giovedì 31 dicembre 2015

Dai Nuraghi ai Betili-torre: il caso del Santa Barbara di Villanova Truschedu


di Mauro Peppino Zedda




Le vicende culturali che hanno caratterizzato il nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu rappresentano un caso emblematico  dei cambiamenti epocali che hanno caratterizzato la Sardegna nuragica nel periodo del Bronzo Finale di cui ho ampiamente trattato in Archeologia del Paesaggio Nuragico.
Come noto i tempi del Bronzo Finale, rappresentano un punto di profonda trasformazione del mondo nuragico. Nel BF vi è una rivoluzione epocale nel costume funerario: le tombe di Gigante cadono in disuso. Mentre nei nuraghi oggetto di scavo archeologico emerge che molti nuraghi vengono abbandonati e molti altri scapitozzati nelle parti sommitali.
Se l’abbandono di un nuraghe (per es. Arrubiu di Orroli) è facilmente spiegabile, le cause di uno svettamento con continuazione d’uso sono di più difficile comprensione.
Secondo l’archeologo Mauro Perra, le cause della crisi furono di natura sociale, sintetizzate in 4 punti: 1) dissoluzione dei sistemi territoriali del BM-BR; 2)Scomparsa del culto degli antenati; 3) Affermazione di santuari fondati sul culto delle acque; 4) Sensibile riassetto territoriale (Perra 2006).
Secondo Mauro Perra questi fenomeni possono essere compresi nell’alveo del sociale, e come causa scatenante immagina un  depauperamento  delle risorse. Concordo con lui sul fatto che bisogna cercarle nel sociale, ma non credo che la rivoluzione culturale epocale sia stata causata dal depauperamento delle risorse, il BF mostra una floridezza di insediamenti non inferiore alle età precedenti.
 In Archeologia del Paesaggio Nuragico avanzai la possibilità che le ragioni fossero di natura religiosa , astronomica religiosa, dovute al progressivo abbassamento e scomparsa dal cielo delle stelle del Centauro-Croce del Sud.
Come spiegato in diverse pubblicazioni e in dettaglio in Archeologia del Paesaggio Nuragico (2009) e in Astronomia nella Sardegna Preistorica (2013), gli ingressi dei nuraghi monotorre e delle torri centrali dei nuraghi complessi mostrano un picco principale di frequenza nella direzione in cui sorgevano le stelle della costellazione del Centauro attorno alla meta del II millennio a.C., e dei picchi secondari sul sorgere della Luna al lunistizio maggiore meridionale e del Sole al solstizio d’inverno. Inoltre nella metà meridionale dell’isola  vi è un ulteriore picco coincidente col punto in cui tramontavano le stelle del  Centauro.
Il Centauro-Croce del Sud rappresenta uno dei più maestosi raggruppamenti celesti, conta 3 tra le 12 stelle più luminose del cielo, Il Centauro Chirone era maestro di medicina di Asclepio, controparte greca di Imhotep, non sarebbe strano che anche i nuragici identificassero nella costellazione del Centauro la dimora di una qualche divinità curativa.
Mano a mano che passavano i decenni e i secoli le stelle del Centauro  andavano sempre più abbassandosi e, mano a mano, inabissandosi sotto l’orizzonte.
L’inabissamento di stelle che fossero riferimento mitico e divino, può essere considerato come una rottura di un ordine cosmico.
Penso che allo scadere del II millennio a.C. i nuragici stessero scoprendo gli effetti della precessione degli equinozi, ma più che una scoperta deve essere stato un dramma.
Stava crollando la perfetta immutabilità dell’ordine cosmico in cui avevano creduto per migliaia di anni, crollò dunque l’aniconismo che il quell’ordine cosmico trovava un testo sacro.
Non vi sembri esagerato quanto scrivo, forse che al tempo di Galileo appena 500 anni fa la chiesa non visse quelle scoperte come una rottura dell’ordine cosmico?
I nuraghi furono scapitozzati per far entrare la luce scrive Giorgio Baglivi (2003) in “Il sacro in epoca nuragica, dalla Dea madre al Sardus Pater”. Baglivi sostiene che nel BF si sia compiuta una rivoluzione religiosa passando dalla Dea Madre che amava l’antro buio del nuraghe ad una religione solare connessa col Sardus Pater, una inversione normativa di cui non riesce a spiegare le cause.
Di queste cose  ho discusso in Archeologia del Paesaggio Nuragico (2009) . Veniamo dunque ad analizzare un caso esemplare, il caso del  Santa Barbara di Villanova Truschedu.
Questo nuraghe è salito all’attenzione della cronaca grazie a Tonino Mura e agli altri del GRS. Questi hanno notato che la luce passante dal  finestrino posto sopra l’architrave d’ingresso di alcuni nuraghi forma una protome taurina, che li ha portati a scrivere il libro Il Toro di Luce. Ma più che a fare misure si dedicano a cogliere spettacoli di luce, sui quali non si preoccupano di analizzarne l’intenzionalità.
Che la luce passante per il finestrino formi una figura taurina me lo fece notare Franco Laner a metà degli anni novanta. Il fenomeno è senz’altro suggestivo (un pennello di luce che si infrange in un luogo buio è comunque suggestivo) ma osservando come son costruiti i nuraghi, ovvero con conci sbozzati, avrebbe determinato tale situazione a prescindere dalla volontà dei costruttori. Insomma non si può scientificamente parlare di intenzionalità, ma bisogna concludere che si tratti di una situazione conseguente al sistema costruttivo.
Sulla questione è recentemente intervenuto il sanniano Sandro Angei, che tra le altre cose ha presentato una nuova misurazione dell’orientamento dell’ingresso (cosa che i GRS seppur lo studiano da anni non hanno mai f atto) e mi faceva notare che l’orientamento è diretto a 140° invece che ai 131° indicati nella tabella dei miei libri. Sono dunque andato a ricontrollare le agende utilizzate, tra il 2001 e 2003, dove annotavo le misure e osservazioni effettuate su quasi novecento  nuraghi, trovando che avevo scritto 141°, probabilmente quando ho trascritto i dati in exell ho digitato 131 invece che 141.
Fatto salvo il dato tecnico delle misure e del modello in 3D elaborato da Angei, le sue deduzioni  sono sulla scia di quelle dei GRS.  Secondo Angei  la torre principale del Santa Barbara è stata costruita per essere una perfetta macchina astronomica, mentre secondo i GRS funzionale a collimare il solstizio d’inverno.
Seguendo la logica di Angei qualsiasi costruzione con un finestrino diventerebbe una macchina astronomica, a prescindere dalla volontà del costruttore. Angei non comprende che per poterlo intendere come una macchina astronomica oltre all’occhio di luce dovrebbe  avere una serie di target marcatori inequivocabili.
Sia Angei che i GRS sostengono che l’altare, ora scomparso, venisse investito da un fascio di luce al solstizio d’inverno. Se l’altare non fosse andato perduto  si potrebbe determinare la precisione del suo posizionamento rispetto all’angolazione del Sole al solstizio invernale, sostenere una precisione non più verificabile è un esercizio alla Sisifo come il modello 3D di Angei. Quello che verosimilmente, popperianisticamente, possiamo sostenere è che l’altarino venisse illuminato dal fascio di luce solare, al solstizio d’inverno,  e lunare al lunistizio medio meridionale, ma senza la pretesa di trovare precisioni indimostrabili e definizioni inverosimili tipo macchina astronomica.
Peccato che i GRS e Angei non abbiano considerato che gli altarini iniziano ad apparire nelle fasi tardo nuragiche BF ed età del ferro, e sono completamente assenti in contesti  relativi al periodo in cui i nuraghi li costruivano.
Peccato che i GRS ed Angei, non riescano a spiegare come mai i nuragici di fronte alla torre principale in questione ne costruiscano una secondaria frontale che avrebbe chiuso la visuale alla macchina astronomica sulla quale fantasticano. Angei rinuncia a spiegarsi l’obliterazione di quella che presume fosse una macchina astronomica, senza comprendere l’illogicità della sua proposta, i GRS si inventano l’idea che la torre aggiunta avesse sostituito la funzione astronomica della torre principale, coniando il termine stanza del Sole. Questa torre è munita di una decina di finestrelle, che guardano un ampio settore di orizzonte dove l’idea di trovare orientamenti è ingenua, con dieci finestrelle presenti  in una torre gli allineamenti significativi è facile trovarli il difficile è dimostrarne l’intenzionalità.
Peccato che Angei e GRS, non abbiano osservato con la dovuta attenzione il modo con cui la torre frontale è svettata, osservando, la figura, è facile osservare che sembra svettata in modo tale da permettere alla luce solare e lunare di penetrare dal finestrino situato sopra l’architrave della torre principale!
Dunque lo scenario verosimile è il seguente: nel BF viene svettata la torre frontale per permettere alla luce di penetrare nel finestrino della torre principale, dunque l’altare viene collocato nella camera della torre principale nel punto che viene investito dal fascio di luce al solstizio d’inverno.
La mia analisi si fonda sui seguenti dati di fatto: 1)L’utilizzo e adeguamento a pratiche cultuali dei nuraghi nel BF e nell’Età del ferro è perfettamente in linea con un’ampia bibliografia; 2) L’altarino dovrebbe risalire al BF o età del Ferro e non a tempi precedenti come da ampia bibliografia; 3)Le fasi descritte non sono in contraddizione logica né dal punto di vista archeologico né archeoastronomico.
Un qualsiasi archeologo dovrebbe accettare questa ricostruzione delle vicende che si svolsero nel Santa Barbara, le differenze potrebbero esserci sulle cause che hanno determinato queste vicende. Per gli archeologi sarebbe l’ennesimo caso di una fortezza trasformata in luogo di culto, per me di un luogo sacro che ha modificato i riti che vi si compivano.
Il nuraghe era stato orientato verso la costellazione del Centauro-Croce,e dal finestrone del piano superiore era possibile vedere il sorgere di questa costellazione, il nuraghe con il suo mezzanino e con la torre frontale era perfettamente funzionale a pratiche divinatorie, oracolari e dell’incubazione.
Con l’inabissamento delle stelle del Centauro-Croce, crollò un mondo e ne nacque un altro. Un mondo in cui i nuraghi si smise di costruirli, e sorse una spiritualità che da aniconica divenne iconica.

Ringrazio l’archeologo Augusto Mulas per la proficua discussione su alcuni temi trattati.



 .



mercoledì 23 dicembre 2015

Gigi Sanna e le sue Ancelle


di Mauro Peppino Zedda

È da un ventennio che Gigi Sanna, porta avanti la tesi che i costruttori dei nuraghi scrivessero.
Le sue tesi non hanno mai avuto conforto di paleo epigrafisti accademici in nessuna parte del Mondo.
Posso capire che gli archeologi sardi non siano in grado di entrare nel merito delle sue tesi, ma se la proposta di Sanna fosse stata verosimile sarebbe stata recepita da studiosi di altre parti del Mondo.
Esistono le riviste scientifiche internazionali, basta semplicemente sottoporre degli articoli e vedere se qualcuno recepisce la bontà di uno studio, gli archeologi non sono tutti ignoranti e pieni di preconcetti come quelli della Sardegna.
Comunque sia gli studi di Sanna non hanno sinora avuto nessun conforto da paleo epigrafisti accademici.
Nel frattempo due accademiche, Aba losi, biofisica all’Universita di Parma e Maria Rita Piras neuropsicologa all’Università di Sassari riconoscono la bontà delle tesi di Sanna.
La questione è assai interessante per quanto riguarda l’ambito di storia della scienza, di solito una scoperta scientifica proviene da un ambito esterno alla disciplina (vedi T. Kuhn), in questo caso, il proponente la scoperta (Sanna) , seppur non accademico, ha studiato e lavorato tutta la vita col linguaggio, mentre le sue sostenitrici sono esterne alla disciplina. Aba losi completamente esterna, mentre Maria Rita Piras maneggia la scrittura nelle sue ricerche neuropsicologiche, ma comunque non è una paleo epigrafista.
In ARCHETIPI E MEMORIE, così scrive la Piras a pag. 199: “Nonostante rilevamenti archeologici col riscontro di segni astiformi graffiti in monumenti di civiltà prenuragica e nuragica facessero intuire la presenza di arcaici codici scritti, il mondo scientifico ha ignorato l’evidenza dei reperti, trascurando le fonti storiche siriane ed egizie che dimostrano la presenza della scrittura in periodo nuragico”.
Confesso che quando ho letto il libro tanti anni fa, mi scappo una risata nel leggere che la Piras sosteneva che le fonti siriane ed egizie dimostrano la presenza  della scrittura nuragica!
Non ho mai scritto sulla questione, Gigi Sanna, Aba Losi erano sotto attacco da una cricca di gaglioffi capeggiati da Gabriele Ainis (alias Sergio Abis, ora finalmente in carcere ) e non mi sarebbe piaciuto che nella graticola ci finisse pure la Piras, dunque  mi sono pure esentato  dal criticare le teorie di  Sanna (con esclusione della questione Mistras , vedi in questo blog Gigi Sanna ed Aba Losi epigrafisti acrobati, un articolo nato dal fatto che Aba Losi non mi permise di spiegare nel loro blog l’abbaglio che Sanna aveva preso a Mistras ). Negli ultimi 5 anni Ainis ha esercitato un’azione terroristica verso chiunque fosse fuori dal coro degli accademici sardi, molti archeologi lo applaudivano pure , archeologi che nel cervello devono avere ricotta al posto dei neuroni! Non esistevano le condizioni per articolare una critica dura scientificamente ma col massimo rispetto della persona.
Ora mi sento libero di porre in evidenza l’ingenuità che la Piras ha mostrato nel prendere per buone le tesi di Sanna.
Maria Rita Piras, non cita la fonte da cui attinge l’informazione ERRATA relativa alle fonti  siriane e egizie che a suo dire attesterebbero la presenza della scrittura nuragica, sulla base di questa sciocchezza considerata come certezza, prende per buone (senza nessun spirito critico)  pure le tesi di Sanna e conclude il suo lavoro neuropsicologico confrontando le sue analisi con il codice scrittorio proposto da Sanna.
Non ho le competenze per  giudicare le sue analisi neuropsicologiche , certamente Piras non era obbligata ad usare come termine di confronto il codice scrittorio proposto da Sanna, in quanto avrebbe potuto usare qualsiasi altro codice scrittorio. Non credo che i soggetti da lei esaminati abbiano delle reminescenze nuragiche, sono cose archetipiche che appartengono a tutti gli esseri umani, ma anche sostenendo che la fissazione di certi archetipi sia relativamente recente bastava un qualsiasi codice scrittorio della parte di mondo in cui abitiamo.
Come sia arrivata a sviluppare l’idea che le fonti egizie e siriane attestino la scrittura nuragica non ci è dato saperlo, possibile che sia stata così ingenua dal fidarsi di qualche libercolo alla Leonardo Melis o alla Fabio Garuti? Non mi pare che nei testi di Sanna ci sia scritta una cosi madornale sciocchezza!
Ovviamente Sanna sbandiera come un grande successo l'accettazione delle sue tesi da parte della neuropsicologa! E nei suoi discorsi Piras e Losi diventano le sue eroine Ancelle esemplari e tutti gli altri dei cazzoni che non riconoscono le sue teorie! A suo dire sarei pure peggio di Ainis!
Comuque sia , l’ingenuità della Piras non inficia i risultati dei sui studi neuropsicologici. L’alfabeto da lei utilizzato non sarà quello nuragico, ma è pur sempre un alfabeto! Un alfabeto che potremo definire Sanna-Losi, dunque alla Piras nella seconda edizione del suo libro basterà correggere qualche parola e sostituire la definizione albabeto nuragico con alfabeto Sanna-Losi.
Spero che Sanna non si risenta per la condivisione della  sua invenzione con Aba Losi, penso che Losi sia stata una ottima interlocutrice e sostenitrice che lo difende a spada tratta pure quando scambia una iscrizione del 1942 per una iscrizione nuragica! A certe conclusioni Sanna non ci sarebbe arrivato senza il fondamentale sostegno di Aba Losi.

A conclusione di queste note mi pare utile specificare che nei tempi in cui costruivano i nuraghi (2000-1200 a.C. ) non appare nessun segno che possa far pensare ad una scrittura nuragica, poi quando  cominciarono ad arrivare popolazioni levantine, inizia ad apparire qualche segno di scrittura,  ed è tema di studio stabilire se le scritte del tardo nuragico siano opera dei discendenti dei costruttori dei nuraghi o dei nuovi venuti dal mediterraneo Orientale (su questo cfr 19° cap. di Archeologia del Paesaggio Nuragico).

domenica 6 dicembre 2015

Minoia a Rai3

di Franco Laner

Il soprintendente Marco Minoia ha spiegato a RAI 3  in 41’ e 12’’ i guerrieri di Mont’e Prama, i nuraghi, i modelli di nuraghe, tombe e tanto altro.

Sono sempre sintonizzato, quando studio o lavoro, su Radio Rai 3. Mi fa molta compagnia e drizzo le orecchie quando c’è qualcosa che mi interessa. Come è stato il caso del 28 novembre scorso, quando nel programma “Museo nazionale”, appunto su Rai 3 che si può risentire in podcast, Marco Minoia ha spiegato  “I guerrieri di Mont’e Prama”.
Riassumo i punti che hanno azzerato le mie poche certezze, anche perché enunciate come verità istituzionale (i numeri corrispondono ai minuti della registrazione):

2’ Sono statue nuragiche degli ultimi decenni del nono secolo a. Cr.
6’ Mont’e Prama è una collinetta sopra una delle più belle spiagge mediterranee, di sabbia quarzifera
7’ La scoperta dei guerrieri permette la completezza della conoscenza nuragica. Statue come bronzetti
11’ I pugilatori reggono sopra la testa un grande scudo ellittico. L’avambraccio e il pugno sono coperti di cuoio e metallo.
13’ Quarta tipologia di statue: i modelli di nuraghe. I nuraghi –spiega il Soprintendente- sono una sorta di apprestamento difensivo, castelli preistorici, fortezze munite di grandi torri, con camminamenti sopra le mura per controllare il nemico!!!
14’ Nota del giornalista. La testa dei giganti di MP dialoga con la testa di Costantino dei Musei capitolini


    =     


15’ I Giganti sono stati distrutti e frammentati con ogni probabilità fra il III e IV secolo dai Cartaginesi
18’ La scoperta delle sepolture a pozzetto di MP indica un cambiamento epocale dei modi di seppellire dei nuragici che dalla tomba collettiva, passano a tombe individuali
19’ L’idea di scultura monumentale prende impulso da altre civiltà, come vicino Oriente, Siria e Palestina, ma, nonostante tratti orientali, le sculture sono pienamente nuragiche
21’ Esalta la ricomposizione dei 5280 frammenti e lo straordinario risultato
22’ Ripresi gli scavi nel 2014. Rinvenuti altri due pugilatori, però stavolta con lo scudo arrotolato aderente al corpo. Non presenta segni di distruzione violenta. Lo scudo è uguale a quello del bronzetto di Vulci, grotta di Cavalupo, che rappresenta un sacerdote guerriero che tiene uno scudo contorto contro il corpo. Forse corredo di matrimonio di una sposa sarda. Anche questo bronzetto e dell’ultimo decennio del nono secolo. Se consideriamo che la statuaria greca muove i primi passi solo nel settimo secolo, si desume come la civiltà nuragica sia avanti coi tempi.
30’ La scoperta di MP testimonia la rivoluzione della tipologia della sepoltura nuragica. Nella fase matura dalla sepoltura collettiva delle TdG a quella individuale in pozzetti
36’ Le tombe a pozzetto sono prive di corredo. Solo in una tomba si è trovata una collanina di piccole perline di bronzo –prodotto caratteristico nuragico- vaghi di bronzo triangolari come nelle collane fenice con vaghi però di vetro. La collana ha uno scarabeo di steatite (mi pareva che gli archeologi dicessero osso o avori. Poi Aba Losi ha chiarito).

Alla fine della puntata ci si sente proprio sollevati. In quaranta minuti ho capito di non aver capito proprio nulla. I nuraghi sono ancora fortezze (madre di tutte le sciocchezze) e il bubbone incompiuto degli ultimi due ritrovamenti sono scudi avvolti (altra innovazione dopo lo scudo in testa) e metterò in programma, per il prossimo anno, una vacanza sulla spiaggia quarzifera di Monte Prama.
Franco Laner
Venezia, 05 dic. 2015





lunedì 2 novembre 2015

SEAC 2015 a Roma

SEAC 2015
Astronomy in Past and the Present Cultures
9th-13th November 2015
University  Rome “la Sapienza”

Ø  November 9th
Museum of Classical Art of the Department of Classics, Rome University “La Sapienza”
§  8:00-9:00 Registration and Posters Mounting
§  9:30 Welcome addresses (Michael A. Rappenglück, SEAC President; Prof. Eugenio Gaudio, Rector of Rome University “Sapienza”)
§  Opening session
Chairman: M. A. Rappenglück
10:00 Lectio Magistralis by Prof. G. Bignami, Accademico Linceo : Science, society and cultures
11:00 Coffee break
11:15 Lectio Magistralis by Prof. Roberto Buonanno, President of the Italian Astronomical Society “The Harmony of the Celestial Spheres” 
12:15 Lectio Magistralis by Prof. Sen. Lucio Lombardi Satriani, Accademia di Belle Arti di Roma “Astronomy, Anthropology
13:15 Invited talk by Dr. Juan Antonio Belmonte, Instituto de Astrofìsica de Canaria "Orientatio ad Sidera (OAS): highlights of a decade of archaeoastronomical research in the Mediterranean region and beyond"
13:45 Lunch
  • Session “Problems and Methods of Cultural Astronomy”
Chairman: Giulio Magli
14:15 – 14:35 D. Brown Phenomenology of Shadow
14:35 – 14:55 V. F. Polcaro The Credibility of Archaeoastronomy:  Suggestion From Pharmacology?
14:55 – 15:15 M. A. Rappenglück Cosmic Entomology:  The Image and Function of Insects in Archaic Sky Watching and Cosmovisions
15:15 – 15:35 J. Vit, M. A. Rappenglück Looking through a telescope with an obsidian mirror: Would specialists of ancient cultures have been able to view the night sky using such an instrument?
15:35 – 15:55 G. Zotti Open Source Virtual Archaeoastronomy
  • 16:00 Coffee break
  • Session “Astronomy  in Extra-European Cultures”
Chairman: Elio Antonello
16:15 – 16:35 J. Holbrook, J. de Prada-Samper !Xam Skylore of the Karoo Desert, South Africa
16:35 – 16:55 S. Iwaniszewski Another Look at the Lunar Series from Dos Pilas and Naranjo
16:55 – 17:15 J. McKim Malville Animism and Reciprocity at Sky Watching Places
17:15 – 17:35 R. Moyano The Crossover Among the Incas in the Collasuyu

·         18:00 Welcome cocktail party

Ø  November 10th
Auditorium of the University Chapel
  • Special Session on “Astronomy in Ancient Near East (Mesopotamia, Persia, Levant, Turkey) and Egypt, from the origins to 395 CE”
Chairman: Juan Antonio Belmonte
9:00 – 9:20 E. Orrelle Identifying transition in ritual power in the Neolithic of the Levant
9:20 – 9:40 J. Steele Evidence for the Practice of Astronomy and Astrology in the ‘House of the āšipu’ in Uruk
9:40 – 10:00 D. Nadali, A. Polcaro The sky from the high terrace: study on the orientation of the ziqqurat in ancient Mesopotamia
10:00 – 10:20 L. Verderame Pleiades in ancient Mesopotamia
10:20 – 10:40 S. Pizzimenti The Kudurrus and the Sky. Analysis and Interpretation of the Astral Symbols as Represented in Kassite Kudurrus Reliefs
10:40 – 11:00 S. Gullberg The Babylonian Astronomical Diaries: A Graphical Analysis of their Implied Reference System
  • 11:00 Coffee break
Chairman: John Steele
11:15 – 11:35 J. A. Belmonte, M. C. Pérez Die, L. Díaz-Iglesias Llanos Shrines of Ram-Headed Divinities and Canopus:  Skyscaping at Herakleópolis Magna
11:35 – 11:55 A. C. González-García, J. A. Belmonte, A. Polcaro A diachronic analysis of monument orientation in the Levant: the Jordanian paradigm
11:55 – 12:15 E. Ratson Ideal Lunar Velocity
12:15 – 12:35 S. Shinnar Rabbinic Standards for Accuracy in Lunar Observation: Regulating the Calendar in the Mishnah Rosh Hashanah
12:35 – 12:55 A. Rodríguez Antón, J. A. Belmonte, A. C. González-García Romans in Near East: Orientation of Roman towns and forts in modern Jordan
12:55 – 13:15 A. Jones Eclipses in Greco-Roman Egypt: Trends in Observation, Prediction, and Interpretation
  • 13:15 lunch
  • Session “Cultural Astronomy in Ancient Greece”
Chairperson: Mary Blomberg
14:00 – 14:20 E. Boutsikas Τhe orientation of Greek temples in sanctuaries of Asia Minor, Sicily and Cyprus
14:20 – 14:40 M. Revello The Sun of Homer
14:40 – 15:00 L. Sims Apollonian Delphi: how history comes to the aid of prehistory.
15:00 – 15:20 B. Castro, I. Liritzis, A. Nyquist       Determining the Oracular Time: Comparative Astronomical Measurements of Apollonian Temples

  • Session “Cultural Astronomy in Ancient Italy and in Roman Empire”
Chairman : Marco García Quintela 
15:20 – 15:40 R. Hanna, G. Magli, A. Orlando Astronomy and landscape in the Valley of the Temples of Akragas
15:40 – 16:00 P. Littarru Forty years of archaeoastronomical research in Sardinia
  • 16:00 Coffee break
16:15 – 16:35 A. Orlando, D. Gori The Megalithic Temple of Diana on the Cefalù Rock (Sicily)
16:35 – 16.55 M. Ranieri, F. Carnevale Solstices at Sesto Fiorentino: an Investigation on Geometry and Alignments of the Tholos Tombs of the Etruscan Princes
16:55 – 17:15 M. Rapisarda, M. Ranieri A “Phoenician lighthouse” at Capo Gallo (Palermo)?
17:15 – 17:35 M. Monaco The Temple B in Largo Argentina, Rome: CAD Analysis of The Ground Plan Reveals a Geometrical Circle-Pentagon-Circle Scheme
  • 18:00 – 20:00 G. Zotti Tutorial: producing and configuring Stellarium landscapes for orientation
    studies

Ø  November 11th
Auditorium of the University Chapel
       Session “Cultural Astronomy in Ancient Italy and in Roman Empire”
Chairman: Nick Campion
9:00 – 9:20 M. De Franceschini, G. Veneziano Archaeoastronomy in the Mausoleum of Hadrian in Rome
9:20 – 9:40 D. Espinosa Espinosa, A. C. González-García, M. V. García Quintela  On the Orientation of Roman Towns in the Limes Germanicus
9:40 – 10:00 A. C. González-García, M. V. García Quintela  Celtic Solar Orientation of Lugdunum Convenarum
10:00 – 10:20 N. Lanciano, P. Virgili The urban set of the Pantheon and the Mausoleum of Augustus in Rome, between architectural and astronomical symbolism.
10:20 – 10:40 M. Ranieri, M. Monaco From Desgodetz to Laser Scanner: Measures and Geometries in the Plan of the Pantheon
10:40 – 11:00 S. Sclavi, F. Carnevale, M. Monaco, S. Gaudenzi, M. Ranieri, V. F. Polcaro, C. Scatigno The Orientation of Mithraea In Ostia Antica
11:00 – 11:20 V. Tiede Ara Pacis Augustae:  An Astro-Archaeological Analysis
       11:20 Coffee break
       Session “Cultural Astronomy in Ancient Iberian Peninsula and Canary Islands”
Chairman: Cesar Gonzales Garcia
11:35 – 11:55 C. Esteban Equinox Markers in Protohistoric Iberian Sanctuaries
11:55 – 12:15 M. Pérez, A. Rodríguez Díaz, I. Pavón Soldevila, D. M. Duque Espino A Orientalizing Ritual Building in Aliseda (Cáceres, Spain)
12:15 – 12:35 M. Pérez Gutierrez, A. Ruiz Rodríguez, M. Molinos Molinos The Iberian urban sanctuary of Puente Tablas (Jaén, España)
12:35 – 12:55 F. Silva The Prehistoric Skyscapes western Iberian project: an update
12:55 – 13:15 L. Sims Praile Aitz 1: A Basque Magdalenian lunar-solar cave at 15,500 BP?
13:15 – 13:35 A. Ulla, F. Braña Rey, E. Pérez Fernández Application of cultural astronomy methods to High School by means of studying astronomical decorations and orientations of hórreos in two locations of Galicia (Spain).  Statistics, comparison and educational conclusions.
       13:35 lunch
       Session “The Sky Bear”
Chairperson: Roz Frank
14:05 – 14:25 E. Antonello Sky simulations for the Paleolithic epoch
14:25 – 14: 45 M. Ridderstad The Bear and the Year: the Origin of the Finnish Late Iron Age Folk Calendar and Its Connection to the Bear Cult
14:45 – 15:05 D. Gunzburg Time pursued by a Bear: Ursa Major and stellar time-telling in the Paduan Salone
15:05 – 15:25 R. Frank Sky Bears research: Implications for “Cultural Astronomy”  
       Session “Cultural Astronomy in Ancient Northern Europe and British Islands”
Chairman: Lionel Sims
15:25 – 15:45 P. Amstrong Mesolithic and the Neolithic Skyscapes in Western Britain
15:45 – 16:05 L. Henty Continuity or change? A microscopic scale analysis of monuments and ritual in Aberdeenshire
        16:05 Coffee break
16:15 – 16:35 C. Maumené The Gundestrup cauldron : is this the key to the enigma?
16:35 – 16:55 M. Ridderstad Sacred or Profane Spaces – Comparing the Orientations of the Neolithic Housepits and the Giants’ Churches of Ostrobothnia
16:55 – 17:15 V. Tumėnas The links in attributes between the Baltic Thunder God Perkūnas and his analogues - Jupiter and Zeus
       Session “Cultural Astronomy in Ancient Eastern Europe”
Chairperson: Penka Stoeva
17:15 -17:35 O. Kuzmanovska, J. Stankovski Lunar Markers of the Peak Sanctuary Kokino
17:35 – 17:55 A. Stoev, P. Maglova, M. Spasova Late Chalcolithic solar-chthonic rock-cut structures for time measuring in the Eastern Rhodopes, Bulgaria
  • 18:00 – 20:00 G. Zotti Tutorial: producing and configuring Stellarium landscapes for orientation
    studies

Ø  November 12th

       10:00 – 13:00 Half day excursion to Rome Imperial Fora and Coliseum

Auditorium of the University Chapel
       Session “Cultural Astronomy in Ancient Eastern Europe”
Chairperson: Penka Stoeva
14:00 - 14:20 A. Mickaelian Armenian Archaeoastronomy and Astronomy in Culture
14:20 – 14:40 S. V. Farmanyan Ancient Cosmology in Armenian Highland

       Session “Cultural Astronomy in Christian Churches”
Chairman: P. Jean-Paul Hernandez SJ
14:40 – 15:00 B. Vilas Estévez, A. C. González-García  Light and Shadow in Santiago: the Cathedral of Saint James and its orientations
15:00 – 15:20 M. Incerti, G. Lavorati, S. Iurilli, U. Velo Survey, archaeastronomy and communication: the Mausoleum of Teodoric in Ravenna (Italy)
15:20 – 15:40 M. García Quintela, A. C. González-García From Hagiography to Celtic Cosmology: the Early Years of Santa Mariña in the Lagoon of Antela (Ourense, NW Spain) and the Limici Celtic heritage
15:40 – 16:00 E. Spinazzè Alignments at the patron saint’s day of sacral medieval buildings and the light path inside the church at the saint’s day
  • 16:00 Coffee break
16:15 – 16:35 M. Zedda A Statistical Analysis on the Orientation of the Romanesque Churches of Sardinia, Corsica and Tuscany
16:35 – 16:55 B. Brady Welsh Monastic Skyscapes: the design and results of a pilot project
16:55 – 17:15 B. Brady The Western Orientation of the Solstitial Churches of Gweynedd, Wales. 
17:15 – 17:35 S. Bartolini, M. Pierozzi  Astronomy and Solar Symbology in the Basilica of San Miniato al Monte and Florence Baptistery in Florence
17:35 – 17:55 B. Benfer Light Beams and Architecture Marked Celestial Events in Colonial Churches and Missions in New Spain and Perú
17:55 – 18:15 B. M. Mak Astral Science from the Near East to China in the late first millennium AD – Dorotheus in Pahlavī and Duli Yusi Jing in Chinese

Ø  November 13th
Museum of Classical Art of the Department of Classics, Rome University “La Sapienza”
·         Session “ Astronomy in Medieval texts”
Chairman : Vito Francesco Polcaro
9:00 – 9:20 S. Draxler, M. E. Lippitsch Astronomy in the medieval Liber Floridus
9:20 – 9:40 R. Neuhäuser, W. Rada, D. L. Neuhäuser Newly found old Yemenite observations of Supernovae 1006 and 1604

       Session “Cultural Astronomy in Renaissance and Modern Epoch”
Chairman: Manuela Incerti
10:00 – 10:20 G. Gandolfi Astrology, Prophecy and the birth of Modern Science seen through the Lenses of Renaissance Art
10:20 – 10:40 N. Campion Astronomy and Culture in the Eighteenth Century: Isaac Newton’s influence on the Enlightenment and Politics.
10:40 – 11:00 L. Tirapicos The old and the new Rome: Francesco Bianchini’s astronomical exchanges with the court of Lisbon
       11:00 Coffee break
       Session “Cultural Astronomy in Contemporary Epoch”
Chairperson: Jarita Holbrook
11:15  - 11:35 A. Adamo Where telescopes cannot (yet) see: Saturn and the Moon as “seen” by space artists Scriven Bolton, Lucien Rudaux, Étienne Trouvelot, Chesley Bonestell
11:35 – 11:55 H. Gropp Toward one date: The Easter date(s)
11:55 – 12:15 R. Ndlovu Analysing Education as a variable in “the Sky in Our Lives Survey”

       12:15 – 13:30 Posters discussion
       13:30 lunch
       13:30 Poster dismounting

       14:00 – 15:45 Round Table: What is 'cultural astronomy' today?
Chairman: Michael A. Rappenglück, SEAC President. Participants: Roslyn Frank (University of Iowa), Stanislaw Iwaniszewski (Universidad Nacional Autónoma de México), Vito F. Polcaro (Institute of Space Astrophysics and Planetology, INAF), Giangiacomo Gandolfi (Rome Planetarium), Alberto Scuderi (Vice-president of the Italian Archaeological Groups)
       15:45 Coffee Break
       16:00-18:00 SEAC General Assembly
       20:30 Conference dinner

November 14th - 15th : Post Conference Tour

Posters
1.       A. Adamo           Sound is the night
2.       A. Adamo           Looking the sky in the face
3.       E. Amsterdam  Classical constellation patterns on the ground made up by artificial dwelling hills in Frisia, The Netherlands
4.       R. Assasi              Astronomical alignment of Roman quadrifrons structures
5.       N. Ayash             The Stars in the Minoan Religion
6.       N. Bekbassar     Twelve year’s cyclic calendar in numismatics of the Golden Horde and Ilkhanate
7.       D. Brown, Ana Souto     Skyscapes of Clifton Campus - Exploring Nocturnal Environments & Sky with Stellarium
8.       M.P. Burillo Quadrado, F. Burillo Coelum Empireum, Habitaculum Dei and souls’ destination
9.       C. Clausen          Inter-visibility, Sightlines and Alignments
10.   M. Codebò, H. de Santis, G. L. Pesce     A stone observatory at Bric Pinarella (Italy)
11.   P. Colona            Ixion, an astronomical interpretation
12.   I. De Angelis, T. Bosco, A. Altamore Under The Same Sky: An Italian approach to Astronomy for the Developing World
13.   J. de Jager          The Pyramids of Ancient Egypt - Paradox and Symmetry
14.   M.D. Duarte da Cunha A bull on the water (astronomy and navigation in the Eastern Mediterranean by Minoans in MM III period 1,600 BC and 1,200 LM III ACC)
15.   C. Esteban, L. B. de Lugo Enrich                Venus and the Temples of Astarte across the Mediterranean
16.   C. Esteban, D. Iborra Pellín         Archaeoastronomy in Bronze Age Tumular Tombs and Settlements of La Mancha (Spain)
17.   N. L.Furbee       Disarticulated Dual Seasons and Maya Cosmology
18.   G. Henriksson   King David’s Altar dated by the appearance of comet Encke in 964 BC
19.   R. Herrera          Sundials and Some Other Astronomical Instruments to Measure the Sky
20.   S. Ivanova, A. Raduncheva, V. Koleva, D. Kolev                Rock Sites in the Eastern Rhodopes: Archaeology and Astronomy
21.   M. Koeppl          A Calendar-astronomical Explanation of Homer´s Odyssey
22.   A.  Kuzmin          The Astronomical Birth of Napier’s Logarithmics
23.   G. Latura             The Mysteries of Eleusis & the Zodiacal Light
24.   L. Lombardi, L. Ruggiero, L. Fabrizi, M. Chirri Rome is star shaped: STAR, an APP for the spread of Cultural Astronomy
25.   A. Mulas, M. P. Zedda Orientation of the Sardinian Nuraghic “Huts of Reunions”
26.   A. V. Mushich-Gromyko Archaic Astronomical Slavic Concepts and their Reflection in the Metrics of the Textile
27.   A. Orlando, M.T. Magro, M. S. Scaravilli               The oriented altars of Pizzicata Rocks and the rocky sites of Alcantara Valley
28.   A. Orlando, D. Tanasi     Rediscovering the Maltese temple of Borġ in-Nadur
29.   R. Park                 Damnatio ad astra on the Dendera Zodiac
30.   M. Pérez Gutierrez, D. Bea Castaño, J. Diloli Fons, J. Vila Llorach, M. Prades Painous     La Gessera: an Iberian building for worship?
31.   R. Perez-Enriquez, J. Galindo Trejo        Basis of a Gnomonic Paradigm in Mesoamerica: the Case of Mayapan
32.   S. Rothwangl     Heaven upon Earth: Educational model of the solar system on a scale of 1:1 billion
33.   F. Stanescu The Small Round Sanctuary of the Sacred Terrace of    Sarmizegetuza Regia, Romania. The Problem of Number 13
34.   A. Stoev, P. Maglova     Research project "Astronomical orientations and geophysical anomalies of trapezoidal niches in the Eastern Rhodopes, Bulgaria": in search of an international partnership
35.   A. Stoev, P. Maglova, V. Markov, M. Spasova   Prehistoric rock sanctuary with arch near the village of Kovachevitsa, Bulgaria: spatial orientation and solar projections
36.   M. Zedda            Hypothesis about a Astronomical System of  Ligures Apuan in Garfagnana
37.   B. Zlatev              On the Value of Proclus’ Perfect Year and Its Meaning




venerdì 10 luglio 2015

Perché i cosiddetti modelli di nuraghe sono in realtà "segni" cosmologici


di Franco Laner





1 Rappresentazioni cosmologiche (imago mundi ) Se fossero state rinvenute in Sardegna, anziché in Africa, sarebbero considerate modellini di nuraghi quadrilobati

Molti sono i cosiddetti modelli di nuraghe, sia di bronzo, di pochi centimetri, sia di pietra, di alcuni decimetri, esibiti nei musei sardi e documentati in tantissime pubblicazioni. Il libro di F. Campus e V. Leonelli “Simbolo di un simbolo” li contiene tutti.
Gli archeologi ravvisano due tipi di modelli di nuraghe: quelli monotorre e quelli quadrilobi.
Mi pare che “modello” sia inequivocabilmente da intendersi come riproduzione in scala dei nuraghi.
Modello dunque come sinonimo di “plastico” o di “maquette”.
Ciò premesso mi chiedo intanto: “Perché fare un modello di una fortezza, o di una reggia fortificata? Potrei al massimo fare un modellino di un tempio, anche se questa è una categoria moderna: i miei portarono da Roma dal viaggio di nozze un modello di S. Pietro”.
Comunque accetto che si faccia un modello di un edificio sacro, più difficile, anzi impossibile, pensare ad un modello di un luogo profano.
Chi si è reso subito conto di questa contraddizione è stato l’archeologo G. Ugas, sostenendo la trasformazione del nuraghe-fortezza in nuraghe-tempio avvenuta tra la fine del X e IX secolo (pag. 28, libro sopraccitato). Così facendo non nega la funzione militare del nuraghe e giustifica la dizione “modello di nuraghe”
Supero questa banale domanda e vediamo come viene giustificata la definizione di modello di nuraghe:
a) per la somiglianza morfermica fra il reperto ed il nuraghe quadrilobo o monotorre
b) l’ha detto Lilliu (ipse dixit)
c) le perplessità sono poste da dilettanti, outsider, non archeologi. Pertanto si delegittima la persona e quindi la teoria sostenuta.
d) anche costruttivamente il modello è realizzabile al vero

a) La somiglianza è molto tirata. L’invito per cogliere l’assonanza è di astrazione e non fermarsi alle proporzioni e nemmeno ai particolari. Ma un modello è tale perché riproduce, pur con le semplificazioni dovute alla scala, proprio la materialità dell’oggetto riprodotto. Da questo punto di vista il modello di nuraghe di Ittireddu o di Olmedo riproducono proporzioni e particolari assai distanti dai nuraghi. Si osservi lo schizzo che identifica i particolari apicali di vari oggetti con le sommità dei nuraghi.



2. Sommità apicali di modelli di nuraghe di varia foggia


b) Ipse dixit. Difficile sottrarsi e criticare ciò che G. Lilliu ha detto e scritto. Sulle ragioni di tale sudditanza culturale e accademica non mi voglio fermare, perché accettare questa critica, significherebbe buttare a mare non una teoria, che ha nella visione feudale e militarista della civiltà nuragica la sua stessa filosofia, ragione e ideologia, ma significherebbe rigettare la teoria, ovvero un secolo di archeologia isolana.
c) In questi ultimi anni si è intensificata la lotta ad ogni tipo di studio che non sia legittimato dall’archeologia sarda. Studi che si inseriscono in armonia con l’archeologia ufficiale mondiale, come quelli che afferiscono all’archeoastronomia, alla storia delle costruzioni, all’epigrafia, alla navigazione, alla religione, alla psicogenesi dell’arte, ecc. sono state sistematicamente ignorati nell’ultimo ventennio. Ora vengono messi alla berlina gli studiosi che si sono posti criticamente di fronte ad affermazioni risibili e vengono combattuti sul piano personale, denigrati e gratuitamente vilipesi. Vigliaccamente perché gli attacchi sono anonimi e mai entrano nel merito delle questioni (“Prima ti ignorin, poi ti ridin, poi ti combatin, poi tu vincis”).
d) Nonostante tentativi di giustificare sbalzi e forme costruttivamente irrealizzabili –non dimentichiamoci che i nuraghi sono costruiti a secco e qualsiasi sbalzo, a meno di mensole di pietra e legno che in pratica possono portare solo sé stessi, ipotizzare muri in aggetto è possibile solo sulla carta, non nella realtà. In altre parole gli aggetti delle torri dobbiamo scordarceli.

Capisco la sinteticità dell’analisi e le tante domande possibili. Su molte ho già scritto in “Sa ‘ena” e il prof Pittau ha scritto nella sua condivisibile memoria “Ballatoi e modelli di nuraghi mai esistiti”. Veniamo allora all’ovvia domanda: “Se non sono modelli di nuraghe, cosa sono?”
Anche qui non posso scrivere un trattato. Mi limito a sintetizzare i risultati dei lavori di molti antropologi, etnologi, storici delle religioni, anche archeologi, che hanno documentato come la figura, in pianta ed in alzato, ricorrenti nell’iconografia di antiche civiltà orientali e africane, mediterranee e nordiche, i quattro pilastri ai vertici del quadrato (4 punti cardinali, 4 pilastri che sorreggono la volta celeste, l’axis mundi, ecc.), con il pilastro centrale altro non è che una rappresentazione cosmologica. E’ un “Imago mundi”.
Come tali ospitano la divinità.
Una raccolta di immagini e realizzazioni è contenuta nel 4° capitolo del mio libro citato. Valga per tutte l’osservazione che nel Convegno di Archeologia tenutosi in Sardegna nel 1926, l’etnologo tedesco Leo Frobenius paragonava il bronzetto di Ittireddu alle numerosissime rappresentazioni cosmologiche africane e lo stesso Taramelli nella didascalia del bronzetto lo definisce modello di tempio.
In conclusione credo che la questione dei cosiddetti “Modelli di nuraghe” debba essere rivista perché difendere posizioni acritiche significa screditare la disciplina archeologica e sostenere l’esclusione della Sardegna dal contesto mondiale.





3. Tipologie di nuraghe di cui non sono stati fin’ora trovati modelli


Prima di concludere desidero ancora osservare che ci sono ancora in piedi nuraghi bilobati, trilobati ed anche polilobati. Se saranno rinvenuti modelli di nuraghe di qualcuna delle tipologie schizzate mi ricrederò sull’ipotesi che i modelli di nuraghe non siano tali!
E poi alla fine mi chiedo: che male ci sarebbe se il cosiddetto modello di nuraghe fosse descritto come modello cosmologico e rientrare nel circuito mondiale di tale definizione?

martedì 5 maggio 2015

La Dea bipenne

di Fabrizio Sarigu

Nel libro “La Dea Bipenne” Donatello Orgiu ci conduce per mano nel mondo del simbolismo arcaico, fornendo le coordinate per poterci districare entro il complessissimo immaginario simbolico di quelle antiche genti, spaziando dal simbolismo neolitico europeo alle culture prenuragiche, nuragiche e fino all’età del ferro, nella nostra isola.
L’opera quindi, analizzando compiutamente questo così vario universo simbolico, individua nel tempo ciclico, scandito dai ritmi lunari/astrali e dal ciclo della vita, quel dinamico processo che inesorabilmente ispirò l’uomo all’elaborazione di questa complessa simbologia. Tale servì ad un tempo a descrivere il mondo che lo circondava, a comprenderlo e non ultimo a fornire in qualche modo l’illusione di poterlo gestire e controllare. La diffusione e la capillarità con la quale avvenne, potendola riscontrare in tutta Europa e come detto immancabilmente in Sardegna, rendono conto dell’importanza che ebbe nello sviluppo del pensiero umano.
Dall’analisi emerge una sorta di “alfabeto della metafisica”, molto più antico dei primi tentativi di scrittura sumerici, costituito dai simboli che adornavano gli oggetti di culto di quelle epoche (e anche posteriori). Tali simboli, grazie alla perizia dell’artigiano, decoravano l’opera non con mere funzioni ornamentali ma dovevano infondere prestigio e pregnanza religiosa alla stessa, la qual cosa avrebbe potuto ottenersi solo se il simbolo usato avesse avuto esso stesso un profondo significato e una relazione precisa con la sacralità e quindi con la divinità cui era dedicato.
Apparirà quindi chiaro il significato ad esempio della doppia spirale, della dea dalla forma di croce, delle protomi, dei segni geometrici che adornano vasi e sculture e più in generale di tutte quelle simbologie che ritroviamo sovente nei reperti e che ci lasciano scoraggiati e interdetti, convinti che il loro significato sia ormai andato perduto per sempre, quando invece le risposte sono a portata di libro.
Il panorama archeologico e culturale sardo aveva proprio bisogno di un’opera capace, in maniera molto concisa e diretta, di dare risposta a quelle domande che fino ad oggi parevano essere senza soluzione. Quasi una bussola quindi che, laddove ci si senta sperduti, giunge in soccorso guidandoci e fornendo un’immancabile occasione per comprendere meglio il nostro passato.

sabato 18 aprile 2015

Il nome etrusco dell'acqua


di Giovanni Feo

Quando diversi ricercatori giungono ad una medesima proposta, in seguito a differenti percorsi di ricerca, diventa forte la possibilità che quella proposta abbia colto nel segno.
È questo il caso di un’importante radice etimologica etrusca, UR, tradotta in modo identico da diversi autori, ciascuno seguendo una propria personale via di decifrazione.
Il primo è il linguista ed etruscologo Zacharie Mayani, il cui lavoro è stato esageratamente contestato per alcune sue erronee interpretazioni (ma chi non sbaglia mai?), mentre non sono state accolte le sue tante e positive decifrazioni di molti testi etruschi.
In un suo libro (The Etruscan begin to speak, 1961, pag. 227), Mayani spiega come sia giunto, grazie alla comparazione con l’antico “illirico”, a stabilire che il radicale etrusco UR abbia significato di “acqua”. A tale proposito l’autore cita il caso della dea etrusca Uthur, a Roma chiamata Giuturna, dea delle fonti e delle acque.
A medesimi risultati è giunto l’insigne filologo Giovanni Semerano che, nel suo libro “Il popolo che sconfisse la morte”, alla voce “Orcia” (pag. 85) scrive che l’etrusco URCH ha il significato di “acqua”. Semerano, per le sue decifrazioni utilizzava particolarmente la comparazione con l’accadico, il sumero e le lingue semitiche.
Un valente linguista sardo, Massimo Pittau, è giunto ad analoghe conclusioni (vedi www.pittau.it), pubblicando un testo dal significativo titolo: “etruschi, urina, uri, vri – svizzero e sardo Uri – basco UR”.
Pittau mette in risalto alcuni nessi filologici ed etimologici tra diverse lingue – etrusco, basco, sardo, svizzero – così da scrivere: “Di questa quadruplice convergenza linguistica a me sembra che l’unica spiegazione sia questa: la base UR, “acqua”, è ascrivibile al sostrato linguistico mediterraneo…”
A quanto sostenuto dagli studiosi fin qui citati, posso infine aggiungere il nome dell’etrusca dea della “fortuna”, venerata al Fanum Voltumnae di Volsinii e chiamata in età etrusca-romana Northia; alla dea risaliva la bolsanese gens Nursina (vedi La dea di Bolsena, ed Effigi, 2014).
Il nome Northia deve derivare da un termine più antico, in quanto nella scrittura etrusca non è presente la vocale O. la parola originaria sarebbe quindi URTHIA, presente nelle varianti Ursia e Urcla, da cui le città etrusche di Norcia, Norchia, Vitorchiano e il fiume Orcia (come già evidenziato da Semerano). La dea della Fortuna, nel mondo etrusco e romano (e non solo) ebbe quale suo elemento primario l’acqua. La dea fu raffigurata anche come sirena bicaudata e i suoi simboli furono il timone e la vela, strumenti con i quali poteva salvare i naviganti dai pericoli dei “fortunali", le insidiose tempeste del mare.