mercoledì 11 febbraio 2026

In ricordo di Arnold Lebeuf

 di Franco Laner

Arnold Lebeub è stato uno storico delle religioni, professore all’università di Cracovia e uno dei maggiori cultori di archeoastronomia, con riconoscimenti internazionali.

Negli ultimi vent’anni ha soggiornato a Sardara, dedicando ogni risorsa allo studio del più bel monumento nuragico, il pozzo di S. Cristina a Paulilatino.

 
 Purtroppo è arrivata la brutta notizia, anche se annunciata. L’avevo visto lo scorso 5 ottobre nella sua casa di Sardara con Mauro Zedda. Era di ritorno dal Messico dove aveva visto l’ultima moglie e il suo figlioletto Martin. Lo trovammo emaciato, sofferto nel corpo e nello spirito.

A dire il vero è sempre stato magro e ostentava un atteggiamento dimesso, essenziale, disinteressato: mi ricordava il grande Brunelleschi che non si curava affatto dell’aspetto esteriore significando che sono altri i valori che meritano attenzione.

Durante quella visita ci raccontò ripetutamente come ebbe modo di star solo per alcuni giorni con Martin e girovagare: “Papà – gli disse alla fine – sono stati i più bei giorni della mia vita!”

Chiedemmo ai vicini di farlo ricoverare. E’ stato amorevolmente curato nelle strutture sanitarie sarde. Mi sono sentito orgoglioso del mio Paese.

Arnold ha dato un formidabile contributo alla civiltà nuragica in cui si identifica la Sardegna. Ha dato dignità scientifica alla bellezza del Pozzo di S. Cristina. Il libro che lo ha impegnato per anni e che cristallizza il grande cambio di paradigma inveratosi all’uscita del Neolitico, quando l’uomo con l’agricoltura e la zootecnica si svincolò dai problemi materiali ed ebbe tempo di osservare, in primis la perfezione e iterazione cosmica e tentare la spiegazione dei fenomeni. Nasce la scienza.

Il pozzo, dopo il libro di Arnold, non è più solo un tempio orientato astronomicamente a scopo rituale, bensì un osservatorio lunare funzionale a predire le eclissi.

Lo sentii la prima volta quasi vent’anni fa quando presentò a Serri le sue ipotesi sul pozzo. Alla fine, con impeto, mi alzai ed esclamai a tutta voce “Chapeau”! Mi ringraziò in francese, sua lingua natale, parlava fluentemente l’inglese, il polacco e lo spagnolo che preferiva fra tutte le lingue.

Mi piacerebbe che fosse sepolto nel recinto santuariale di S. Cristina, fra le cumbessias e il pozzo o che almeno le sue ceneri si miscelassero con l’acqua sacra del pozzo.

Ho immensamente apprezzato la sua ironia, qualità dei grandi. Un distacco dalla materialità della vita, pur vivendone tutti gli aspetti.

Amava i mandorli e ne aspettava la fioritura.


domenica 28 dicembre 2025

Una critica a: A Study on the Stability and Construction Techniques of Nuragic Towers

 di Franco Laner

Un gruppo di studiosi ha recentemente pubblicato un interessante articolo sulla stabilità e le tecniche costruttive dei nuraghi: Augusto Bortolussi, Valentina Dentoni, Cristina Levanti, Stefano Cara, Francesco Pinna e Battista Grosso: A Study on the Stability and Construction Techniques of Nuragic Towers (2025), in International Journal of Architectural Heritage Conservation, Analysis, and Restoration.

A mio parere la loro analisi dimostra la scarsa conoscenza della materialità strutturale, delle tecnologie costruttive, dei processi realizzativi e soprattutto l’errata concezione strutturale sottesa ai nuraghi.

Le conclusioni non hanno nessuna relazione con il fuori servizio dei nuraghi, facilmente constatabile con sopralluoghi e osservazioni dell’esistente.

Ogni esercizio, pur che rimanga sulla carta, non porta a danni irreversibili, anzi può essere un modo di confronto fra studiosi, a patto che si dimostri la conoscenza eidetica dell’argomento o perlomeno il contesto storico, culturale e tecnico della realizzazione di questi manufatti.

Se -ex abrupto – vi chiedessero un parere sulla sicurezza statica delle piramidi, penso che rispondereste che non avete mai sentito che ci siano problemi di crolli: sono lì da 4500 anni…Ma più verosimilmente, almeno io, risponderei che la domanda appare già risolta nei termini in cui viene posta e pertanto la questione è chiusa. In altre parole non capirei perché rispondere, anche se possedessi il più efficace modello di verifica, ad un problema così mal posto e decontestualizzato.

Riformulo ora la domanda, riferendola ai nuraghi, anche loro in piedi da più di tre millenni e mezzo e rifletterei un poco di più, proprio perché non tutti sono ancora in piedi, ma non perché siano collassati, bensì perché degradati o distrutti, cosa assai diversa dal crollo. Ho visto diversi nuraghi, osservato e analizzato le modalità di fuori servizio: affermo che il loro disfacimento inizia sempre dall’alto. Tolta una pietra, viene a mancare la continuità dell’insieme. Le pietre vicine, prive di contrasto, sono vulnerabili e facilmente spostabili. Si invera, per così dire, un processo inverso a quello costruttivo.

Anche rotture locali, ad esempio di architravi d’entrata, comportano l’adattamento dell’organismo murario di una nuova configurazione – la trave, da trave semplicemente appoggiata, diventa arco spingente, senza crolli a catena e così cedimenti fondali portano a nuovi assestamenti strutturali.

La prima regola per la durabilità di una muratura di pietra a secco – ciclopica –è che ogni elemento non dorma mai (ho scritto qualche articolo, uno con titolo significativo: Nessun dorma!).

La struttura deve essere pervasa, incessantemente, da energia, tensione. Il cuneo, la zeppa, è la macchina semplice che concorre, assieme alla gravità, a conferire questa intima vitalità alle strutture a secco. La zeppa non è un materiale di riempimento e non secondario (dall’articolo in esame: cavità riempite da pietre più piccole): è strutturale!

In Sardegna ci sono ancora eccellenti muratori di muri a secco che possono confermare questo principio: è necessario “sentire” la vitalità strutturale, altrimenti il concio, libero e inerme, torna a terra.

La seconda osservazione è che per avvicinarsi alla cultura costruttiva a secco praticata dai micenei e nuragici per realizzare archi, volte e cupole, è necessario abbandonare l’attuale concezione ad arco, volta e cupola. La posa degli elementi strutturali è orizzontale, su piani paralleli. Per realizzare la struttura si procede con corsi murari a strati: realizzato un corso, si ricomincia con un altro corso, si ritorna ab initio, in armonia con l’eterno ritorno e la concezione circolare del tempo.

Diciamo – solo per assecondare il modello di verifica proposto – che i corsi sono perfettamente isodomi, anche se a rigore i corsi non sono di uguale altezza, i conci non sono squadrati o levigati (l’isodomia si ha nei pozzi di S. Cristina, a Proedio Canopoli, su Tempiesu…) e soprattutto, specie nel paramento esterno l’opus è poligonale, mai quadratum.

La letteratura tecnica è esauriente per archi, volte e cupole concepite col principio classico dell’arco, con elementi solo compressi, che comportano il controllo della spinta e della curva delle pressioni, ma assolutamente carente per archi, volte e cupole realizzate con conci a sbalzo successivo dove alla compressione, trazione e taglio si associano sollecitazioni di presso-flessione e momenti flettenti e ribaltanti.

Siamo di fronte a due diverse tecnologie costruttive, a due diverse concezioni strutturali, per di più per la tecnologia nuragico-micenea, la concezione sottesa alla tholos fa ricorso ad uno straordinario stato di coazione, impossibile per le volte che fanno ricorso a una condizione di equilibrio per annullare il ribaltamento dovuto alla coppia data dalla reazione e la risultante dei carichi a sbalzo, con opportuni carichi all’intradosso della volta e soprattutto a conci di opportuna lunghezza.

Sulla coazione degli anelli della tholos ho spesso detto, esempio in “Sa ‘Ena” (2012). Semplificando al massimo: se mettessi un anello chiuso sopra un altro di maggior diametro, non ci sarebbero spinte e potrei formare una cupola, addirittura con l’oculus aperto. Ma i corsi circolari di pietra sono discontinui; proprio però l’incessante forza di gravità che tenderebbe a rovesciare i conci a sbalzo dell’anello, si scompone in forza orizzontale, che impedisce il rovesciamento per l’effetto arco orizzontale dovuto ai conci trapezoidali. Si invera in altre parole uno stato di coazione che sfrutta proprio la forza di gravità da vincere che rende continua e in tensione di compressione la discontinuità dei conci dell’anello.

Per la volta, il rovesciamento e il crollo dovuto alle forze peso dei conci a sbalzo con la reazione alla base, è impedito se la risultante dei carichi a sbalzo è all’interno del terzo medio dell’area di base. La tecnologia costruttiva provvede con l’impiego di conci a sbalzo lunghi, in modo da portare il baricentro verso l’interno e con sapienti carichi aggiuntivi verso l’esterno della volta (cfr. scheda esplicativa in Acqua Nuragica, Pozzi e fonti da S. Cristina a is Clamoris 2026, in corso di stampa).

La sicurezza e stabilità dei nuraghi dipende dalla tecnologia costruttiva, dalla loro concezione strutturale, non mai da modelli strutturali che suonano anacronisticamente, filologicamente scorretti, o da strumenti moderni e contemporanei messi a punto per la quantificazione della sicurezza di nuovi materiali, concezioni strutturali, processi e sistemi costruttivi

 
Il modello di nuraghe scelto per l’applicazione del metodo ad elementi discreti non ha alcun riscontro coi nuraghi reali, poiché è molto al di fuori del rapporto statistico fra il diametro esterno e l’altezza dei nuraghi: in una parola è sproporzionato. Mi danno anche molto fastidio gli 80cm fra l’apice della tholos e sommità del nuraghe perché il sistema costruttivo nuragico/miceneo prevede l’apertura dell’oculus.

Il modello di nuraghe proposto non ha alcun riscontro con la realtà. È vero che esistono nuraghi con 15m di diametro esterno. È vero che ci sono nuraghi di 8m di altezza. Quindi il modello scelto con queste dimensioni è plausibile? Assolutamente no, perché l’altezza minima dei nuraghi di 15m di diametro è superiore a 12m e inferiore a 18m e ad un’altezza di 8,1m corrisponde un diametro minimo di 6-7m e massimo di 10m, per il semplice motivo che il rapporto diametro/altezza statisticamente osservato su centinaia di nuraghi varia fra 0,8 e 1,3.

Dopo questa osservazione, a rigore, la lettura dell’articolo dovrebbe interrompersi. Qualora una teoria palesi un passaggio non logico o non consequenziale, insomma sbagliato, va rigettata: come teorizzò Karl Popper.

L’esercizio viene dunque condotto su un modello di nuraghe inesistente e lontanissimo dalla realtà. Siccome il modello di verifica proposto si fonda essenzialmente sulla spinta del materiale incoerente frapposto fra la tholos e il paramento esterno, si capisce che l’esempio, che ha un inverosimile quantità di materiale incoerente per l’inusitata larghezza della massa muraria a fonte di modesta altezza, introduce un parametro fantasioso.

Nuraghe Burghidu ad Ozieri. L’immagine è tratta dalla tesi di laurea di A. Nichele e M. Zanoni, io relatore con S. Gasparini e E. Passeler, Iuav, a.a. 2004-05 e presenta il prospetto sud eseguito da A. Della Marmora (1840) con l’evidenza delle parti mancanti a distanza di 150 anni. Non ricordo di aver notato fra i paramenti materiale di riempimento.

Cosa di verosimile sappiamo dire ad esempio sui processi costruttivi? Come venivano spostati i grandi massi, come venivano messi in opera? Impossibile il loro sollevamento – non si possono attestare all’epoca macchine sollevatrici di sorta – il masso deve toccare sempre il terreno, quindi il problema di trascinamento è un problema di riduzione di attrito, ovvero di riduzione di area di contatto: dal piano di contatto grave-terreno, con la slitta si passa alla linea di contatto e con la ruota al punto. Sconosciuta la ruota o se conosciuta impossibile dimensionare mozzi resistenti a carichi di decine di quintali, quindi slitta. Per i carichi, sotto un paio di quintali, anche barelle per più uomini, quindi sollevamento, ma solo per conci posti in opera verso l’alto del nuraghe.

È necessaria la rampa per il trasporto in opera, rampa che è ricavata, a spirale, nello stesso nuraghe. Nei nuraghi, come per le piramidi, le rampe, ovvero il piano inclinato, altra macchina semplice, erano ricavate nella stessa costruzione: vedi La construction des ‘nuraghi’ en Sardegne Le ‘nuraghe’ envisagé comme machine de lui-même, in Mécanique et Archtecture, 1995. Nella tecnologia costruttiva c’è la risposta alla stabilità dei nuraghi, non nei modelli. Nella resistenza e nel peso della pietra, nella concezione strutturale, nel cantiere, va cercata la chiave per necessari interventi conservativi e di messa in sicurezza. E la chiave è spesso diversa per ogni nuraghe, unico, come un ammalato anche i nuraghi richiedono terapie personalizzate. Nonostante il titolo della memoria non rilevo una riga sui sistemi costruttivi e mi viene il sospetto che gli autori non ne sappiano granché e che abbiano guardato nuraghi, ma non visti.

I dati che assumono, tranne il lodevole sforzo di dare misura ai conci in relazione all’altezza, sono desunti da letteratura, quasi a smarcarsi da responsabilità. Una ricerca appena rigorosa non può fidarsi di osservazioni espresse da non addetti ai lavori (archeologi) che sanno di cocci ma non di gravi.

Non era mia intenzione dilungarmi. Eppure mi accorgo che non bastano poche righe per esprimere la mia perplessità sull’articolo. Lo scopo è ben chiaro: se posseggo un modello di verifica posso intervenire in caso di insicurezza. Ma è proprio ciò che non condivido. L’applicazione del MED (metodo ad elementi discreti) mostra che i corsi vulnerabili, dove ci potrebbe essere l’espulsione di materiale e quindi collasso, posso prevederli (dall’articolo: Il collasso avviene con l'espulsione radiale dei blocchi di uno degli anelli mediani (il quinto anello nella configurazione analizzata), seguita dalla perdita di contatto tra i blocchi superiori e, infine, dalla disconnessione dell'intera struttura). Ecco allora che potrei mirare l’intervento, magari con una cerchiatura di acciaio, di cemento armato, di fibre di carbonio o altre moderne diavolerie: pazzesco. L’articolo non prevede tecnologie, ma apre a queste funeste eventualità: la messa in sicurezza dei nuraghi deve essere per me eseguita con la pietra, assecondando la concezione strutturale originaria e la regola dell’arte originaria! Altrimenti mille volte meglio il lento degrado, la morte: anche l’organismo murario ha un tempo di vita come è per me. A parte la considerazione dei miseri e disastrosi esiti degli interventi di consolidamento eseguiti negli ultimi decenni: non ho alcun elenco di esito virtuoso!

Ritorno allora sul degrado e il disfacimento dei nuraghi. Spesso c’è lo zampino dell’uomo che provvede a lasciare in piedi solo ciò che non riesce a portare altrove. La perdita di mutuo contrasto, dovuta allo spostamento delle pietre apicali, più leggere, provoca il disfacimento a effetto domino. Ovviamente anche cedimenti strutturali locali possono influire progressivamente sull’innesto di fuori servizio, che comunque attenti rilievi ed esperienza diagnostica possono individuare e arrestare. Il nuraghe è un sistema robusto, (per robustezza in tecnica delle costruzioni si intende la capacità di sopportare eventi imprevisti: un cedimento locale non deve ripercuotersi in modo sproporzionato all’insieme o farlo collassare). Questo concetto ci deve aiutare nell’eventuale consolidamento.

Alcune ulteriori osservazioni incondivisibili: il nuraghe non è una struttura a sacco di romana tecnologia: muri perimetrali con riempimento di inerte incoerente che spingono a seconda dell’angolo di natural declivio (mi pare che sia questo il termine quando ci insegnavano a dimensionare un muro di sostegno). La tholos interna vive e vegeta da sola e il muro esterno non si “distacca” o spancia con distacco dei conci per trazione. Nell’inclinazione verso l’interno del paramento esterno va ricercata la condizione di equilibrio. Impossibile invocare l’attrito fra i conci perché hanno solo punti di contatto o superfici limitatissime.

La pietra non resiste a trazione. Questa affermazione vale quando si quantifica la sicurezza di una trave di pietra con gli attuali metodi di calcolo, perché la pietra è un materiale fragile e basta una piccola cricca per scatenare l’energia di frattura e quindi è una giusta prescrizione a favore della sicurezza. La pietra ha in verità una buona resistenza a trazione, altrimenti come mai non si rompono le lastre apicali dei dolmen che lavorano a trazione per flessione?

Ogni modello di calcolo è uno strumento di verifica: coi modelli di calcolo non si progetta, né si restaura (Franco Levi, fra i grandi scienziati mondiali delle costruzioni del secolo scorso).

Ogni esercizio ha in sé molte qualità, anche se possono apparire inutili, ludiche e non condivisibili, perché ritenute sbagliate. Fin che rimangono esercizi astratti, fine a sé stessi e non messi in pratica, non sono né dannosi, né pericolosi.

Mi auguro che sia questo il destino della memoria analizzata!

Venezia, 28 dicembre 2026



domenica 27 aprile 2025

Spazzatura nuragica

 

Recensione di Franco Laner a:  Il pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilatino nella Sardegna pre-nuragica e nuragica di Alessandro Madau.

L'ho acquistato attraverso Amazon (26 euro e 2,60 spedizione). Il libro è “Printed by Amazon Italia Logistica”, senza l'indicazione dell'anno di edizione.

Frontespizio del libro in questione

Sto lavorando su tema dei pozzi e fonti della Sardegna nuragica.

Ovviamente ho la presunzione di dire qualcosa di aggiuntivo a quanto già scritto, altrimenti perché scrivere? Prima però di presumere di aggiungere mezza pagina a quanto già scritto, penso sia indispensabile raccogliere, leggere e capire quanto chi mi ha preceduto ha ipotizzato.

Nella mia ricerca mi sono imbattuto nel libro in oggetto e l’ho ordinato, considerato l’argomento.

Subito la sorpresa: libricino di 94 pagine, formato A5 (massimo risparmio carta), banalmente impaginato, senza alcun tentativo di composizione grafica, anzi spesso difficile da leggere perché non è stato lasciato nemmeno lo spazio minimo fra scritto e rilegatura, cosicché l’allineamento della pagina sinistra si sovrappone a quello della destra.

Per deviazione professionale – quante tesi di laurea ho seguito! – vado subito alla bibliografia, specchio immediato, come raccomandava Umberto Eco, di valutazione di un lavoro di ricerca. Manca la casa editrice di tutti i libri consultati. Forse è considerato un optional, visto che anche il libro in questione non ha editore.

Amen, non mi scoraggio e scorro l’indice. I primi tre capitoli, 58 pagine su 94 (60%) sono dedicati al riassunto – banale, acritico e stereotipato – dei millenni ricchi di storia della Sardegna, dal Neolitico fino al periodo nuragico. Ma il libro non ha per oggetto il pozzo di S. Cristina, come annunciato in quarta di copertina dove si dice che il pozzo sarà analizzato nel dettaglio?

Mi pare che si stia menando il can per l’aia! E non si arriva al dunque!

Resisto e finalmente il capitolo IV è dedicato all’architettura religiosa, dove l’autore inserisce pozzi e fonti con descrizioni scontate da piccola guida turistica, malamente riassunte dai siti internet.

Apprendo comunque che Su Tempiesu, gioiello di fonte, pur superficialmente restaurata (v. mio articolo su TEMA, rivista di restauro edita da Franco Angeli, n. 3, 1995: Conci adespoti e verità negate. Alcune riflessioni sull’intervento ricostruttivo di una fonte nuragica) non si chiama così perché in sardo tempiesu è un piccolo tempio, un tempietto, bensì perché nel bosco circostante agli inizi del secolo (quale?), lavorasse un signore di Tempio (Su Tempiesu appunto) incaricato al taglio degli alberi per ricavarne carbone (pag. 63)!

E S. Cristina, che da il titolo al libro? Finalmente si arriva al V e ultimo capitolo. Poche righe per il pozzo, molte di più al contesto, a cominciare dalla cosiddetta capanna delle riunioni, alla chiesa e le cumbessias. Mancava appunto la storia del pozzo nel periodo cristiano per completarne la storia iniziata nel Neolitico!

Anche il cane, a ‘sto punto, è stufo di essere menato per l’aia.

Tralascio gli accenni alla tecnologia costruttiva, della serie muratura a secco con malta di fango per meglio fermare le zeppe. La malta, per essere tale, ha bisogno di legante (calce, cemento, pozzolana: il fango è fango, non malta). Se poi la zeppa ha bisogno di malta non è una zeppa, bensì un vuoto, una sottrazione: niente! La muratura a secco comunque non fa ricorso al “bagnato”, semplicemente perché è “a secco”!

Alcune foto sono illeggibili, come quella di fig, 25, 31, 38, 42 e 44. Altre di scarsa definizione.

Ma ciò che mi far girare le armonie è la condivisione della funzione di nuraghe per uso militare. Scrive:

Recentemente sembra sempre più diffusa quest’ultima teoria, soprattutto osservando la posizione dei nuraghi. Essi si trovano, di solito in posizione dominante, guardano dall’alto e da vicino un passo, un guado, una fonte, un approdo e quando circondano i bordi degli altopiani, si infittiscono dove minore è la difesa naturale. Sono inoltre posti in vista uno dall’altro o di svariati altri. I nuraghi, insomma, dimostrano con la loro dislocazione, lo scopo di difesa, di conquista e di possesso della terra sarda, sia nel suo complesso che nel suo particolare frastaglio di valli, di altopiani e di pianure. In una nota l’autore attribuisce all’archeologo Ercole Contu – pappagallo di Lilliu – la frase che lui fa sua. Pensavo, sbagliandomi, che la teoria del nuraghe fortezza, madre di ogni sciocchezza, fosse morta e sepolta!

Confondere il sacro col profano mi annichilisce, molto più di sentirmi buggerato e derubato per il prezzo del libro che, a conti fatti, viene 28,60 euro : 94 pagine = 30 centesimi a pagina, a confronto di prezzi di simili pubblicazioni che vanno da meno di 5 centesimi a 20 centesimi massimo per pagina.

A fronte di questa mia piccante e sgradevole recensione mi sento replicare da Amazon, più che dall’autore: nessuno ti ha imposto di comperare il libro, l’hai chiesto e te l’abbiamo dato. Replico che nemmeno io ho chiesto o imposto di leggere questa recensione. Pertanto siamo pari!

Pareggio? Se ricorressimo ai supplementari sicuramente soccomberei, perché nel libro sono introdotti nuovi aggettivi. Ad esempio ipogeico al posto di ipogeo, ctonico al posto di ctonio, con la chicca dei betili con protuberanze mammelliformi, definiti menhir mammellati (i betili di Tamuli)

Difronte all’innovazione lessicale alzo le braccia in segno di resa.



lunedì 3 febbraio 2025

PONTI NURAGICI. Gratificante segnalazione, ma amara costatazione

di Franco Laner



Questo ponte sul rio Trogos a Paulilatino è stato recentemente ritenuto nuragico da un archeologo durante un convegno sul culto dell’acqua. È stato invece realizzato alcuni anni fa con la pala del Comune, come è evidente e immediato a chi abbia un minimo di familiarità con le costruzioni storiche a secco.

In un precedente post su questo blog – 17 gennaio 2025 – ho sostenuto, con semplici osservazioni, che non potevano essere stati costruiti ponti di tipo dolmenico dai nuragici, meravigliandomi di come un archeologo potesse sostenere una così evidente stupidata.

Il post mi ha procurato diverse critiche. In verità nessuna nel merito, quanto piuttosto nei modi e nel linguaggio, ma come ho spesso detto non riesco a sopportare la stupidità, perché le tonterias archeologiche non solo danneggiano la disciplina, ma i sardi. Ciò mi fa uscire dai gangheri.


Una semplice domanda: se devo passare un rio mi conviene mettere un paio di tronchi d’albero affiancati o mettere una pietra di 50q sopra due massi?

Ebbene, un caro amico di Paulilatino, mi ha girato quanto riporto:

Ponte sul rio Trogos, formato da ciclopici massi, di origine recente,
si trova in località 'Angrona' nel territorio comunale di Paulilatino.
Qui sotto la risposta del signor Paolo Cadinu, pubblicata in data 1 dicembre 2018 nei commenti all'articolo che definisce il "ponte nuragico" come il più antico del mondo.
sardegna.admaioramedia.it/il-ponte-piu-antico-al-mondo-...
"Carissimo ..., prima di tutto GRAZIE per aver fatto conoscere ancora di più il paese di Paulilatino, provincia di Oristano, nel mondo, paese tra i più ricchi di reperti preistorici e storici di cui oltre ad andarne fieri ci curiamo della loro manutenzione e promozione, siamo il paese del pozzo sacro di santa Cristina, del paese pieno di nuraghi, domus de Janas, stele ma sicuramente non siamo il paese con il ponte più antico del mondo e non vogliamo diffondere imprecise notizie in merito in quanto ciò che offriamo ai nostri visitatori è tutto originale. Il ponte in questione, nonostante possa trarre in inganno non è altro che una costruzione realizzata molto artigianalmente da alcuni abitanti del paese nel “lontano” 1988 poiché era necessario realizzare un punto di passaggio quando le forti piogge facevano crescere il rio che vi scorre sotto e diventava impossibile attraversare quel tratto di strada. Detto questo la invito con piacere a visitare il nostro territorio, non avremmo il ponte ma resterà a bocca aperta per le nostre bellezze.
Cordialmente, Paolo Cadinu, consigliere comunale di Paulilatino"

Se vengono prese per buone evidenti bufale, significa che la cultura archeologica è fragile, molto fragile e lo dimostra il fatto che ancora si parla di nuraghe-fortezza, madre di ogni sciocchezza, teoria ostativa alla reimpostazione della ricerca nuragica che reclama un ovvio e conseguente cambio di paradigma.

Ma, visto che tutto il male non viene per nuocere, sto pensando ad un mio impegno. Postare, ogni mese, una “tonteria nuragica”, sempre che il curatore di questo blog archeologia nuragica sia d’accordo. Per una decina di mesi ho materiale. Nel frattempo non dubito che gli archeologi mi forniranno nuovi materiali.

lunedì 27 gennaio 2025

Conci mammelliformi. Allusione androgina

di Franco Laner

Per rispondere a due richieste di maggior chiarimento di alcune immagini che ho proiettato durante il mio intervento sui pozzi e fonti e sacralità dell’acqua nel recente incontro di Settimo (v. precedente post su questo blog), dove ho sostenuto che i conci a T (onnipresenti nei pozzi) abbiano forma taurina, maschia e ricordato che spesso il toro è presente in pozzi e fonti anche con le sue fattezze reali, non solo simboliche, sintetizzo ciò che in altre occasioni, in scritti e conferenze, ho sostenuto.

Molto spesso, sui conci taurini sono presenti due protuberanze che interpreto come mammelle.

È dunque compresente il maschio e la femmina, ovvero l’ermafrodita, l’androgino, figura che ha in sé la completezza e perfezione.

Gli archeologi hanno interpretato le protuberanze come funzionali al trasporto dei conci e alla loro messa in opera per essere poi scalpellate via.

Ma come si fa a pensare ad una tale corbelleria? Il concio è facilmente sollevabile e lavorabile senza necessità di protuberanze, estremamente laboriose per la sottrazione materica necessaria!

Sarebbe un lavoro stupido ed inutile e chi lo dovesse compiere sarebbe immediatamente condannato, come Sisifo, e costretto a spingere un masso in cima al monte e poi lasciarlo rotolare a valle e quindi riportarlo in cima all’infinito. In altre parole è una cretinata ergonomica: grande sforzo per non ottenere alcun risultato. Come corollario: quale credibilità, quale affidabilità può mai avere chi confonde tale evidenza quando poi si accinge a restaurare monumenti, se nulla sa di tecnologia costruttiva?

1. “Per la prima volta in Sardegna” -scrive David Ridgway (Quaderno 18, Torchietto, Ozieri, 1992) a proposito del restauro di Su Tempiesu, eseguito da M. A. Fadda “è stato possibile dimostrare la funzione puramente funzionale dei mammelloni destinati semplicemente a facilitare il maneggio dei blocchi per essere poi scalpellati via a fine opera”

 Nei conci dei pozzi possono trovarsi” -fa eco Contu- delle protuberanze mammelliformi alle quali un tempo gli archeologi davano significati magico-rituali, mentre deve trattarsi utile per il trasporto, per la messa in opera e per la lavorazione dei blocchi”.



2. Ancora nel 2008 Maria Ausilia Fadda riprende la tesi utilitaristica delle protuberanze, illustrando il restauro del complesso nuragico di Gremanu (Delfino editore, Sassari, 2008)

Per rafforzare questa mia convinzione del richiamo simbolico all’ermafrodita, ho poi proiettato i betili mammelliformi di Tamuli: fallo e seni compresenti di chiara simbologia androgina.

L’androgino, presso molte culture arcaiche, rappresenta la forza, la luce da cui ha origine la vita.

Rappresenta la divinità da cui tutto proviene. È la perfezione primordiale, la riunione di cielo e terra. Anche nel Simposio di Platone l’uomo era originalmente bisessuale.



3. I betili di Tamuli a presidio e auspicio di rinascita presso le tombe di giganti

La compresenza maschile/femminile nella simbologia dei pozzi e fonti nuragiche ci aiuta a capire i possibili riti di rigenerazione e fecondità che si potevano svolgere in questi templi, oltre che di purificazione sottesi alla sacralità dell’acqua, argomento su cui stiamo lavorando data la sua attualità per la comprensione del paesaggio nuragico.

Qualora infatti l’indagine archeologica e i reperti siano afoni e insufficienti a restituire il contesto sociale, culturale e religioso, altre discipline possono concorrere a restringere gli ambiti di aleatorietà. Mi riferisco alla storia delle religioni, dell’architettura e dell’arte; alla tecnologia costruttiva, alla psicologia, all’antropologia, all’astronomia, insomma a tutte le discipline dello spirito e della natura, perché l’uomo è un unicum, sommatoria e sintesi di discipline e l’archeologia da sola è impotente a restituirci l’uomo del passato, specie se si fonda solo su ciò che brilla sulla punta del piccone. Gli archeologi, chini a cercare e a catalogare cocci, dimenticano di sollevare qualche volta gli occhi al cielo.

 



4 e 5. Per sollevare alcuni grandi blocchi, es. Incas e architravi di templi, le protuberanze erano funzionali al sollevamento, ma si tratta di tonnellate, non di alcune decine di kilogrammi dei conci dei pozzi e fonti nuragiche.

Nuraghi, pozzi e fonti sacre e TdiG sono monumenti specifici e propri della civiltà nuragica. Un insieme che va indagato all’infuori di teorie belliche e utilitaristiche, ancora imperanti nell’archeologia sarda, se ci si vuole avvicinare al particolare paesaggio culturale, sociale, religioso e artistico di un millennio di storia assolutamente originale.

venerdì 17 gennaio 2025

PONTI NURAGICI ?!?!

 di Franco Laner

Sabato scorso, 11 gennaio 2025, ho partecipato ad un incontro a Settimo san Pietro organizzato dalla locale associazione archeologica Jenna Arcana che aveva per oggetto il culto dell’acqua nel periodo nuragico con interventi diversamente declinati dai relatori.

Nella sua relazione, l’archeologo, fra i vari manufatti, pozzi, fonti, cisterne, canalizzazioni nuragiche ha incluso anche i ponti. In particolare una dia mostrava il ponte dolmenico/nuragico sul rio Trogos (Paulilatino).

 

Fig.1 Il ponte nuragico/dolmenico dalla relazione dell’archeologo

Sono sobbalzato sulla sedia per la sorpresa: come, ponti in Sardegna prima delle strade romane?

I ponti sono opere complementari alle strade e quindi c’era una viabilità stradale nuragica? Ho visto piste antiche con solchi segnati da slitte e carri a sant’ Antonio Ruinas dove si erge uno straordinario e slanciato menhir, ma mi è nuova la viabilità nuragica.

 

Fig 2 Solchi di carro nei pressi del menhir di sant’Antonio Ruinas. sono diffusi in tutta la Sardegna e a mio parere si sono formati negli ultimi 2500 anni, ovvero dal periodo punico in poi.

Anche i sentieri possono aver necessità di passerelle, ma per passare un rio o un torrente si mettono alcuni tronchi d’albero accostati. Per passare un fiume si sono usate barche (traghetti), ma sono attestati anche ponti di barche unite fra loro sia nell’antichità e sia anche recentemente, ad esempio fino a poco tempo fa c’erano ponti di barche per automobili sul Po.

Subito ho pensato a un dolmen e che un rio avesse subito una deviazione. Ma appena ho guardato meglio si vede che per arrivare sopra la pietra apicale, ci son altri massi messi a gradino e che effettivamente è un ponte che permette il passaggio di pedoni agili o di capre. Non sicuramente anziani o mucche.

Sul trasporto e messa in opera delle pietre ortostatiche dei dolmen nel Neolitico ho scritto e ipotizzato diverse tecnologie. Stessa cosa per lo scavo, trasporto e posa delle pietre per i ciclopici nuraghi. Non ho dubbio che un nuragico sarebbe riuscito a fare un ponte dolmenico.

Ma non l’ha mai fatto semplicemente perché non sapeva cosa fosse un ponte! E nemmeno sapeva cosa fosse una strada di cui il ponte è opera d’arte, come lo sono i muri di sostegno, le cunette per l’acqua o i tornanti in caso di strade di montagna…

Se poi si sono visti dolmen, opera di ingegno e eccelsa arte, la pietra apicale non è solo grande, ma anche bella ed espressiva e anche quando non ha le facce parallele e planari, non è una pietra messa sopra come è stata trovata, bensì lavorata, seppur sommariamente. Ma soprattutto le pietre ortostatiche sono snelle e strette, oppure, piramidali, non come nel nostro caso, che sono massi rozzi e trovati lì vicino. In altre parole non c’è architettura, solo mera tettonica.

Fare una passerella con tali pesanti pietre è una stupidata. Esattamente come tagliare un albero per fare uno stecchino per pulirsi i denti.

In una frase allora il mio parere: il ponte nuragico è stato fatto non più di cinquant’anni fa con una pala meccanica per guadare il rio anche in caso di piena!

 

Fig. 3 Manifesto dell’incontro di Settimo san Pietro


L’altro argomento citato nel florilegio dei manufatti che interferiscono con l’acqua, utilitaristica o sacra, riguardava le dighe! A onor del vero, c’era un punto di domanda su questo tema. Perché se è stupido parlar di ponti dolmenici, parlar di dighe nuragiche sarebbe demenziale.

Eppure concepirei più una diga nuragica che un ponte. Per trasportare tronchi d’albero a valle, da secoli, da noi in montagna, ci si serviva dei torrenti, ma, essendo di poca portata, i tronchi si sarebbero incagliati. Allora si costruivano dighe di terra e nel bacino si mettevano i tronchi da trasportare. Poi la diga veniva aperta e la massa d’acqua trascinava i tronchi a valle.

Venezia è stata costruita coi tronchi fluitati, ma prima di arrivare ai fiumi e in laguna, c’era bisogno di stue, (dal latino stuere, stappare improvvisamente) e si sono costruite dighe di terra. A parte questa particolare ragione, un po' più seria dell’archeologia all’Hanna & Barbera dei ponti nuragici, anche le dighe si sono realizzate per avere riserva d’acqua per l’irrigazione e la distribuzione idrica per gli usi domestici e produttivi in tempi recenti. Al massimo i nuragici hanno realizzato canalizzazioni di qualche decina di metri per il recupero del troppo pieno di sacre acque di fonti.

Non escludo che qualche ruscello sia stato sbarrato, in antico e di recente, da rudimentali dighette per bagnarsi e refrigerarsi il cervello nei caldi estivi.

mercoledì 7 agosto 2024

Balentia culturale

 di Franco Laner

 

Ho ricevuto stamane da Ninni Pigozzi la triste notizia della morte dell’amico e collega architetto Salvatore Cabras. Alcuni mesi fa sembrava, visto che la malattia lo insidiava da qualche tempo, che l’avesse sconfitta e già ci stavamo attivando per riprendere le fila di un progetto che lui cullava da sempre e che ci aveva contaminato (parlo al plurale, non per maiestatis, bensì perché coinvolti nell’avventura del turismo lento in Ogliastra: c’è il già citato Ninni Pigozzi, Bachisio Bandinu, Mauro Zedda, GB Gallus, Gisella Rubiu, Sergio Sassu, Cesare Garau, Giorgio Lai, Eliana Sanna e altri che mi scuso di non citare, a causa della mia situazione anagrafica).

Per le finalità del progetto sul turismo lento gli interessati possono leggerne una sintesi nel post pubblicato nel blog di Archeologia nuragica del 30 dicembre 2023, dove commento il libro di Bandinu, appunto sul turismo lento.

Avevo conosciuto Salvatore in occasione di un convegno organizzato dall’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Nuoro sui muri a secco. Fu per me un felice incontro per le mie ricerche sul legno e pietre dell’architettura vernacolare, perché mi fece penetrare negli arcana dei coiles, dove è imprigionata una sapienza costruttiva atavica. Il suo libro è il testamento di una architettura che suggerisce un modo di costruire in cui il primo interesse è l’uomo. Dove tutto deve essere progettato per la sua salute e il suo benessere in armonia con le altre creature e l’ambiente.

Salvatore, con Coiles ci ha restituito un immenso patrimonio culturale con una ricerca puntuale dal punto di vista del rilievo materico, fotografico, esplicativo, proprio della disciplina architettonica con l’aggiunta sapiente di altre discipline, come l’antropologia, l’etnologia, la topografia e toponomastica.

La necessità fatta arte del costruire e dove le categorie utilitas, venustas e firmitas trovano sintesi. Soprattutto, intervistando i pastori che ancora praticano questa attività ancestrale, ha recuperato l’autentica fonte orale e vissuta.

Dal mio punto di vista, quello della tecnologia costruttiva, ha aggiunto osservazioni originali sulle costruzioni di legno e pietra a secco con potenti inferenze su originarie concezioni strutturali e magisteri costruttivi che hanno bucato la coltre dei secoli. Un saggio esemplare dunque, che esprime i valori della tradizione culturale dell’uomo e del suo rapporto col territorio, nel nostro caso col Supramonte e le sue intatte solitudini.

Supramonte che diventerà, non ne dubito, patrimonio dell’umanità, come Salvatore, lucidamente, sognava.

Salvatore è per me un uomo sardo, come ne ho fortunatamente incrociati altri capaci di suggerirmi – non esagero – le fonti della mia stessa origine, che è stata anche la mia risposta all’egregio Giovanni Lilliu che mi chiedeva del mio interesse per l’archeologia nuragica.

Salvatore mi suggerisce l’aggettivo balente, di uno che vale. Nel nostro caso estrapolerei la definizione dall’ambito antropologico, su cui hanno scritto approfonditamente Miali Pira e Bacchisio Bandinu e lo trasporterei tout-court e semplicemente, nell’ambito culturale.

Perciò voglio fissare la figura di Salvatore Cabras, nella sintesi del mio ricordo, come un uomo che appartiene alla balentia culturale.

Venezia, 5 agosto 2024

lunedì 8 luglio 2024

Ancora su Accabadora

di Franco Laner

L’amico Paolo Littarru mi ha segnalato la recente recensione su Sardegna Antica, prestigiosa rivista di archeologia diretta da Giacobbe Manca, del mio Accabadora del 1999, edito da Franco Angeli e mi ha chiesto un commento che obtorto collo, esprimo. Appunto malvolentieri, perché pieno di inesattezze, a partire dal lessico improprio e soprattutto da una malcelata cattiveria alla quale preferirei rispondere col silenzio e ignorando gli autori, Feo e Manca. Spiego perché gli autori siano due, anche se uno solo si firma.

Durante un seminario sulle costruzioni di legno in Piemonte – esattamente non ricordo l’anno, più o meno 2008-2010, ma non voglio perdere tempo a rivedere i miei diari – c’era un giovane ingegnere che mostrava un suo progetto con il legno lamellare, di nome Andrea Costa.

  • Sei sardo? –

  • Sì! – mi rispose

  • Per caso conosci Giacobbe Manca?

  • Sì! – affermò ancora

Con grande imbarazzo mi disse che Manca gli aveva chiesto di firmare una lettera al direttore nella quale criticava Accabadora e che lo stesso Manca aveva scritto per la sua rivista “Sardegna antica”. Anzi Manca gli chiese di dichiararsi studente di architettura, anziché di ingegneria, quasi che per sputtanare un prof. ordinario bastasse uno studentello.

Mi chiese umilmente scusa.

Ebbi compassione del giovane ingegnere e disprezzo per Manca.

Nello stesso numero il direttore scrisse anche la recensione di Accabadora, firmata ovviamente da un altro prestanome.

Ora, a distanza di 25 anni, leggo una nuova recensione di Accabadora, apparsa nell’ultimo numero di Sardegna Antica dello stesso tono della precedente. Ancora gli sto così a cuore? Che miseria!

Nel frattempo sono tornato sull’argomento della tecnologia costruttiva dei nuraghi con altri libri, ad esempio Sa ‘ena (2011) e recentemente con Nuraghi, sillabe del cosmo (2023), rivedendo, alla luce di nuovi studi alcune questioni di Accabadora, confermando comunque la tecnologia costruttiva basata sugli stati di coazione, l’orientamento astrale dei nuraghi, con la finalità di cosmizzare, all’uscita del neolitico, due importanti categorie come tempo e spazio.

Torno alla recensione attuale e mi chiedo quale possa essere lo scopo di criticare un libro di 25 anni fa, con le stesse ignoranti osservazioni.

Mi piace pensare che sia una situazione in cui si avverano i presupposti sociali che portarono al noto proverbio: la lingua batte dove il dente duole!

Scrivono gli autori:

La pietra resiste a compressione 10 volte più che alla trazione”(mi citano e io riconfermo), ma Laner non prende in alcuna considerazione la torsione, che è quella forza che spezza gli architravi gravati in modo diseguale alle estremità di una finestrella”…

Un elemento strutturale può essere sollecitato a compressione, trazione, taglio, flessione e torsione e/o combinazione di queste azioni.

Impossibile, assolutamente impossibile, che l’architrave si rompa per torsione. Si rompe per trazione dovuta alla flessione, data da una coppia che agisce all’estremità nel piano parallelo dell’asse longitudinale, ma mai per torsione data da una coppia che agisce nel piano normale all’asse.

Mi chiedo se un urologo – penso sia il mestiere di Feo - starebbe a sentire uno che confonde l’uretra con la vescica o con le ovaie.

Per la stessa ragione mi chiedo perché devo dar peso a chi confonde la trazione con la torsione?

Triste Feo.

È altresì curioso, direi patologico, che citino Mauro Peppino Zedda come ottimo vignaiolo piuttosto che come archeoastronomo; considerando che i suoi studi sono pubblicati in prestigiose riviste scientifiche internazionali. Logica vuole che debba essere considerato come un autorevole studioso della materia. L'archeoastronomia è una disciplina che aiuta a spiegare le relazioni geometriche e la geometria dei nuraghi. Lapalissiano per chi abbia voglia di capire.

Comunque grazie alla nuova recensione mi sono divertito alle spalle dell’ignoranza, cosa che non è etico fare, ma mi è venuto spontaneo!


Franco Laner

Venezia, 04 luglio 2024

mercoledì 10 aprile 2024

BENVENUTE LE RICOSTRUZIONI VIRTUALI PURCHE’ NON SI RICOSTRUISCA DAVVERO

 di Franco Laner

Le ricostruzioni virtuali di un monumento diroccato non recano danno, anzi col linguaggio grafico si esprimono ipotesi e si invita così al confronto.

In particolare, con riferimento al disegno della ricostruzione del Pozzo di Proedium Canopoli di Perfugas apparsa nel numero 224 del marzo-aprile 2024 di Archeologia Viva, il bravo disegnatore Antonio Farina ha proposto l’idea del fuori terra del pozzo originario, su indicazione degli archeologi Nadia Canu e Franco Campus.


Sul disegno dell’ipotesi ricostruttiva di Antonio Farina, ho sovrapposto, in rosso, le mie osservazioni. Il numero fra parentesi indica il riferimento al testo che il disegno mi ha suggerito

Premetto che il mio interesse non è estemporaneo. Da sempre infatti mi ha intrigato l’ipotizzata parte area del Pozzo di S. Cristina, avanzata dal suo restauratore principe, Enrico Atzeni e da tanti archeologi, con il chiaro obiettivo di rigetto dell’ipotesi di Arnold Lebeuf che sostiene che il pozzo abbia avuto una funzione predittiva per gli eventi lunari, impossibile se il pozzo fosse stato coperto, perché non sarebbe potuta penetrare la luce lunare dalla sommità del camino del pozzo.

Se da un verso non ho difficoltà ad ammettere la presenza della parte area di pozzi e fonti, sia per motivi semantici (la segnalazione della presenza di un monumento e del suo uso e significato non sono mai criptici), sia per la presenza di pozzi e fonti con significativa tettonica conservata, come Su Tempiesu e Is Pirois, purtuttavia lamento alcune criticità nella ricostruzione pubblicata.

Ipotizzare una ricostruzione è un esercizio di immaginazione, mai di fantasia. La fantasia è la parte patologica dell’immaginazione, che al contrario si avvale di logica deduttiva e consequenzialità. Pertanto ogni segno grafico afferma scelte, che sono lo specchio della cultura archeologica dei propositori del com’era il monumento.

In primis, i maggiori indizi si deducono dai resti materiali che generano conseguenze costruttive, statiche e formali: i resti di una fondazione, dello spessore di un muro, la forma di un concio, sono elementi di forte inferenza deduttiva. Ci sono poi possibili analogie con monumenti di uguale funzione, esercizio questo che presuppone la conoscenza e catalogazione, condotta con rigorosi approcci statistici, di pozzi e fonti coevi. Soprattutto è necessario un rilievo metrico e materico diligente e preciso. Nel caso del Pozzo di Perfugas il rilievo è sbagliato. Confrontando le foto e la ricostruzione noto che il concio alla base del camino ha altezza doppia rispetto a quelli superiori e non uguale e soprattutto i tre gradini rovesci partono a livello terreno e non sotto tale livello e fanno parte del tamburo fuori terra.

Un rilievo esatto è una condizione essenziale, altrimenti si sta giocando a far castelli in aria.

In quasi tutti i pozzi l’elemento murario sempre presente è il concio a T, che preferisco pensare a forma di protome taurina (1). Dal punto di vista statico questa conformazione non offre nessun contributo, anzi, al contrario, aumenta la spinta, per la sua maggior superfice e minor peso rispetto ad un concio parallelepipedo e anche dal punto di vista ergonomico è una stupida soluzione. Talvolta sulla superficie a vista del concio ci sono due protuberanze. Per realizzare queste due evidenze bisogna sottrarre materiale. Questo lavoro supplettivo, come ho dimostrato in un mio articolo del 1995 a proposito di Su Tempiesu (Conci adespoti e verità negate, in Tema, rivista di restauro di Franco Angeli, Mi, n.3/1995) non serve per agevolare la posa come sostenne l’archeologa Fulvia Lo Schiavo in analogia con le costruzioni inca o greche, perché il concio è facilmente manovrabile. L’archeologo Giuseppe Pitzalis ha definito la superfice con bugne un opus non finitum: gli archeologi quando si esprimono dal punto di vista costruttivo denunciano un’ignoranza abissale, l’assenza del senso del grave (peso) e di cultura costruttiva.

Vedo, in questo particolare concio, il simbolo dell’ermafrodita: il toro, la forza, il sole, il sangue, il maschio: nelle due protuberanze mammilliformi, la presenza femminile, che è compenetrata nel maschile e genera l’essere perfetto, autosufficiente. Così come i betili mammilliformi di Tamuli rappresentano l’ermafroditismo (il fallo e la compresenza mammilliforme), la perfezione che sola può rigenerare. (v. Accabadora, Franco Angeli 1999).

 


Mi pare evidente la compenetrazione del maschio e femmina: l’ermafrodita, l’essere perfetto

Ancora, molti pozzi sono realizzati con una singolarissima tecnologia isodoma: la facciata a vista del concio è inclinata rispetto alla verticale della parete e i conci sono sovrapposti arretrati, dando luogo a linee parallele e orizzontali (2), quasi uno spartito su cui si può leggere il movimento del raggio solare o lunare: è manifesta la ierofania, la presenza del sacro, una trappola dello spirito cosmico.

Un altro, intrigantissimo particolare costruttivo, è la doppia scala, quella che serve per scendere e il suo rovescio, come soffitto gradinato. Che senso può mai avere? Ma il dio che scende può forse servirsi della scala degli umani (3)?

Altre sono le invarianti che statisticamente si manifestano nei pozzi: l’atrio o vestibolo, l’importante architrave – per dimensione e colore - della porta di accesso alla scala (soglia fra sacro e profano) (4), la curvatura a collo di bottiglia del camino del pozzo (5) e dell’entrata, linea molto presente in pozzi e fonti (Su Tempiesu, Santa Cristina, Is Pirois, Sa Testa). L’insieme di queste ripetizioni autorizza il disegno ricostruttivo, che non può essere inficiato da aggiunte di fantasia come il cono apicale, i betilini sul colmo, il paramento esterno seghettato anziché liscio del tamburo esterno, ecc.

Torniamo ora al disegno ricostruttivo di Proedium Canopoli. I camini dei pozzi si chiudono nell’incontrare la terra (la cosmologia si stratifica sempre in inferi, terra e cielo) e non occupano o chiudono lo strato fra inferi e terra, per cui non ha senso che si alzino a torre (6). Il paramento della torre ipotizzata è segmentato (7): questa texture esiste solo all’interno della scala e del camino del pozzo (2).

Fantasiosa anche la copertura a cono con piani orizzontali (8). Di solito le coperture sono fatte per non trattenere l’acqua e farla scorrere verso il basso. Altrimenti si chiamerebbe colabrodo e non tetto.

Il cono apicale è stato trovato in un altro sito, perché metterlo qua sopra (9)?

Cosa ci fanno i cinque betilini (tre più due) sul colmo della copertura (10)?

Per me i particolari costruttivi sono l’equivalente dei frammenti di uno specchio: ognuno contiene l’immagine dell’intero. Saperlo ricomporre è un esercizio di immaginazione, non di fantasia.

Scostandosi da questa regola si incappa inevitabilmente nella critica negativa.

L’articolo comunque non si ferma all’ipotetica ricostruzione, ma ha una, per me, novità zoomorfa, che mi sta attualmente a cuore: descrive il ritrovamento di una statuina di pietra di un maiale o cinghiale (non di un toro, che non ha le setole evidenziate del nostro caso), il bronzetto di un toro e l’immanicatura di osso di una leonessa o felino (non di un leone, visto che non c’è la criniera!). Mi piacerebbe capire come mai nella bronzettistica nuragica gli animali siano così presenti. Residuale di un immanentismo totemico del paleolitico?

Mi piacerebbe darmi una risposta a questa insistente presenza zoomorfa, singola o in gruppo come sulle navicelle votive di bronzo. Anzi sarei ben grato se qualcuno mi indirizzasse verso plausibili risposte.


sabato 30 dicembre 2023

Turismo lento. In cammino tenendo per mano l’ombra

 di Franco Laner

Torno indietro di tre anni ad alcune riunioni che facemmo attorno ad una proposta degli architetti Salvatore Cabras e Ninni Pigozzi per formulare un progetto di turismo lento nell’area supramontina a cui parteciparono – mi scuso di eventuali dimenticanze – Bachisio Bandinu, Mauro Zedda, GB Gallus, Gisella Rubiu, Sergio Sassu, Cesare Garau, Giorgio Lai, Eliana Sanna.

Sopravvenne il Covid e il progetto si è arenò. Ho comunque speranza che venga disincagliato.

Bachisio Bandinu, che aveva accettato di condurci per mano – nel frattempo, l’ombra ci ha sostituito – ha messo in bella uno straordinario progetto di turismo lento, formalizzato nel libro Turismo lento. In cammino tenendo per mano l’ombra (Fondazione culturale Sardinia, 2023 cultsassari@gmail.com ).

Il libro non è solo un’idea di progetto, è un condensato di antropologia culturale, di rivelazioni visuali, tattili, olfattive e acustiche del paesaggio sardo, quasi un palinsesto che emerge perché Bachisio è in grado di grattare la crosta di oblio che nasconde la sostanza sarda.

Ho già detto anche troppo: non sono in grado di dire del contenuto del libro, perché sicuramente ne tradirei la bellezza o ne traviserei la struttura o, peggio, ne rovinerei l’acustica: la poesia è tale quando non ha bisogno di essere chiosata.

Pertanto il libro va letto.

Forse, invece, sono in grado di dire alcune cose sull’iniziale progetto di turismo lento che nasce dalla sinergia di diverse esigenze: valorizzazione della storia e cultura sarda che si esplica in variegate forme, dall’archeologia nuragica all’ambiente costruito, dalla tradizione culinaria al significato delle feste – profonda, nel libro di Bandinu, l’esegesi della maschera –  fino ad una visione obliqua del paesaggio, ad una offerta di turismo lontano dalla mondanità e ripiegato alla ricerca di valori ancestrali e al contempo capaci di sedare perturbamenti contemporanei.


 
ci avvolge e ci protegge il guscio di una capanna, su pinnetu, che non ha tavolo, né sedia, né letto, né armadio…non ci sono finestre, né sicura chiusura di porta (pag. 40) (foto di Angelo Mereu “La mia Sardegna”)

Il turismo lento – a piedi – oltre alla lentezza, include per me anche l’aggettivo povero che facilmente si interfaccia con parole chiave come frugalità, sobrietà, temperanza…Attenzione però, camminare non significa intraprendere un percorso a scopo salvifico, religioso o mistico, tipo Campostela.

O meglio, può avere anche questi contenuti, ma qui il tema è il nutrimento di quella parte spirituale che permea il mondo animato e non, che necessita di silenzi, di diverse concezioni di spazio e tempo, di nuovo interfaccia con la natura.

Può avere valore catartico o semplicemente evasivo.


 
La laconicità nel parlare dei sardi: il silenzio è parola e il gesto un discorso (foto di S. Cabras, “Coiles”)

Realizzare una tal proposta di cammino nel tempo di tre-quattro settimane per attraversare la Sardegna da sud, partendo da San Sperate come immagina Bandinu e arrivare in Gallura, con sosta

più lunga in Barbagia e Supramonte non è una impresa ardua. Si tratta di più o meno 300km che si possono percorrere anche in due settimane. In una settimana invece può essere sufficiente per muoversi lentamente dal mare al Supramonte. Una guida, esperta e colta, formata dall’amore del territorio e dai suoi veri protagonisti, mi sembra indispensabile.

Dopo la lettura del libro di Bandinu, ognuno capirà che si può nutrire il proprio spirito con la semplicità dei gesti, degli sguardi, dell’innocenza delle intenzioni e delle osservazioni capaci di restituire la storia atavica dell’Isola, che ancora ne mantiene i caratteri primigenei.

Il libro di Bandinu non è altro che il manifesto poietico di un’idea di un possibile turismo lento nell’isola di Sardegna. Per la sua attuazione non abbisognano ingenti capitali e impianti, serve un poco di coraggio, fiducia e la consapevolezza che la ricchezza della tradizione e dell’ambiente è un patrimonio a disposizione.


Partenza da San Sperate (Pinuccio Sciola), Barumini, Sinis e poi Barbagia, Supramonte, Ulassai (Maria Lai) e infine verso Bitti, Olbia e Gallura.

Ad una condizione però: è necessaria la leggerezza. La gravità nuoce all’ipotetico viaggiatore.

Nel libro di Bandinu ricorre spesso la necessità di leggerezza, il procedere è leggero, e leggera è la camminata della solitudine che riempie dolcemente il percorso: è il mio passo a far sentiero da lasciare in eredità ad altri viandanti. Passo di leggerezza, di libertà, di arbitrarietà (pag. 42).

Tenendo sempre presente che non è la meta che conta, bensì il percorso e sono le cose a rivelarsi.

Infine una nota di narcisismo. Regalandomi il libro, Bachisio ha scritto. A Franco, peregrino del sacro, in cammino per nuraghi e pozzi a rivelare il rapporto col cosmo e col divino.

Cosa potrei voler di più dall’isola di Sardegna?