lunedì 9 agosto 2010

Il significato simbolico del nuraghe quadrilobato

di Fabrizio Sarigu


Il tema che vorrei trattare con voi in questo post riguarda il possibile significato simbolico dei nuraghe, soffermandomi però su una tipologia particolare, quella dei nuraghi composti quadrilobati, come tipica rappresentazione dell’universo.
Il nuraghe quadrilobato si caratterizza per la presenza di quattro torri poste agli angoli di una sorta di quadrato ed una quinta, molto più grande, posta al centro. Questa rappresentazione iconica è diffusa in tutto il mondo, in ogni luogo rappresentante sempre lo stesso significato, il kosmos nell’unione cielo e terra.
Il discorso però potrebbe essere più complesso e anche racchiudere conoscenze che non tutti sarebbero disposti a riconoscere agli antichi, raffinate conoscenze di carattere astronomico. Il nuraghe quadrilobato sarebbe la rappresentazione del piano dell’eclittica, che il mito antico nominava con termini “tecnici” diversi, pur indicando sempre lo stesso oggetto. Il mito si riferisce all’eclittica con varie allegorie simboliche, come le mura di una città, oppure il labirinto, ma per quanto riguarda i nomi solitamente si usavano termini quali: terra “piatta”, “vera”, ”quadra”, “di mezzo”(si, quest’ultimo caso ricorda il signore degli anelli, che è un sunto del mito nordico, quindi di cosa volete che parli se non di astronomia?).
Questa nomenclatura ha infatti favorito una confusione di significati, per cui i più sostengono che l’idea che la terra è una sfera sia un’acquisizione relativamente recente e che questa idea fosse invece sconosciuta agli antichi. Dall’analisi comparata del mito di numerosissime civiltà nel mondo (grazie al contributo del grande De Santillana), benché lontane nello spazio e nel tempo, è però possibile individuare un linguaggio tecnico mediante il quale gli antichi astronomi tramandavano, sotto forma di memotecniche, le loro conoscenze in modalità “segreta e iniziatica”. L’analisi di questi miti può aiutare a comprendere questo linguaggio.
Anzitutto sfatiamo vecchie concezioni, come sottolineava già Aristotele, tutte le popolazioni (ivi compresa quella nuragica) che avevano interesse scientifico/religioso verso il cielo ed il nostro satellite in particolare, non potevano non notare che l’ombra del nostro pianeta sulla superficie lunare è curva (la famosa mezza falce) in oltre osservando l’orizzonte, una nave appare alla vista prima grazie all’albero, poi allo scafo. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi ma è evidente che questi aspetti non potevano non essere notati. Forse il popolo poteva anche essere tenuto all’oscuro di certi particolari, ma chi faceva dell’osservazione una professione sacrale non poteva non notarli.
Quindi cosa intendevano gli antichi quando parlavano di terra piatta?. La terra “piatta”, era il termine con cui si indicava il piano dell’eclittica, terra perché “abitata” dalle potenze divine planetarie (cani di Persefone come gli chiamava Pitagora), che svolgevano le loro evoluzioni avendo in sottofondo le 12 costellazioni. Da una posizione e concezione geocentrica dell’universo, l’eclittica appariva come una tavola (la tavola che Zeus rovesciò nel mito di Deucalione, scatenando il diluvio, poi vedremo cosa significa), nella quale come detto si muovevano le divinità planetarie, sole, luna ( i nodi draconici) e inoltre era un mondo/dimensione abitato dagli esseri dello zodiaco (il nome è indice della concezione “vivente” sottostante).
La dea madre, Demetra (letteralmente madre terra), sicuramente è una sorta di rappresentazione allegorica del nostro pianeta come madre che partorisce la natura, ma la stessa immagine è, al contempo, sovrapposta anche all’altra terra, quella piatta. Due esempi possono aiutare a capire. Il primo è il mito di Uranos e Gaia, dove Uranos (la parte maschile del cielo indicata dal piano dell’equatore, le stelle fisse) mediante il suo pene (asse della terra) era unito a Gaia ( la parte femminile, il nostro pianeta, ma anche il piano del’eclittica). Tuttavia, Saturno con la sua falce evirò il padre. Il mito ha lo scopo di dare ragione dell’obliquità dell’eclittica, inclinata di circa 23,27 gradi rispetto all’equatore celeste, attraverso l’allegoria dell’evirazione dell’asse terrestre. La terra e l’eclittica sono rappresentate entrambe dalla figura della dea madre, perché se l’eclittica non fosse inclinata sarebbe sovrapposta al piano dell’orizzonte/ equatore celeste, quindi le due terre coinciderebbero, la nostra e quella degli dei. Fra l’altro quest’inclinazione è causa della precessione degli equinozi e quindi (anche per Platone) dell’origine del tempo. L’altro esempio, forse meno nobile, ci è dato da una favola comune, ma che da l’idea del limite oltre il quale riesce a spingersi il messaggio del mito. Anche Biancaneve è una dea madre, chi o che credete che sia il principe AZZURRO???, che però non ci si riferisca proprio al piano terrestre, alla semplice natura, ce lo indica un dettaglio, il fatto che i nani siano 7. Infatti i numeri 5 (i cinque pianeti visibili), 7 (cinque pianeti visibili, più sole e luna) e 9 (cinque pianeti visibili più sole e luna più i due punti draconici) sono numeri associati all’eclittica, e non può essere finito la per caso quel riferimento. Biancaneve è accompagnata da 7 nani/pianeti.
Premesso questo, l’eclittica è sempre stata considerata avente 4 punti fondamentali, i due solstizi e i due equinozi, dai quali partono rispettivamente il coluro solstiziale (cerchio massimo passante dai solstizi e dai due poli dell’eclittica) e il coluro equinoziale (cerchio massimo passante per gli equinozi e i due poli dell’eclittica). Osservando il tutto come dire dall’alto in modo che l’eclittica appaia come un cerchio, i due coluri appaiono come linee che si intersecano nel punto del polo nord (o sud) formando la croce e dividendo il piano in quatto spicchi di 90° ciascuno.
A sua volta, l’asse dell’eclittica è l’asse cosmico, giacchè identifica due punti, (il polo sud e nord dell’eclittica) che sono gli unici punti FERMI (sempre secondo la prospettiva geocentrica) dell’universo, attorno ai quali tutto ruota, compreso l’asse della terra (propriamente l’asse del piano dell’equatore celeste) poiché lo spostarsi del polo nord terrestre rispetto alla polare è uno degli effetti della precessione.
Questo piano veniva spesso rappresentato con quattro torri/pilastri (terra quadra) posti ai vertici di un quadrato raffiguranti i coluri, mentre il pilastro/torre centrale rappresenta l’asse centrale, il perno intorno a cui tutto ruota.
In tal senso il nuraghe quadrilobato sarebbe del tutto simile per simbologia rappresentata ad altri edifici come ad esempio Santa Sofia ad Istambul, per tanto si configurerebbe come una simbologia della concezione che le genti nuragiche avevano dell’universo. Sempre per questo motivo sarebbe possibile ipotizzare che questa tipologia di monumento nuragico fosse oggetto esso stesso di culto, come può esserlo una rappresentazione della divinità, in quanto in un certo senso proprio di rappresentazione divina si tratta.

Sul nome Sardigna

di Massimo Pittau

Sardigna, denominazione sarda che deriva, attraverso una forma toscana ant., da quella lat. Sardinia. In greco si diceva Sardó, forse con l’accento sardiano, che ritroviamo in Buddusò e Gonnosnò (vedi).- In un anonimo commento del «Timeo» di Platone viene riportata la notizia secondo cui, attraverso il nome di una leggendaria donna Sardō, l'isola di Sardegna avrebbe derivato la propria denominazione da Sárdeis, capitale della Lidia. Questa regione era situata nella riva occidentale ed egea dell'Asia Minore e da essa erano emigrati non soltanto gli Etruschi nell'Italia centrale (secondo il famoso racconto di Erodoto, I 94), ma anche e prima i Sardi in Sardegna. Ed infatti i Greci chiamavano Sardianói sia gli abitanti di Sárdeis, capitale della Lidia, sia quelli della Sardegna; esattam. come in seguito fecero i Romani con l'etnico Sardi (OPSE §§ 12, 13, 55). Cfr. Sardara, Serdiana.- Giovanni Lorenzo Lidio (sec. VI d. C.) riporta la notizia, appresa da Xanthos Lidio (sec. VI-V a. C.), secondo cui il topon. Sárdeis significava «anno» o «solstizio», e ciò in onore del dio Sole adorato dai Lidi. La notizia, riferita da autori nati entrambi nella Lidia, sia pure a notevole distanza l'uno dall'altro, è degna della massima considerazione. Io infatti ho ampiamente dimostrato, nella mia opera La Sardegna Nuragica, che la divinità principale dei Protosardi era per l'appunto il Sole, il quale veniva identificato e simboleggiato col Toro, come mostrano anche monete sarde del periodo punico, che portano nel verso la rosella solare ed il toro (vedi Samassi, Tharros, Usellus) (OPSE § 30).



Caro Mauro, ti ho già dato ragione nel riconoscere che la denominazione corrente di "Prenuragici" non è estta, mentre sarebbe meglio sostituirla con l'altra "Presardiani"

sabato 7 agosto 2010

I Nuraghi sono costruzioni polifunzionali?

Di Dedalonur

È difficile, se non impossibile, individuare punti di forza e di debolezza in una teoria priva di veste formale. I corollari della polifunzionalità sono estesi indistintamente a tutte le categorie di nuraghi. Si equiparano dunque in un certo senso, nuraghe a corridoio, a tholoi e polilobato, non tanto nella loro tecnica ma piuttosto come espressione di una società tribale dalle attività produttive non specializzate: a tale società confà un edificio a carattere civile in cui possano essere svolte più attività. Pertanto punto di partenza e suo punto di arrivo, è all'incirca: “il nuraghe è ciò che vi si trova all'interno”. Questo criterio viene applicato sia nella prospettiva sincronica che diacronica. In questa piccola riflessione l'immagine del mondo nuragico che ho tenuto in mente è quella del periodo in cui si affermano i grandi polilobati, pertanto il mio discorso, almeno in teoria non coinvolge il primo periodo dei nuraghi (a corridoio?).
Se grazie al suo approccio empirico la polifunzionalità sventa il pericolo di costruire ipotesi sul ghiaccio sottile, risvolto della medaglia, è che essa non sia ancora giunta alla formulazione di una teoria nuragica del tutto alternativa. L'accentuato empirismo che la contraddistingue sembra l'attuazione della rivoluzione scientifica permanente voluta da Popper: una costante e feroce ridiscussione, messa in crisi, delle teorie acquisite in precedenza. Ma poiché la teoria precedente è quella Lilliana dei nuraghi fortezza, è facile riscontrare come il nucleo e la prospettiva centrali di quest'ultima non sia stato ne intaccato ne aggredito, ma gelosamente custodito e preservato proprio nella teoria polifunzionale.
Infatti, nella teoria polifunzionale si mantiene il carattere esclusivamente “civile” del nuraghe. Come nel castello medievale a cui Lilliu si ispirò, nel nuraghe multifunzione possono esser svolte tutte le attività quotidiane ed economiche senza spiegazione ulteriore. Sempre come in Lilliu le torri, servono al controllo. Solo, si sono eliminati i guerrieri, le lotte perenni tra clan, la veste di fortificazione dal nuraghe è stata strappata (ma non dai polifunzionalisti..e su questo si ritornerà) via. Ma questa, più che una rimessa in discussione radicale della funzione dei nuraghi sembra più un escamotage, una mano di pittura fresca, per far apparire che qualcosa sia cambiato, mentre nulla è sostanzialmente mutato. Lo dimostra un fatto negletto ma sotto gli occhi di tutti. Sottratta la ratio militare qual'è la spiegazione polifunzionale ed empirica di torri alte sino a trenta metri (se fossero meno è lo stesso)? Qual'è la risposta funzionale ad edifici che per la loro ardita altezza si espongono al rischio più o meno costante di crollo, nella evidente consapevolezza dei loro artefici che infatti fan di tutto, con ristrutturazioni, accorgimenti, rifasci, per evitare il crollo? Nietzsche spiegava la Mole Antonelliana con la volontà di potenza dell'architetto, sensazione di forza elargita dalla vittoria sulla gravità. Qui si deve trovare spiegazione all'irrazionale volontà di un intero popolo vissuto millenni fa. Ma questa spiegazione del quid irrazionale nuragico, proprio perchè afferente ad una intera cultura più che al singolo architetto, deve essere sistemica, quindi coerente, veridica, falsificabile. Come, il polifunzionalismo iper-empirico, spiega quelle altezze, quella voluttà tutta nuragica a sfidare il pericolo? Il secondo problema irrazionale è il numero. Come la funzionalità del controllo può spiegare migliaia di torri monumentali? Il controllo infatti spiega il presidio di un punto con un manufatto qualsiasi. Ma non spiega perchè quel presidio e marcatura del territorio abbia assunto la forma di 8.000 monumenti. Sembra che queste domande non abbiano ancora fatto ingresso entro il paradigma della polifunzionalità. Il problema che pongo è che la teoria polifunzionale, soltanto in apparenza è una teoria diversa da quella di Lilliu, per cui, non mettendo realmente in crisi quest'ultima, e non abbracciando una prospettiva davvero alternativa, finisce col lasciarci appiattiti su ricerche e soprattutto su prospettive di 50 anni fa. Ergo, non si passa ad un livello di conoscenza più profondo e superiore, ad una spiegazione più coerente e stringente del mondo nuragico rispetto a quella gloriosa del Lilliu. Oltre a quanto appena detto sul problema dell'altezza e dell'elevata monumentalità, Cartina di Tornasole di quanto osservo non è solo il fatto che non si giunga mai ad elaborare una sua teoria del tutto originale, ma che essa significativamente ostacoli l'elaborazione di siffatta alternativa. Ben'inteso, quest'ultima teoria che s'immagina potrebbe essere pure peggiore.
Ma il vero problema è proprio l'assenza in sé, il fatto che una tale alternativa non giunga mai ad un serio livello di proposta. Questo fatto vuol per lo meno significare, che il già detto non viene rimesso in discussione da alcuno nel suo nucleo centrale. Magari sbaglio ma a questo punto, per coerenza, non rimane che da collocare la “teoria” (o meglio la prospettiva che veste teorica autonoma da Lilliu non ha) polifunzionale nella, scienza normale così come la intendeva Kuhn.
Non è il caso di addentrarsi troppo nella dottrina di Kuhn e nella polemica con Popper, ma poiché il secondo è senza dubbio più famoso del primo, mi sembra necessario citare la definizione di scienza normale data da Kuhn. Chi poi volesse approfondire, potrà leggersi la struttura delle rivoluzioni scientifiche (un bel mattone..) e trovare nel web infinito materiale. Quindi cos'è la scienza normale secondo Kuhn? È quando una comunità scientifica si riconosce in un paradigma teorico che non viene messo in discussione e dove i ricercatori che vi operano fanno un incessante lavoro di ripulitura.. Così definito perchè suo precipuo compito non è quello di scoprire fenomeni nuovi; anzi tra questi sfuggono anche quelli che potrebbero adattarsi all'incasellamento nel vecchio paradigma (dice sempre Kuhn). Il suo compito sta nel garantire alle nuove leve di ricercatori una “promessa di successo che si può intravedere in alcuni esempi scelti e non ancora completi, estendendo la conoscenza di quei fatti che il paradigma come particolarmente rivelatori”. Il successo è garantito pertanto se il nuovo ricercatore opera entro il vecchio paradigma (nel nostro caso quello polifunzionale Lilliano), ripulendolo, cioè ovviando con aggiustamenti vari alle imperfezioni ed estendendone i fatti rivelatori ai dati a non ancora ricondotti entro il paradigma. Quando la teoria della fortezza nuragica era in pieno vigore, qualsiasi elemento strutturale del nuraghe veniva inteso come fatto rivelatore della sua natura militare (ricordate le garitte, i ballatoi, i nuraghi corridoi trappole ecc. ?) . Così adesso, tutto nel nuraghe, è rivelatore della sua natura civile ed economica. Il fatto è che, la teoria dell'impiego meramente civile è una teoria talmente generica ed onnicomprensiva (la fortezza è civile, il tempio è civile, il palazzo è civile) da poter esser estesa all'infinito dai successivi lavori di ripulitura. Inoltre essa, al contrario del nuraghe fortezza non ha veste teorica. Lilliu prese una cantonata, ma elaborò una teoria coerente ed elegante, con presupposti ed ipotesi ben definiti. L'identificazione di questi assiomi permisero d'individuarne le incongruenze, e dunque, la teoria lilliana si rese disponibile alla falsificazione. Mancando invece di veste teoretica, la prospettiva polifunzionale, manca di confini. La polifunzionalità almeno così come adesso viene presentata è un Proteo inafferrabile e non falsificabile. Qualsiasi fatto, dato, può esser sussunto alla norma astratta, basta che tutto ricada nel civile, nell'economico, nel controllo delle risorse e del territorio, cosa che è scontata. In questo senso, la prospettiva della polifunzionalità, garantendo un così alto grado di successo, cioè di approvazione scientifica accademica, scoraggia ed è d'ostacolo (come tutte le scienze normali) all'elaborazione di una teoria alternativa. Quest'ultima, giacchè ogni cosa può rientrare a buon diritto nel civile, verrebbe evirata della sua pars destruens. La prospettiva polifunzionale, cioè, non può esser criticata (è inutile) ne confutata (è impossibile) perchè in definitiva è vero, ovvio, certe volte anche tautologico, ciò che dice. Proprio perchè priva di confini teorici netti non si presenterà l'evento, scoperta, che collocandosi al di là del suo paradigma inizi a costituire punto di leva per scalzarla dalle fondamenta (chè non ne ha..).
D'altra parte, si può confrontare una “prospettiva” con una teoria alternativa vera e propria?
Se la pars destruens è evirata, la pars costruens di qualsiasi nuova teoria sarà probabilmente soffocata. Anzitutto la nuova teoria con veste formale e sintesi coerente (com'è scontato attendersi da tutte le teorie) sarebbe assai più vulnerabile di una prospettiva ipergeneralista, meramente empirica, proteica come l'attuale. Senza dubbio se si collocassero al nastro di partenza la prospettiva funzionalista ed una altra teoria non vi sarebbe partita. La genericità del polifunzionalismo, la sua adattabilità a qualsiasi dato, finirebbe col concedere un grande vantaggio nell'applicazione del criterio di verosimiglianza. Ma non solo. Quand'anche la teoria alternativa nella sua pars costruens non sfigurasse troppo, la promessa di successo sposterebbe inconsapevolmente consenso vero il lavoro di ripulitura del paradigma.
Uno stallo dell'innovazione causato dalla scienza normale è fisiologico. Ma qui la sensazione è di trovarsi dinanzi ad un “di più” di scienza normale, ad una forma di conservatorismo parossistico. C'è una sorta d'imbarazzo di fronte a questo Proteo a cui non soltanto non riusciamo a strappar risposte, ma con cui si fatica a individuare e porre persino delle domande sulle contraddizioni.
Se questi pensieri riflettono la realtà è spontaneo ritenere che il tempo sarà galantuomo promuovendo da solo le condizioni del rinnovo. Ma poiché non si danno cambiamenti senza qualcuno che s'impegni per essi, occorre riflettere sulle condizioni che tutt'ora sostengono la sopravivenza del polifunzionalismo. Quindi, perchè ci troviamo in questa palude?

mercoledì 4 agosto 2010

A che servivano i nuraghi?

di Fabrizio Sarigu


Il paradigma di riferimento della scienza accademica nell’interpretazione della funzione dei nuraghi vuole che queste incredibili strutture siano sostanzialmente delle fortezze (con poco spazio per altre idee) deputate alla difese delle comunità che risiedevano nelle sue prossimità.
Eppure, da un’analisi anche superficiale degli stessi, appare evidente che non sia possibile asserire, per le caratteristiche che lo contraddistinguono, una funzione di quel tipo. Certo il nuraghe è imponente e ha, di prima impressione, la forma della classica torre difensiva medioevale, eppure gli spazzi interni sono troppo angusti per poter pensare che possa aiutare a resistere ad un assedio o ospitare una guarnigione. Tutta la struttura ha una razionalità che sembra agli antipodi rispetto quanto richiesto da una fortezza, salvo possibili rimaneggiamenti successivi in situazioni disperate.
Se dunque partiamo da questo presupposto è possibile asserire che il nuraghe avesse altre funzioni e soprattutto di carattere simbolico-religioso? Probabilmente la risposta può essere positiva se consideriamo alcuni aspetti.
Anzitutto in questa analisi bisogna partire dal dato apparentemente più banale, ma comunque l’elemento di partenza di qualsiasi speculazione interessi il nuraghe. Il nuraghe è, c’è ed esiste, è la “forma” con cui l’abitante della Sardegna di allora antropicizzava il territorio, lo rendeva “umano”, conosciuto, sotto controllo e quindi sicuro. L’atto dell’antropicizzare, l’atto del “fondare” un territorio è però un atto religioso, un atto che ha proprio lo scopo di sacralizzare l’ambiente circostante. La funzione psicologica sottostante è facilmente coglibile e rientra sempre nel bisogno intimo di controllo e sicurezza dell’ambiente in cui si vive. Così come i nostri simboli religiosi posti nei valichi più improbabili delle montagne, i quali rincuorano poiché veicolano il messaggio del passaggio dell’uomo in quel luogo, luogo che per tanto non è più “selvaggio”, ma è strappato alla natura e antropicizzato appunto.
Questa è la prima funzione del nuraghe, da un punto di vista psicologico è anche la più importante.
Dietro questo fatto, ripeto, c’è un pensiero religioso che non può non riflettersi sul nuraghe stesso. Come sottolinea Mircea Eliade, il territorio non è “qualitativamente” uguale da un punto di vista religioso e simbolico, ma si presenta al contrario qualitativamente diverso per l’uomo che vi abita. Lo spazio sacro va solitamente “fondato” e messo in risonanza con le armonie celesti, cosa che sovente si raggiungeva attraverso allineamenti di carattere astronomico al fine di realizzare il principio del così in cielo e cosi in terra. Quando il cielo veniva sovrapposto in quel modo alla terra (tramite il monumento), ecco che quello spazio diveniva fondato, sacro e quindi qualitativamente diverso. Anche l’incredibile numero dei nuraghi in Sardegna rappresenta un indizio di non poco conto sulla sua funzione “fondante” il territorio, si tratta di una vera e propria ossessione (e compulsione) costruttiva, che benché interressi diversi secoli è comunque un dato incredibile, che solitamente si riscontra solo nei fenomeni a carattere religioso. Probabilmente la Sardegna è il luogo sulla terrà che è stato più “sacralizzato”, gia Mircea Eliade la teneva per questo in grande considerazione. Viceversa come dare ragione di 7000 ( in realtà dalle 8000 alle 10000 probabilmente) fortezze nell’isola? Da chi dovevano difendersi, quando mai nella storia si è avuta un simile accanimento costruttivo militare?. In quelle epoche, la densità della popolazione era talmente bassa che vincere una battaglia consentiva il controllo di un vastissimo territorio, ecco perché le legioni non erano numerosissime ma l’impero romano era vastissimo. Considerando la grandezza del territorio sardo questo numero è più che spropositato. L’idea che l’isola si sia dedicata ad un simile sforzo militare senza che dagli scavi sia mai emerso nulla di una simile, devastante, attività militare, penso sia sufficiente a far cadere ipotesi di quel tipo.
Il nuraghe fonda quindi il territorio circostante, lo difende spiritualmente (se proprio dobbiamo salvare in qualche modo la funzione difensiva) per tanto è in relazione col cielo (come ormai testimoniano gli studi di Zedda et Alii). A riguardo non penso siamo ancora in grado di dire se questa sovrapposizione celeste fosse necessaria come dire ante hoc, per l’atto di fondare e poi il nuraghe svolgesse funzioni diverse o varie, oppure se fosse anche post hoc e quindi legata alla specifica funzione religioso-simbolica che il monumento andava da quel momento in poi a svolgere, anche se forse è più probabile la seconda. Lo stesso Zedda evidenzia come molti nuraghi siano in relazione con la costellazione del centauro (e croce del sud ancora all’epoca un tutto), che sparì dall’orizzonte sardo intorno al 1000 prima dell’era volgare, casualmente in concomitanza (approssimativamente) con l’abbandono dei nuraghi. Gli studi ad oggi non hanno ancora fornito una ragione valida per spiegare il perché del loro a tutti gli effetti abbandono, poiché mancano dei segni stratigrafici che aiutino a capire.
Ma a questo punto, se il nuraghe ha una funzione simbolico-religiosa, fondante il territorio e in relazione col cielo e con particolari costellazioni, logicamente quando queste costellazioni “tramontarono” ( definitivamente, ma in realtà torneranno quando il cielo riassumerà la configurazione che aveva tra il 2000 e il 1000 p.e.V., ossia tra un po’ meno di 22000-21000 anni), come nel caso del centauro, venne meno la funzione del sistema dei simboli legati ai nuraghi, il quale sistema simbolico non era più in sintonia col cielo e quindi, magari per questo, venne abbandonato senza colpo ferire.
Quando la macchina del cielo cambia faticosamente marcia, le stelle che trans-grediscono non possono più ricondursi indietro.

martedì 3 agosto 2010

Origine di Sardara e del suo nome

di Massimo Pittau

Sardara (Sárdara) (villaggio del Medio Campidano). L’abitante Sardaresu.- Questo villaggio quasi certamente costituisce uno dei primi insediamenti che i Sardi fecero nell'Isola al loro arrivo dalla Lidia (nell'Asia Minore), come dimostra chiaramente il fatto che il toponimo si collega col nome dei Sardi e della Sardegna (vedi).
Attorno alla metà del sec. XIII avanti Cristo i Lidi o Sardiani sbarcarono in primo luogo nel golfo di Cagliari e si insediarono ad Assemini ed a Serdiana (vedi); poco più tardi si insediarono appunto a Sardara, probabilmene raggiungendola dopo aver circumnavigato la Sardegna meridionale ed essere poi sbarcati nel golfo di Oristano. La denominazione sia di Serdiana che di Sardara serviva ad indicare la diversità dei nuovi arrivati rispetto ai gruppi umani precedenti che vivevano ancora in quelle zone (vedi M.Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Libreria Koinè, Sassari, passim).
L'antichità di Sardara è pure dimostrata dal fatto che nel suo abitato si trova un pozzo sacro nuragico, sul quale in seguito si è inserito in maniera sincretistica il culto di santa Anastasía (vedi M.Pittau, La Sardegna Nuragica, I ediz, pg. 136).-
È molto probabile che il toponimo Sardara sia da distinguere in Sard-ar(a) con la vocale finale paragogica e sia un plurale sardiano, per cui propriamente significherebbe «(i) Sardi» (UNS num. 3).-
Il nostro villaggio compare tra le parrocchie della diocesi di Terralba che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 435, 986, 1396, 2432). Inoltre è tra i villaggi che sottoscrissero la pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni d'Aragona del 1388 (CDS I 832/2, 833/2). Ed è pure citato nella Chorographia Sardiniae (122.14; 200.34) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Sardarae.

Poscritto: Rispondo ad un mio lettore.
I) Sono convinto che il nome dei Prenuragici, ossia del popolo o dei popoli che abitavano la Sardegna prima dell’arrivo dei Sardiani dalla Lidia verso la metà del XIII a. C., si trovi in qualcuno dei numerosi toponimi prelatini che restano tuttora nell’Isola, ma io non sono ancora riuscito a individuarlo.
II) Invece della loro lingua sono riuscito a individuare numerosi nomi di piante o fitonimi, i quali sono di origine “mediterranea”, ossia preindoeuropea: ad es. antunna, túnniu, tuntunnu «fungo», arrideli «fillirea», colóstri «agrifoglio», tiría «ginestra spinosa», ecc. (vedi M. Pittau, La Lingua Sardiana o dei Protosardi, Cagliari 2001; Libreria Koinè Sassari).

lunedì 2 agosto 2010

Mito antico (e moderno) e conoscenza astronomica (I parte)

di Fabrizio Sarigu

Esiste una pubblicazione, fondamentale, conosciuta veramente da poche persone ma citata a sproposito da molti che rappresenta una pietra miliare nella storia dell’interpretazione del mito, un testo che ha il potere, pochi altri libri lo hanno, di cambiare definitivamente una visione, una rappresentazione su un argomento. Crea una vera RIVOLUZIONE (termine come vedrete più che appropriato) concettuale, una volta letto l’idea della storia dell’uomo non sarà più la stessa, andando ad allargarsi in una sorta di effetto alone anche ad altri argomenti.
Il testo di cui voglio parlarvi è il Mulino di Amleto di Giorgio De Santillana e Hertha Von Dechend, si tratta di un’opera in cui ogni parola trasuda conoscenza, per tanto difficilissimo da riassumere. Inevitabilmente al presente articolo dovranno seguirne altri, tuttavia è mia intenzione riportare almeno lo schema di base nell’analisi del mito come riportata nel libro.
Il tema è dunque il mito, a partire da quello verso cui abbiamo più familiarità ossia quello greco-romano, ma anche il mito nordico, egiziano, assiro-babilonese, cinese, maori e delle popolazioni sud e nord americane. Quindi un’ analisi comparata del mito di popoli diversi nel tempo e nello spazio, eppure accomunata da un’unica struttura di base. Cambiano gli arredi scenici, i protagonisti e alcuni particolari (il contenitore) eppure la struttura (il contenuto) è sempre quella. Ovunque nel globo l’uomo ha raccontato sempre le stesse storie cercando di realizzare quello che pare essere sempre stato l’unico vero comandamento mai seguito dall’uomo, il quale recita (ed è famigliare anche per noi): sic in coelo et sic in terra.
Il mito.
Molti autori hanno cercato di trovare la chiave di volta che possa spiegare, dipanare, la grande matassa che imprigiona i significati e i segreti nascosti nel mito, una su tutti la psicoanalisi che ha cercato nell’inconscio la chiave per dare ragione dei suoi significati. Eppure il mito pare nascondere sempre una chiave oscura e queste interpretazioni paiono non soddisfare, non placare il dubbio.
Improvvisamente però i concetti dei miti, che presentano sempre e comunque una logica interna stretta, emergono chiaramente se gli si interpreta per quello che in realtà sono, ossia il linguaggio tecnico-scientifico a disposizione degli antichi per tramandare la SCIENZA SACRA, ossia l’astronomia (anche nella sua sfumatura astrologica, scienza sacra, scienza e religione come un tutt’uno), e la poesia fu il mezzo. Così ad esempio, acquistano significato i geroglifici del libro dei morti, che gli egittologi consideravano poco più che lo sclero di qualche pazzo sacerdote e usavano dotte parole per descrivere pseudo formule magiche e religiose, parole dotte che nascondevano ignoranza grande (non ci capivano un tubo insomma) e salvavano la faccia parlando di sproloqui religiosi appunto. Analizzando i testi astronomicamente invece emergono numerosissimi termini astronomici appunto e il testo non è altro che una mappa stellare (descritta allegoricamente) che dovrà guidare l’anima del re verso il regno dei morti in sicurezza (scienza sacra, conoscenza scientifica e religione si fondono in un unicum inseparabile).
Come si può fare scienza con la poesia? Apparentemente per noi è impossibile, eppure fu proprio la poesia la prima modalità con cui la scienza fu tramandata (l’altra sono i monumenti di pietra, prima vera forma di scrittura dell’umanità). Certo gli antichi avevano una visione elitaria della scienza, pochi la dovevano capire, ma tutti dovevano saperla (la comprensione seguiva nell’iniziazione la conoscenza). Così un greco antico conosceva a memoria l’iliade e la descrizione delle alte mura di Troia, era la loro cultura d’altronde, ma pochi dovevano sapere che le mura di troia erano l’allegoria dell’eclittica e che tutta l’opera è la descrizione allegorica delle “crisi” che segnano il succedersi delle ere astronomiche (una crisi terribile per l’uomo che studiava/adorava il cielo, tutti i riferimenti saltavano, i coluri erano da ricalcolare, le stelle tutte trasgredivano) e la guerra (fra uomini, fra dei, fra animali) era il linguaggio tecnico per esprimere una realtà scientifica studiata come tale, la lotta fra le forze della staticità (i Deva) e le forze del movimento (gli Asura) che davano vita al fenomeno della precessione degli equinozi. Si parlava esplicitamente di una cosa (essoterismo) ma chi aveva le chiavi sapeva quale fosse il significato nascosto per i pochi (esoterismo). Questa è la visione della scienza per gli antichi, non c’era spazio per la democrazia, era tesoro (il TESORO) di pochi e così doveva essere. Ancora vi sembra strano fare scienza col linguaggio della poesia? Eppure Parmenide tramandò la sua filosofia sotto forma di poema filosofico, Platone si serviva dei miti (nobili menzogne) e ancora Lucrezio scrisse il de rerum natura. Il poeta allora era sommo non perché tecnico nella sua arte, ma perché i suoi temi erano LA SCIENZA SACRA ( espressa in allegoria esoterica) che doveva saper maneggiare per poter fare DOTTA POESIA. E Dante dove lo vogliamo lasciare? Ci sarà tempo anche per analizzare la divina commedia nel suo significato esoterico (livello nascosto di lettura).
La tesi di De Santilana (epistemologo, professore di storia della scienza presso il MIT ) è semplicemente questa, il mito come linguaggio con cui gli antichi tradussero le loro conoscenze del cielo e le tramandarono ai posteri in modo che le stesse arrivassero solo a chi era “destinato” a riceverle, ma allo stesso tempo patrimonio inconsapevole di tutti.
Precisato questo, prossimamente cercheremo di evidenziare il sistema delle conoscenze astronomiche degli antichi e come questo sistema sia stato incastonato nel mito.

domenica 1 agosto 2010

Origine di SERDIANA e del suo nome

di Massimo Pittau

Serdiana (villaggio del Campidano di Cagliari). L’abitante Serdianesu.
Anche il nome di questo villaggio è carico di importanti notazioni storiche relative alla Sardegna antica, anzi antichissima. Intanto è evidente che esso è corradicale con gli altri toponimi Sardara, Sardegna, Sardòri (2: Teulada, Villacidro); la prima vocale di Serdiana è differente da quella degli altri toponimi citati, perché è finita col trovarsi in posizione pretonica.
Ciò premesso dico che il nostro toponimo corrisponde in maniera sorprendente al nome della Sardiane, regione che traeva la sua denominazione dalla città di Sárdeis, capitale della Lidia, nell'Asia Minore, terra di origine dei Sardi, oltreché degli Etruschi (cfr. Sardegna). Come abbiamo già detto per Sardara (vedi), anche la denominazione di Serdiana serviva ad indicare la diversità dei nuovi arrivati rispetto ai gruppi umani precedenti che vivevano ancora in quelle zone.
Ma c'è di più: premesso che la grande dea Artemide, conosciuta in epoca antica in tutto il mondo mediterraneo, era quasi certamente originaria della Lidia, come dimostra anche il fatto che essa era venerata sia ad Efeso (Artemide Efesia) sia a Sárdeis (Artemide Sardiana), è molto probabile che i Sardiani o Protosardi, subito dopo il loro arrivo dalla Lidia in Sardegna, abbiano fondato un centro denominato Arsemine/Assémini (vedi) in onore di Artemide Efesia ed un centro denominato Serdiana in onore di Artemide Sardiana (cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Domus de Janas edit., passim).
È dunque evidente e certo che Serdiana è uno dei primi centri fondati dai Sardi dopo il loro arrivo in Sardegna ed è probabile che essi lo abbiano chiamato in tale modo in onore della grande dea Artemide Sardiana.
Non sono riuscito a rintracciare una attestazione del nostro villaggio precedente a quella che ne dà G. F. Fara, Chorographia Sardiniae, 216.20 (anni 1580-1589) come oppidum Serdianae. Ma questo silenzio sul nostro villaggio si spiega non col fatto che esso fosse andato distrutto, bensì col fatto che, vicinissimo al capoluogo della diocesi di Dolia, la sua storia religiosa ed amministrativa era confusa con quella di Dolianova appunto (vedi). In un documento del 1655 il toponimo viene citato come Sardiana («Archivio Sardo del Movimento Operaio», 14/16, 1981, pag. 299).