mercoledì 4 dicembre 2019

Massimo Pittau e gli studi sulla Sardegna antica

    
 di Mauro Maxia

Tra i molteplici interessi del prof. Massimo Pittau, scomparso appena la settimana scorsa, spicca la sua passione per lo studio della civiltà dei sardi antichi da cui scaturì il volume "La Sardegna Nuragica" (Sassari, Dessì, 1977, 5ª ristampa 1988, 2^ edizione Cagliari, Edizioni Della Torre, 2006; 3^ edizione 2013). Questo testo in Sardegna per trent’anni ha rappresentato un vero e proprio best seller dato che ha superato le diecimila copie vendute e tuttora si trova in commercio. Il fatto che proponga una rivoluzionaria interpretazione della funzione dei nuraghi rispetto alle tesi degli archeologi scatenò una forte reazione che portò qualcuno di essi a definire quel suo lavoro “un libro sfortunatamente troppo letto”. Per avere un’idea più precisa sui motivi del contendere conviene leggere la recensione di Salvatore Tola ("La Sardegna nuragica: un recente studio di Massimo Pittau: recensione", 1977) e la prefazione dello stesso Pittau al volume nel proprio sito  http://www.pittau.it/Sardo/sard_nur_pref.html.
In seguito Pittau sullo stesso argomento diede alle stampe "Ulisse e Nausica in Sardegna e altri saggi" (Nùoro, Insula, 1994); "Storia dei Sardi Nuragici", (Selargius Domus de Janas, 2007); "Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama" (Sassari, EDES, 2008, 2ª ediz. 2009); "Gli antichi Sardi fra i Popoli del Mare” (Selargius, Domus de Janas, 2011); "Il dominio sui mari dei Popoli Tirreni: Sardi Nuragici ed Etruschi" (Dublino, Ipazia Books, 2013); "Enciclopedia della Sardegna Nuragica" (Dublino, Ipazia Books, 2016); "Credenze religiose degli antichi Sardi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2016).
In uno dei suoi lavori più recenti ("L’espansione coloniale dei sardi nuragici", Nùoro, Le Storie, 2017) Pittau propone una teoria che spezza gli stereotipi di un anacronistico passato non ancora del tutto metabolizzati dagli archeologi. Pittau, cioè, descrive gli antichi sardi non come colonizzati ma come colonizzatori ed esportatori di cultura, specialmente nel Mediterraneo occidentale (Isole Baleari, Corsica), grazie alle loro riconosciute abilità di metallurghi, guerrieri e navigatori documentate nelle fonti classiche.
La sua attività poliedrica trova un raffronto soltanto in quella di Giovanni Spano, maggiore erudito sardo del 1800, il quale è considerato tuttora come uno dei più rappresentativi personaggi espressi dalla Sardegna in ogni tempo. In realtà la produzione di Pittau, grazie anche alla sua maggiore longevità e alle moderne tecnologie, supera largamente pure quella dello Spano. Come gli ormai celebri Giganti di Monti Prama, ai quali Massimo Pittau dedicò uno specifico studio, egli è stato un vero gigante della cultura sarda e italiana. Di certo, accanto ad altri grandi dell’Isola, in un ideale pantheon sardo a Pittau spetterebbe il titolo di Sardus Pater.
Massimo Pittau fu un uomo di rara onestà intellettuale che all'occasione non esitava a correggere sé stesso. Per il suo carattere incline al confronto franco e spassionato egli ebbe delle vivaci polemiche sia con gli etruscologi sia con gli archeologi sardi ma anche con celebri linguisti. Nel suo ultimo scritto, il pamphlet , "Eppure mi diverto coi Nuragici e con gli Etruschi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2019), Pittau riannoda con umorismo i fili di un dibattito quarantennale che ha contribuito fortemente a cambiare la prospettiva degli studi nell’archeologia sarda e nella stessa etruscologia.   
La foto fu scattata dal sottoscritto a Santa Vittoria di Serri, entrambi relatori nel convegno Archeologia e astronomia celebrato a Isili tra il 19 e il 21 Giugno 1992.
 Questo post è un estratto in anteprima di un articolo commemorativo in uscita sul prossimo numero della "Rivista Italiana di Onomastica" che avrà diffusione mondiale.  

mercoledì 20 novembre 2019

Il contadino che indicava la luna recensione di Fabrizio Sarigu



Schopenhaur, il grande filosofo, amava sottolineare quanta poca considerazione ci fosse per chi approcciandosi allo studio di una disciplina, lo facesse per mero piacere personale, per diletto appunto. Solitamente si ritiene che solo la motivazione economica possa spingere ad uno studio approfondito, sistematico di una materia, al fine di trarne una professione e professionista è chi viene pagato per compiere questo. Eppure la parola dilettante, che definisce chi per diletto o piacere si dedica ad un qualcosa, nonostante venga usata con un retrogusto dispregiativo, se compresa nel profondo, definisce una condizione che ha del sublime. Indica infatti l’amore per una passione, per una materia, per l’attitudine al conoscere e al comprendere, dove unica ricompensa sta nella sensazione di autorealizzazione che si ricava dal dedicarsi a qualcosa che in ultima analisi, si ama.

Così questo nuovo lavoro di Paolo Littarru, ingegnere per l’ambiente e il territorio, dottore di ricerca in Ingegneria chimica per l’ambiente e la sicurezza e specializzato in Sicurezza e protezione industriale presso la Sapienza – Università di Roma, cultore di archeologia e archeoastronomia è coautore della Guida archeoastronomica al nuraghe Santu Antine di Torralba (Agorà Nuragica, 2003), “Il contadino che indica la luna” è il racconto, essendone egli stato partecipe, di un viaggio intellettuale che un dilettante in archeologia, giacchè di professione contadino, Mauro Peppino Zedda, ha compiuto, per difendere e diffondere un’idea.

L’evolversi della vicenda trae origine a partire, come spesso avviene nelle scienze, da un’intuizione poi rivelatasi corretta: l’esistenza di una “ratio” astronomica nella distribuzione dei nuraghi nel territorio. Ma come reagì l’accademia quando galileo propose il suo modello eliocentrico in guisa di quello geocentrico? come reagì l’accademia quando un umile impiegato dell’ufficio brevetti svizzero propose la “teoria della relatività”? ecco che il viaggio del nostro protagonista non può non essere privo di ostacoli, trabocchetti, mostri da affrontare e paure da vincere.

Nemo propheta in patria. Questa storia ha infatti la bizzarra caratteristica per la quale il mondo archeoastronomico/accademico internazionale ha riconosciuto e fatte proprie le idee del nostro contadino/dilettante, inserendo queste in articoli scientifici e pubblicazioni di spessore mondiale. Ma in Patria? Beh in patria egli appunto non è “propheta”.

L’archeologia sarda accademica ha respinto totalmente e in totale chiusura queste scoperte, arroccandosi, è proprio il caso di dirlo!, nel paradigma del “nuraghe fortezza” dal quale solo ora e molto timidamente cerca di fuoriuscire. L’autore analizza dunque questo evento storico culturale, la morte del paradigma di riferimenti dell’archeologia sarda e il lento passaggio verso un nuovo sistema interpretativo che dovrà, evidentemente, avere come punto di partenza le scoperte del nostro contadino/dilettante.

L’opera racchiude in se e riassume un ventennio di scoperte, confronti, liti, incomprensioni e amore per la verità scientifica la dove emerge incontrovertibile. La lotta quindi di una “nuova visione delle cose” che si fa largo, forte di se stessa, in un mondo che la ostacola, arroccato in concezioni vecchie, superate, ma che evidentemente forniscono ai professionisti sicurezza, giacché non implicano la necessità di doversi ripensare ciò che è dato.

L’opera di Paolo immerge il lettore in questo viaggio che potremmo definire un’avventura culturale e umana, dove varie altre figure, oltre al nostro contadino ( quali il nostro ingegnere, il nostro linguista, il nostro architetto il nostro storico delle religioni e il nostro giovane archeologo) rubano per diletto la “piccozza” dell’archeologo e cercano di demolire un muro di incomprensione che impedisce alla nostra storia di emergere in tutta la sua bellezza.

Il panorama archeologico e culturale sardo aveva proprio bisogno di un’opera capace, in maniera concisa e diretta, di descrivere, quasi in una sorta di autoanalisi, il dramma che la sostituzione del vecchio paradigma inevitabilmente comporta nel contesto che lo vive. Il lettore potrà trovare in esso le principali teorie e concezioni che sussumono la nuova visione del mondo nuragico, riportate e scandite in maniera cronologica e con una sequenzialità di ragionamento ineccepibile, da qui, se ne avrà diletto, potrà approfondire la visione di ciascun autore ricercandone le opere. L’opera appare dunque quasi come una bussola che laddove ci si senta sperduti, giunge in soccorso guidandoci e fornendo un’immancabile occasione per comprendere meglio il nostro passato.

giovedì 20 giugno 2019

Il contadino che indicava la luna, prefazione di Franco Laner


 

La lettura di questo lavoro di Paolo Littarru mi induce a interrogarmi per dar ragione a diverse sensazioni e perché no, anche ad emozioni, che Paolo mi ha trasmesso con la narrazione degli ultimi decenni di archeologia nuragica.

Il fulcro del libro è l’originale lettura della civiltà nuragica che Mauro Zedda ha saputo declinare introducendo il parametro archeoastronomico. Purtuttavia il testo comprende ulteriori e importanti riflessioni sull’inconsistenza dell’attuale ricerca scientifica dell’archeologia nuragica, ancora in buona parte arroccata sul paradigma taramel-lilliano (questa aggettivazione, di zeddiana invenzione, mette insieme due archeologi. Prima Antonio Taramelli, bergamasco, che svolse la sua attività in Sardegna e fu anche senatore e poi Giovanni Lilliu che ne raccolse l’eredità. Costoro hanno segnato l’archeologia isolana di tutto lo scorso secolo e sancirono la funzione militare dei nuraghi).

Per certi versi è ovvio il mio straniamento emotivo, considerato che ho fatto parte dell’avventura, ancora in atto, della sconfessione del paradigma nuraghe-fortezza, ma soprattutto perché sono coinvolti sentimenti di amicizia con i protagonisti, non solo con Mauro, ma con l’autore stesso del libro, col formidabile studioso Massimo Pittau, senza sottovalutare Arnold Lebeuf a partire da quando lo sentii la prima volta a Serri, quando mi alzai dopo la sua conferenza sul Pozzo di Santa Cristina e commentai con una sola delle poche parole francesi che conosco: Chapeau!

Nemmeno posso dimenticare il coraggioso Augusto Mulas per la “rottura” col paradigma in cui si è formato. E neppure molti archeologi, che ho spesso denigrato, tutto preso dall’evidenza delle nostre teorie, dimenticandomi che anche loro tengono famiglia, convinzioni e legittime aspirazioni di posto e di carriera, mi appaiono ora, leggendo il libro, diversi e talmente modesti che infierire è stato tempo perso e mi chiedo con quale diritto mi sia accanito, fino all’esasperazione, contro le loro inconsistenti asserzioni, spesso ripetute come i bambini recitano sotto l’imposizione della maestrina di turno.

Mi chiedo – per capire dove abbiamo sbagliato – perché tante battaglie per far emergere semplici evidenze che una qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso comune avrebbe difficoltà ad ammettere, come la funzione militare di un nuraghe?

Eppure, come sono duri a morire gli idola di convenienza politica, culturale, sociale!

Le continue prese di posizione sulla deriva che il paradigma nuraghe-fortezza induceva, sugli ostacoli a nuove ipotesi, sui corollari che gemmavano per sostenere quelle che ho definito tonterias, è stato perso troppo tempo, tempo sottratto a mettere a frutto intuizione e impegno e causa prima del mio attuale disincanto nei confronti dell’archeologia, che forse Paolo, magari inconsciamente, cerca di rimuovere, chiedendomi di esprimere un mio parere sul suo lavoro.

Comincio dal titolo. La parola chiave più intrigante è contadino.

Mauro stesso rivendica questo suo stato. C’è in ciò un compiacimento: lavorare la terra significa contaminarsi con la grande dea, feconda generatrice, che gode, introiettando il dio sole, che si relaziona coi ritmi astronomici che dettano i tempi di semina e i cicli vitali e si confronta con la loro ineluttabile e inesorabile iterazione. Coltivare non può prescindere dall’osservare e quindi dedurre.

Coltivare significa conoscere la scienza dell’agricoltura, avere strumenti di misurazione e quindi nozioni forti di topografia, di cui Mauro ha fatto tesoro. Come giustamente nota Paolo, i lavori di Mauro hanno spesso un forte apparato statistico. Raccoglie puntigliosamente dati, orientamenti, caratteristiche misurabili sui monumenti che indaga, elabora e cerca spiegazione e deduce inferenze e corollari. Ripete, in altre parole, la genesi della scienza: dall’osservazione alla spiegazione. Passo successivo: logica comportamentale e speculativa, fino alla predizione.

Come è meglio orientare i filari di un vigneto? Aspettare o meno la luna nuova per ripiantare i pomodori? A quale specie di cultivar destinare un nuovo appezzamento? Le decisioni non possono che rapportarsi alla propria visione cosmologica, a precisi paletti astrali e alla meditazione che induce l’osservazione esagero – financo dell’ombra di un tutore che scandisce il tempo del giorno, del mese, dell’anno. Contadino capace di cogliere il rapporto inferi-terra-cielo ed entrare in sintonia con la perfezione astronomica, dunque con l’osservazione e la scienza, sua fedele ancella.

Contadino dunque come chiave di lettura della sua curiosità e capacità di inferenze, non solo scientificamente speculative, bensì di concretezza, utilità e programmazione.

Ancora sul titolo del libro, che mi piace analizzare. Il contadino indica la luna. Il contadino è chino sulla terra. Anche l’archeologo è chino sulla terra ed è attento a ciò che brilla sulla punta del piccone. Un archeologo, di norma, non può che resocontare ciò che scava, senza spingersi ad immaginifiche supposizioni (per fortuna qualcuno lo fa!). Mauro invece alza spesso la testa dalla terra verso il cielo. Poi ritorna alla terra. Terra e cielo sono correlati. L’ordine cosmico trova un corrispettivo, viene ricreato in terra. I modi di ricreazione sono l’ampio campo di pensiero di Mauro. Un vero scrigno di inferenze speculative che mettono in crisi convinzioni radicate, compresi i modesti statuti dell’archeologia sarda a partire dal paradigma nuraghe-fortezza, che assegna al profano e non al sacro queste costruzioni.

È qui appena il caso di sottolineare che il paradigma taramel-lilliano non è la sola anomalia. A parole si auspica, ad esempio, l’interdisciplinarietà. Appena però un piede estraneo osa varcare il recinto degli scavi, viene inibito, escluso. Entra, a volte, chi asseconda il già detto e lo conferma.

Provate a sostenere che evidenti capitelli trovati negli scavi di Monte Prama, oltretutto quadrati e non circolari, siano tali e non modelli di nuraghe o che un bronzetto non sia un guerriero anziché un sacerdote o ancora, che le palle litiche trovate nei nuraghi non siano proiettili per fantasiose catapulte o fionde, bensì raffigurazioni astrali.

Errori interpretativi sono ricorrenti nella storia delle varie scienze. Ma a fronte dell’evidenza si cambia e ci si ravvede. L’archeologia sarda in ciò è perlomeno singolare: insiste a sostenere l’insostenibile!

Spiegato il paradigma nuraghe-fortezza e i nefasti corollari che ne sono derivati e come tutt’ora tale paradigma si ostativo a studi e ricerche, Littarru dedica un condivisibilissimo capitolo a Massimo Pittau che con logica deduttiva fu il primo a smontare il castello paradigmatico taramel-lilliano, partendo da una disciplina, apparentemente distante dall’archeologia – la linguistica – a cui gli archeologi non risposero, anzi, bellissima l’immagine di Paolo, su cui misero un tappo. Stesso tappo che misero alla disciplina archeastronomica e ad altre discipline a loro estranee, come tutte le discipline della natura ed anche a molte dello spirito. L’autoreferenzialità, per ogni disciplina, è foriera di insuccesso, a priori.

Il problema attuale – scrive Littarru – per l’archeologia isolana è come uscire da una situazione ormai insostenibile. Elenca tutti i tentativi di progressive smentite e raddrizzamento di tiro, ma ancora manca l’accettazione del nuovo cambio di paradigma o perlomeno il chiaro rigetto di una cantonata epocale.

La narrazione del libro, puntuale e documentata, ha un forte pregio: non si potrà più dire io non c’ero, io non condividevo, io non potevo. Fino alla fine, Lilliu ha tenuto duro. Umanamente non poteva smentire né sé, né la struttura che ha messo insieme e sostenuto per una vita. Fra le righe, se si vuol leggere, si capisce comunque il suo disagio e imbarazzo ben evidenziato da Paolo. A Lilliu comunque non si possono tuttavia disconoscere pregi. Ha molto contribuito a farci capire che una civiltà è tale anche quando non ha gli stessi requisiti di quelle esaltate. Peccato che anche lui ricorresse a graduatorie di civiltà, cosa priva di senso come alcuni antropologi sardi – Miali Pira in primis, o Cherchi o Bandinu – hanno evidenziato, mettendo in luce le caratteristiche e peculiarità di quella sarda, senza rivendicazioni di priorità o primati. Nessun archeologo ha saputo come Lilliu abbandonare il fattuale e concedersi a brani intensi e poetici, come quando descrive la stilizzazione di un antropomorfo che chiude le braccia nel volo verso gli inferi. Il problema vero sono quelli dopo di lui e con lui. Una piaga ancora non satura e purulenta. La forza del libro di Littarru è per me la sua scrittura discreta e critica pacata, a volte asettica e quindi credibile.

Il libro è un atto di sincera ammirazione verso il contadino che indica la luna e di dispiacere verso coloro che vedono solo il dito che la indica.

Mi auguro che il suo ottimismo sul cambio di paradigma sia concreto, non solo un auspicio. Ne ricaverebbe grande interesse l’intera Isola, non solo l’archeologia, bensì la stessa cultura sarda.


domenica 16 dicembre 2018

Usai, Perra e la Caverna di Platone


di Mauro Peppino Zedda


In un recente libro “La mensa dei Nuragici” Mauro Perra ha scritto di essere più interessato all'archeogastronomia che all'archeoastronomia. Unitamente a segnalare il piacere di leggere le sue ipotesi archeogastronomiche, non posso fare a meno di rimarcare l'assurdità del paragone, infatti un archeologo che si rispetti deve tenere in conto ogni dettaglio, dal più rilevante (l'importanza del Sole e degli astri nella cultura umana) al meno rilevante. Nel leggere la mensa dei nuragici mi venne in mente di segnalare a Perra un passo di Dante “fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtù e conoscenze”.
Che sia importante continuare a studiare la dieta dei nuragici non lo metto in dubbio, sono ormai due secoli che gli archeologi ci parlano di scodelle, tegami e ciotole, non chiedo loro di smettere di studiare i tegami ma di trovare un pochino di tempo per volgere lo sguardo anche verso il cielo.
È assurdo che nel 2018 la scuola archeologica sarda non abbia ancora compreso l'utilità dell'archeoastronomia al fine di comprendere il pensiero, la visione del mondo, la spiritualità del mondo nuragico.
In un più recente libro Il tempo dei Nuraghi (a cura di A. Perra, T. Cossu, A.Usai con 28 autori) in un capitolo curato da A. Usai leggiamo (pag 25) “Se ci pensiamo bene, gli uomini e le donne che vivevano in Sardegna durante le Età del bronzo e del Ferro dovevano conoscere alla perfezione tutte le opportunità e tutti i pericoli del loro ambiente: sorgenti, pozzi e pozze, acque termali, saline, guadi, sentieri, valichi, strettoie, grotte, ripari, nascondigli, luoghi d'avvistamento e appostamento, punti di passaggio della selvaggina, cave, miniere, approdi, legname, alberi da frutto, bacche oleose, erbe salutari, funghi, droghe, veleni e così via” quei nessun accenno all'importanza di elementi fondamentali come il Sole e la Luna; poi in altro capitolo scrive (pag 45) “ la proliferazione dei nuraghi, proprio perché costosa e gravosa, suggerisce che fosse considerato importante marcare la conquista di nuove terre con la costruzione di un monumento, al di là delle sue funzioni materiali. Era questa una ripetizione di atti quasi rituali, sebbene apparentemente non connessi con alcun culto, miranti a perpetuare una tradizione, come una sorta di incessante rifondazione sociale, o come una celebrazione di antiche conquiste o una riaffermazione di un mitico ordine cosmogonico? Io credo che il senso generale dei nuraghi e degli altri monumenti nuragici possa essere compreso solo nell'ambito delle dinamiche sociali ed economiche di grande portata. Tuttavia alcuni particolari potrebbero essere almeno inquadrati facendo riferimento a un mondo simbolico per noi oscuro, ma che per i protagonisti di allora poteva costituire un codice condiviso. Per esempio ferme restando le ragioni di fondo, è possibile che la costruzione di un nuraghe o insediamento o tomba o tempio, oppure la loro ubicazione, fosse decisa a seguito di vaticini, presagi, sogni, allucinazioni o altri presunti “segni” come la caduta di un fulmine, lo scoppio di un incendio, la nascita o la morte di una persona o di un animale, l'accadimento di fatti inspiegabili o preannunciati da racconti mitici? È possibile che per iniziare la costruzione si aspettasse un momento particolare definito da una speciale posizione di uno o più astri, oppure che il monumento venisse venisse orientato in modo tale da registrare la data d'inizio della costruzione? Sulla scorta di simili valutazioni si potrebbero ricondurre ad un quadro di riferimento, senza spiegarle, le forti oscillazioni di orientamento e altre apparenti stranezze; ma ciò non rivelerebbe la natura e funzione dei nuraghi, che è azzardato cercare al di fuori del legame con la terra, le risorse e le attività umane.”

Questi concetti Usai li aveva già espressi in un suo articolo inserito nel volume l'Isola delle Torri a cui risposi in questo blog (cfr Alessandro Usai e la disposizione deinuraghi).
In quel libro mise il mio Archeologia del Paesaggio Nuragico in bibliografia mentre ora ha ritenuto di non mettere riferimenti ai miei studi, anche se ne attinge a piene mani.
Il paradigma militarista viene fortemente ridimensionato ma Usai e Perra (comunque sia, le punte più avanzate dell'archeologia sarda) brancolano ancora nel buio.
Per descrivere il loro agire non trovo di meglio che un riferimento al mito della caverna di Platone che ne La Repubblica scrive:

Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna […] pensa di vedere uomini che vi stiano dentro sin da fanciulli, incatenati gambe e collo, si da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d'un fuoco [...] Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. - Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. - Somigliano a noi risposi; credi che che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo tutta la vita? E per gli oggetti che trasportano non è lo stesso? Sicuramente. […] Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall'incoscienza. Metti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e barbuglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? E se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? Certo, rispose.

E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? E non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati? È così, rispose. Se poi, continuai, lo si trascinasse via da lì a forza, su per l'ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s'irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. Non potrebbe, certo, rispose, almeno all'improvviso. Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell'acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. Come no? Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. Per forza, disse. Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.”

Il discorso di Platone continua sempre più avvincente e denso di significato epistemologico, nel leggere il contenuto del libro curato da Cossu, Perra e Usai il mio pensiero, come d'incanto, è andato a parare nell'allegoria della caverna descritta da Platone. Mi pare perfettamente calzante con le catene culturali imposte da Lilliu al mondo dell'archeologia sarda.

martedì 20 novembre 2018

Ipotesi sull'altezza del nuraghe Arrubiu


di Mauro Peppino Zedda

A proposito della supposta altezza originale del nuraghe Arrubiu di Orroli è da tanto che se ne discute, più volte mi è capitato di sentire l'archeologa Fulvia Lo Schiavo asserire che questo nuraghe fosse il più alto, 27,5 metri, tra tutti i nuraghi della Sardegna.
L'archeologa basa il suo ragionamento su tre dati, uno oggettivo e due soggettivi. Il dato oggettivo riguarda i resti ancora in opera della torre centrale, mentre quelli soggettivi sono rappresentati dalle misurazioni eseguite per calcolare il diametro che avrebbe caratterizzato la sommità della torre e dal ritenere che l'inclinazione del paramento murario della torre fosse regolare ed omogeneo ( F. Lo Schiavo e F. Villani, La ricostruzione del nuraghe Arrubiu. 2003).
Non ho elementi per giudicare se la torre avesse veramente un diametro di 375 cm alla sommità, ma certamente posso di asserire con assoluta certezza che le pendenze che caratterizzano i paramenti murari delle torri nuragiche non sempre sono regolari.
Dunque l'idea che l'inclinazione del paramento murario della torre dell'Arrubiu fosse regolare ed omogenea mi pare un postulato accettato aprioristicamente piuttosto che una logica deduzione dell'insieme degli elementi che costituiscono la torre in questione.
L'ipotesi della Lo schiavo è stata recentemente ripresa dagli architetti Gabriele Manca e Donatella De Rinaldis (progettazione e costruzione del nuraghe Arrubiu, in Il nuraghe Arrubiu vol. 1 a cura di F. Lo Schiavo e M. Perra, 2017), che senza spirito critico accettano la proposta della Lo Schiavo.


I due presentano la sezione (pag 80 testo citato) della torre, che riprendo in questa sede.
La sezione presentata da Manca e De Rinaldis non presenta la scala metrica, basandomi sulle misure proposte ho calcolato una scala di 1 a 350~. In essa si può facilmente notare che la massa muraria compresa tra la terza cupola e la sommità del terrazzo presenta uno spessore (350 cm in altezza), ovvero una massa piena, palesemente irrealistica.
Prima domanda: perché tanta superficialità nel presentare una sezione palesemente fuorviante e fantasiosa in un testo che pretenderebbe di essere scientifico?
Seconda: se ai due architetti dispiaceva smentire l'ex soprintendente, perché invece di aggiungere un'inverosimile massa piena in cima alla torre non hanno “giocato” con l'altezza della seconda e della terza cupola?
Il secondo interrogativo mi fa propendere che i due architetti siano in perfetta buona fede, ben sapevano che “stirare” l'altezza delle due cupole sarebbe stata un operazione perniciosa e dunque inseriscono la massa piena in alto, proposta che mi appare assurda.
Unica spiegazione logica mi pare quella di concludere che i due architetti non sappiano che le pendenze che caratterizzano i paramenti murari delle torri nuragiche non sempre sono regolari.
L'idea che i costruttori dell'Arrubiu a 24 metri di altezza in corrispondenza della sommità della terza cupola, invece di costruire il terrazzo abbiano pensato di aggiungere 3,5 metri di massa muraria piena la considero una proposta fantasiosa, probabilmente non la più fantasiosa che sia stata proposta ma sicuramente se la gioca... Che lo possa fantasticare un archeologo, spesso digiuno in materia scientifiche, ci sta, ma non riesco a capacitarmi che l'architetto Manca dopo aver messo le mani in pasta a tanti nuraghi la consideri una ipotesi verosimile.
Qualcuno invece di entrare nel merito delle mie osservazioni si chiederà quali siano le mie credenziali per poter criticare il lavoro della Lo Schiavo e dell'architetto Manca. Dunque mi pare opportuno raccontarvi una vicenda inerente il Santu Antine, risalente al 1995. Nello studiare l'orientamento di questo nuraghe mi accorsi che la nicchia presente nella camera al primo piano della torre centrale bisognava ancora scavarla nella parte basale. Telefonai in soprintendenza e spiegai alla Lo Schiavo, allora soprintendente, quanto avevo desunto dalle mie analisi, lei restò incredula alle mie spiegazioni adducendo che il nuraghe era già stato scavato alla perfezione da Taramelli, visitato per decenni da tutti gli archeologi sardi e dunque non era possibile che potessi aver ragione. Ovviamente non mi arresi e mandai uno scritto alla soprintendenza. In quegli anni attorno al nuraghe operava un'equipe guidata da archeologi e architetti liguri, feci leggere la lettera, che comunque avevano avuto in visione, e mi dissero che non gli interessava eseguire un saggio nel punto da me indicato (non so se per loro volere o per ordine della soprintendenza di Sassari). In quel tempo i miei primi studi di archeoastronomia erano oggetto di ostracismo (ancora in corso) da parte degli archeologi sardi e il fatto che stavo mettendo in luce che il Santu Antine non era stato esplorato a dovere non li entusiasmava. Fortunatamente prima che terminasse la campagna di scavo avvenne un miracolo! Il miracolo di San Costantino! Qualcuno, certamente ispirato dal santo, scavò per una trentina di cm nel luogo da me indicato, e a quel punto vedendo ceramiche l'equipe di archeologi liguri decise di scavare e trovarono la celletta che indicavo. La Lo Schiavo mi chiese scusa per le parole che mi riservò al telefono. Ma non dimenticherò mai l'accoglienza dell'architetto Lanza, che mi chiese: come hai fatto? Io risposi: beh era evidente, all'esterno ci sono tre finestrini occlusi (di terra) e dunque ero certo che bisognava scavare! E lui: si che bisognava approfondire lo scavo non era difficile intuirlo, anche se nessun archeologo lo aveva finora notato, ma tu come hai fatto ad azzeccare la profondità della celletta? Che procedimenti hai usato per capire che scendeva per 270 cm dal piano di calpestio? Glielo spiegai con immenso piacere.
Ma torniamo all'altezza della torre centrale dell'Arrubiu.
Che l'ultima camera fosse sovrastata da una massa muraria piena per un'altezza 350 cm lo ritengo altamente inverosimile.
Osservando la sezione (vedi figura) ritengo sovrastimato pure lo spessore murario tra la prima e la seconda e tra la seconda e la terza cupola.
Ritengo che sia stata sovrastimata pure l'altezza della seconda e soprattutto della terza cupola.
Mi pare che l'esagerazione della Lo Schiavo nello stimare dell'altezza della torre sia direttamente proporzionale alla superficialità del Manca nel non criticare il suo assunto.
Mi pare ovvio che la pendenza del paramento murario non fosse regolare come postulato da Lo Schiavo e Manca.
Ai 27,5 metri ipotizzati gliene toglierei perlomeno 6 (4m di spessore murario e 2m di riduzione delle altezze della terza e seconda cupola), che fanno dell'Arrubiu un nuraghe comunque altissimo! Più di 20 metri. Ovvero un moderno palazzo a 7 piani. Oh Dio, che brutto parallelo! I nuraghi non hanno niente a che vedere coi palazzi il termine di paragone è il campanile (cfr Archeologia del Paesaggio Nuragico 2009).

martedì 9 ottobre 2018

Santa Cristina e la corbelleria al cubo


di Mauro Peppino Zedda

Stamane mi chiama Franco Laner e mi chiede se avessi letto quanto scritto da Sandro Angei sul pozzo di Santa Cristina di Paulilatino. Non lo avevo letto e ho subito provveduto per dovere e altrettanto per dovere mi sento di scrivere alcune impressioni.
Quanto scritto da Angei a riguardo del Santa Cristina la definirei una corbelleria al cubo, perché si innesta e si cumula con quelle dedicate al pozzo di Santa Anastasia di Sardara.
La prima corbelleria astronomica sul pozzo di Sardara porta la firma del prof. Sloveno Buran Juvanec, che poco o niente sapendo di come il pozzo fosse strutturato in origine, elaborò un’ ipotesi che solo sprovveduti sulle costruzioni nuragiche possono prendere per buona.
Juvanec trovò che i raggi solari del 21 aprile riflettendosi nell’acqua vanno a centrare ed uscire dal foro apicale…
Una bella geometria… peccato che fosse stata trovata in un monumento diroccato…
Juvanec non tenne conto che la volta del vano scala è semi diroccata e che se fosse stata intatta il sole in quella data non si sarebbe specchiato nell’acqua del pozzo.
Angei invece di accorgersi dell’errore di fondo commesso dallo studioso sloveno si lascia incantare dai flussi luminosi e si domanda dove va a specchiarsi la luce riflessa! La fig 1 esemplifica il concetto….


Angei non è nuovo a questi incantamenti , basta pensare ai tori di luce pseudosolstiziali..
Angei invece di accorgersi dell’errore di fondo commesso da Juvanec, si infila dentro la corbelleria dello sloveno e scrive un articolo (4 settembre 2017) nel maymoniblog dove postula che vi fosse una struttura tesa a far godere dell’evento vedi figura 2.



Angei ha elevato al quadrato la corbelleria di Juvanec…
Ora allargando la sua analisi al Santa Cristina la corbelleria viene elevata al cubo…



 Nella figura 3 (tutte le tre figure sono tratte dagli scritti di Angei nel maymoniblog) si può osservare come Angei abbia tracciato una serie di linee che rappresentano l’angolazione dei raggi solari ai solstizi, equiniozi e il 21 di aprile (e agosto) linee tracciate in una sezione del pozzo santa Cristina allo stato attuale, Il 21 aprile secondo Angei i raggi solari andrebbero a specchiarsi nel filare che secondo Arnold Lebeuf (il pozzo di Santa Cristina un osservatorio lunare, 2011) fungerebbe, fondatamente, da marcatore per il lunistizio medio.



Nella foto 4 si può vedere una sezione del Santa Cristina come doveva essere in origine (tale figura è stata pubblicata in Astronomia nella Sardegna Preistorica), una ricostruzione, penso incontrovertibile, della sezione del pozzo del Santa Cristina, una ricostruzione che solo sprovveduti che non conoscono i monumenti della Sardegna nuragica possono negare.

Sia l’architetto sloveno che il geometra Angei hanno lavorato su monumenti svettati, senza domandarsi come fossero in origine, sommando corbelleria su corbelleria. 

mercoledì 11 aprile 2018

INCUBAZIONE ORACOLO NARCOTICO nella Sardegna nuragica

di Massimo Pittau

È cosa abbastanza nota che alcune fonti classiche attestano per la Sardegna nuragica l’esistenza della pratica medico-sacrale della «incubazione». Questa consisteva nel dormire presso un luogo sacro in attesa di sogni rivelatori, i quali venivano interpretati sia in funzione terapeutica sia in funzione mantica ai fini dell’agire pratico dei devoti.
È in primo luogo Aristotele che dà la notizia dell’usanza dei Sardi di «dormire presso gli eroi». Un suo commentatore, Filipono, aggiunge che i Sardi dormivano presso gli eroi perfino cinque giorni, quasi sicuramente con un processo artificiale a base di "narcotici". Il Pettazzoni, che fu il primo ad illustrare questa pratica nuragica della incubazione, si pose il problema «dei luoghi opportuni e abbastanza ampi, ove potessero svolgersi» e concluse che esse si svolgevano presso i gigantinos e precisamente nell’«ampio emiciclo che precede come vestibolo la tomba vera e propria, ed è elemento tipico di ogni tomba di giganti».
Pur riconoscendo che il Pettazzoni ha trattato il tema dell’incubazione nuragica in maniera magistrale e pur dando atto che la sua tesi relativa allo svolgimento del rito nell’emiciclo o esedra dei gigantinos è stata seguita da tutti gli autori successivi, io dico che questa ipotesi si deve respingere come errata, perché è chiaramente contraddetta sia da un’ovvia considerazione di Massimo Pallottino, sia da due testimonianze di autori antichi. Ha scritto il Pallottino: «La difficoltà sta nel conciliare queste tradizioni [della incubazione] – che hanno un indubbio sapore di autenticità – con la destinazione delle "tombe di giganti" le quali, più che monumenti di singoli eroi, sembrano essere sepolcri collettivi dei villaggi nuragici». In secondo luogo, lo scrittore latino Tertulliano conferma il rito nuragico della incubazione e si esprime testualmente così: «Aristotele cita un certo eroe della Sardegna, il quale privava dalle ossessioni gli incubatori del suo sepolcro (Aristoteles heroem quemdam Sardiniae notat incubatores fani sui visionibus privantem)».
È ragionevole ritenere che la pratica comune fosse che i devoti-pazienti effettuassero il loro sonno incubatorio fuori del nuraghe e precisamente nei numerosi locali "parareligiosi" ed anche nelle numerose capanne - o meglio cumbissìas - che attorniano tutti i grandi nuraghi, ad es. quelli di Losa di Abbasanta, Nuraxi di Barumini, Palmavera di Alghero, Genna 'e Maria di Villanovaforru, Arrubiu di Orroli, ecc. Quei locali sono stati ereditati da quasi tutti gli odierni santuari cristiani di campagna, sia nella loro funzione principale di "dormitori" sia nel loro nome di cumbessìas, cumbissìas, cummissìas, il quale è proprio un vocabolo di origine protosarda o nuragica, che è da collegare - non derivare - coi vocaboli latini incumbĕre «distendersi» e incubatio,-onis «incubazione».
A proposito del grande Nuraxi di Barumini c’è da osservare che solamente nella prospettiva religiosa che io vado sostenendo e delucidando, si può spiegare quello stranissimo villaggetto che lo attornia, del quale l’archeologo scavatore ha sottolineato il disordine costruttivo che lo caratterizza come un "termitaio" o come un "intrico di viuzze impossibili e di casette arruffate". Questo villaggetto è privo di piazze, di pozzi, di cortili per gli animali domestici o da lavoro. In un villaggio così assurdo dal punto di vista urbanistico ed anche igienico è impossibile supporre uno stanziamento umano permanente; al contrario si deve pensare ad uno “stanziamento temporaneo” da parte di individui che si recavano al nuraghe-santuario per devozione, per malattie o per necessità pratiche e che alloggiavano in quelle capannucce per otto o nove giorni al massimo, proprio come fanno tuttora i Sardi che si recano ai vari santuari cristiani di campagna e alloggiano nelle casupole o nei porticati o logge (cumbissìas, muristenes, lollas, lozas) che li attorniano, per il solo periodo della novena o della festa religiosa.
Abbiamo però anche un bell’esempio di santuario nuragico, nel quale i dormitori per i pellegrini sono disposti secondo un piano costruttivo abbastanza regolare: il santuario di Santa Vittoria di Serri. Questo santuario presenta un recinto sacro, al quale è addossata una serie di stanzette e un porticato, che risultano chiusi verso l’esterno del recinto ed aperti invece verso l’interno. La disposizione dei porticati aperti ad un solo lato, nella direzione del tempio, secondo quanto dicono i noti studiosi Daremberg e Saglio, è attestata anche per santuari greci nei quali pure si praticava il rito dell’incubazione.


Il rito dell’“oracolo”

Dopo che il Pettazzoni ebbe segnalato ed illustrato il rito della incubazione praticato dai Nuragici, gli studiosi successivi hanno unanimemente ammesso per scontato questo importante dato storico ed archeologico per l’antica civiltà nuragica. Nessun autore, però, né il Pettazzoni né altri, ha preso in considerazione un altro problema, che è strettamente connesso con quello della incubazione: la pratica ed il rito dell’oracolo o vaticinio. Si deve infatti considerare che nell’antichità avveniva quasi sempre che, dopo aver avuto un "sogno rivelatore", il devoto-paziente si rivolgesse ad una sacerdotessa per averne la "interpretazione" sia in vista di una sua esigenza terapeutica sia in vista di una sua esigenza che scaturiva dall’agire pratico; e quest’opera di "interpretazione" si caratterizzava come pratica o rito dell’«oracolo», il quale era comunissimo in tutto il mondo antico.
Ebbene, nonostante che nessuno studioso abbia intravisto la necessità di collegare il rito della incubazione al rito dell’oracolo, c’è da affermare che esistono numerose e chiare prove dell’esistenza anche di questo nella civiltà nuragica, prove che si traggono soprattutto dalla struttura architettonica di numerosi nuraghi. Il rito dell’incubazione, infatti, si svolgeva generalmente attorno al nuraghe, nelle capanne che lo attorniavano – le cumbssìas – mentre il rito oracolare si svolgeva sempre dentro il nuraghe, col responso interpretativo che la sacerdotessa dava al devoto-paziente circa il sogno avuto durante l’incubazione.
Il particolare costruttivo di molti nuraghi che si può spiegare solamente nella supposizione che in essi si svolgesse appunto la pratica dell’oracolo, consiste, parlando in termini generali, in questo: in alcune nicchie – entro le quali erano sistemati i simulacri degli dèi adorati o i corpi anche imbalsamati degli eroi divinizzati – esistono pertugi o canali acustici collegati con altri ambienti del nuraghe, dai quali la sacerdotessa dava la risposta alle domande del devoto, risposta che ovviamente figurava data dal dio o dall’eroe divinizzato o dall'antenato. I Sardi Nuragici dunque andavano nei nuraghi a farsi "interpretare" i sogni avuti durante il sonno incubatorio ed ottenevano la risposta del nume, il cui simulacro era dentro una nicchia e il cui volere era interpretato dalla sacerdotessa che parlava da un altro ambiente attraverso un pertugio o canale acustico oppure da una scala nascosta che terminava nella nicchia. Si ha infatti notizia che in qualche tempio antico la risposta oracolare veniva fuori dalla bocca di una statua del nume, la quale era attraversata all’interno da un canale acustico, che a sua volta era in comunicazione con un locale sotterraneo, dove parlava la sacerdotessa. 
Questo particolare costruttivo di una nicchia fornita di un pertugio oracolare si ha nei nuraghi Mura ’e Mandra, nei pressi di Santa Cristina di Paulilatino, Ruju di Macomer e Losa di Abbasanta. Un pertugio oracolare collegato con la scala si riscontra ancora intatto nel nuraghe Crabia di Bauladu, precisamente nella nicchia della cella del primo piano. In questo medesimo nuraghe la funzione oracolare si svolgeva anche nella cella del piano terreno; precisamente nella nicchia di destra risulta una scala nascosta al visitatore, dalla quale la sacerdotessa dava il responso oracolare. La scala poi sale e finisce in una celletta, la quale risulta ricavata sopra il corridoio d’ingresso, con cui comunica attraverso una fessura lasciata sul pavimento fra i massi, mentre con l’esterno comunica con un foro lasciato fra i massi della parete.
Una celletta ricavata sopra il corridoio dell’ingresso, col quale comunica attraverso una o più fessure o con un canaletto acustico e inoltre in comunicazione con l’esterno attraverso piccoli fori o pertugi lasciati liberi fra un masso e l’altro, si trova anche in altri nuraghi, ad es. Palmavera di Alghero (sull’ingresso orientale), Su Càrmine della Nurra, Santa Barbara di Villanova Truschedu, Paddagghju/Leni nei pressi della roccia dell’Elefante di Castelsardo, Tittiriola di Bolotana, Figu Rànchida di Scano, Ala ‘e Cae di Pozzomaggiore, Agnu di Calangianus, Ruju di Norbello, Cunzadu di Siligo, Santu Millanu di Nuragus, nuraghe Losa di Abbasanta e Santu Antine di Torralba.
Il particolare costruttivo della celletta posta al di sopra del corridoio dell’ingresso, in comunicazione sia con questo sia con l’esterno del nuraghe, ci offre la possibilità di intravedere le modalità secondo cui nei nuraghi più importanti si effettuava il rito dell’oracolo: l’avvicinarsi di un devoto al nuraghe veniva notato dalla sacerdotessa attraverso i pertugi della sua celletta che davano all’esterno dell’edificio; il devoto si avvicinava all’ingresso del nuraghe in attesa di avere le disposizioni rituali. Queste gli venivano date dalla sacerdotessa attraverso i pertugi esterni oppure attraverso il canale o le fessure che uniscono la sua celletta al corridoio d’ingresso. Le disposizioni della sacerdotessa non erano soltanto di carattere rituale, ma anche indirizzavano il devoto ad una particolare nicchia sistemata nella cella centrale e terrena del nuraghe. Nel mentre che il devoto faceva le sue abluzioni lustrali nel recipiente sistemato nel nicchione dell’ingresso oppure vi deponeva le sue offerte e dopo si appressava alla nicchia indicata, la sacerdotessa scendeva la scala che termina in questa e si piazzava al lato del simulacro del nume, non vista dal devoto. Dopo che questi aveva effettuato gli atti cultuali ed elevato le sue preghiere al nume, esponeva le sue esigenze mediche e pratiche e raccontava il sogno avuto nel sonno incubatorio o anche in un particolare sonno normale; la sacerdotessa allora dava la sua interpretazione del sogno e le risposte terapeutiche o pratiche attese dal devoto.
In altri nuraghi la medesima funzione delle disposizioni rituali di carattere preliminare era ottenuta con un accorgimento costruttivo alquanto differente. Cito il caso del nuraghe Madrone od Orolìo di Silanus: sul corridoio dell’ingresso a destra, sopraelevata dal suolo, sfocia una apertura, la quale sale con una scaletta secondaria e sfocia in un lato nascosto della nicchia della camera del primo piano. In questo nuraghe il devoto veniva istruito dalla sacerdotessa sulle prescrizioni rituali attraverso l’apertura sopraelevata del corridoio d’ingresso; dopo di che veniva invitato a salire nella scala principale posta a sinistra del corridoio. Mentre egli la percorreva, la sacerdotessa saliva anch’essa al piano superiore, ma seguendo la scaletta secondaria e si piazzava a fianco del simulacro del nume sistemato nella nicchia della camera superiore, in attesa delle domande del devoto.
Questi particolari costruttivi dei cunicoli, canali acustici, pertugi e fessure che sfociano sul corridoio d’ingresso di quasi tutti i grandi nuraghi, vengono spiegati dai sostenitori della destinazione militare dei nuraghi in una maniera che è senz’altro più semplice, ma che insieme è priva di un minimo di logicità: quei cunicoli, canali, pertugi e fessure sarebbero "piombatoi" o "caditoie" attraverso cui i difensori avrebbero fatto cadere proiettili sugli assalitori che si fossero azzardati a varcare l’ingresso del nuraghe. Senonché c’è da obiettare: supposto che uno o due assalitori fossero stati tanto ingenui da farsi ingannare e colpire nel modo suddetto, è assurdo pensare che il terzo avrebbe ritentato la prova dei suoi compagni. Nella prospettiva militarista, dunque, la funzionalità pratica dei suddetti accorgimenti costruttivi, predisposti ai fini della difesa, sarebbe risultata pressoché nulla, dato che essi alla fine sarebbero risultati completamente inutili.
Il particolare costruttivo poi di una scala secondaria, che parte da un lato nascosto di una nicchia della camera del piano superiore e sfocia nel corridoio d’ingresso, come nel nuraghe Madrone, viene spiegato dagli autori militaristi come una "scala di sicurezza" predisposta affinché i difensori potessero sfuggire ai nemici, nel caso che questi fossero riusciti a penetrare nella cella superiore del nuraghe. Senonché un particolare costruttivo di questo tipo non può essere affatto interpretato come un accorgimento tattico di difesa, per la semplice ma insormontabile ragione che questa presunta "scala di sicurezza" non sfocia all’aperto, distante in una qualche misura dal nuraghe, bensì sfocia dentro il nuraghe stesso, e precisamente nel suo corridoio di ingresso. Gli eventuali difensori in fase di ritirata, pertanto, non avrebbero trovato scampo alcuno, dato che i nemici certamente avrebbero tenuto bloccato l’ingresso del nuraghe, anzi, l’intero edificio.
Oltre quelli già citati, numerosi altri nuraghi presentano il particolare costruttivo di una scala che parte da un lato nascosto di una nicchia: Preda Longa di Nuoro, Cuàu di Bonarcado, Òrgono di Ghilarza, Iselle di Buddusò.
In alcuni nuraghi la risposta oracolare veniva data anche attraverso finestrelle, sempre sopraelevate dal livello del suolo, che davano direttamente sulla camera centrale del nuraghe o in celle laterali: ad es. nel nuraghe Losa, alla cui finestrella oracolare si accede attraverso una stretta e ripida scaletta che parte dalla rampa superiore della scala centrale; e anche nei nuraghi is Paras di Isili e Domu dess’Orcu di Sarroch.
Nel nuraghe Santu Antine di Torralba la cella oracolare comunica con l’esterno attraverso tre fori lasciati liberi fra i massi della muraglia, col corridoio d’ingresso attraverso un pertugio praticato nel pavimento. In questo nuraghe, la cui mole, complessità e ricchezza di struttura mostrano chiaramente che si trattava di un santuario molto frequentato, la risposta oracolare veniva data nelle tre camere poste ai vertici della pianta triangolare, attraverso alcune finestrelle sopraelevate.
Per effetto della relativa piccolezza delle celle oracolari di alcuni nuraghi e per effetto di una certa difficoltà per accedervi, sarei propenso a ritenere che le sacerdotesse vi dimorassero durante le feste che si celebravano periodicamente nel santuario, in "clausura temporanea". Escluderei invece per loro una vita di "clausura permanente" a causa della impossibilità di abitare in modo continuativo nei nuraghi, da me già spiegata nella mia opera “La Sardegna nuragica”.


LE BITIE/PIZIE

I lettori attenti avranno notato che, parlando dell’oracolo o vaticinio come rito strettamente legato a quello della «incubazione», ho preferito parlare di "sacerdotesse" che lo esercitavano anziché di "sacerdoti". La mia preferenza non è stata determinata dal caso; al contrario mi sembra che esistano numerose prove, storiche archeologiche etnologiche ed anche linguistiche, le quali tutte spingono a ritenere che per il rito dell’oracolo si debba supporre assai più l’intervento di sacerdotesse-maghe che non quello di sacerdoti-stregoni.
Innanzi tutto si tratta di ricordare, sul piano storico, che per tutta l’antichità il rito dell’oracolo fu esercitato, in misura quasi esclusiva, da donne, le famose Pitie, Pizie (o Pitonesse) e Sibille, le quali erano sotto la protezione ed al servizio del dio Apollo o di qualche altro.
Fra Nuoro e Loculi esiste una cima di monte chiamata Punta Sibilla e una Sibilla operava pure nel santuario di Sibiola, presso Serdiana e in quello di Zurrài ad Isili. Nella grotta del Carmelo di Ozieri la tradizione popolare fa abitare Sa Sàbia Sibilla «La Saggia Sibilla», la quale profetizzava il futuro. Questa tradizione viene confermata da un passo dell’Angius, il quale riferisce che la grotta del Carmelo si riteneva che «fosse l’abitazione di certe streghe o fate, che diceano indovine, donne di lunghissima vita, sagge del futuro e però consultate come oracoli e potentissime di magica virtù».
Infine si deve considerare che in tutta la Sardegna la pratica della magia viene tuttora esercitata quasi esclusivamente dalle donne, le maghiárjas «maghe, maliarde», le quali ancora interpretano i sogni dei loro clienti e predicono il loro futuro. Al contrario la figura del «mago» è pressoché sconosciuta in Sardegna.
Sul piano archeologico abbiamo alcune prove dell’esistenza di sacerdotesse nel culto religioso dei Sardi Nuragici, di certo più numerose dei sacerdoti: si tratta dei bronzetti che presentano figure di donne, in posizione ieratica, con speciali abbigliamenti e con offerte nelle mani.
L’esistenza di sacerdotesse nel mondo sacrale dei Sardi Nuragici è confermata, sia pure in maniera implicita, da una notizia tramandataci da Solino, ma attribuita ad Apollonide: «Apollonide riferisce che nella Scizia nascono donne che sono chiamate Bithiae: queste hanno doppie pupille negli occhi e privano della vista colui che per caso abbiano guardato irate. Esse esistono anche in Sardegna». Si vede abbastanza facilmente che il vocabolo Bithia non è altro che una variante di quello greco Pythía «Pitia, Pitonessa». Considerato poi che il vocabolo greco è fino al presente privo di etimologia, è molto verosimile che siamo di fronte ad un vocabolo lidio o anatolico o pelasgico, il quale è finito con l'entrare sia nella lingua greca sia in quella protosarda o nuragica (vedi “La Sardegna nuragica” §§ 45,46,47; in questa mia opera vanno riscontrate le note e le immagini).

Narcotici e droghe

Resta infine un problema. Abbiamo già visto che il sonno incubatorio poteva durare perfino cinque giorni, di certo come effetto della ingestione di qualche narcotico o droga: abbiamo la possibilità di intravedere quale poteva essere di preciso questo narcotico? A me sembra di sì.
Sappiamo quasi di certo che nel santuario pagano di Sibiola, presso Serdiana, adesso mutato nella “Santa Maria di Sibiola”, era venerata la grande dea Artemide Sardiana o di Sardis, capitale della Lidia, terra di origine dei Sardi Nuragici e pure degli Etruschi. Ebbene, siccome da questa divinità ha derivato il suo nome l’erba chiamata «artemisia» (Artemisia absinthium L.), detta comunemente «assenzio», possiamo logicamente dedurre che la droga ingerita per il sonno incubatorio degli antichi Sardi era molto probabilmente l’assenzio. Questa pianta, molto diffusa in Sardegna, ha su chi la ingerisce in un qualsiasi modo, effetti allucinogeni e provoca notevoli turbe psichiche.
Ma c’è dell’altro: sappiamo che le antiche Pizie profetavano in stato di estasi, possedute da Apollo o da un altro dio: ed è probabile che pure le Pizie facessero uso dell’assenzio per la loro attività profetica.