martedì 9 ottobre 2018

Santa Cristina e la corbelleria al cubo


di Mauro Peppino Zedda

Stamane mi chiama Franco Laner e mi chiede se avessi letto quanto scritto da Sandro Angei sul pozzo di Santa Cristina di Paulilatino. Non lo avevo letto e ho subito provveduto per dovere e altrettanto per dovere mi sento di scrivere alcune impressioni.
Quanto scritto da Angei a riguardo del Santa Cristina la definirei una corbelleria al cubo, perché si innesta e si cumula con quelle dedicate al pozzo di Santa Anastasia di Sardara.
La prima corbelleria astronomica sul pozzo di Sardara porta la firma del prof. Sloveno Buran Juvanec, che poco o niente sapendo di come il pozzo fosse strutturato in origine, elaborò un’ ipotesi che solo sprovveduti sulle costruzioni nuragiche possono prendere per buona.
Juvanec trovò che i raggi solari del 21 aprile riflettendosi nell’acqua vanno a centrare ed uscire dal foro apicale…
Una bella geometria… peccato che fosse stata trovata in un monumento diroccato…
Juvanec non tenne conto che la volta del vano scala è semi diroccata e che se fosse stata intatta il sole in quella data non si sarebbe specchiato nell’acqua del pozzo.
Angei invece di accorgersi dell’errore di fondo commesso dallo studioso sloveno si lascia incantare dai flussi luminosi e si domanda dove va a specchiarsi la luce riflessa! La fig 1 esemplifica il concetto….


Angei non è nuovo a questi incantamenti , basta pensare ai tori di luce pseudosolstiziali..
Angei invece di accorgersi dell’errore di fondo commesso da Juvanec, si infila dentro la corbelleria dello sloveno e scrive un articolo (4 settembre 2017) nel maymoniblog dove postula che vi fosse una struttura tesa a far godere dell’evento vedi figura 2.



Angei ha elevato al quadrato la corbelleria di Juvanec…
Ora allargando la sua analisi al Santa Cristina la corbelleria viene elevata al cubo…



 Nella figura 3 (tutte le tre figure sono tratte dagli scritti di Angei nel maymoniblog) si può osservare come Angei abbia tracciato una serie di linee che rappresentano l’angolazione dei raggi solari ai solstizi, equiniozi e il 21 di aprile (e agosto) linee tracciate in una sezione del pozzo santa Cristina allo stato attuale, Il 21 aprile secondo Angei i raggi solari andrebbero a specchiarsi nel filare che secondo Arnold Lebeuf (il pozzo di Santa Cristina un osservatorio lunare, 2011) fungerebbe, fondatamente, da marcatore per il lunistizio medio.



Nella foto 4 si può vedere una sezione del Santa Cristina come doveva essere in origine (tale figura è stata pubblicata in Astronomia nella Sardegna Preistorica), una ricostruzione, penso incontrovertibile, della sezione del pozzo del Santa Cristina, una ricostruzione che solo sprovveduti che non conoscono i monumenti della Sardegna nuragica possono negare.

Sia l’architetto sloveno che il geometra Angei hanno lavorato su monumenti svettati, senza domandarsi come fossero in origine, sommando corbelleria su corbelleria. 

mercoledì 11 aprile 2018

INCUBAZIONE ORACOLO NARCOTICO nella Sardegna nuragica

di Massimo Pittau

È cosa abbastanza nota che alcune fonti classiche attestano per la Sardegna nuragica l’esistenza della pratica medico-sacrale della «incubazione». Questa consisteva nel dormire presso un luogo sacro in attesa di sogni rivelatori, i quali venivano interpretati sia in funzione terapeutica sia in funzione mantica ai fini dell’agire pratico dei devoti.
È in primo luogo Aristotele che dà la notizia dell’usanza dei Sardi di «dormire presso gli eroi». Un suo commentatore, Filipono, aggiunge che i Sardi dormivano presso gli eroi perfino cinque giorni, quasi sicuramente con un processo artificiale a base di "narcotici". Il Pettazzoni, che fu il primo ad illustrare questa pratica nuragica della incubazione, si pose il problema «dei luoghi opportuni e abbastanza ampi, ove potessero svolgersi» e concluse che esse si svolgevano presso i gigantinos e precisamente nell’«ampio emiciclo che precede come vestibolo la tomba vera e propria, ed è elemento tipico di ogni tomba di giganti».
Pur riconoscendo che il Pettazzoni ha trattato il tema dell’incubazione nuragica in maniera magistrale e pur dando atto che la sua tesi relativa allo svolgimento del rito nell’emiciclo o esedra dei gigantinos è stata seguita da tutti gli autori successivi, io dico che questa ipotesi si deve respingere come errata, perché è chiaramente contraddetta sia da un’ovvia considerazione di Massimo Pallottino, sia da due testimonianze di autori antichi. Ha scritto il Pallottino: «La difficoltà sta nel conciliare queste tradizioni [della incubazione] – che hanno un indubbio sapore di autenticità – con la destinazione delle "tombe di giganti" le quali, più che monumenti di singoli eroi, sembrano essere sepolcri collettivi dei villaggi nuragici». In secondo luogo, lo scrittore latino Tertulliano conferma il rito nuragico della incubazione e si esprime testualmente così: «Aristotele cita un certo eroe della Sardegna, il quale privava dalle ossessioni gli incubatori del suo sepolcro (Aristoteles heroem quemdam Sardiniae notat incubatores fani sui visionibus privantem)».
È ragionevole ritenere che la pratica comune fosse che i devoti-pazienti effettuassero il loro sonno incubatorio fuori del nuraghe e precisamente nei numerosi locali "parareligiosi" ed anche nelle numerose capanne - o meglio cumbissìas - che attorniano tutti i grandi nuraghi, ad es. quelli di Losa di Abbasanta, Nuraxi di Barumini, Palmavera di Alghero, Genna 'e Maria di Villanovaforru, Arrubiu di Orroli, ecc. Quei locali sono stati ereditati da quasi tutti gli odierni santuari cristiani di campagna, sia nella loro funzione principale di "dormitori" sia nel loro nome di cumbessìas, cumbissìas, cummissìas, il quale è proprio un vocabolo di origine protosarda o nuragica, che è da collegare - non derivare - coi vocaboli latini incumbĕre «distendersi» e incubatio,-onis «incubazione».
A proposito del grande Nuraxi di Barumini c’è da osservare che solamente nella prospettiva religiosa che io vado sostenendo e delucidando, si può spiegare quello stranissimo villaggetto che lo attornia, del quale l’archeologo scavatore ha sottolineato il disordine costruttivo che lo caratterizza come un "termitaio" o come un "intrico di viuzze impossibili e di casette arruffate". Questo villaggetto è privo di piazze, di pozzi, di cortili per gli animali domestici o da lavoro. In un villaggio così assurdo dal punto di vista urbanistico ed anche igienico è impossibile supporre uno stanziamento umano permanente; al contrario si deve pensare ad uno “stanziamento temporaneo” da parte di individui che si recavano al nuraghe-santuario per devozione, per malattie o per necessità pratiche e che alloggiavano in quelle capannucce per otto o nove giorni al massimo, proprio come fanno tuttora i Sardi che si recano ai vari santuari cristiani di campagna e alloggiano nelle casupole o nei porticati o logge (cumbissìas, muristenes, lollas, lozas) che li attorniano, per il solo periodo della novena o della festa religiosa.
Abbiamo però anche un bell’esempio di santuario nuragico, nel quale i dormitori per i pellegrini sono disposti secondo un piano costruttivo abbastanza regolare: il santuario di Santa Vittoria di Serri. Questo santuario presenta un recinto sacro, al quale è addossata una serie di stanzette e un porticato, che risultano chiusi verso l’esterno del recinto ed aperti invece verso l’interno. La disposizione dei porticati aperti ad un solo lato, nella direzione del tempio, secondo quanto dicono i noti studiosi Daremberg e Saglio, è attestata anche per santuari greci nei quali pure si praticava il rito dell’incubazione.


Il rito dell’“oracolo”

Dopo che il Pettazzoni ebbe segnalato ed illustrato il rito della incubazione praticato dai Nuragici, gli studiosi successivi hanno unanimemente ammesso per scontato questo importante dato storico ed archeologico per l’antica civiltà nuragica. Nessun autore, però, né il Pettazzoni né altri, ha preso in considerazione un altro problema, che è strettamente connesso con quello della incubazione: la pratica ed il rito dell’oracolo o vaticinio. Si deve infatti considerare che nell’antichità avveniva quasi sempre che, dopo aver avuto un "sogno rivelatore", il devoto-paziente si rivolgesse ad una sacerdotessa per averne la "interpretazione" sia in vista di una sua esigenza terapeutica sia in vista di una sua esigenza che scaturiva dall’agire pratico; e quest’opera di "interpretazione" si caratterizzava come pratica o rito dell’«oracolo», il quale era comunissimo in tutto il mondo antico.
Ebbene, nonostante che nessuno studioso abbia intravisto la necessità di collegare il rito della incubazione al rito dell’oracolo, c’è da affermare che esistono numerose e chiare prove dell’esistenza anche di questo nella civiltà nuragica, prove che si traggono soprattutto dalla struttura architettonica di numerosi nuraghi. Il rito dell’incubazione, infatti, si svolgeva generalmente attorno al nuraghe, nelle capanne che lo attorniavano – le cumbssìas – mentre il rito oracolare si svolgeva sempre dentro il nuraghe, col responso interpretativo che la sacerdotessa dava al devoto-paziente circa il sogno avuto durante l’incubazione.
Il particolare costruttivo di molti nuraghi che si può spiegare solamente nella supposizione che in essi si svolgesse appunto la pratica dell’oracolo, consiste, parlando in termini generali, in questo: in alcune nicchie – entro le quali erano sistemati i simulacri degli dèi adorati o i corpi anche imbalsamati degli eroi divinizzati – esistono pertugi o canali acustici collegati con altri ambienti del nuraghe, dai quali la sacerdotessa dava la risposta alle domande del devoto, risposta che ovviamente figurava data dal dio o dall’eroe divinizzato o dall'antenato. I Sardi Nuragici dunque andavano nei nuraghi a farsi "interpretare" i sogni avuti durante il sonno incubatorio ed ottenevano la risposta del nume, il cui simulacro era dentro una nicchia e il cui volere era interpretato dalla sacerdotessa che parlava da un altro ambiente attraverso un pertugio o canale acustico oppure da una scala nascosta che terminava nella nicchia. Si ha infatti notizia che in qualche tempio antico la risposta oracolare veniva fuori dalla bocca di una statua del nume, la quale era attraversata all’interno da un canale acustico, che a sua volta era in comunicazione con un locale sotterraneo, dove parlava la sacerdotessa. 
Questo particolare costruttivo di una nicchia fornita di un pertugio oracolare si ha nei nuraghi Mura ’e Mandra, nei pressi di Santa Cristina di Paulilatino, Ruju di Macomer e Losa di Abbasanta. Un pertugio oracolare collegato con la scala si riscontra ancora intatto nel nuraghe Crabia di Bauladu, precisamente nella nicchia della cella del primo piano. In questo medesimo nuraghe la funzione oracolare si svolgeva anche nella cella del piano terreno; precisamente nella nicchia di destra risulta una scala nascosta al visitatore, dalla quale la sacerdotessa dava il responso oracolare. La scala poi sale e finisce in una celletta, la quale risulta ricavata sopra il corridoio d’ingresso, con cui comunica attraverso una fessura lasciata sul pavimento fra i massi, mentre con l’esterno comunica con un foro lasciato fra i massi della parete.
Una celletta ricavata sopra il corridoio dell’ingresso, col quale comunica attraverso una o più fessure o con un canaletto acustico e inoltre in comunicazione con l’esterno attraverso piccoli fori o pertugi lasciati liberi fra un masso e l’altro, si trova anche in altri nuraghi, ad es. Palmavera di Alghero (sull’ingresso orientale), Su Càrmine della Nurra, Santa Barbara di Villanova Truschedu, Paddagghju/Leni nei pressi della roccia dell’Elefante di Castelsardo, Tittiriola di Bolotana, Figu Rànchida di Scano, Ala ‘e Cae di Pozzomaggiore, Agnu di Calangianus, Ruju di Norbello, Cunzadu di Siligo, Santu Millanu di Nuragus, nuraghe Losa di Abbasanta e Santu Antine di Torralba.
Il particolare costruttivo della celletta posta al di sopra del corridoio dell’ingresso, in comunicazione sia con questo sia con l’esterno del nuraghe, ci offre la possibilità di intravedere le modalità secondo cui nei nuraghi più importanti si effettuava il rito dell’oracolo: l’avvicinarsi di un devoto al nuraghe veniva notato dalla sacerdotessa attraverso i pertugi della sua celletta che davano all’esterno dell’edificio; il devoto si avvicinava all’ingresso del nuraghe in attesa di avere le disposizioni rituali. Queste gli venivano date dalla sacerdotessa attraverso i pertugi esterni oppure attraverso il canale o le fessure che uniscono la sua celletta al corridoio d’ingresso. Le disposizioni della sacerdotessa non erano soltanto di carattere rituale, ma anche indirizzavano il devoto ad una particolare nicchia sistemata nella cella centrale e terrena del nuraghe. Nel mentre che il devoto faceva le sue abluzioni lustrali nel recipiente sistemato nel nicchione dell’ingresso oppure vi deponeva le sue offerte e dopo si appressava alla nicchia indicata, la sacerdotessa scendeva la scala che termina in questa e si piazzava al lato del simulacro del nume, non vista dal devoto. Dopo che questi aveva effettuato gli atti cultuali ed elevato le sue preghiere al nume, esponeva le sue esigenze mediche e pratiche e raccontava il sogno avuto nel sonno incubatorio o anche in un particolare sonno normale; la sacerdotessa allora dava la sua interpretazione del sogno e le risposte terapeutiche o pratiche attese dal devoto.
In altri nuraghi la medesima funzione delle disposizioni rituali di carattere preliminare era ottenuta con un accorgimento costruttivo alquanto differente. Cito il caso del nuraghe Madrone od Orolìo di Silanus: sul corridoio dell’ingresso a destra, sopraelevata dal suolo, sfocia una apertura, la quale sale con una scaletta secondaria e sfocia in un lato nascosto della nicchia della camera del primo piano. In questo nuraghe il devoto veniva istruito dalla sacerdotessa sulle prescrizioni rituali attraverso l’apertura sopraelevata del corridoio d’ingresso; dopo di che veniva invitato a salire nella scala principale posta a sinistra del corridoio. Mentre egli la percorreva, la sacerdotessa saliva anch’essa al piano superiore, ma seguendo la scaletta secondaria e si piazzava a fianco del simulacro del nume sistemato nella nicchia della camera superiore, in attesa delle domande del devoto.
Questi particolari costruttivi dei cunicoli, canali acustici, pertugi e fessure che sfociano sul corridoio d’ingresso di quasi tutti i grandi nuraghi, vengono spiegati dai sostenitori della destinazione militare dei nuraghi in una maniera che è senz’altro più semplice, ma che insieme è priva di un minimo di logicità: quei cunicoli, canali, pertugi e fessure sarebbero "piombatoi" o "caditoie" attraverso cui i difensori avrebbero fatto cadere proiettili sugli assalitori che si fossero azzardati a varcare l’ingresso del nuraghe. Senonché c’è da obiettare: supposto che uno o due assalitori fossero stati tanto ingenui da farsi ingannare e colpire nel modo suddetto, è assurdo pensare che il terzo avrebbe ritentato la prova dei suoi compagni. Nella prospettiva militarista, dunque, la funzionalità pratica dei suddetti accorgimenti costruttivi, predisposti ai fini della difesa, sarebbe risultata pressoché nulla, dato che essi alla fine sarebbero risultati completamente inutili.
Il particolare costruttivo poi di una scala secondaria, che parte da un lato nascosto di una nicchia della camera del piano superiore e sfocia nel corridoio d’ingresso, come nel nuraghe Madrone, viene spiegato dagli autori militaristi come una "scala di sicurezza" predisposta affinché i difensori potessero sfuggire ai nemici, nel caso che questi fossero riusciti a penetrare nella cella superiore del nuraghe. Senonché un particolare costruttivo di questo tipo non può essere affatto interpretato come un accorgimento tattico di difesa, per la semplice ma insormontabile ragione che questa presunta "scala di sicurezza" non sfocia all’aperto, distante in una qualche misura dal nuraghe, bensì sfocia dentro il nuraghe stesso, e precisamente nel suo corridoio di ingresso. Gli eventuali difensori in fase di ritirata, pertanto, non avrebbero trovato scampo alcuno, dato che i nemici certamente avrebbero tenuto bloccato l’ingresso del nuraghe, anzi, l’intero edificio.
Oltre quelli già citati, numerosi altri nuraghi presentano il particolare costruttivo di una scala che parte da un lato nascosto di una nicchia: Preda Longa di Nuoro, Cuàu di Bonarcado, Òrgono di Ghilarza, Iselle di Buddusò.
In alcuni nuraghi la risposta oracolare veniva data anche attraverso finestrelle, sempre sopraelevate dal livello del suolo, che davano direttamente sulla camera centrale del nuraghe o in celle laterali: ad es. nel nuraghe Losa, alla cui finestrella oracolare si accede attraverso una stretta e ripida scaletta che parte dalla rampa superiore della scala centrale; e anche nei nuraghi is Paras di Isili e Domu dess’Orcu di Sarroch.
Nel nuraghe Santu Antine di Torralba la cella oracolare comunica con l’esterno attraverso tre fori lasciati liberi fra i massi della muraglia, col corridoio d’ingresso attraverso un pertugio praticato nel pavimento. In questo nuraghe, la cui mole, complessità e ricchezza di struttura mostrano chiaramente che si trattava di un santuario molto frequentato, la risposta oracolare veniva data nelle tre camere poste ai vertici della pianta triangolare, attraverso alcune finestrelle sopraelevate.
Per effetto della relativa piccolezza delle celle oracolari di alcuni nuraghi e per effetto di una certa difficoltà per accedervi, sarei propenso a ritenere che le sacerdotesse vi dimorassero durante le feste che si celebravano periodicamente nel santuario, in "clausura temporanea". Escluderei invece per loro una vita di "clausura permanente" a causa della impossibilità di abitare in modo continuativo nei nuraghi, da me già spiegata nella mia opera “La Sardegna nuragica”.


LE BITIE/PIZIE

I lettori attenti avranno notato che, parlando dell’oracolo o vaticinio come rito strettamente legato a quello della «incubazione», ho preferito parlare di "sacerdotesse" che lo esercitavano anziché di "sacerdoti". La mia preferenza non è stata determinata dal caso; al contrario mi sembra che esistano numerose prove, storiche archeologiche etnologiche ed anche linguistiche, le quali tutte spingono a ritenere che per il rito dell’oracolo si debba supporre assai più l’intervento di sacerdotesse-maghe che non quello di sacerdoti-stregoni.
Innanzi tutto si tratta di ricordare, sul piano storico, che per tutta l’antichità il rito dell’oracolo fu esercitato, in misura quasi esclusiva, da donne, le famose Pitie, Pizie (o Pitonesse) e Sibille, le quali erano sotto la protezione ed al servizio del dio Apollo o di qualche altro.
Fra Nuoro e Loculi esiste una cima di monte chiamata Punta Sibilla e una Sibilla operava pure nel santuario di Sibiola, presso Serdiana e in quello di Zurrài ad Isili. Nella grotta del Carmelo di Ozieri la tradizione popolare fa abitare Sa Sàbia Sibilla «La Saggia Sibilla», la quale profetizzava il futuro. Questa tradizione viene confermata da un passo dell’Angius, il quale riferisce che la grotta del Carmelo si riteneva che «fosse l’abitazione di certe streghe o fate, che diceano indovine, donne di lunghissima vita, sagge del futuro e però consultate come oracoli e potentissime di magica virtù».
Infine si deve considerare che in tutta la Sardegna la pratica della magia viene tuttora esercitata quasi esclusivamente dalle donne, le maghiárjas «maghe, maliarde», le quali ancora interpretano i sogni dei loro clienti e predicono il loro futuro. Al contrario la figura del «mago» è pressoché sconosciuta in Sardegna.
Sul piano archeologico abbiamo alcune prove dell’esistenza di sacerdotesse nel culto religioso dei Sardi Nuragici, di certo più numerose dei sacerdoti: si tratta dei bronzetti che presentano figure di donne, in posizione ieratica, con speciali abbigliamenti e con offerte nelle mani.
L’esistenza di sacerdotesse nel mondo sacrale dei Sardi Nuragici è confermata, sia pure in maniera implicita, da una notizia tramandataci da Solino, ma attribuita ad Apollonide: «Apollonide riferisce che nella Scizia nascono donne che sono chiamate Bithiae: queste hanno doppie pupille negli occhi e privano della vista colui che per caso abbiano guardato irate. Esse esistono anche in Sardegna». Si vede abbastanza facilmente che il vocabolo Bithia non è altro che una variante di quello greco Pythía «Pitia, Pitonessa». Considerato poi che il vocabolo greco è fino al presente privo di etimologia, è molto verosimile che siamo di fronte ad un vocabolo lidio o anatolico o pelasgico, il quale è finito con l'entrare sia nella lingua greca sia in quella protosarda o nuragica (vedi “La Sardegna nuragica” §§ 45,46,47; in questa mia opera vanno riscontrate le note e le immagini).

Narcotici e droghe

Resta infine un problema. Abbiamo già visto che il sonno incubatorio poteva durare perfino cinque giorni, di certo come effetto della ingestione di qualche narcotico o droga: abbiamo la possibilità di intravedere quale poteva essere di preciso questo narcotico? A me sembra di sì.
Sappiamo quasi di certo che nel santuario pagano di Sibiola, presso Serdiana, adesso mutato nella “Santa Maria di Sibiola”, era venerata la grande dea Artemide Sardiana o di Sardis, capitale della Lidia, terra di origine dei Sardi Nuragici e pure degli Etruschi. Ebbene, siccome da questa divinità ha derivato il suo nome l’erba chiamata «artemisia» (Artemisia absinthium L.), detta comunemente «assenzio», possiamo logicamente dedurre che la droga ingerita per il sonno incubatorio degli antichi Sardi era molto probabilmente l’assenzio. Questa pianta, molto diffusa in Sardegna, ha su chi la ingerisce in un qualsiasi modo, effetti allucinogeni e provoca notevoli turbe psichiche.
Ma c’è dell’altro: sappiamo che le antiche Pizie profetavano in stato di estasi, possedute da Apollo o da un altro dio: ed è probabile che pure le Pizie facessero uso dell’assenzio per la loro attività profetica.

martedì 3 aprile 2018

ISILI Città di Iside e degli Ebrei


di Massimo Pittau

Isili (Ìsili, pronunzia locale Ìsirhi, con rh uvulare) (cittadina del Sarcidano). L’abitante Isilesu, Isirhesu.
Nei paesi dei dintorni di questa cittadina è fortemente radicata la nomea secondo cui gli Isilesi sarebbero “Ebrei” cioè di origine Giudaica. A mio avviso esistono considerazioni storiografiche e pure linguistiche che confermano e rafforzano questa nomea.- Isili è il centro della subregione della Sardegna centro-orientale che si chiama Sarcidanu/o (probabilmente = “terreno da sarchiare”, cioè adatto alla coltivazione del grano e delle graminacee e pure all’allevamento intensivo degli animali). Si tratta infatti un vasto altipiano variamente ondulato e percorso da numerosi rivoli, il quale ad Isili raggiunge i 523 metri sul livello del mare.
Per queste ottime condizioni geologiche e climatiche il Sarcidano è stato una zona ampiamente e intensamente abitata dai Protosardi o Sardi Nuragici. Sia sufficiente segnalare che nel suo territorio esiste una cinquantina di nuraghi, fra i quali spicca il nuraghe is Paras di Isili con la sua stupenda cupola ad ogiva. Ebbene, si intravede bene che il Sarcidano e la sua capitale Isili siano stati uno dei più forti centri della “resistenza” dei Protosardi all’invasore romano. Tanto è vero che i Romani proprio al centro del Sarcidano misero una stazione militare di controllo, quella di Biora (probabilmente da emendare in Flora, dea). Naturalmente gli invasori romani interpretavano gli atti di “resistenza” dei Protosardi come altrettanti ‘latrocinia’ «ladrocini», che occorreva debellare come tali.
In questo quadro storico-antropico della zona si inserisce alla perfezione un episodio abbastanza noto nella storia della Sardegna romana: nell'anno 19 dopo Cristo, a seguito di una delibera del Senato romano de sacris Aegyptiis Iudaicisque pellendis, l'imperatore Tiberio mandò in Sardegna 4.000 liberti o figli di liberti che professavano culti egizi e giudaici, con l’intento di allontanarli da Roma ed insieme con quello di reprimere gli atti di ribellione dei Sardi o - nella mentalità legalista dei dominatori romani - gli atti di banditismo (coercendis illic latrociniis). Ebbene, io sono dell’avviso che una parte di quei liberti di origine giudaica siano stati sistemati nel cosiddetto Eteri presidium di fronte agli odierni Chilivani ed Ozieri, un’altra parte nel Sarcidano e in maniera particolare nel sito di Isili.
Ciò premesso, interpreto il toponimo Isili come derivato da un’antica locuzione templum Isĭdis «tempio di Iside», la più nota delle divinità femminili degli antichi Egizi, il cui culto si era diffuso in tutti i paesi del Mediterraneo, compresa la Sardegna, dove si è affermato in epoca romana, come dimostrano i templi che le erano dedicati a Sulci, Turris Libisonis, Tibula (Castelsardo) e Caralis (P. Meloni, Rom. 391).
Sul piano fonetico è notevole sia la pronuncia sdrucciola o proparossitona, sia la corrispondenza di ben quattro fonemi su cinque fra Ìsili ed Isĭdi(-s) (nei documenti antichi le /s/ finali si sprecano, dato che gli scrivani le toglievano o le aggiungevano secondo la loro maggiore o minore competenza linguistica). Sul piano semantico sarà avvenuto il frequente caso di sincretismo religioso tra la divinità pagana di Iside e la cristiana Santa Maria di Zaurrài, alla quale sola è dedicata l’unica chiesa dell’abitato di Isili e dei dintorni, caratterizzata da una sorgente di acqua perenne di cui facevano e fanno tuttora uso gli Isilesi (Però la chiesa odierna è recente, rifatta su una precedente).
Il toponimo Isili esiste anche nei territori di Gergei, Dorgali/Mamoiada e Torpè: si sarà irradiato dal sito sacro di Isili in virtù della sua fama; vi si praticavano anche i riti della “incubazione” e dell’“oracolo” (Daremberg e Saglio).
Senonché è del tutto prevedibile una obiezione consistente: Iside era una divinità degli Egizi e nient’affatto dei Giudei ed allora non ha senso sostenere la ipotesi della “origine giudaica od ebraica” degli Isilesi. Ma la risposta è questa: i parlanti li avranno confusi dato che Egizi ed Ebrei erano stati sistemati dai Romani assieme ed inoltre la connotazione negativa di questi ultimi era già ampiamente diffusa.
L'importanza di Isili in epoca classica è dimostrata dai numerosi ritrovamenti archeologici che sono stati fatti nel suo territorio (Rowland, 55 e 20 s. v. Biora), fra cui i resti di un ponte romano sul riu Mannu.
È probabile che, prima che cambiasse nome l’abitato si chiamasse col citato Zaurrài (TZaurrài). Secondo me questo è un toponimo da riportare all'appellativo aulla (Dorgali, Urzulei, Triei, Baunei), áulla (Talana), áurra (Desulo, Norbello, Usellus, Gesturi, Siurgus, Sarrabus), aurra, urra (camp.), saurra (Siniscola, Posada, Gallura, con l’articolo sa agglutinato) «arella, porcilaia», «stalluccio naturale o artificiale per scrofa figliata»: probabilmemte relitto sardiano o protosardo (suffissi -ll-, –urr-; suffissoide –ài protosardi), da confrontare – non derivare – col lat. hara, *harula «stalla, porcile», finora di origine ignota (DELL). Il vocabolo dunque esisteva già in Sardegna, nella lingua sardiana, prima che i Romani vi portassero il loro hara, *harula, il quale ha dato regolarmente árula. (A Orgosolo coesistono árula e aulla, a Orosei árula e ulla, a Siniscola árula e saurra), a Desulo árulas e áurras).


SERDIANA E SANTA MARIA DI SIBIOLA


di Massimo Pittau

Serdiana (villaggio del Campidano di Cagliari).- Il nome di questo villaggio è carico di importanti notazioni storiche relative alla Sardegna antica, anzi antichissima. Intanto è evidente che esso è corradicale con gli altri toponimi Sàrdara, Sardègna, Sardòri (2: Teulada, Villacidro); la prima vocale di Serdiana è differente da quella degli altri toponimi citati, perché è finita col trovarsi in posizione pretonica. D’altronde in un documento del 1655 il toponimo viene citato proprio come Sardiana (Archivio Sardo Movimento Operaio, 14/16, 1981, 299).
Ciò premesso segnalo che il nostro toponimo corrisponde in maniera sorprendente al nome della Sardian, regione che traeva la sua denominazione dalla città di Sárdeis, capitale della Lidia, nell'Asia Minore, terra di origine dei Sardi o Sardiani, oltreché degli Etruschi (cfr. voce Sardigna). Come succedeva per Sardara, anche la denominazione di Sardiana/Serdiana serviva a indicare la diversità dei nuovi arrivati rispetto ai gruppi umani precedenti che vivevano ancora in quelle zone.
Ma c'è molto di più: premesso che la grande dea Artemide, conosciuta in epoca antica in tutto il mondo mediterraneo, era quasi certamente originaria della Lidia, come dimostra anche il fatto che essa era venerata sia ad Efeso (Artemide Efesia) sia a Sárdeis (Artemide Sardiana), è molto probabile che i Sardiani o Protosardi, subito dopo il loro arrivo dalla Lidia in Sardegna, abbiano fondato un centro abitato nell’odierno Assémini (in antico anche Arsemine) in onore di Artemide Efesia e un altro centro denominato Serdiana in onore di Artemide Sardiana (OPSE §§ 24,28). È pertanto abbastanza evidente e certo che Serdiana sia uno dei primi centri fondati dai Sardiani dopo il loro arrivo in Sardegna ed è probabile che essi lo abbiano chiamato in tale modo in onore della grande dea Artemide Sardiana.
Non sono riuscito a rintracciare una attestazione del villaggio di Serdiana precedente a quella che ne dà G. F. Fara, Chorographia Sardiniae, 216.20 (anni 1580-1589) come oppidum Serdianae. Ma questo silenzio sul nostro villaggio si spiega non col fatto che esso fosse andato distrutto, bensì col fatto che, vicinissimo al capoluogo della diocesi di Dolia o Dolianova, la sua storia religiosa e amministrativa era confusa con quella di Dolianova appunto.

*     *    *

La chiesa dedicata a Santa Maria di Sibiola è ubicata su una leggera altura, a circa 3 chilometri dal centro abitato di Serdiana. In età medioevale la “villa” di Sibiola, documentata dal 1215 alla fine del XVI secolo, apparteneva alla curatoria di Dolianova. La più antica citazione della chiesa si trova nell’inventario dei beni posseduti in Sardegna dai monaci Vittorini di Marsiglia, documento del 1338.
La chiesa è a due navate disuguali, con due absidi terminali. Le due navate sono divise da quattro archi su bassi pilastri forniti di capitello. Esse sono coperte con una volta a botte segnata da sottoarchi. Questi consentono di datare la chiesa, perché sono presenti anche nella chiesa di San Saturnino di Cagliari (1089-1119), che fu un modello per diverse chiese sarde edificate dalle maestranze al servizio dei Vittorini.
La muratura interna è realizzata in cantoni di arenaria; quella esterna presenta cantonetti subsquadrati nei fianchi e nelle absidi e filari di conci squadrati nella facciata, in cui si inseriscono conci di vario colore e alloggi per perduti bacini ceramici. Al centro della facciata è sistemato un concio con incavi per tarsie, rifatte durante i restauri, che presenta un cerchio da cui partono dei raggi.
La facciata quadrata ha perduto gli spioventi e il campanile a vela, di cui restano i conci della base. Al campanile si accedeva con una caratteristica scaletta esterna costruita sul fianco sinistro dell’edificio. Nel prospetto, sotto la cornice, c’è una serie di nove archetti pensili a tutto sesto poggianti su peduncoli decorati. Questo motivo ad archetti pensili continua anche lungo i fianchi.
All'interno della chiesa si trovava il retablo del Giudizio Universale, opera del XV secolo attribuita al "Maestro di Olzai" (artista identificabile probabilmente con Antonio o Lorenzo Cavaro). Le due tavole superstiti del retablo sono adesso custodite nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari.
Durante la prima diffusione del cristianesimo nel mondo del Mediterraneo, dopo l’editto di Milano dell’imperatore Costantino che concedeva libertà di culto ai cristiani (313 d. C.) e dopo l’editto di Tessalonica di Teodosio che dichiarava il cristianesimo religione dello Stato (380 d. C.), avvenne un grosso fenomeno di sincretismo religioso, nel senso che il culto degli dèi pagani fu sostituito o integrato dal culto di altrettanti santi cristiani. Soprattutto il culto delle varie divinità femminili pagane fu sostituito o integrato dal culto di Santa Maria, anche denominata in vario e differente modo.
Ebbene io sono del parere che il culto di “Santa Maria di Sibiola” abbia sostituito il culto della pagana “Sibilla di Sardi”, detta anche Efesia.
Le Sibille erano localizzate soprattutto in Asia Minore, quelle di Eritre, di Marpesso, di Samo, di Ancira, quelle Troiana, Ellespontica, Frigia, Rodia. Il loro culto si diffuse anche in Italia, quasi certamente importato dagli Etruschi, quello della Sibilla di Cuma o Cumana, conosciuta ed ascoltata anche a Roma fin dall’epoca di Tarquinio Prisco. Le Sibille quasi sempre profetizzavano in nome di varie divinità.
Sul piano linguistico non siamo in grado di dire nulla, dato che il nome Sibylla fino ad ora risulta privo di etimologia. L’unica cosa che è possibile dire è che probabilmente il nome Sibiola attribuito alla titolare cristiana della odierna chiesetta significhi «Sibilla Minore», la quale probabilmente profetizzava in nome della già vista dea Artemide, titolare del villaggio di Serdiana.



Il “LESSICO ETIMOLOGICO ITALIANO” UN DISASTRO EDITORIALE

di Massimo Pittau 

La recente scomparsa del linguista svizzero Max Pfister, promotore dell’imponente «Lessico Etimologico Italiano» (sigla LEI), ha rinnovato in me un forte rammarico, quello che avevo provato alla prima comparsa dell’opera: nonostante le apparenze il LEI è un’opera gravemente “monca”, posso dire almeno “dimidiata” o “dimezzata”. Nelle apparenze sembra che il LEI contenga tutto lo scibile relativo alla lingua italiana e ai suoi dialetti ed invece, a mio fermo giudizio, esso è privo di almeno la metà del materiale lessicale e linguistico che avrebbe dovuto contenere.
Ecco in sintesi l’elenco delle numerose ed enormi lacune che si trovano nel LEI:

1°) Manca un intero millennio di storia politica, culturale e linguistica della Nazione italiana, quella concretizzata con la storia politica, culturale e linguistica degli Etruschi, di un popolo cioè che stava agli stessi livelli del popolo greco e di quello romano. Anzi gli Etruschi hanno tenuto a battesimo i Romani, insegnando ad essi a scrivere e addirittura fondando Roma e dandole un nome etrusco (si veda il mio ampio studio “Roma fondata dagli Etruschi”).

2°) Nel noto commentatore di Virgilio, il grammatico Servio (ad Aen., XI 567), troviamo citata una frase di Catone: «L’Italia era stata quasi tutta sotto il dominio degli Etruschi» (In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat). Inoltre Tito Livio (I 2; V 33) parla della potenza, della ricchezza e della fama degli Etruschi, in terra e in mare, dalle Alpi allo stretto di Messina.
In linea di fatto, al di fuori del territorio della originaria Etruria, che si estendeva dalla costa del Mar Tirreno settentrionale ai confini dei due fiumi Arno e Tevere, numerosi dati documentari, archeologici, epigrafici e storici assicurano l’espansione del loro dominio a sud fino al Latium vetus (Roma, Terracina) e alla Campania (Capua), a nord fino all’Emilia (Felsina/Bologna, Modena), al Veneto (Adria, Spina), fino a Mantova e all’Alto Adige (Laives, Varna, Velturno, Vipiteno). Quei dati inoltre dimostrano l’ampia penetrazione che gli Etruschi fecero anche al di là del fiume Po, fin nel cuore delle Alpi, di certo alla ricerca di giacimenti di minerali, soprattutto del ferro.

3°) La documentazione epigrafica poi va molto al di là di questi già vasti confini di espansione politica, dato che iscrizioni etrusche sono state rinvenute nel sud anche a Pontecagnano al confine estremo della Campania e nel nord a Piacenza e in Liguria. E poi ulteriormente fuori dell’Italia, a Marsiglia e in Corsica.

4°) A proposito delle iscrizioni etrusche, va ricordato e tenuto ben presente il fatto che sono stati gli Etruschi a introdurre la scrittura in Italia (con eccezione della Magna Grecia e della Sicilia), insegnandola ai Romani, agli Umbri, ai Veneti e ai Reti.
Si deve tenere ben presente che degli Etruschi ci sono state conservate circa 12 mila iscrizioni, che non si può negare che sia una somma quasi stupefacente di vocaboli, di gran lunga superiore a quella di tutte le altre lingue frammentarie antiche, che sono assai lungi dal presentare una documentazione così ampia e anche così varia.

5°) Nel suo LEI il Pfister ha ignorato del tutto le tre opere di Silvio Pieri, portento di accuratezza di documentazione e di prudente analisi linguistica, che sono: TVSL Pieri S., Toponomastica delle Valli del Serchio e della Lima, “Accademia Lucchese di Scienze Lettere e Arti” (nuova edizione Lucca 2008); TVA Pieri S., Toponomastica della valle dell'Arno (in Atti della «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919); TTM Pieri S., Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell'Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell'Arcipelago toscano, Siena 1969 (edizioni postuma «Accademia Senese degli Intronati»).
Ebbene il Pieri fa esplicito riferimento a toponimi toscani che sono di probabile origine etrusca e che spesso corrispondono ad altrettanti appellativi dialettali toscani, ma il Pfister ha ignorato tutto ciò.

6°) Il Pfister ha ignorato del tutto il notissimo studio di Ernout A., Les éléments étrusques du vocabulaire latin (in «Bull. de la Soc. de Ling.», XXX, 1930, pg. 82 sgg., poi nel vol. Philologica, I, Paris 1946, pgg. 21-51 (EPhIL).

7°) Il Pfister ha ignorato del tutto quel gioiello di dizionario etimologico che è il DELL di Ernout A. - Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine (IV édit., IV tirage, Paris 1985), nel quale i due illustri autori hanno dato ampio spazio ai vocaboli di origine sicuramente oppure probabilmente etrusca.

8°) Ha ignorato lo studio di Giuliano Bonfante, Etruscan Words in Latin (in «WORD», 36, 3, 1985, pgg. 203-210).

9°) Ha ignorato l’ampio capitolo che Giambattista Pellegrini ha dedicato ai relitti della lingua etrusca nella sua ampia e importante opera “Toponomastica Italiana” (Milano 1990, Hoepli).

10°) Ha ignorato del tutto gli studi del sottoscritto, consistenti in ben 18 libri relativi alla lingua etrusca e in un centinaio di studi.

11°)Ecco dunque spiegate le ragioni del mio giudizio fortemente negativo dell’opera di Max Pfister. Sicuramente a lui è successo di aver pagato un pesante tributo alle ridicole affermazioni, correnti a livello popolare e anche più su, secondo cui “La lingua etrusca è tutta un mistero”, “La Lingua etrusca non è comparabile con nessun’altra”!
Ho scorso le prime pagine del I volume del LEI fino all’inizio della lettera C, per sapere se e in quale misura il Pfister abbia tenuto conto della lingua etrusca. Ebbene, con mia grande sorpresa ho costatato che l’aggettivo “etrusco” vi compare in 792 pagine solamente quattro volte ….
Insomma, il «Lessico Etimologico Italiano» costituisce un vero e proprio disastro editoriale: dieci secoli di storia politica, culturale e linguistica italiana solamente “citati”…!

mercoledì 28 febbraio 2018

QUADRO ODIERNO DEGLI STUDI SULLA LINGUA ETRUSCA


di Massimo Pittau

È da circa quarant’anni che io mi dedico allo studio della lingua etrusca, però assieme a quello di altre lingue vicine nello spazio e nel tempo, cioè il latino, il greco, il protosardo o paleosardo. Sia pure per il semplice effetto della mia salute e della mia longevità, io sono il linguista storico o glottologo che ha dedicato un così ampio lasso di tempo alla lingua etrusca. Ed ho pubblicato su di essa 18 libri e un centinaio di studi.
Di fatto io ho analizzato, studiato e tentato di interpretare e spiegare tutti i relitti di questa lingua, epigrafici e letterari, i quali assommano alla cifra di circa 12.000. Questi adesso sono registrati nel Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE) e ormai anche nel Thesaurus Linguae Etruscae (ThLE, I edizione 1978, II edizione 2009). E non si può negare che si tratta di una somma quasi stupefacente di vocaboli, di gran lunga superiore a quella di molte altre lingue frammentarie antiche, che sono assai lungi dal presentare una documentazione così ampia e anche così varia.
Tutto ciò premesso, con la mia acquisita esperienza di un quarantennio circa di studi, mi sento del tutto in grado di poter formulare un giudizio motivato sulla situazione dello “studio della lingua etrusca” nel momento attuale. Giudizio che espongo con le considerazioni seguenti.
1. Lo studio della lingua etrusca nel momento attuale è in una situazione che non si può non definire “paradossale” oppure “sconcertante”, perfino “buffa”, senz’altro “disastrosa” e comunque “antiscientifica”. Ciò è esatta e necessaria conseguenza del fatto che della lingua etrusca si sono impadroniti da un settantennio gli archeologi. Ed è chiaro a tutti che fra la archeologia e la linguistica esiste un oceano di differenze. In linea molto generale si deve affermare che l’archeologia studia “cose” od “oggetti”, mentre la linguistica studia “parole” o “vocaboli”. Ed è alla portata di tutti coloro che abbiano un minimo di cultura classica costatare l’abissale differenza esistente tra queste due discipline, le quali pure hanno il comune fondamento della ricerca storiografica.
2. Come si spiega la circostanza che soprattutto qui in Italia, patria della civiltà degli Etruschi, gli archeologi siano riusciti a impadronirsi dello studio della lingua etrusca e ad esercitare su di essa una forma di assoluto monopolio?
La questione è che gli archeologi hanno dappertutto, ma soprattutto qui in Italia, patria delle arti visive, un grande potere politico e un conseguente grande potere economico. Essi infatti interloquiscono continuamente coi poteri politici, coi Ministri, alti burocrati, Presidenti di Regioni e di Province, Sindaci di città grandi e piccole. Sono infatti gli archeologi “i consegnatari e i conservatori dei beni artistici” dell’Italia, quelli che decidono sulla loro conservazione, esposizione e pubblicazione. Capita infatti di frequente che direttori dei musei evitino per interi anni di pubblicare i reperti archeologici ed epigrafici rinvenuti di nuovo, con l’intento di effettuarne essi stessi la prima pubblicazione scientifica. Proprio come è capitato qualche anno or sono, quando il direttore di un museo si tenne nascosta la Tabula Cortonensis, rinvenuta di recente, per interi 6 anni e dopo farne uscire una sua pubblicazione personale.
In virtù del totale controllo dei nostri “tesori culturali”   pienamente previsto e consentito dalle leggi, gli archeologi sono ascoltati, ubbiditi, aiutati e vezzeggiati dalle amministrazioni di tutte le comunità locali italiane. Dalle quali essi ottengono sempre grandi mezzi economici per tutte le iniziative che essi propongono ed attuano. Mai gli archeologi hanno trovato difficoltà ad organizzare mostre, convegni e ad effettuare la pubblicazione delle loro opere.
Su questo specifico argomento delle pubblicazioni di valenza artistica gli archeologi sono bene accolti dai grandi editori, i quali, come sono in genere pronti a respingere le noiose opere dei linguisti costituite da grammatiche, vocabolari e da pesanti riviste specialistiche, così sono sempre pronti a pubblicare edizioni artistiche di lusso, fatte di bellissime fotografie e di bellissimi disegni. E parecchi archeologi hanno pure fatto la loro fortuna economica con la pubblicazione delle loro splendide e lussuose opere.
3. Gli archeologi hanno anche un immenso potere nel mondo universitario: ad esempio essi non hanno mai consentito che si aprisse in qualche Università italiana un insegnamento particolare denominato “Linguistica Etrusca”. La “Linguistica Etrusca” è da loro conglobata nell’insegnamento generale della “Etruscologia” e di questa essi ovviamente sono i padroni assoluti. E sono tanto sicuri di questo loro “paradossale” monopolio culturale, che sono essi stessi ad insegnare nelle Università italiane la lingua etrusca, facendo uso di manualetti del tutto privi di valore scientifico, che è perfino mortificante vedere entrare nelle aule delle nostre Università. Con questa indecorosa circolazione di quei manualetti e inoltre dei semplici capitoli che si trovano nelle opere generali di etruscologia, si spiega come sia ancora molto frequente perfino fra individui di elevata cultura classica, il concetto secondo cui “la lingua etrusca è tutta un mistero!”
4. Come finora hanno reagito e reagiscono i linguisti italiani e forestieri a questo monopolio culturale esercitato dagli archeologi sulla lingua etrusca? Quei linguisti che si sono adattati a questa posizione di umiliante sudditanza sono ben accolti dagli archeologi nei loro convegni di studio, nelle loro riviste e pubblicazioni, sia pure sottostando alle vedute e alle imposizioni dei padreterni della archeologia italiana, ad esempio mai effettuando “traduzioni” di testi etruschi, ma solamente proponendo “interpretazioni” generiche, mai effettuando confronti e comparazioni dell’etrusco con altre lingue, dato che gli archeologi credono al dogma della impossibilità di confrontare l’etrusco con una qualsiasi altra lingua. E siccome il primo strumento di un linguista storico o glottologo è quello di effettuare confronti e “comparazioni” fra le lingue studiate, con un tale divieto gli archeologi impediscono ai linguisti di fare esattamente il loro mestiere. Invece i linguisti che non sottostanno a queste restrizioni e a questi divieti degli archeologi vengono da questi trascurati del tutto ed emarginati, mai invitati a tenere lezioni nei loro convegni, mai invitati a presentare scritti per le loro pubblicazioni e riviste ...
E non soltanto, ma col potere che gli archeologi hanno ottenuto anche nel campo della editoria, riescono pure ad convincere gli editori a rifiutare le opere dei “linguisti eretici”. Esattamente come è capitato allo scrivente quando propose ad un importante editore italiano la pubblicazione di questo suo “Dizionario della Lingua Etrusca”. Per il suo rifiuto di effettuare la pubblicazione della mia opera, alla quale pure egli aveva all’inizio manifestato un vivo interesse, l’editore mi comunicò – per interposta persona - che non poteva andare contro il parere negativo dell’“Istituto di Studi ....” col quale egli aveva continui rapporti di collaborazione e di lavoro....
5. È cosa abbastanza nota che intorno all'origine degli Etruschi si è dibattuta nell'Europa moderna e colta, ad iniziare dal secolo XIX, una lunga e travagliata questione imperniata sul quesito: «Si deve prestare credito a Erodoto e ritenere vera la sua notizia circa la provenienza degli Etruschi in Italia dalla Lidia, in Asia Minore, oppure si deve accettare la differente notizia di un altro storico greco, Dionigi di Alicarnasso, circa il fatto che gli Etruschi sarebbero stati “autoctoni”, ossia nativi proprio e soltanto dell'Italia?». Le due teorie antagoniste sull'origine degli Etruschi, quella migrazionista riferita da Erodoto e quella autoctonista prospettata da Dionigi, hanno per lungo tempo tenuto sotto pressione numerosissimi studiosi, storici archeologi linguisti e storici delle religioni.
Negli ultimi decenni, nonostante che l'attuale scuola archeologica italiana sia nella sostanza favorevole alla teoria autoctonista di Dionigi, non si può negare che ormai si sono fatti più numerosi gli studiosi favorevoli alla teoria migrazionista di Erodoto e si tratta in particolare non solamente di archeologi, ma anche e soprattutto di storici propriamente detti, di storici delle religioni e di linguisti.
Facendo riferimento al campo specifico della linguistica storica o glottologia, è un fatto che i più recenti interventi che i linguisti hanno effettuato sulla classificazione della lingua etrusca, cioè quelli di Albert Carnoy, Marcello Durante, Vladimir Georgiev, Onofrio Carruba, Francisco R. Adrados, Alessandro Morandi e Helmut Rix, hanno dimostrato significative connessioni fra questa lingua ed alcune antiche dell'Asia Minore. Ed anche l'autore della presente opera è dell'avviso che essa sia da connettere appunto con lingue anatoliche ed in particolare con quella lidia ed inoltre ritiene che la tesi erodotea della migrazione degli Etruschi/Tirreni dalla Lidia in Italia sia quella sola da accettarsi.
Riesce perfino difficile comprendere gli esatti motivi per i quali da tutto un gruppo di studiosi moderni sia stata rifiutata la tesi migrazionista di Erodoto ed accettata invece quella auctotonista di Dionigi di Alicarnasso. In primo luogo infatti è indubitabile che a favore di Erodoto interviene la priorità cronologica rispetto a Dionigi, dato che il primo era vissuto nel V secolo a. C. e quindi era molto più vicino nel tempo agli avvenimenti narrati, mentre il secondo ne era molto più lontano, essendo vissuto nel I secolo a. C. In secondo luogo Dionigi era tutt'altro che portato ad approfondire a dovere la storia degli Etruschi ed a simpatizzare con essi, dato che invece era tutto inteso a sminuire il loro apporto alla creazione di Roma come grande potenza ed a tentare di dimostrare che invece Roma era una creazione o fondazione dei Greci.
In terzo luogo, mentre la tesi auctotonista di Dionigi non è stata confermata da alcun altro autore antico, quella migrazionista di Erodoto è stata accettata, condivisa e confermata da altri 30 autori antichi, greci e latini, e questi sono: Ellanico di Mitilene, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimno di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, Pompeo Trogo, Velleio Paterculo, Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Seneca, Servio, Solino, Tito Livio, Tacito, Festo, Rutilio Namaziano, Giovanni Lorenzo  Lidio, C. Pedone Albinovano. Anche dando per scontato che molti di questi autori antichi in realtà si sono fatti la loro opinione su quella degli autori precedenti, pure questa loro adesione ai precedenti è già per se stessa molto significativa.
Non solo, ma è molto significativo anche il seguente fatto: ancora in epoca romana gli abitanti della città di Sard(e)is (capitale della Lidia) avevano la convinzione di essere imparentati con gli Etruschi dell'Italia, dato che nel 26 d. C. chiesero al senato romano - senza però ottenerlo - l'onore di poter innalzare nella loro città un tempio da dedicare all'imperatore Tiberio; e chiesero questo in nome di quei vincoli di sangue che li legavano agli Etruschi, vincoli dei quali gli stessi Etruschi erano ancora consapevoli e convinti, come dimostrava un loro decreto ricordato dai Lidi (Tacito, Annales, IV 55,8).
E non è assolutamente accettabile l'ipotesi che tutti i citati 30 autori antichi e inoltre gli abitanti di una città anatolica e infine quelli dell'Etruria si limitassero a ripetere quella che sarebbe stata la "leggenda" di Erodoto, dato che è accertato che la notizia della trasmigrazione degli Etruschi è talvolta riferita da quegli altri autori con particolari che non risultano affatto nel racconto di Erodoto. Fra di loro mi piace citare il giudizio di un autore classico, molto noto ed autorevole anche in termini culturali e scientifici, L. A. Seneca (ad Helviam matrem de consolatione, VII 2): Asia Etruscos sibi vindicat «L'Asia rivendica a sé gli Etruschi». E c'è da osservare e da sottolineare che nei tempi antichi «Asia» significava «Asia Minore» ed in maniera particolare indicava la «Lidia» (LISNE 165); toponimo il quale trova esatto riscontro anche nella lingua etrusca, sia pure come antroponimo: AŚIA, ASIA (ThLE²).
A me sembra logico ed evidente che la testimonianza di 31 autori antichi, col padre della storiografia greca ed occidentale in testa, sia da privilegiare senza alcuna esitazione rispetto a quella del solo Dionigi di Alicarnasso. Inoltre non si può fare a meno di osservare che sorgono perfino molti e forti dubbi circa la "sensibilità storica e storiografica" di quegli studiosi moderni che invece sostengono la ipotesi autoctonista, che cioè di contro a 31 testimoni antichi preferiscono privilegiarne uno solo. A meno che non sia appropriato il giudizio che pure è stato formulato che la ipotesi autoctonista in realtà sia stata determinata dalla adesione di qualche autorevole studioso italiano alla dottrina fascista della “purezza della razza italica”.
6. Nelle mie ricerche sul sostrato linguistico prelatino della Sardegna, cioè sul Protosardo o Paleosardo, con mia notevole sorpresa mi imbattei in casi di concordanza di lessemi protosardi con lessemi etruschi. Soprattutto notai che i Greci chiamavano gli Etruschi Tyrrhenói, Tyrsenói intendendoli come «costruttori di torri» (da týrris, týrsis «torre») e inoltre l’autorevole geografo e storico greco Strabone (V,2,7) definisce Tyrrhenói anche gli antichi Sardi. Considerato poi che nella loro isola i Sardi hanno costruito circa 8.000 nuraghi in tutte le sue zone e considerato che nell’intero bacino del Mediterraneo non esiste alcun altro popolo al quale spetti, più di qualsiasi altro, il titolo di «costruttori di torri, di torriani, torrigiani, turritani», ho concluso che i veri ed originari Tirreni sono da intendersi i Sardi costruttori delle 8.000 «torri nuragiche». Più tardi la denominazione di Tirreni è passata ad indicare anche gli Etruschi in virtù del fatto che questi erano parenti dei Sardi, dato che gli uni e gli altri erano arrivati prima in Sardegna e dopo anche nell’Italia centrale partendo dalla loro lontana sede nell’Asia Minore e precisamente dalla Lidia, dalla cui capitale Sard(e)is i Sardi o Sardiani hanno pure derivato il loro nome. E in senso inverso anche i Tusci od Etrusci hanno derivato il loro nome da týrsis, týrris «torre», secondo questa trafila fonetica: Tuscus < *Turs-c-us < *Tuss-c-us; Etruscus < E-trus-c-us < *Turs-c-us < *Tuss-c-us.
A questo punto però tengo a precisare che il protosardo non coincide esattamente con l’etrusco per il motivo che il primo è arrivato in Sardegna attorno al 1250 a. C. ed è quindi più arcaico, mentre il secondo è arrivato in Etruria nel sec. VIII a. C. ed è quindi più recente.
7. Disattendendo del tutto dal diktat degli archeologi, che hanno sempre definito “la lingua etrusca non comparabile con nessun’altra lingua”, io ovviamente ho continuato col mio mestiere di “linguista comparatista” e pertanto ho proceduto a comparare e confrontare l’etrusco col latino, cioè con la lingua dei Latini e dei Romani, coi quali essi sono vissuti quasi in “simbiosi” per tanti decenni. Sia sufficiente ricordare che la dinastia etrusca dei Tarquini ha regnato sulla città di Roma per più di 100 anni e che, a parere del pur malevolo Dionigi di Alicarnasso (I,29,2), «molti degli scrittori sostennero che la stessa Roma era un città Tirrena» (cioè Etrusca).
In primo luogo ho indirizzato la mia attenzione comparativa alla terminologia religiosa dei Romani, sapendo già da fonti storiche che la religione dei Romani era stata fortemente influenzata da quella degli Etruschi. E di fatto sono riuscito ad individuare un discreto numero di vocaboli latini di carattere sacrale, in genere privi di etimologia, che trovano riscontro in altrettanti vocaboli etruschi.
8. Sempre nella mia attività comparativa ho constatato che circa 2.000 antroponimi etruschi corrispondono, più o meno esattamente, ad altrettanti antroponimi latini. Questa vistosa circostanza da una parte sottolinea la stretta simbiosi che si era determinata col passare dei decenni fra le gentes o famiglie gentilizie etrusche e quelle romane, dall’altra questa quasi stupefacente corrispondenza offre un’ottima opportunità per individuare il “significato” di molti dei circa 2.000 antroponimi etruschi. È senz’altro ben appropriato il forte rammarico che moltissime delle iscrizioni funerarie etrusche siano costituite solamente da antroponimi, ma questi, prima di essere solamente “antroponimi”, erano altrettanti appellativi, i quali offrono appunto l’opportunità di individuare il “significato” originario del precedente appellativo etrusco. Il frequente prenome o nome personale etrusco LARCE è testimoniato in una recente iscrizione in alfabeto latino come Large, ed allora dall’aggettivo lat. largus «largo, generoso, magnanimo» (finora privo di etimologia) è possibile dedurre che anche l’etrusco LARCE in origine significasse «largo, generoso, magnanimo». Dal prenome etrusco SPURIE, corrispondendo chiaramente all’aggettivo latino spurius «figlio spurio o illegittimo» è facile ed ovvio dedurre che anche l’etrusco SPURIE in origine significava «figlio spurio o illegittimo». Siccome il gentilizio etrusco SATURE corrisponde chiaramente all’aggettivo lat. satur «saturo, sazio», è facile dedurne che anche l’etr. SATURE significava «saturo, sazio».
9. Gli Etruschi hanno convissuto nel medesimo ambito spaziale e nel medesimo torno di decenni sia coi Latini e coi Romani nell’antico Lazio (Latium vetus), sia con i Greci del golfo di Napoli e della Magna Grecia. Sommati i vocaboli delle rispettive lingue latina e greca si arriva ad un Thesaurus greco-latino probabilmente superiore ai 200.000 lemmi. Ebbene, è pressoché assurdo, dal punto di vista statistico, che gli 8.000 lemmi che figurano nel Thesaurus etrusco non trovino riscontri anche numerosi coi 200.000 lemmi del Thesaurus greco-latino. E in linea di fatto io questi riscontri li ho trovati, consentendomi di dare un significato a vocaboli etruschi che ne erano finora privi, in virtù del significato dei rispettivi vocaboli greco-latini.
 10. Un analogo discorso mi sono fatto rispetto al Thesaurus indeuropeo ed un analogo risultato ho ottenuto rispetto agli 8.000 vocaboli del Thesaurus della lingua etrusca.
Anche da questo punto di vista era stato dagli archeologi imposto un altro diktat e ripetuto fino alla noia un analogo ritornello: l’“etrusco non è una lingua indoeuropea”. Per il vero, non pochi linguisti, anche autorevoli avevano già sostenuto la tesi opposta. Sì, proprio con la grande famiglia delle lingue indoeuropee od indogermaniche l'etrusco è stato connesso ed inserito da numerosi linguisti, come W. Corssen, S. Bugge, I. Thomopoulos, E. Vetter, A. Trombetti, E. Sapir, G. Buonamici, E. Goldmann, P. Kretschmer, F. Ribezzo, F. Schachermayr, A. Carnoy, V.I. Georgiev, W.M. Austin, R.W. Wescott, A. Morandi, F.C. Woodhuizen, F. Bader, F.R. Adrados, ecc.
È cosa abbastanza nota che ciò che soprattutto aveva spinto non pochi studiosi nel passato a dichiarare che l'etrusco non era una lingua indoeuropea, era la constatazione - che si riteneva di aver fatto - della mancata corrispondenza dei numerali etruschi della prima decade con la serie dei corrispondenti numerali indoeuropei. In quel periodo infatti si era ormai a conoscenza del fatto che lo stesso primo impianto della linguistica indoeuropea e cioè la prima formulazione della famiglia delle lingue indoeuropee aveva preso il suo avvio iniziale proprio dalla circostanza che già alcuni uomini di cultura, ad iniziare dal fiorentino Filippo Sassetti (1540-1588), avevano visto e segnalato alcune chiare corrispondenze fra i numerali latini e greci da una parte e quelli dell'antica lingua religiosa dell'India, il sanscrito, dall'altra. Ed allora si era ragionato nel seguente modo: «Siccome i numerali etruschi della prima decade non si inquadrano nella serie di quelli indoeuropei, si deve concludere che l'etrusco non è una lingua indoeuropea».
Senonché in uno studio del 1994 io ritengo di avere dimostrato che ormai si deve considerare come acquisito dalla linguistica il fatto che la maggior parte dei numerali etruschi nella prima decade trova un congruente riscontro fonetico con altrettanti numerali indoeuropei; come dimostra il seguente quadro:

θun, tun           lat. unum
2  zal, sal, esal, esl german. zwa, ted. zwei
3  ci, ki                  ------
4  huθ, hut           lat. quattuor
5  mac, maχ                ------
6  śa, sa             lat. sex, sanscr. ṣáṣ
7  semφ               lat. septem
8  cezp                   ------
9  nurφ               lat. novem
10 sar, śar, zar, θar, tar ------    

Ragion per cui d'ora in avanti si deve sostenere la seguente tesi del tutto opposta a quella su riferita: «Siccome anche i numerali etruschi della prima decade in maggioranza si inquadrano nella serie di quelli indoeuropei, si deve concludere che anche l'etrusco è una lingua indoeuropea».
11. D’altronde c’era e c’è di mezzo non un problema di alta metodologia linguistica, ma una questione di semplice buonsenso: siccome il “diktat” o il “dogma” della non appartenenza della lingua etrusca alla famiglia indoeuropea ha in linea di fatto bloccato per un intero sessantennio qualsiasi avanzamento della conoscenza di questa lingua, perché non si prova ad accettare la ipotesi opposta per vedere quali risultati darà? Io sono perfettamente convinto che si costateranno subito i risultati positivi di questa prova.
12. I risultati da me ottenuti riguardo alla “traduzione” – non semplice “interpretazione” - di testi etruschi sono ormai ragguardevoli: ho proposto di tradurre I) Numero 624 iscrizioni etrusche; II) Quasi tutte le defixiones. III) La Tabula cortonensis; IV) Il Cippus di Perugia; V) Le Lamine auree di Pyrgi, VI) Il Fegato di Piacenza; VII) L’elogio funebre di Laris Pulenas; VIII) La scritta di San Manno di Perugia; IX) La scritta dell’Arringatore; X) La scritta sepolcrale dei Claudii; XI) L’iscrizione del Guerriero; XII) Il piombo o “cuore” di Magliano; XIII) Ampli brani del Liber linteus di Zagabria; XIV) Ampie delucidazioni della Tavola di Capua (vedi M. Pittau, I grandi testi della Lingua Etrusca - tradotti e commentati, Sassari 2011, Carlo Delfino editore; ovviamente da me perfezionati negli ultimi anni).
I quali non sono affatto risultati di poco conto!