giovedì 5 dicembre 2019

Archeoastronomia in salsa turritana 2011-2019

di Paolo Littarru

Il 29 novembre scorso ho partecipato al convegno "la misura del tempo " a Sassari,  organizzato per il settimo o ottavo anno consecutivo dal Circolo Aristeo e dalla società Astrofila Turritana.  Gran parte degli interventi non aveva nulla a che vedere con l'archeoastronomia e pertanto era con tutta evidenza fuori tema. Un intervento mi ha colpito in particolare, quello di Michele Forteleoni su un fantomatico calendario stellare nuragico. In 30 anni circa in cui mi sono occupato di archeoastronomia,  non avevo mai sentito una  proposta di tale  imbarazzante, superficialità. 
Dal 2011 gli organizzatori dei convegni dichiarano l'internazionalità dei loro studi senza che una sola riga delle loro proposte sia stata pubblicata in riviste scientifiche del settore.
Di seguito un estratto del libro "Il contadino che indicava la luna " di Paolo Littarru Ed. ARACNE 2019, sull'approccio del circolo Aristeo e della Società Astrofila Turritana all'archeoastronomia.

Ma come si sono rapportati gli archeologi sardi al crescente interesse verso l’archeaostronomia, approdata per mia iniziativa anche su alcuni quotidiani locali?
Nel 2011 il Circolo Aristeo (nella persona dell’archeologa Simonetta Castia) in collaborazione con la Società astronomica Turritana (gli astrofili Michele Forteleoni e Gian Nicola Cabizza) ha avuto un approccio quantomeno originale all’argomento dell‘archeoastronomia, fingendo di ignorare la risonanza mondiale degli studi di archeoastronomia di Mauro Zedda, eludendo completamente il corpus di pubblicazioni esistente sul tema ed organizzando nel 2011 il Primo convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna (ignorando totalmente tutti i precedenti di cui si è detto, alla presenza di figure, peraltro, ben più prestigiose). In nota riportiamo l’altisonante comunicato stampa.[1]
È interessante notare come il Rettore dell’Università di Sassari, probabilmente riferendosi agli studi di Mauro Zedda, sui quali era certamente informato, abbia messo in guardia da un eccesso di prudenza verso «un approccio capace di gettare nuova luce su questioni assai dibattute».
L’importanza dell’archeoastronomia e l’eccesso di prudenza che l’ha accompagnata viene colta in pieno, quasi con le parole di Kuhn, proprio dal Prof Mastino, storico romanistico e non archeologo in senso stretto e pertanto estraneo al paradigma dominante. Un allievo del prof. Lilliu, nel frattempo divenuto ordinario Alberto Moravetti, del cui sarcastico approccio all‘archeoastronomia abbiamo parlato in precedenza, auspicava invece ora un approccio congiunto per evitare il pericolo dell’autoreferenzialità ed anche in questo passaggio pare lampante un’allusione agli studi dell’autodidatta (ma per nulla autoreferenziale!) Mauro Zedda, contro cui aveva scagliato i suoi strali in precedenza.
Come definire se non proprio come autoreferenziale invece la chiusura localistica degli archeologi sardi all’apporto degli archeastronomi britannici Michael Hoskin e Clive Ruggles, quest’ultimo addirittura archeologo preistorico?
L'archeologa Castia li menziona però nel testo introduttivo «non è poi così difficile immaginare la rilevanza che rivestiva, nella quotidianità, l'osservazione diretta dei fenomeni celesti. Sono utili per una migliore comprensione le parole di Clive Ruggles, il padre dell'archeoastronomia»[2].
Non pare condivisibile l’affermazione secondo cui Ruggles sarebbe il padre dell'archeoastronomia, anche se certamente è uno dei più autorevoli studiosi della materia, ma appare singolare che la dottoressa Castia abbia citato come riferimento scientifico lo stesso Ruggles che aveva accolto favorevolmente gli studi di Mauro Zedda da almeno dieci anni e che continuerà a frequentare la Sardegna negli anni successivi per valorizzare gli studi dello stesso Zedda, ma anche degli studiosi da lui coinvolti come Hoskin, Belmonte e Lebeuf.
G. Cabizza (fisico) e M. Forteleoni (astrofilo) esposero in quell‘occasione gli esiti di uno studio sull'orientamento di 156 domus de janas[3].
A corredo dell'articolo vi era un apparato bibliografico veramente modesto, senza alcun riferimento agli studi risalenti a quasi un decennio prima, quasi a disconoscere perfino l’esistenza.
Tentando di non cadere nell’eccesso di tecnicismo, pare opportuno esprimere qualche ulteriore considerazione sullo studio, in quanto rivelatore dello status di neofiti dei suoi redattori in materia di archeoastronomia.
I dati relativi all'orientamento delle domus, infatti, mancano dell'altitudine e della declinazione, essenziali per coglierne il senso astronomico, come Mauro fece notare nel corso del convegno. Ma a una più attenta lettura dello studio, è possibile notare che l'azimut riportato non sia il vero azimut geografico ma un azimut corretto a seconda delle altezze dell'orizzonte (La misura è stata ripetuta più volte e successivamente corretta in base alla declinazione magnetica dei luoghi, e all'altezza dell'orizzonte visibile). In altre parole quando l'orientamento presentasse un azimut geografico di 122° con 3° di altezza loro nei dati avrebbero riportato un azimut corretto di 125°.
Oltre alla errata o quantomeno inusuale indicazione dei dati di misura, l’articolo dimostra perfino confusione nell'indicare i dati azimutali dei lunistizi settentrionali e meridionali (i dati di riferimento sono invertiti e come vedremo non si tratta di un refuso).
L'assenza dell'altitudine e della declinazione nei dati esposti, la confusione sui lunistizi, unita ad un apparato bibliografico assolutamente inadeguato, lo fa apparire come un autoreferenziale lavoro di principianti. Insomma il primo studio con cui un’archeologa sarda si affacciò maldestramente all’archeoastronomia, pare un tentativo di chiudere il recinto quando i buoi sono scappati, ignorando totalmente 20 anni di studi pregressi di Mauro Zedda e presentando lacune che quasi certamente non avrebbe superato il referaggio di alcuna rivista scientifica della materia.
L’intento pare oggi molto chiaro: introdurre tardivamente l’archeoastronomia sorvolando sul ventennale lavoro già esistente in materia. Lo studio fu condotto con fondi pubblici regionali [4].
Nel 2012 si svolse, sempre a Sassari il secondo convegno organizzato dal Circolo culturale Aristeo La Misura del tempo[5]. Gli atti furono editi a dicembre 2013 in occasione del terzo convegno che si tenne congiuntamente a quello della Società Italiana di Archeoastronomia a cui partecipò anche Mauro Zedda.
Nel 2013 si celebrò a Sassari il terzo convegno del Circolo Aristeo La Misura del tempo al quale venne accorpato il convegno annuale della Società Italiana di Archeoastronomia.
Il convegno veniva qualificato dagli organizzatori come internazionale, sebbene non fosse presente neppure uno straniero tra i relatori e nonostante le scarse citazioni di studiosi esteri in bibliografia.
Tra tutti, una citazione sarebbe stata sicuramente dovuta a Michael Hoskin, a proposito della descrizione che Castia et al. forniscono delle tecniche di misura in archeoastronomia:
 
La scelta per lo strumento di misurazione è caduta sulla bussola, invece del teodolite o del Gps topografico – che garantirebbero elevate accuratezze inferiori al secondo d'arco, - per il fatto che le domus sono monumenti preistorici realizzati con tecniche di lavorazione spesso non di precisione e che oggi versano in gran parte in cattivo stato di conservazione.
La determinazione del dato da rilevare non è infatti sempre univoca e l'errore generato dalla scelta soggettiva della direzione è ben superiore a quello prodotto dal fatto di non aver utilizzato una strumentazione di alta precisione.
 
Il concetto, riportato tra le righe dell’articolo di Castia et al. è infatti ripreso quasi testualmente da diverse pubblicazioni di Michael Hoskin a partire dagli anni novanta, che sulla questione criticò gli astronomi Proverbio e Romano per l'utilizzo del teodolite anche nei casi in cui tale strumento non sarebbe servito, ovvero in in classi di monumenti per i quali la direzione dell'asse d'ingresso non è definibile in modo univoco[6]. I concetti metodologici enunciati da Hoskin sono stati ripresi anche nei libri di Mauro Zedda, ovviamente mai citato dal team turritano.
Il gruppo archeo-astrofilo Castia, Forteleoni e Cabizza presentò uno studio preliminare sul sito Pranu Mutteddu di Goni. La relazione è ancora in attesa di pubblicazione, mentre sono gia stati editi gli atti della SIA.
In un secondo studio[7] il gruppo Castia, Cabizza e Forteleoni prosegue l'analisi dell'orientamento delle domus de janas, con un campione triplicato rispetto al precedente. Questa volta il gruppo di ricerca turritano aveva seguito il consiglio espresso da Mauro Zedda nel precedente convegno e dunque i dati furono infatti correttamente espressi corredati dall'azimut geografico, della altezza e della declinazione.
Un fatto però appare curioso e pare opportuno riportarlo in quanto ulteriormente e fortemente indicativo dello status di neofiti dei proponenti: al contrario delle altezze tutti gli azimut riportati nello studio sulle domus non sono espressi in numeri interi. Non si comprende proprio perchè l'azimut venga sempre indicato con l'aggiunta del mezzo grado (esempio 1.5, 2.5, etc.) mentre l'altezza venga sempre indicata con numeri interi (1, 2, etc). È ovvio che in un caso e nell'altro l'approssimazione sia di mezzo grado, ma quando si decide per tale approssimazione si opta per i numeri interi. Perchè complicare le cose?
Che tipo di bussola è stata utilizzata? Possibile che nessuna misura sia indicata da un numero intero? A fare del facile sarcasmo, verrebbe da evidenziare che si tratti di una bussola piuttosto eccentrica! In tutto il panorama dell'archeoastronomia mondiale si ritiene sia il solo caso in cui si sia scelto di presentare in tal modo gli esiti di uno studio.
La declinazione, poi è stata espressa con approssimazione al decimo di grado, essendo forse i redattori dello studio ignari del fatto che quando si approssimano gli azimut e le altezza al mezzo grado, per la declinazione si riporta un dato anch'esso approssimato al quarto di grado. Questo al fine di evitare che il dato in declinazione (frutto di un calcolo a partire dai dati in azimut e altezza) mostri una precisione che in realtà non esiste nella realtà, ma che deriva invece dall‘ approssimazione precedente.
Le conclusioni del gruppo turritano sul target dell'orientamento delle domus sono le seguenti:
 
a)      il 96% dei rilievi ricadrebbero nell'intervallo compreso tra azimut di levata e tramonto del sole al solstizio d'estate; (NB non specificano se si tratti dell’arco percorso dal sole o del suo complemento; l’esito è quindi chiaro solo agli specialisti)
b)      il 4% degli ipogei di conseguenza si affaccerebbe in un arco di orizzonte in cui non sorge mai il sole;
c)      il 69% ricadrebbe nell'intervallo compreso tra la levata e il tramonto eliaco nel solstizio invernale;
d)      il 98% sarebbe compreso tra la levata e tramonto della Luna nel massimo lunistizio meridionale ma tale dicitura è palesemente errata, in quanto i dati si riferiscono invece al lunistizio maggiore settentrionale.
 
In perfetta continuità con il loro precedente articolo, gli studiosi continuano a confondere il lunistizio meridionale con quello settentrionale. Se la prima volta sarebbe potuto trattarsi di una svista ora c'è la conferma che sul concetto di lunistizio Cabizza, Forteleoni e Castia dimostrano una evidente confusione. Cabizza e Forteleoni sono stati quindi ed oltretutto imprecisi anche nel riportare i target individuati a seguito del loro studio, che confermano comunque le precedenti analisi di Mauro Zedda[8], il quale indicava che:
 
a)       il 95% (97% al nord, 92% al sud) ricadono nell'arco di orizzonte che percorre il sole al solstizio estivo;
b)      il 96% ricadono nell'arco di orizzonte che percorre la Luna al lunistizio maggiore settentrionale.
 
Insomma, la prima tardiva e maldestra incursione degli archeologi sardi nell’archeastronomia, oltre che dalla colpevole elusione di più di venti anni di studi pregressi, pare viziata da imprecisioni che rivelano lo status di neofiti dei proponenti.
Pur poco originale, pare comunque encomiabile l’intento dell’archeologa Simonetta Castia di avventurarsi in materia di archeoastronomia riproponendo le analisi archeoastronomiche sulle domus de janas già eseguite da Mauro Zedda. Ma non ci si può esimere dal rilevare l’inesperienza del team di misura e la dimenticanza (malafede?) nell’omettere vent’anni di ricerche pregresse in materia, proponendo i loro lavori come originali e il loro convegni come i primi in materia. Neppure un cenno ai congressi già tenutisi dal 1992 ad oggi ed in particolare al congresso della SEAC (Société Européenne pour l’Astronomie dans la Culture) del 2005 a Isili, avente come chairmen Mauro Zedda e Juan Antonio Belmonte.



[1]Primo convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna A cura dell'associazione Aristeo
SASSARI. L’orientamento delle tombe neolitiche presenta ricorrenze non casuali che implicano l’adozione di un possibile criterio nel posizionamento degli impianti funerari realizzati dai sardi antichi. È ragionevole supporre che i prenuragici avessero una certa confidenza con i fenomeni del cielo, nozioni funzionali alla conoscenza di un elementare calendario utile alle comunità di agricoltori e allevatori sparse nell’isola.
Sono i primi, importanti risultati, benché parziali, emersi dai lavori del I convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna, svoltosi nei giorni scorsi a Sassari nell’aula magna dell’Università centrale. Dalla relazione di Gian Nicola Cabizza e Michele Forteleoni, presidente quest’ultimo della Società astronomica turritana, curatori della parte astronomica del progetto “La misura del tempo”, sembrerebbe emergere una ricorrenza non casuale di alcune importanti rilevanze statistiche durante i sopralluoghi su 156 ipogei della provincia di Sassari. Astronomi e archeologi, in un reciproco rapporto di scambio, grazie all’impiego di strumenti tecnici, hanno rilevato che numerose tombe, presenti su siti diversi, sono state realizzate con lo stesso criterio di orientamento. “Questo - ha spiegato Cabizza - ci autorizza quantomeno a fare delle congetture relative alla possibile conoscenza dei fenomeni celesti fra i sardi del Neolitico”. C’è una particolare ragione per cui le tombe sono orientate a Est e non a Ovest che induce gli studiosi di Aristeo e della Sat a domandarsi se i sardi del Neolitico fossero conoscitori dei fenomeni del cielo. “Conoscenza -  hanno spiegato i relatori - che sarebbe funzionale alle esigenze di una comunità che proprio in quel periodo sperimentava la pratica dell’agricoltura”.
Ma se trarre delle conclusioni è ancora prematuro (il programma prevede di effettuare sopralluoghi su almeno 600 impianti funerari) certo è invece che l’archeoastronomia, disciplina ormai ammessa e rispettata dalla comunità scientifica, con il convegno promosso e organizzato da Aristeo è entrata a pieno titolo nelle aule d’accademia. Lo ha rimarcato anche il rettore Attilio Mastino, in apertura di lavori, evidenziando non soltanto il fatto che per anni nei confronti di questa disciplina c’è stato un eccesso di prudenza, ma soprattutto che nel tempo è cresciuto l’interesse della comunità scientifica nei confronti di un approccio capace di gettare nuova luce su questioni assai dibattute. Significativa, al riguardo, la posizione dell’archeologo Alberto Moravetti, ordinario di Preistoria e protostoria nella facoltà di Lettere di Sassari, il quale ha auspicato una collaborazione proficua tra astronomi e archeologi e la necessità di adottare un modello unico per scongiurare il pericolo dell’autoreferenzialità.
Sulla necessità di adottare un metodo condiviso è intervenuta anche Simonetta Castia, archeologa, presidente dell’associazione culturale Aristeo, che con la Sat ha promosso e organizzato l’evento: “Occorre individuare un metodo ha detto capace di portare a risultati certi, non a verità assolute e soprattutto che consenta di non scadere nella spettacolarizzazione”.
I lavori del convegno, il primo a carattere nazionale organizzato in Sardegna in un’aula universitaria, si sono avvalsi di diversi preziosi contributi, tra cui quello dell’archeologo cagliaritano Roberto Sirigu e di Elio Antonello, presidente della S.I.A. (Società italiana di archeoastronomia) e componente dell’Osservatorio astronomico di Brera e Mario Codebò del Centro ricerche archeoastronomia Ligustica di Genova, nonché dell’intervento del sindaco Gianfranco Ganau. Il progetto, denominato “La misura del tempo”, tuttora in itinere, è ripartito in tre annualità che concentrano l’attività di ricerca in tre distinti periodi della storia sarda antica: Il Neolitico, l’età del Rame e l’età del Bronzo”
 
[2] La misura del tempo. Problematiche e prospettive, in Cronache di Archeologia, 8. La misura del tempo. Archeologia e Astronomia. Il Prenuragico, Sassari pp 13-28).
[3] La misura del tempo" Risultati preliminari, in Cronache di Archeologia, 8. La misura del tempo. Archeologia e Astronomia. Il Prenuragico, Sassari pp 29-37.
[4] Id. provvedimento:           00002004539
Beneficiario:                        SOCIETÀ ASTRONOMICA TURRITANA
C.F.:                                    92052420905
Importo contributo:             € 35.512,36
Norma:                                L.R. 14/2006, art. 20 e 21, c. 1 lett.r. - L.R.5/2016.
[5] Dalla locandina del convegno:
La misura del tempo. Atto secondo
È trascorso quasi un anno dalla prima edizione del Convegno di Archeoastronomia in Sardegna, organizzato dal Circolo Aristeo in partenariato con la Società Astronomica Turritana di Sassari, a conclusione dell’attività scientifica del 2011.
In questi mesi hanno avuto corso nuove indagini e le attività stanno avendo un’articolazione più ampia, con la possibilità di accogliere tirocinanti, studenti o ricercatori interessati ad ampliare il proprio quadro di conoscenze sulla materia.
A fine anno si terrà la seconda edizione del convegno, che si preannuncia partecipato e atteso dagli addetti ai lavori.
[6]it would have been helpful to have a discussion  of a practical topic of great importance:  namely, when is it appropriate in fieldwork to use a theodolite, rather than a good-qual­ ity compass (given that the investigator has determined the systematic error of the compass and the magnetic variation for the area, and checked that the local geology carries no risk of magnetic anomaly)? In the reviewer's opinion, in European regions free from magnetic anomaly, a theodolite is appropriate only for the measurement of Greek temples and other monuments laid out with great care, or when precision  calendrics are postulated, as in Thomist  archaeo­ astronomy. When a monument is of rude construction or in poor condition, as are some of those discussed in this book, there is the danger that the investigator will erect two poles whose positions are in fact ill-defined, and then measure the line jòining them with great (and wholly misleading) accuracy. This limitation in the data may well remain undetected,  unless the investigator  follows what should be an invariable rule in such fieldwork: to repeat at least a sample ofthe measures on another occasion,. beginning with re-erection of the poles, to test the errors involved.
M. Hoskin, «Archaeoastronomy» n° 19 (JHA, XXV 1994) Book Review al libro Archeoastronomia Italiana di Giuliano Romano, CLEUP Padova 1992.
Mia traduzione:
Sarebbe stato utile avere una discussione su un argomento pratico di grande importanza: vale a dire, quando è appropriato nel lavoro sul campo usare un teodolite, piuttosto che una bussola di buona qualità (dato che l'investigatore ha determinato l'erratico sistematico del bussola e la variazione magnetica per l'area, e controllato che la geologia locale non comporta alcun rischio di anomalia magnetica)? Secondo l'opinione del revisore, nelle regioni europee prive di anomalie magnetiche, un teodolite è appropriato solo per la misurazione dei templi greci e di altri monumenti disposti con grande cura, o quando vengono postulati calendari di precisione, come nell'archeo astronomico tomista. Quando un monumento è in costruzione o in cattive condizioni, come alcuni di quelli discussi in questo libro, c'è il pericolo che l'investigatore eriga due pali le cui posizioni sono di fatto mal definite, e quindi misureranno la linea tracciandole con grande ( e totalmente fuorviante) accuratezza. Questa limitazione dei dati potrebbe non essere rilevata, a meno che il ricercatore non segua quella che dovrebbe essere una regola imprescindibile in tale lavoro sul campo: ripetere almeno un campione delle misure in un'altra occasione, iniziando con la ri-costruzione dei paletti, per verificare gli errori commessi. 
[7] La misura del tempo. Il neolitico e lo stato delle ricerche, in Cronache di Archeologia, 10. La misura del tempo. Atti del 2° convegno internazionale di Archeoarcheoastronomia in Sardegna.dicembe 2012, Sassari 2013, pp 19-43.
[8] Per un approfondimento dell’esame dell'orientamento delle domus de janas si rimanda a Astronomia nella Sardegna Preistorica di Mauro Zedda 2013. 

mercoledì 4 dicembre 2019

Massimo Pittau e gli studi sulla Sardegna antica

    
 di Mauro Maxia

Tra i molteplici interessi del prof. Massimo Pittau, scomparso appena la settimana scorsa, spicca la sua passione per lo studio della civiltà dei sardi antichi da cui scaturì il volume "La Sardegna Nuragica" (Sassari, Dessì, 1977, 5ª ristampa 1988, 2^ edizione Cagliari, Edizioni Della Torre, 2006; 3^ edizione 2013). Questo testo in Sardegna per trent’anni ha rappresentato un vero e proprio best seller dato che ha superato le diecimila copie vendute e tuttora si trova in commercio. Il fatto che proponga una rivoluzionaria interpretazione della funzione dei nuraghi rispetto alle tesi degli archeologi scatenò una forte reazione che portò qualcuno di essi a definire quel suo lavoro “un libro sfortunatamente troppo letto”. Per avere un’idea più precisa sui motivi del contendere conviene leggere la recensione di Salvatore Tola ("La Sardegna nuragica: un recente studio di Massimo Pittau: recensione", 1977) e la prefazione dello stesso Pittau al volume nel proprio sito  http://www.pittau.it/Sardo/sard_nur_pref.html.
In seguito Pittau sullo stesso argomento diede alle stampe "Ulisse e Nausica in Sardegna e altri saggi" (Nùoro, Insula, 1994); "Storia dei Sardi Nuragici", (Selargius Domus de Janas, 2007); "Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama" (Sassari, EDES, 2008, 2ª ediz. 2009); "Gli antichi Sardi fra i Popoli del Mare” (Selargius, Domus de Janas, 2011); "Il dominio sui mari dei Popoli Tirreni: Sardi Nuragici ed Etruschi" (Dublino, Ipazia Books, 2013); "Enciclopedia della Sardegna Nuragica" (Dublino, Ipazia Books, 2016); "Credenze religiose degli antichi Sardi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2016).
In uno dei suoi lavori più recenti ("L’espansione coloniale dei sardi nuragici", Nùoro, Le Storie, 2017) Pittau propone una teoria che spezza gli stereotipi di un anacronistico passato non ancora del tutto metabolizzati dagli archeologi. Pittau, cioè, descrive gli antichi sardi non come colonizzati ma come colonizzatori ed esportatori di cultura, specialmente nel Mediterraneo occidentale (Isole Baleari, Corsica), grazie alle loro riconosciute abilità di metallurghi, guerrieri e navigatori documentate nelle fonti classiche.
La sua attività poliedrica trova un raffronto soltanto in quella di Giovanni Spano, maggiore erudito sardo del 1800, il quale è considerato tuttora come uno dei più rappresentativi personaggi espressi dalla Sardegna in ogni tempo. In realtà la produzione di Pittau, grazie anche alla sua maggiore longevità e alle moderne tecnologie, supera largamente pure quella dello Spano. Come gli ormai celebri Giganti di Monti Prama, ai quali Massimo Pittau dedicò uno specifico studio, egli è stato un vero gigante della cultura sarda e italiana. Di certo, accanto ad altri grandi dell’Isola, in un ideale pantheon sardo a Pittau spetterebbe il titolo di Sardus Pater.
Massimo Pittau fu un uomo di rara onestà intellettuale che all'occasione non esitava a correggere sé stesso. Per il suo carattere incline al confronto franco e spassionato egli ebbe delle vivaci polemiche sia con gli etruscologi sia con gli archeologi sardi ma anche con celebri linguisti. Nel suo ultimo scritto, il pamphlet , "Eppure mi diverto coi Nuragici e con gli Etruschi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2019), Pittau riannoda con umorismo i fili di un dibattito quarantennale che ha contribuito fortemente a cambiare la prospettiva degli studi nell’archeologia sarda e nella stessa etruscologia.   
La foto fu scattata dal sottoscritto a Santa Vittoria di Serri, entrambi relatori nel convegno Archeologia e astronomia celebrato a Isili tra il 19 e il 21 Giugno 1992.
 Questo post è un estratto in anteprima di un articolo commemorativo in uscita sul prossimo numero della "Rivista Italiana di Onomastica" che avrà diffusione mondiale.  

mercoledì 20 novembre 2019

Il contadino che indicava la luna recensione di Fabrizio Sarigu



Schopenhaur, il grande filosofo, amava sottolineare quanta poca considerazione ci fosse per chi approcciandosi allo studio di una disciplina, lo facesse per mero piacere personale, per diletto appunto. Solitamente si ritiene che solo la motivazione economica possa spingere ad uno studio approfondito, sistematico di una materia, al fine di trarne una professione e professionista è chi viene pagato per compiere questo. Eppure la parola dilettante, che definisce chi per diletto o piacere si dedica ad un qualcosa, nonostante venga usata con un retrogusto dispregiativo, se compresa nel profondo, definisce una condizione che ha del sublime. Indica infatti l’amore per una passione, per una materia, per l’attitudine al conoscere e al comprendere, dove unica ricompensa sta nella sensazione di autorealizzazione che si ricava dal dedicarsi a qualcosa che in ultima analisi, si ama.

Così questo nuovo lavoro di Paolo Littarru, ingegnere per l’ambiente e il territorio, dottore di ricerca in Ingegneria chimica per l’ambiente e la sicurezza e specializzato in Sicurezza e protezione industriale presso la Sapienza – Università di Roma, cultore di archeologia e archeoastronomia è coautore della Guida archeoastronomica al nuraghe Santu Antine di Torralba (Agorà Nuragica, 2003), “Il contadino che indica la luna” è il racconto, essendone egli stato partecipe, di un viaggio intellettuale che un dilettante in archeologia, giacchè di professione contadino, Mauro Peppino Zedda, ha compiuto, per difendere e diffondere un’idea.

L’evolversi della vicenda trae origine a partire, come spesso avviene nelle scienze, da un’intuizione poi rivelatasi corretta: l’esistenza di una “ratio” astronomica nella distribuzione dei nuraghi nel territorio. Ma come reagì l’accademia quando galileo propose il suo modello eliocentrico in guisa di quello geocentrico? come reagì l’accademia quando un umile impiegato dell’ufficio brevetti svizzero propose la “teoria della relatività”? ecco che il viaggio del nostro protagonista non può non essere privo di ostacoli, trabocchetti, mostri da affrontare e paure da vincere.

Nemo propheta in patria. Questa storia ha infatti la bizzarra caratteristica per la quale il mondo archeoastronomico/accademico internazionale ha riconosciuto e fatte proprie le idee del nostro contadino/dilettante, inserendo queste in articoli scientifici e pubblicazioni di spessore mondiale. Ma in Patria? Beh in patria egli appunto non è “propheta”.

L’archeologia sarda accademica ha respinto totalmente e in totale chiusura queste scoperte, arroccandosi, è proprio il caso di dirlo!, nel paradigma del “nuraghe fortezza” dal quale solo ora e molto timidamente cerca di fuoriuscire. L’autore analizza dunque questo evento storico culturale, la morte del paradigma di riferimenti dell’archeologia sarda e il lento passaggio verso un nuovo sistema interpretativo che dovrà, evidentemente, avere come punto di partenza le scoperte del nostro contadino/dilettante.

L’opera racchiude in se e riassume un ventennio di scoperte, confronti, liti, incomprensioni e amore per la verità scientifica la dove emerge incontrovertibile. La lotta quindi di una “nuova visione delle cose” che si fa largo, forte di se stessa, in un mondo che la ostacola, arroccato in concezioni vecchie, superate, ma che evidentemente forniscono ai professionisti sicurezza, giacché non implicano la necessità di doversi ripensare ciò che è dato.

L’opera di Paolo immerge il lettore in questo viaggio che potremmo definire un’avventura culturale e umana, dove varie altre figure, oltre al nostro contadino ( quali il nostro ingegnere, il nostro linguista, il nostro architetto il nostro storico delle religioni e il nostro giovane archeologo) rubano per diletto la “piccozza” dell’archeologo e cercano di demolire un muro di incomprensione che impedisce alla nostra storia di emergere in tutta la sua bellezza.

Il panorama archeologico e culturale sardo aveva proprio bisogno di un’opera capace, in maniera concisa e diretta, di descrivere, quasi in una sorta di autoanalisi, il dramma che la sostituzione del vecchio paradigma inevitabilmente comporta nel contesto che lo vive. Il lettore potrà trovare in esso le principali teorie e concezioni che sussumono la nuova visione del mondo nuragico, riportate e scandite in maniera cronologica e con una sequenzialità di ragionamento ineccepibile, da qui, se ne avrà diletto, potrà approfondire la visione di ciascun autore ricercandone le opere. L’opera appare dunque quasi come una bussola che laddove ci si senta sperduti, giunge in soccorso guidandoci e fornendo un’immancabile occasione per comprendere meglio il nostro passato.

giovedì 20 giugno 2019

Il contadino che indicava la luna, prefazione di Franco Laner


 

La lettura di questo lavoro di Paolo Littarru mi induce a interrogarmi per dar ragione a diverse sensazioni e perché no, anche ad emozioni, che Paolo mi ha trasmesso con la narrazione degli ultimi decenni di archeologia nuragica.

Il fulcro del libro è l’originale lettura della civiltà nuragica che Mauro Zedda ha saputo declinare introducendo il parametro archeoastronomico. Purtuttavia il testo comprende ulteriori e importanti riflessioni sull’inconsistenza dell’attuale ricerca scientifica dell’archeologia nuragica, ancora in buona parte arroccata sul paradigma taramel-lilliano (questa aggettivazione, di zeddiana invenzione, mette insieme due archeologi. Prima Antonio Taramelli, bergamasco, che svolse la sua attività in Sardegna e fu anche senatore e poi Giovanni Lilliu che ne raccolse l’eredità. Costoro hanno segnato l’archeologia isolana di tutto lo scorso secolo e sancirono la funzione militare dei nuraghi).

Per certi versi è ovvio il mio straniamento emotivo, considerato che ho fatto parte dell’avventura, ancora in atto, della sconfessione del paradigma nuraghe-fortezza, ma soprattutto perché sono coinvolti sentimenti di amicizia con i protagonisti, non solo con Mauro, ma con l’autore stesso del libro, col formidabile studioso Massimo Pittau, senza sottovalutare Arnold Lebeuf a partire da quando lo sentii la prima volta a Serri, quando mi alzai dopo la sua conferenza sul Pozzo di Santa Cristina e commentai con una sola delle poche parole francesi che conosco: Chapeau!

Nemmeno posso dimenticare il coraggioso Augusto Mulas per la “rottura” col paradigma in cui si è formato. E neppure molti archeologi, che ho spesso denigrato, tutto preso dall’evidenza delle nostre teorie, dimenticandomi che anche loro tengono famiglia, convinzioni e legittime aspirazioni di posto e di carriera, mi appaiono ora, leggendo il libro, diversi e talmente modesti che infierire è stato tempo perso e mi chiedo con quale diritto mi sia accanito, fino all’esasperazione, contro le loro inconsistenti asserzioni, spesso ripetute come i bambini recitano sotto l’imposizione della maestrina di turno.

Mi chiedo – per capire dove abbiamo sbagliato – perché tante battaglie per far emergere semplici evidenze che una qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso comune avrebbe difficoltà ad ammettere, come la funzione militare di un nuraghe?

Eppure, come sono duri a morire gli idola di convenienza politica, culturale, sociale!

Le continue prese di posizione sulla deriva che il paradigma nuraghe-fortezza induceva, sugli ostacoli a nuove ipotesi, sui corollari che gemmavano per sostenere quelle che ho definito tonterias, è stato perso troppo tempo, tempo sottratto a mettere a frutto intuizione e impegno e causa prima del mio attuale disincanto nei confronti dell’archeologia, che forse Paolo, magari inconsciamente, cerca di rimuovere, chiedendomi di esprimere un mio parere sul suo lavoro.

Comincio dal titolo. La parola chiave più intrigante è contadino.

Mauro stesso rivendica questo suo stato. C’è in ciò un compiacimento: lavorare la terra significa contaminarsi con la grande dea, feconda generatrice, che gode, introiettando il dio sole, che si relaziona coi ritmi astronomici che dettano i tempi di semina e i cicli vitali e si confronta con la loro ineluttabile e inesorabile iterazione. Coltivare non può prescindere dall’osservare e quindi dedurre.

Coltivare significa conoscere la scienza dell’agricoltura, avere strumenti di misurazione e quindi nozioni forti di topografia, di cui Mauro ha fatto tesoro. Come giustamente nota Paolo, i lavori di Mauro hanno spesso un forte apparato statistico. Raccoglie puntigliosamente dati, orientamenti, caratteristiche misurabili sui monumenti che indaga, elabora e cerca spiegazione e deduce inferenze e corollari. Ripete, in altre parole, la genesi della scienza: dall’osservazione alla spiegazione. Passo successivo: logica comportamentale e speculativa, fino alla predizione.

Come è meglio orientare i filari di un vigneto? Aspettare o meno la luna nuova per ripiantare i pomodori? A quale specie di cultivar destinare un nuovo appezzamento? Le decisioni non possono che rapportarsi alla propria visione cosmologica, a precisi paletti astrali e alla meditazione che induce l’osservazione esagero – financo dell’ombra di un tutore che scandisce il tempo del giorno, del mese, dell’anno. Contadino capace di cogliere il rapporto inferi-terra-cielo ed entrare in sintonia con la perfezione astronomica, dunque con l’osservazione e la scienza, sua fedele ancella.

Contadino dunque come chiave di lettura della sua curiosità e capacità di inferenze, non solo scientificamente speculative, bensì di concretezza, utilità e programmazione.

Ancora sul titolo del libro, che mi piace analizzare. Il contadino indica la luna. Il contadino è chino sulla terra. Anche l’archeologo è chino sulla terra ed è attento a ciò che brilla sulla punta del piccone. Un archeologo, di norma, non può che resocontare ciò che scava, senza spingersi ad immaginifiche supposizioni (per fortuna qualcuno lo fa!). Mauro invece alza spesso la testa dalla terra verso il cielo. Poi ritorna alla terra. Terra e cielo sono correlati. L’ordine cosmico trova un corrispettivo, viene ricreato in terra. I modi di ricreazione sono l’ampio campo di pensiero di Mauro. Un vero scrigno di inferenze speculative che mettono in crisi convinzioni radicate, compresi i modesti statuti dell’archeologia sarda a partire dal paradigma nuraghe-fortezza, che assegna al profano e non al sacro queste costruzioni.

È qui appena il caso di sottolineare che il paradigma taramel-lilliano non è la sola anomalia. A parole si auspica, ad esempio, l’interdisciplinarietà. Appena però un piede estraneo osa varcare il recinto degli scavi, viene inibito, escluso. Entra, a volte, chi asseconda il già detto e lo conferma.

Provate a sostenere che evidenti capitelli trovati negli scavi di Monte Prama, oltretutto quadrati e non circolari, siano tali e non modelli di nuraghe o che un bronzetto non sia un guerriero anziché un sacerdote o ancora, che le palle litiche trovate nei nuraghi non siano proiettili per fantasiose catapulte o fionde, bensì raffigurazioni astrali.

Errori interpretativi sono ricorrenti nella storia delle varie scienze. Ma a fronte dell’evidenza si cambia e ci si ravvede. L’archeologia sarda in ciò è perlomeno singolare: insiste a sostenere l’insostenibile!

Spiegato il paradigma nuraghe-fortezza e i nefasti corollari che ne sono derivati e come tutt’ora tale paradigma si ostativo a studi e ricerche, Littarru dedica un condivisibilissimo capitolo a Massimo Pittau che con logica deduttiva fu il primo a smontare il castello paradigmatico taramel-lilliano, partendo da una disciplina, apparentemente distante dall’archeologia – la linguistica – a cui gli archeologi non risposero, anzi, bellissima l’immagine di Paolo, su cui misero un tappo. Stesso tappo che misero alla disciplina archeastronomica e ad altre discipline a loro estranee, come tutte le discipline della natura ed anche a molte dello spirito. L’autoreferenzialità, per ogni disciplina, è foriera di insuccesso, a priori.

Il problema attuale – scrive Littarru – per l’archeologia isolana è come uscire da una situazione ormai insostenibile. Elenca tutti i tentativi di progressive smentite e raddrizzamento di tiro, ma ancora manca l’accettazione del nuovo cambio di paradigma o perlomeno il chiaro rigetto di una cantonata epocale.

La narrazione del libro, puntuale e documentata, ha un forte pregio: non si potrà più dire io non c’ero, io non condividevo, io non potevo. Fino alla fine, Lilliu ha tenuto duro. Umanamente non poteva smentire né sé, né la struttura che ha messo insieme e sostenuto per una vita. Fra le righe, se si vuol leggere, si capisce comunque il suo disagio e imbarazzo ben evidenziato da Paolo. A Lilliu comunque non si possono tuttavia disconoscere pregi. Ha molto contribuito a farci capire che una civiltà è tale anche quando non ha gli stessi requisiti di quelle esaltate. Peccato che anche lui ricorresse a graduatorie di civiltà, cosa priva di senso come alcuni antropologi sardi – Miali Pira in primis, o Cherchi o Bandinu – hanno evidenziato, mettendo in luce le caratteristiche e peculiarità di quella sarda, senza rivendicazioni di priorità o primati. Nessun archeologo ha saputo come Lilliu abbandonare il fattuale e concedersi a brani intensi e poetici, come quando descrive la stilizzazione di un antropomorfo che chiude le braccia nel volo verso gli inferi. Il problema vero sono quelli dopo di lui e con lui. Una piaga ancora non satura e purulenta. La forza del libro di Littarru è per me la sua scrittura discreta e critica pacata, a volte asettica e quindi credibile.

Il libro è un atto di sincera ammirazione verso il contadino che indica la luna e di dispiacere verso coloro che vedono solo il dito che la indica.

Mi auguro che il suo ottimismo sul cambio di paradigma sia concreto, non solo un auspicio. Ne ricaverebbe grande interesse l’intera Isola, non solo l’archeologia, bensì la stessa cultura sarda.