiltà contadina diminuita al livello del governo “familiare” della madre (specie là dove i pastori erano costretti alla mobilità della transumanza). La tradizione agricola neolitica femminile e “materna” è altresì radicata nelle forme magiche e religiose (anche pubbliche) nelle quali la donna è sacerdotessa, sibilla e depositaria di virtù mediche. Ma nel governo superiore della tribù, e poi del cantone principesco, nei tratti fondamentali della struttura economica e dell’assetto politico-sociale, nel processo storico della libera comunità e del popolo organizzato, il peso sostanziale e l’assoluta responsabilità risiedevano nel cervello e nell’azione di una società di maschi nel fisico e nello spirito aggressivo, con tendenza al dispotismo» (Lilliu 1988: 668). E continua: «La divisione distrettuale portava, spesso le tribù cantonali a scontri e guerre locali, a cui era movente lo spirito aggressivo delle comunità pastorali, desiderose di estendere il proprio territorio a danno altrui. Nel pastore stabile nuragico non si è spenta del tutto l’antica fiamma del pastore nomade portato dalla sua natura avventurosa e irrequieta, alla violenza, al possesso delle altrui cose e al dominio sul ricco e pacifico vicino» (Lilliu 1988: 669).
Dagli scritti di Lilliu emerge con chiarezza un pensiero notevolmente controverso. I suoi ragionamenti si fanno confusi nel cercare di conciliare i contenuti della sua interpretazione del nuraghe con una pastorizia transumante. Lilliu immagina una stratificazione sociale governata da una gerarchia costituita da principi cantonali, capotribù e capofamiglia; prospettando l’idea che il mondo nuragico fosse tutt’altro che normalizzato e che il bisogno di terre generasse uno stato di guerra continuo che vedeva coinvolte sia le diverse comunità cantonali sia le tribù interne al cantone.
Il suo discorso è tutt’altro che lineare e fa tenerezza osservare come la logica del nuraghe fortezza lo abbia portato a teorizzare una pastorizia stabile che causava tensioni guerresche e come non si sia accorto che la transumanza è in antitesi con la teoria dei cantoni in guerra l’uno con l’altro.
Su alcuni elementi concordo: che il sacro fosse gestito dalle donne e che nell’economia nuragica avesse una notevole importanza la pastorizia.
Nei tempi che precedono la pratica della coltivazione del foraggio e di cereali destinati al bestiame, nella Sardegna montuosa la pastorizia non poteva che essere nomade. Aveva bisogno di luoghi dove trovare sollievo ai rigori dell’inverno. E di luoghi in cui, in sostituzione dei pascoli riarsi dalla siccità o dal gelo invernale, si potevano accudire gli armenti con le fronde degli alberi.
In realtà la geomorfologia e climatologia dell’Isola, indica come impercorribile l’idea che nel periodo nuragico vi fosse una pastorizia stabile.
Immagino dunque, che nel mondo nuragico vi fosse una pastorizia transumante, con una transumanza che veniva esercitata entro i confini delle tre tribù nuragiche (Ilienses , balari, corsi).
Il fatto che l’allevamento del bestiame possa essere considerato come la spina dorsale del sistema produttivo nuragico non è un volo pindarico, ma un’interpretazione che emerge dall’analisi dei ritrovamenti archeologici.
Per quanto riguarda i resti di ossa animali, i dati finora acquisiti indicano la seguente presenza percentuale: 14% bovini, al 59% ovi-caprini (pecore, capre, mufloni), al 20 % suini (maiali e cinghiali) e al 7 % Cervidi (Perra 1997, Fonzo 1992). Di recente Ornella Fonzo si è espressa nel seguente modo: «Sulla base dell’analisi, tuttora in corso, dei reperti archeologici provenienti da alcuni siti, possono essere fatte le prime considerazioni riguardanti l’economia durante il BR, basata essenzialmente sull’allevamento dei bovini, suini ed ovicaprini, con apporti non trascurabili della caccia, essenzialmente al cervo e al cinghiale, ma anche al prolago, al riccio, alla volpe e agli uccelli, soprattutto nella parte meridionale dell’isola, che diventeranno ancora più significativi nelle fasi successive» (Lo Schiavo et al. 2004). Aggiungo che i maggiori resti del meridione sono dovuti alla natura geologica del territorio. Negli acidi suoli basaltici e granitici le ossa si “sciolgono”, mentre si conservano meglio in terreni basici di origine calcarea. Dunque non vi sono ragioni per dubitare che anche nel settentrione dell’Isola la pastorizia e la caccia fossero diffuse non certamente meno che nel meridione.
lunedì 25 ottobre 2010
Su Nuraxi di Barumini
di Franco Laner
Non vado mai volentieri a Su Nuraxi, perché ogni volta si rinnova lo strazio del pessimo restauro-consolidamento del monumento.
Posso solo attenuare il negativo giudizio rapportandolo all’epoca dell’intervento. In quel periodo a Venezia si sostituivano le travi di larice dei solai della Cà d’Oro con solai in latero-cemento!
Girare fra il villaggio rimesso “in bello” con un coacervo di tecnologie costruttive, dove la malta la fa da padrona, con apparecchi murari decontestualizzati, non degni nemmeno di un muro di sostegno di una strada provinciale, con risibili architravi sulle porte di ingresso, in dispregio ad un minimo di regole dell’arte del costruire a secco, con lastre di pavimento posate verticalmente a mò di soglie, fa soffrire davvero molto! E vien solo voglia di scappare in un diruto nuraghe dove gli archeologi-ricostruttori non abbiano mai messo mano!
Se già un architetto può far danno, figuriamoci un letterato che non ha il minimo senso del grave!
Mi chiedo per quale benigna congiuntura non sia stata ricostruita almeno una torre coi mensoloni in aggetto, che ora sono raccolti assieme a centinaia di conci a protome taurina nell’area archeologica, conci che sono propri ed esclusivi dei pozzi e delle fonti sacre, così da esibire il castello-reggia-fortezza realmente e non solo nelle fantasmagoriche ricostruzioni virtuali.
O forse ci hanno provato e si sono accorti che era impossibile, anche con malta e calcestruzzo, uscire a sbalzo sulla sommità di un nuraghe!
L’improprio “restauro”, funzionale esclusivamente alla visione medioevale del suo archeologo e ai turisti di bocca buona richiama centomila visitatori all’anno e risolve – con cospicui finanziamenti regionali- un problema di occupazione, considerate le decine di guide, addetti vari e indotto.
Pertanto va bene così!
Volevo acquistare una fra le tante pintadere esposte, ma nessuna di esse era una copia fedele delle tante ritrovate nei siti nuragici sardi. Erano solo fantasiose interpretazioni, in coerenza con la visione distorta del monumento e del suo interprete e in coerenza con l’idea che non conta puntare ad un turismo, non dico culturale, ma almeno dignitoso. Conta il numero delle presenze, che aumentano quando c’è il maestrale o piove, perché non si sta in spiaggia!
Non è questo il turismo su cui puntare. O si pensa che i gadget made in Cina o i muri raffazzonati possano aver futuro? E’ necessario un cambio di paradigma, in primis archeologico, che ancora si incardina sul nuraghe-fortezza, madre di ogni sciocchezza e quindi di offerta di turismo culturale che il patrimonio sardo reclama, perché ora è avvilito e maldestramente sfruttato.
Non vado mai volentieri a Su Nuraxi, perché ogni volta si rinnova lo strazio del pessimo restauro-consolidamento del monumento.
Posso solo attenuare il negativo giudizio rapportandolo all’epoca dell’intervento. In quel periodo a Venezia si sostituivano le travi di larice dei solai della Cà d’Oro con solai in latero-cemento!
Girare fra il villaggio rimesso “in bello” con un coacervo di tecnologie costruttive, dove la malta la fa da padrona, con apparecchi murari decontestualizzati, non degni nemmeno di un muro di sostegno di una strada provinciale, con risibili architravi sulle porte di ingresso, in dispregio ad un minimo di regole dell’arte del costruire a secco, con lastre di pavimento posate verticalmente a mò di soglie, fa soffrire davvero molto! E vien solo voglia di scappare in un diruto nuraghe dove gli archeologi-ricostruttori non abbiano mai messo mano!
Se già un architetto può far danno, figuriamoci un letterato che non ha il minimo senso del grave!
Mi chiedo per quale benigna congiuntura non sia stata ricostruita almeno una torre coi mensoloni in aggetto, che ora sono raccolti assieme a centinaia di conci a protome taurina nell’area archeologica, conci che sono propri ed esclusivi dei pozzi e delle fonti sacre, così da esibire il castello-reggia-fortezza realmente e non solo nelle fantasmagoriche ricostruzioni virtuali.
O forse ci hanno provato e si sono accorti che era impossibile, anche con malta e calcestruzzo, uscire a sbalzo sulla sommità di un nuraghe!
L’improprio “restauro”, funzionale esclusivamente alla visione medioevale del suo archeologo e ai turisti di bocca buona richiama centomila visitatori all’anno e risolve – con cospicui finanziamenti regionali- un problema di occupazione, considerate le decine di guide, addetti vari e indotto.
Pertanto va bene così!
Volevo acquistare una fra le tante pintadere esposte, ma nessuna di esse era una copia fedele delle tante ritrovate nei siti nuragici sardi. Erano solo fantasiose interpretazioni, in coerenza con la visione distorta del monumento e del suo interprete e in coerenza con l’idea che non conta puntare ad un turismo, non dico culturale, ma almeno dignitoso. Conta il numero delle presenze, che aumentano quando c’è il maestrale o piove, perché non si sta in spiaggia!
Non è questo il turismo su cui puntare. O si pensa che i gadget made in Cina o i muri raffazzonati possano aver futuro? E’ necessario un cambio di paradigma, in primis archeologico, che ancora si incardina sul nuraghe-fortezza, madre di ogni sciocchezza e quindi di offerta di turismo culturale che il patrimonio sardo reclama, perché ora è avvilito e maldestramente sfruttato.
domenica 10 ottobre 2010
Vittorio Angius predecessore della Teoria della Continuità
di Mauro Peppino Zedda
Recentemente Gigi Sanna (nel blog di Gianfranco Pintore), ha messo in evidenza che Padre Vittorio Angius, può essere considerato un predecessore della Teoria della Continuità di Mario Alinei. Vi riporto uno stralcio dove Sanna cita l’Angius: “il canonico Vittorio Angius molto prima, quasi duecento anni fa (1838: Biblioteca Sarda: si veda 'Lingua antica de' Sardi' in Casalis, 1851, vol. XVIII, 2, pp. 527 -529 ) anticipava da un pulpito di enorme prestigio culturale e quindi anche linguistico qual era il Dizionario degli Stati di S.M:
Conosciamo la lingua de' sardi nel secolo VIII simile, fuori alcune lievi differenze, a quella che essi parlano nel secolo XII, e nessuno dubita che fosse pure quasi simile a quella che usavano al tempo di Augusto.
Ma era simile a questa, quella che parlavano avanti la dominazione romana?
Negano tutti, perché credono che la lingua sarda, tanto affine alla latina quanto tutti sanno, sia stata introdotta da' romani; ed io come ho già negato questo fatto contro l'opinione universale che credo un errore universale, lo negherò anche adesso.
Diceva nella Biblioteca Sarda (p. 312) in una notazione all'articolo letterario su gli improvvisatori sardi: '' Qui (in Sardegna) stanziarono alcuni secoli i saraceni e non alterarono la lingua nazionale; appena hanno in essa intruso alcune parole; dominarono per quattro secoli i penisolani dell'Iberia, ragonesi, catalani, valenzani, castigliani, e se non fosse stata piantata la colonia algherese non resterebbe di quelle lingue più che alcune parole; esiste per più di 130 anni una continua pratica coi piemontesi e non so quante parole si siano prese da essi.
Che si fa da questo? Che si possono alterare le opinioni, i costumi, le leggi e tutt'altro, di una nazione, quando viene in comunicazione strettissima con un'altra nazione di differenti opinioni, costumi, leggi, non mai la lingua''.
Soggiungeva poi: ''In Sardegna gli algheresi parlano catalano. Or tra essi intrometti mille che parlino il sardo, e pensa che avverrà nelle due lingue. Certamente i settemila algheresi non lasceranno il loro linguaggio nativo per parlare il sardo, né dissuaderanno i vocaboli della loro lingua della pluralità. Se essi nol facciano lo faranno senza dubbio i loro figli. Sia un'altra supposizione. Mischia alla popolazione algherese altrettanti sardi; ed avverrà che si abbandoni né l'uno né l'altro linguaggio, e dalla confusione ne nasca un terzo. Una terza supposizione, i settemila algheresi si fondano in quarantamila sardi, ed il catalano in breve cesserà''. Di che si ha una prova nella colonia straniera che abitava il castello di Cagliari, la quale come si confuse con gli abitatori de' quartieri bassi in breve dimenticò la lingua avita. Una dimostrazione di maggior evidenza ne abbiamo nell'Italia. In essa invasero cento orde di barbari ed alcune vi stabilirono la stanza; ma perché il loro numero era non più che il ventessimo o trentesimo della popolazione italiana, non poterono mutare la lingua che vi si parlava, affine, come quella dei sardi, alla latina, e solo le aggiunsero alcuni vocaboli e forme, che oramai tutti rigettano come barbarismi di vero nome.
Dunque se i saraceni, i goti, i vandali furono pochissimi verso la popolazione sarda, non potevano cagionare nessuna alterazione nella lingua degli isolani; quindi si potrà dire in buona logica, che se i romani non mandarono più milioni d'uomini ben parlanti la lingua del Lazio, la lingua della Sardegna non poté latinizzarsi, se non lo era.
Si dirà: che i sardi dovettero latinizzare quando Roma comandò che si parlasse nelle provincie la lingua latina. Ma può alcuno persuadersi che siasi potuto per un decreto ottenere, che in tutte le provincie gli uomini illetterati parlassero una lingua, cui non conoscevano, e lasciassero e lasciassero la lingua patria nelle cose domestiche e private? Del resto è certo che l'uso della lingua de' dominatori fu obbligatorio solamente negli atti pubblici.
Or aggiungo: i romani imperarono anche in varie regioni della Germania e nella isola Britannica, e tuttavolta non poterono volgarizzarsi la loro lingua latina; imperarono sopra vastissime regioni orientali e la loro lingua non vi allignò.
Si introdusse però nelle Gallie e nella Spagna. Vi si introduceva non più che in Sardegna; e devo tenere il lettore che le nazioni che ebbero un dialetto latino furono germogli della stessa stirpe de' latini, parimenti che i popoli sardi.
Di più se tra i sardi quelli che restarono soggetti ai romani dovettero lasciare la lingua nativa, questa si sarebbe dovuta conservare in quelle tribù che restarono sempre indipendenti da' romani . Ma come spiegare allora questo che nelle loro alpestri contrade il linguaggio sia meglio latino, che altrove?
Per conseguenza se i romani non la introdussero essa fu la lingua antichissima dell'isola, la lingua de' primi coloni dell'isola'.
Dai quali antecedenti è posto in evidenza l'errore di quelli i quali pretendono i primi popolatori dell'isola essere stati fenici, e la popolazione essere poi cresciuta con gli africani.”.
Recentemente Gigi Sanna (nel blog di Gianfranco Pintore), ha messo in evidenza che Padre Vittorio Angius, può essere considerato un predecessore della Teoria della Continuità di Mario Alinei. Vi riporto uno stralcio dove Sanna cita l’Angius: “il canonico Vittorio Angius molto prima, quasi duecento anni fa (1838: Biblioteca Sarda: si veda 'Lingua antica de' Sardi' in Casalis, 1851, vol. XVIII, 2, pp. 527 -529 ) anticipava da un pulpito di enorme prestigio culturale e quindi anche linguistico qual era il Dizionario degli Stati di S.M:
Conosciamo la lingua de' sardi nel secolo VIII simile, fuori alcune lievi differenze, a quella che essi parlano nel secolo XII, e nessuno dubita che fosse pure quasi simile a quella che usavano al tempo di Augusto.
Ma era simile a questa, quella che parlavano avanti la dominazione romana?
Negano tutti, perché credono che la lingua sarda, tanto affine alla latina quanto tutti sanno, sia stata introdotta da' romani; ed io come ho già negato questo fatto contro l'opinione universale che credo un errore universale, lo negherò anche adesso.
Diceva nella Biblioteca Sarda (p. 312) in una notazione all'articolo letterario su gli improvvisatori sardi: '' Qui (in Sardegna) stanziarono alcuni secoli i saraceni e non alterarono la lingua nazionale; appena hanno in essa intruso alcune parole; dominarono per quattro secoli i penisolani dell'Iberia, ragonesi, catalani, valenzani, castigliani, e se non fosse stata piantata la colonia algherese non resterebbe di quelle lingue più che alcune parole; esiste per più di 130 anni una continua pratica coi piemontesi e non so quante parole si siano prese da essi.
Che si fa da questo? Che si possono alterare le opinioni, i costumi, le leggi e tutt'altro, di una nazione, quando viene in comunicazione strettissima con un'altra nazione di differenti opinioni, costumi, leggi, non mai la lingua''.
Soggiungeva poi: ''In Sardegna gli algheresi parlano catalano. Or tra essi intrometti mille che parlino il sardo, e pensa che avverrà nelle due lingue. Certamente i settemila algheresi non lasceranno il loro linguaggio nativo per parlare il sardo, né dissuaderanno i vocaboli della loro lingua della pluralità. Se essi nol facciano lo faranno senza dubbio i loro figli. Sia un'altra supposizione. Mischia alla popolazione algherese altrettanti sardi; ed avverrà che si abbandoni né l'uno né l'altro linguaggio, e dalla confusione ne nasca un terzo. Una terza supposizione, i settemila algheresi si fondano in quarantamila sardi, ed il catalano in breve cesserà''. Di che si ha una prova nella colonia straniera che abitava il castello di Cagliari, la quale come si confuse con gli abitatori de' quartieri bassi in breve dimenticò la lingua avita. Una dimostrazione di maggior evidenza ne abbiamo nell'Italia. In essa invasero cento orde di barbari ed alcune vi stabilirono la stanza; ma perché il loro numero era non più che il ventessimo o trentesimo della popolazione italiana, non poterono mutare la lingua che vi si parlava, affine, come quella dei sardi, alla latina, e solo le aggiunsero alcuni vocaboli e forme, che oramai tutti rigettano come barbarismi di vero nome.
Dunque se i saraceni, i goti, i vandali furono pochissimi verso la popolazione sarda, non potevano cagionare nessuna alterazione nella lingua degli isolani; quindi si potrà dire in buona logica, che se i romani non mandarono più milioni d'uomini ben parlanti la lingua del Lazio, la lingua della Sardegna non poté latinizzarsi, se non lo era.
Si dirà: che i sardi dovettero latinizzare quando Roma comandò che si parlasse nelle provincie la lingua latina. Ma può alcuno persuadersi che siasi potuto per un decreto ottenere, che in tutte le provincie gli uomini illetterati parlassero una lingua, cui non conoscevano, e lasciassero e lasciassero la lingua patria nelle cose domestiche e private? Del resto è certo che l'uso della lingua de' dominatori fu obbligatorio solamente negli atti pubblici.
Or aggiungo: i romani imperarono anche in varie regioni della Germania e nella isola Britannica, e tuttavolta non poterono volgarizzarsi la loro lingua latina; imperarono sopra vastissime regioni orientali e la loro lingua non vi allignò.
Si introdusse però nelle Gallie e nella Spagna. Vi si introduceva non più che in Sardegna; e devo tenere il lettore che le nazioni che ebbero un dialetto latino furono germogli della stessa stirpe de' latini, parimenti che i popoli sardi.
Di più se tra i sardi quelli che restarono soggetti ai romani dovettero lasciare la lingua nativa, questa si sarebbe dovuta conservare in quelle tribù che restarono sempre indipendenti da' romani . Ma come spiegare allora questo che nelle loro alpestri contrade il linguaggio sia meglio latino, che altrove?
Per conseguenza se i romani non la introdussero essa fu la lingua antichissima dell'isola, la lingua de' primi coloni dell'isola'.
Dai quali antecedenti è posto in evidenza l'errore di quelli i quali pretendono i primi popolatori dell'isola essere stati fenici, e la popolazione essere poi cresciuta con gli africani.”.
sabato 9 ottobre 2010
Mito Antico (e moderno) e conoscenza astronomica (terza parte)
di Fabrizio Sarigu
L’universo dagli antichi era quindi immaginato come una sfera armillare (quella che per intenderci troviamo sovente in mano ai papi, ai santi, agli imperatori etc) dove l’armatura dei coluri avvolge tutta la struttura delle stelle fisse e al centro sta il nostro pianeta. Tutto l’universo è quindi ripartito in tre regni divisi sotto il seguente schema che appare sovente nei miti:
a) Cielo: dal tropico del cancro alla stella polare, la regione circumpolare del cielo abitata fra l’altro dai 7 re o saggi, le stelle dell’orsa, i 7 buoi a cui il mito aveva, fra gli altri, affidato il compito di far ruotare il “mulino” (settentrione deriva dal latino septem triones, i triones erano i buoi deputati a far ruotare la macina, il termine con cui indichiamo il “nord” ci deriva direttamente dal mito), la costellazione dell’orsa era fondamentale poiché il coluro solstiziale la attraversò passando per ciascuna delle sue sette stelle (ognuna di esse era associata ad un pianeta).
b) La terra quadrata: il piano dell’eclittica su cui si muovevano le forze planetarie. La quale a sua volta era divisa in due grandi blocchi, la “terra emersa” ossia la parte d’eclittica sopra l’orizzonte (da equinozio a equinozio passando per il polo nord) e quindi visibile all’osservatore durante le ore notturno, ed il “mare” ossia la parte dell’eclittica non visibile all’osservatore perché sotto l’orizzonte (da equatore ad equatore passando per il polo sud). Ecco spiegata l’allegoria dello sprofondare di Atlantide (ossia del pilastro dell’equinozio d’autunno) e dello spuntare dal mare di nuove terre (costellazione pilastro dell’equinozio di primavera), che nulla hanno a che spartire con la geografia del nostro pianeta.
c) Il regno dei morti: la parte di cielo che va dal tropico del capricorno al polo sud, rappresentata principalmente dalla nave sacra, la costellazione Argo e dal suo pilota, la stella remo Canopo, sede come vedremo delle misure.
Platone nel Timeo spiega proprio come si articola questo schema e di come l’incastro fra il piano dell’eclittica e dell’equatore (che lui chiama “l’altro” e il “medesimo”) sia raffigurabile con la lettera X dell’alfabeto greco.
Ma chi era Amleto? Perché era lui il proprietario del mulino?, in altra sede abbiamo detto che dietro Amleto si nasconde una precisa forza planetaria, ora è venuto il momento di presentare il signore e padrone del tempo, nonchè delle misure, ossia il pianeta Saturno.
Anzitutto è necessario spiegare il ruolo che i pianeti ricoprivano nella visione (sempre geocentrica ) che l’uomo aveva dell’universo. I pianeti (cani, come li chiamava Pitagora) erano le forze divine, non a caso conservano tuttora i nomi delle divinità, erano gli DEI. In seguito a causa della segretezza che circondava la scienza sacra, la gente comune finì per non capire più chi e cosa fossero gli dei, lasciandosi rapire da un processo di antropizzazione che nascose la vera origine delle credenze. I pianeti da un punto di vista geocentrico sono riconoscibili (ovviamente si parla dei pianeti visibili dalla terra, ossia Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) poiché si collocano sul piano dell’eclittica (come sappiamo nel nostro sistema solare i pianeti non si dispongono come gli elettroni rispetto al nucleo di un atomo, ma grosso modo su un unico piano) e ruotano nella direzione opposta a quella delle stelle fisse.
Il movimento apparente che essi delineano, che i greci disperatamente cercavano di ricondurre geometricamente a orbite circolari, permette di dividerli in due grandi gruppi:
A) Mercurio e Venere
B) Marte, Giove e Saturno
Mercurio e Venere, descrivendo orbite interne rispetto a quella della terra, hanno un moto apparente incredibilmente complesso, essi compiono incredibili evoluzioni, vanno avanti, tornano indietro, fanno “capriole” in un moto assolutamente irrazionale. Il mito spesso descrive infatti Mercurio come il pianeta/dio degli intestini, proprio per indicare la complessità del suo moto apparente. Questo viene espresso anche dal simbolo con cui oggi lo conosciamo, il caduceo, uno o due serpenti arrotolati su un bastone che simbolicamente indicano proprio la complessità del moto (spirale del serpente) attorno all’asse della terra (il d.n.a. non c’entra nulla, nonostante qualcuno sostenga il contrario…). Ciò che è incomprensibile, ma assolutamente spettacolare da un punto di vista geocentrico, diventa comprensibile dal nostro punto di vista eliocentrico. Mercurio e Venere sono pianeti interni rispetto all’orbita della terra, per questo coprono in meno tempo la loro rotazione attorno al sole (Mercurio è il più veloce, infatti era il messaggero degli dei, con le “ali” ai piedi). Ciò significa che ci “doppiano” ripetutamente creando delle “evoluzioni” particolari e risultando visibili soprattutto prima del sorgere del sole (stella del mattino) o dopo il tramonto (stella della sera), in quanto sono posti fra noi e il sole.
I movimenti dei pianeti esterni sono invece più semplici ma comunque molto spettacolari. In pratica compiono delle “capriole”, ossia il pianeta, rispetto al suo moto normale, pare ad un certo punto tornare indietro sui suoi passi per poi riprendere ad andare (vedere wikipedia alla voce Marte, c’è un filmato molto chiaro). Tali moti sono detti retrogradi per evidenti motivi, su tutti Marte, ritenuto non a caso anche il dio della danza.
Questi erano i fautori del tempo, le vere potenze e tutta la mitologia non è altro che un resoconto celato (anzi, celatissimo) delle loro evoluzioni, ossia una uranografia.
Fra le potenze planetarie, la più importante è quella ricoperta da Saturno/Kronos, signore del tempo e delle misure nonché dell’età dell’oro (il grande fabbro, deus faber, l’architetto). Egli ricoprì questo ruolo sia a causa del suo moto solenne (è il pianeta più “lento”), sia per via delle sue congiunzioni con Giove (trigono). Se il sole nel “attraversare” i segni dello zodiaco è la lancetta delle “ore precessionali”, nel cielo esiste un’altra fiaccola che segnava invece i minuti di un’era, tale fiaccola è il pianeta Saturno. Agli antichi mitografi dovette sembrare proprio segno della volontà creatrice l’esistenza di periodi che si accordavano l’uno con l’altro, così avviene che entro il tempo di un’era processionale, ossia 2160 anni, un angolo del trigono delle congiunzioni di Saturno con Giove percorre tutto lo zodiaco (in realtà impiega 2384 anni), cadenzando così i ritmi di un’era e consentendo di delinearne un inizio, una metà e una fine/inizio di una nuova era. Un nuovo segno zodiacale regnava a partire dal primo giorno di una grande congiunzione Saturno/Giove nel punto di passaggio, l’era dei pesci ebbe inizio con la prima congiunzione Saturno/Giove nel segno dei pesci avvenuta nel 6 a.C. (ecco cosa era la stella cometa del vangelo!!). Grazie a questo trigono, Saturno/Kronos fornisce veramente le misure al figlio Zeus. La sede di Saturno, dove egli si ritirò a seguito della caduta dell’età dell’oro (epoca dei gemelli, dove la via lattea, per la posizione ricoperta al momento, era un coluro equinoziale visibile e i tre regni erano uniti da un ponte/strada visibile, cosicché le anime dei morti non potevano perdersi, ecco perché età d’oro), è la stella Canopo, come più volte detto, considerata l’unico punto statico del cosmo poiché il polo sud era ritenuto esente dalla precessione. Giacchè il tempo è movimento (dei pianeti), l’unico luogo statico del firmamento non può che essere la sede-origine del tempo e quindi saturno-kronos ne è il signore.
Ci sarebbe un’infinità di altre cose da dire su quest’argomento, che però vanno ben oltre le mie modeste capacità di sintesi, spero solo di aver suscitato in voi delle domande e la curiosità di andare a leggere un saggio così importante per l’analisi storica del pensiero umano e della sua evoluzione.
P.S. il trigono è una figura che ripropone le congiunzioni tra Saturno e Giove rispetto ai segni dello zodiaco venendo a suddividere lo stesso in 4 triplicità corrispondenti ai quattro elementi:
1. Fuoco: Ariete, Leone, Sagittario
2. Terra: Toro, Vergine,Capricorno
3. Aria: Gemelli, Bilancia, Acquario
4. Acqua: Cancro, Scorpione, Pesci
(adesso si capisce perche nell’oroscopo i segni di acqua e aria paiono incoerenti, ossia che ci fa lo scorpione fra i segni d’acqua? E l’acquario perché è in aria?). Ogni 20 anni dunque avviene una grande congiunzione fra il Pianeta Saturno e Giove, congiunzione che ha come sottofondo un segno dello zodiaco, dopo 20 anni un’altra con a sua volta un segno e quindi una terza con un altro segno formando così un triangolo rispetto al cerchio dello zodiaco. Per ben 12 congiunzioni (circa 200 anni) si resta entro la triplicità che si è delineata e in 800 anni tutti gli “elementi” vengono attraversati. Se invece consideriamo un angolo del trigono, questo impiegherà per percorrere tutta la circonferenza zodiacale circa 2400 anni per tornare dal punto A al punto A, quando supererà il punto A entrando nel nuovo segno, ecco che quella è la data di nascita della nuova era, come avvenne per l’era dei pesci, inaugurata dalla prima congiunzione Saturno-Giove nel segno dei pesci appunto (6 a.C.).
L’universo dagli antichi era quindi immaginato come una sfera armillare (quella che per intenderci troviamo sovente in mano ai papi, ai santi, agli imperatori etc) dove l’armatura dei coluri avvolge tutta la struttura delle stelle fisse e al centro sta il nostro pianeta. Tutto l’universo è quindi ripartito in tre regni divisi sotto il seguente schema che appare sovente nei miti:
a) Cielo: dal tropico del cancro alla stella polare, la regione circumpolare del cielo abitata fra l’altro dai 7 re o saggi, le stelle dell’orsa, i 7 buoi a cui il mito aveva, fra gli altri, affidato il compito di far ruotare il “mulino” (settentrione deriva dal latino septem triones, i triones erano i buoi deputati a far ruotare la macina, il termine con cui indichiamo il “nord” ci deriva direttamente dal mito), la costellazione dell’orsa era fondamentale poiché il coluro solstiziale la attraversò passando per ciascuna delle sue sette stelle (ognuna di esse era associata ad un pianeta).
b) La terra quadrata: il piano dell’eclittica su cui si muovevano le forze planetarie. La quale a sua volta era divisa in due grandi blocchi, la “terra emersa” ossia la parte d’eclittica sopra l’orizzonte (da equinozio a equinozio passando per il polo nord) e quindi visibile all’osservatore durante le ore notturno, ed il “mare” ossia la parte dell’eclittica non visibile all’osservatore perché sotto l’orizzonte (da equatore ad equatore passando per il polo sud). Ecco spiegata l’allegoria dello sprofondare di Atlantide (ossia del pilastro dell’equinozio d’autunno) e dello spuntare dal mare di nuove terre (costellazione pilastro dell’equinozio di primavera), che nulla hanno a che spartire con la geografia del nostro pianeta.
c) Il regno dei morti: la parte di cielo che va dal tropico del capricorno al polo sud, rappresentata principalmente dalla nave sacra, la costellazione Argo e dal suo pilota, la stella remo Canopo, sede come vedremo delle misure.
Platone nel Timeo spiega proprio come si articola questo schema e di come l’incastro fra il piano dell’eclittica e dell’equatore (che lui chiama “l’altro” e il “medesimo”) sia raffigurabile con la lettera X dell’alfabeto greco.
Ma chi era Amleto? Perché era lui il proprietario del mulino?, in altra sede abbiamo detto che dietro Amleto si nasconde una precisa forza planetaria, ora è venuto il momento di presentare il signore e padrone del tempo, nonchè delle misure, ossia il pianeta Saturno.
Anzitutto è necessario spiegare il ruolo che i pianeti ricoprivano nella visione (sempre geocentrica ) che l’uomo aveva dell’universo. I pianeti (cani, come li chiamava Pitagora) erano le forze divine, non a caso conservano tuttora i nomi delle divinità, erano gli DEI. In seguito a causa della segretezza che circondava la scienza sacra, la gente comune finì per non capire più chi e cosa fossero gli dei, lasciandosi rapire da un processo di antropizzazione che nascose la vera origine delle credenze. I pianeti da un punto di vista geocentrico sono riconoscibili (ovviamente si parla dei pianeti visibili dalla terra, ossia Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) poiché si collocano sul piano dell’eclittica (come sappiamo nel nostro sistema solare i pianeti non si dispongono come gli elettroni rispetto al nucleo di un atomo, ma grosso modo su un unico piano) e ruotano nella direzione opposta a quella delle stelle fisse.
Il movimento apparente che essi delineano, che i greci disperatamente cercavano di ricondurre geometricamente a orbite circolari, permette di dividerli in due grandi gruppi:
A) Mercurio e Venere
B) Marte, Giove e Saturno
Mercurio e Venere, descrivendo orbite interne rispetto a quella della terra, hanno un moto apparente incredibilmente complesso, essi compiono incredibili evoluzioni, vanno avanti, tornano indietro, fanno “capriole” in un moto assolutamente irrazionale. Il mito spesso descrive infatti Mercurio come il pianeta/dio degli intestini, proprio per indicare la complessità del suo moto apparente. Questo viene espresso anche dal simbolo con cui oggi lo conosciamo, il caduceo, uno o due serpenti arrotolati su un bastone che simbolicamente indicano proprio la complessità del moto (spirale del serpente) attorno all’asse della terra (il d.n.a. non c’entra nulla, nonostante qualcuno sostenga il contrario…). Ciò che è incomprensibile, ma assolutamente spettacolare da un punto di vista geocentrico, diventa comprensibile dal nostro punto di vista eliocentrico. Mercurio e Venere sono pianeti interni rispetto all’orbita della terra, per questo coprono in meno tempo la loro rotazione attorno al sole (Mercurio è il più veloce, infatti era il messaggero degli dei, con le “ali” ai piedi). Ciò significa che ci “doppiano” ripetutamente creando delle “evoluzioni” particolari e risultando visibili soprattutto prima del sorgere del sole (stella del mattino) o dopo il tramonto (stella della sera), in quanto sono posti fra noi e il sole.
I movimenti dei pianeti esterni sono invece più semplici ma comunque molto spettacolari. In pratica compiono delle “capriole”, ossia il pianeta, rispetto al suo moto normale, pare ad un certo punto tornare indietro sui suoi passi per poi riprendere ad andare (vedere wikipedia alla voce Marte, c’è un filmato molto chiaro). Tali moti sono detti retrogradi per evidenti motivi, su tutti Marte, ritenuto non a caso anche il dio della danza.
Questi erano i fautori del tempo, le vere potenze e tutta la mitologia non è altro che un resoconto celato (anzi, celatissimo) delle loro evoluzioni, ossia una uranografia.
Fra le potenze planetarie, la più importante è quella ricoperta da Saturno/Kronos, signore del tempo e delle misure nonché dell’età dell’oro (il grande fabbro, deus faber, l’architetto). Egli ricoprì questo ruolo sia a causa del suo moto solenne (è il pianeta più “lento”), sia per via delle sue congiunzioni con Giove (trigono). Se il sole nel “attraversare” i segni dello zodiaco è la lancetta delle “ore precessionali”, nel cielo esiste un’altra fiaccola che segnava invece i minuti di un’era, tale fiaccola è il pianeta Saturno. Agli antichi mitografi dovette sembrare proprio segno della volontà creatrice l’esistenza di periodi che si accordavano l’uno con l’altro, così avviene che entro il tempo di un’era processionale, ossia 2160 anni, un angolo del trigono delle congiunzioni di Saturno con Giove percorre tutto lo zodiaco (in realtà impiega 2384 anni), cadenzando così i ritmi di un’era e consentendo di delinearne un inizio, una metà e una fine/inizio di una nuova era. Un nuovo segno zodiacale regnava a partire dal primo giorno di una grande congiunzione Saturno/Giove nel punto di passaggio, l’era dei pesci ebbe inizio con la prima congiunzione Saturno/Giove nel segno dei pesci avvenuta nel 6 a.C. (ecco cosa era la stella cometa del vangelo!!). Grazie a questo trigono, Saturno/Kronos fornisce veramente le misure al figlio Zeus. La sede di Saturno, dove egli si ritirò a seguito della caduta dell’età dell’oro (epoca dei gemelli, dove la via lattea, per la posizione ricoperta al momento, era un coluro equinoziale visibile e i tre regni erano uniti da un ponte/strada visibile, cosicché le anime dei morti non potevano perdersi, ecco perché età d’oro), è la stella Canopo, come più volte detto, considerata l’unico punto statico del cosmo poiché il polo sud era ritenuto esente dalla precessione. Giacchè il tempo è movimento (dei pianeti), l’unico luogo statico del firmamento non può che essere la sede-origine del tempo e quindi saturno-kronos ne è il signore.
Ci sarebbe un’infinità di altre cose da dire su quest’argomento, che però vanno ben oltre le mie modeste capacità di sintesi, spero solo di aver suscitato in voi delle domande e la curiosità di andare a leggere un saggio così importante per l’analisi storica del pensiero umano e della sua evoluzione.
P.S. il trigono è una figura che ripropone le congiunzioni tra Saturno e Giove rispetto ai segni dello zodiaco venendo a suddividere lo stesso in 4 triplicità corrispondenti ai quattro elementi:
1. Fuoco: Ariete, Leone, Sagittario
2. Terra: Toro, Vergine,Capricorno
3. Aria: Gemelli, Bilancia, Acquario
4. Acqua: Cancro, Scorpione, Pesci
(adesso si capisce perche nell’oroscopo i segni di acqua e aria paiono incoerenti, ossia che ci fa lo scorpione fra i segni d’acqua? E l’acquario perché è in aria?). Ogni 20 anni dunque avviene una grande congiunzione fra il Pianeta Saturno e Giove, congiunzione che ha come sottofondo un segno dello zodiaco, dopo 20 anni un’altra con a sua volta un segno e quindi una terza con un altro segno formando così un triangolo rispetto al cerchio dello zodiaco. Per ben 12 congiunzioni (circa 200 anni) si resta entro la triplicità che si è delineata e in 800 anni tutti gli “elementi” vengono attraversati. Se invece consideriamo un angolo del trigono, questo impiegherà per percorrere tutta la circonferenza zodiacale circa 2400 anni per tornare dal punto A al punto A, quando supererà il punto A entrando nel nuovo segno, ecco che quella è la data di nascita della nuova era, come avvenne per l’era dei pesci, inaugurata dalla prima congiunzione Saturno-Giove nel segno dei pesci appunto (6 a.C.).
lunedì 27 settembre 2010
Sul linguaggio dei nuragici
di Mauro Peppino Zedda
Nel 1987 Colin Renfrew nel saggio Archeologia e Linguaggio, dimostrò che l’idea di un’invasione di popolazioni indoeuropee nell’età del Rame fosse priva di riscontri archeologici, ma Renfrew non è stato altrettanto esemplare nella formulazione di una proposta alternativa. Alla romantica idea di un’invasione a dorso di cavallo, Renfrew antepone uno scenario basato su una lenta (millenaria) invasione agganciata all’adozione dell’agricoltura.
La sua proposta è senz’altro più verosimile delle precedenti ipotesi. Ma più convincente mi appare la Teoria della Continuità proposta da Mario Alinei (Origini delle lingue d’Europa, 1996), che vede le lingue indoeuropee presenti in Europa già da tempi antichissimi.
Alinei nella sua analisi mette in luce come la distribuzione delle lingue flessive, isolanti e agglutinanti, trova un singolare parallelo con le modalità di scheggiatura degli utensili in pietra che hanno accompagnato e caratterizzato la più lontana preistoria umana. Propone una Teoria della Continuità lunga e una breve, lasciando a studi futuri il compito di valutare quale sia più pertinente.
Mario Alinei propende per quella lunga (che condivido), ma non è questo l’essenziale, a lui interessa dimostrare che sul finire del Paleolitico Superiore i gruppi linguistici europei erano già nettamente separati e insediati nelle loro sedi storiche.
Per Alinei nella Sardegna pre-romana si parlava una lingua italide affine al latino. Ecco come spiega i caratteri della lingua nuragica: «Come abbiamo visto, i sardi che si rifugiano sulle montagne per difendere la loro libertà, sono spesso invocati per spiegare la maggiore “sardità” linguistica dell’area montana: è qui, infatti che si sono mantenute la /k/ e /g/ velari latine (cioè italidi), è qui che si parla il Sardo più vicino al Latino (leggi: Italide) in tanti aspetti, formali e semantici. Tuttavia, vi è un “piccolo” problema in questa visione. Nella teoria tradizionale, accettata da Lilliu, la lingua che i sardi del Centro montano continuano a parlare, non è - né può essere – quella latina o sua affine. Lilliu, che attinge alla linguistica degli anni Cinquanta (in mancanza di meglio, come lui stesso ci ha detto), afferma infatti che la lingua dei Sardi della montagna doveva avere «un fondamento comune libio-ibero-ligure (o mediterraneo occidentale)». Ora, è curioso che nessuno studioso abbia finora notato la stridente contraddizione inerente a questa tesi. Se i Sardi nuragici non erano italidi, ma di ceppo etnico e linguistico anIE, quelli fra loro che si erano rifugiati sulle montagne avrebbero dovuto conservare meglio le caratteristiche linguistiche originarie del loro sostrato, e quindi avrebbero dovuto allontanarsi maggiormente dal latino o da una lingua affine. Proprio perché la conservatività del Sardo montano e l’innovatività del Sardo della pianura risultano da un confronto fatto rispetto al latino, esse sono inconciliabili con la tesi tradizionale. Diventano al contrario del tutto comprensibili e prevedibili se la lingua dei Sardi nuragici, all’epoca della ritirata sulle montagne, fosse stata italide, cioè una variante del Latino! In altri termini è l’Italide dei Sardi fuggiti in montagna che si è conservato meglio, così come è l’Italide dei Sardi “mescidati” delle pianure, che ha subito l’influsso di lingue non italidi e ha innovato. Occorre rovesciare completamente l’assunto tradizionale per dargli un senso e una logica.
Le prove di continuità culturale, così evidenti nell’isola anche nel periodo di decadenza e di fine della civiltà dei nuraghi (500-238), portano gli studiosi che assumono l’assunto tradizionale a una conclusione obbligatoria, che Lilliu esprime così: «la romanizzazione delle genti del centro «fu […] un fatto di lingua e non di cultura». Ora nell’ambito di una visione antropologica della linguistica, questo sviluppo sarebbe un unicum assolutamente sbalorditivo. Lingua e cultura non possono essere separati in questa misura. Non sono la stessa cosa, ovviamente, ma sono avviluppati in un reticolo di rapporti talmente complesso da rendere impossibile un cambiamento dell’una senza conseguenze per l’altra. […] La lingua dei Sardi non sarebbe mai rimasta quella che è, in tanti dettagli che la avvicinano a un tipo italide arcaico, e la differenziano da tutte le altre parlate neolatine, se la continuità culturale e materiale così tipica dei Sardi tradizionali non fosse sempre stata associata, dal neolitico all’epoca nuragica, e da questa fino all’occupazione romana e alla cristianizzazione a una stessa etnia.
Scopo di questa illustrazione era di mostrare come lo sviluppo culturale della Sardegna preistorica, dalla Ceramica Impressa/Cardiale fino alla civiltà nuragica, possa essere interpretato come affermazione originalissima da parte di un gruppo italide, parallelo ma indipendente sia da quello appenninico italico, che da quello medio-italiano latino e da quello franco-iberico. Il problema di fondo per la Sardegna, forse più ancora che per la Corsica, resta quello degli apporti anIE e di altri gruppi IE, da quello di eventuali adstrati peri-IE risalenti al Mesolitico se non a prima, al superstrato “orientale” dei coltivatori immigrati dalla mezzaluna Fertile, a quello celtico introdotto dal Megalitismo e dal Campaniforme, a quello greco e fenicio» (Alinei 2000).
Quanto affermato da Alinei sarebbe valido anche adottando lo schema di Renfrew. In Sardegna si parla indoeuropeo perlomeno dal Neolitico Antico.
Per chi non conosce le opere di Alinei e Renfrew specifico che per loro il cosiddetto IE italide abbracciava oltre alla penisola italiana, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, anche le coste mediterranee della Francia e dell’Iberia.
Nel 1987 Colin Renfrew nel saggio Archeologia e Linguaggio, dimostrò che l’idea di un’invasione di popolazioni indoeuropee nell’età del Rame fosse priva di riscontri archeologici, ma Renfrew non è stato altrettanto esemplare nella formulazione di una proposta alternativa. Alla romantica idea di un’invasione a dorso di cavallo, Renfrew antepone uno scenario basato su una lenta (millenaria) invasione agganciata all’adozione dell’agricoltura.
La sua proposta è senz’altro più verosimile delle precedenti ipotesi. Ma più convincente mi appare la Teoria della Continuità proposta da Mario Alinei (Origini delle lingue d’Europa, 1996), che vede le lingue indoeuropee presenti in Europa già da tempi antichissimi.
Alinei nella sua analisi mette in luce come la distribuzione delle lingue flessive, isolanti e agglutinanti, trova un singolare parallelo con le modalità di scheggiatura degli utensili in pietra che hanno accompagnato e caratterizzato la più lontana preistoria umana. Propone una Teoria della Continuità lunga e una breve, lasciando a studi futuri il compito di valutare quale sia più pertinente.
Mario Alinei propende per quella lunga (che condivido), ma non è questo l’essenziale, a lui interessa dimostrare che sul finire del Paleolitico Superiore i gruppi linguistici europei erano già nettamente separati e insediati nelle loro sedi storiche.
Per Alinei nella Sardegna pre-romana si parlava una lingua italide affine al latino. Ecco come spiega i caratteri della lingua nuragica: «Come abbiamo visto, i sardi che si rifugiano sulle montagne per difendere la loro libertà, sono spesso invocati per spiegare la maggiore “sardità” linguistica dell’area montana: è qui, infatti che si sono mantenute la /k/ e /g/ velari latine (cioè italidi), è qui che si parla il Sardo più vicino al Latino (leggi: Italide) in tanti aspetti, formali e semantici. Tuttavia, vi è un “piccolo” problema in questa visione. Nella teoria tradizionale, accettata da Lilliu, la lingua che i sardi del Centro montano continuano a parlare, non è - né può essere – quella latina o sua affine. Lilliu, che attinge alla linguistica degli anni Cinquanta (in mancanza di meglio, come lui stesso ci ha detto), afferma infatti che la lingua dei Sardi della montagna doveva avere «un fondamento comune libio-ibero-ligure (o mediterraneo occidentale)». Ora, è curioso che nessuno studioso abbia finora notato la stridente contraddizione inerente a questa tesi. Se i Sardi nuragici non erano italidi, ma di ceppo etnico e linguistico anIE, quelli fra loro che si erano rifugiati sulle montagne avrebbero dovuto conservare meglio le caratteristiche linguistiche originarie del loro sostrato, e quindi avrebbero dovuto allontanarsi maggiormente dal latino o da una lingua affine. Proprio perché la conservatività del Sardo montano e l’innovatività del Sardo della pianura risultano da un confronto fatto rispetto al latino, esse sono inconciliabili con la tesi tradizionale. Diventano al contrario del tutto comprensibili e prevedibili se la lingua dei Sardi nuragici, all’epoca della ritirata sulle montagne, fosse stata italide, cioè una variante del Latino! In altri termini è l’Italide dei Sardi fuggiti in montagna che si è conservato meglio, così come è l’Italide dei Sardi “mescidati” delle pianure, che ha subito l’influsso di lingue non italidi e ha innovato. Occorre rovesciare completamente l’assunto tradizionale per dargli un senso e una logica.
Le prove di continuità culturale, così evidenti nell’isola anche nel periodo di decadenza e di fine della civiltà dei nuraghi (500-238), portano gli studiosi che assumono l’assunto tradizionale a una conclusione obbligatoria, che Lilliu esprime così: «la romanizzazione delle genti del centro «fu […] un fatto di lingua e non di cultura». Ora nell’ambito di una visione antropologica della linguistica, questo sviluppo sarebbe un unicum assolutamente sbalorditivo. Lingua e cultura non possono essere separati in questa misura. Non sono la stessa cosa, ovviamente, ma sono avviluppati in un reticolo di rapporti talmente complesso da rendere impossibile un cambiamento dell’una senza conseguenze per l’altra. […] La lingua dei Sardi non sarebbe mai rimasta quella che è, in tanti dettagli che la avvicinano a un tipo italide arcaico, e la differenziano da tutte le altre parlate neolatine, se la continuità culturale e materiale così tipica dei Sardi tradizionali non fosse sempre stata associata, dal neolitico all’epoca nuragica, e da questa fino all’occupazione romana e alla cristianizzazione a una stessa etnia.
Scopo di questa illustrazione era di mostrare come lo sviluppo culturale della Sardegna preistorica, dalla Ceramica Impressa/Cardiale fino alla civiltà nuragica, possa essere interpretato come affermazione originalissima da parte di un gruppo italide, parallelo ma indipendente sia da quello appenninico italico, che da quello medio-italiano latino e da quello franco-iberico. Il problema di fondo per la Sardegna, forse più ancora che per la Corsica, resta quello degli apporti anIE e di altri gruppi IE, da quello di eventuali adstrati peri-IE risalenti al Mesolitico se non a prima, al superstrato “orientale” dei coltivatori immigrati dalla mezzaluna Fertile, a quello celtico introdotto dal Megalitismo e dal Campaniforme, a quello greco e fenicio» (Alinei 2000).
Quanto affermato da Alinei sarebbe valido anche adottando lo schema di Renfrew. In Sardegna si parla indoeuropeo perlomeno dal Neolitico Antico.
Per chi non conosce le opere di Alinei e Renfrew specifico che per loro il cosiddetto IE italide abbracciava oltre alla penisola italiana, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, anche le coste mediterranee della Francia e dell’Iberia.
Iscriviti a:
Post (Atom)