domenica 16 dicembre 2018

Usai, Perra e la Caverna di Platone


di Mauro Peppino Zedda


In un recente libro “La mensa dei Nuragici” Mauro Perra ha scritto di essere più interessato all'archeogastronomia che all'archeoastronomia. Unitamente a segnalare il piacere di leggere le sue ipotesi archeogastronomiche, non posso fare a meno di rimarcare l'assurdità del paragone, infatti un archeologo che si rispetti deve tenere in conto ogni dettaglio, dal più rilevante (l'importanza del Sole e degli astri nella cultura umana) al meno rilevante. Nel leggere la mensa dei nuragici mi venne in mente di segnalare a Perra un passo di Dante “fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtù e conoscenze”.
Che sia importante continuare a studiare la dieta dei nuragici non lo metto in dubbio, sono ormai due secoli che gli archeologi ci parlano di scodelle, tegami e ciotole, non chiedo loro di smettere di studiare i tegami ma di trovare un pochino di tempo per volgere lo sguardo anche verso il cielo.
È assurdo che nel 2018 la scuola archeologica sarda non abbia ancora compreso l'utilità dell'archeoastronomia al fine di comprendere il pensiero, la visione del mondo, la spiritualità del mondo nuragico.
In un più recente libro Il tempo dei Nuraghi (a cura di A. Perra, T. Cossu, A.Usai con 28 autori) in un capitolo curato da A. Usai leggiamo (pag 25) “Se ci pensiamo bene, gli uomini e le donne che vivevano in Sardegna durante le Età del bronzo e del Ferro dovevano conoscere alla perfezione tutte le opportunità e tutti i pericoli del loro ambiente: sorgenti, pozzi e pozze, acque termali, saline, guadi, sentieri, valichi, strettoie, grotte, ripari, nascondigli, luoghi d'avvistamento e appostamento, punti di passaggio della selvaggina, cave, miniere, approdi, legname, alberi da frutto, bacche oleose, erbe salutari, funghi, droghe, veleni e così via” quei nessun accenno all'importanza di elementi fondamentali come il Sole e la Luna; poi in altro capitolo scrive (pag 45) “ la proliferazione dei nuraghi, proprio perché costosa e gravosa, suggerisce che fosse considerato importante marcare la conquista di nuove terre con la costruzione di un monumento, al di là delle sue funzioni materiali. Era questa una ripetizione di atti quasi rituali, sebbene apparentemente non connessi con alcun culto, miranti a perpetuare una tradizione, come una sorta di incessante rifondazione sociale, o come una celebrazione di antiche conquiste o una riaffermazione di un mitico ordine cosmogonico? Io credo che il senso generale dei nuraghi e degli altri monumenti nuragici possa essere compreso solo nell'ambito delle dinamiche sociali ed economiche di grande portata. Tuttavia alcuni particolari potrebbero essere almeno inquadrati facendo riferimento a un mondo simbolico per noi oscuro, ma che per i protagonisti di allora poteva costituire un codice condiviso. Per esempio ferme restando le ragioni di fondo, è possibile che la costruzione di un nuraghe o insediamento o tomba o tempio, oppure la loro ubicazione, fosse decisa a seguito di vaticini, presagi, sogni, allucinazioni o altri presunti “segni” come la caduta di un fulmine, lo scoppio di un incendio, la nascita o la morte di una persona o di un animale, l'accadimento di fatti inspiegabili o preannunciati da racconti mitici? È possibile che per iniziare la costruzione si aspettasse un momento particolare definito da una speciale posizione di uno o più astri, oppure che il monumento venisse venisse orientato in modo tale da registrare la data d'inizio della costruzione? Sulla scorta di simili valutazioni si potrebbero ricondurre ad un quadro di riferimento, senza spiegarle, le forti oscillazioni di orientamento e altre apparenti stranezze; ma ciò non rivelerebbe la natura e funzione dei nuraghi, che è azzardato cercare al di fuori del legame con la terra, le risorse e le attività umane.”

Questi concetti Usai li aveva già espressi in un suo articolo inserito nel volume l'Isola delle Torri a cui risposi in questo blog (cfr Alessandro Usai e la disposizione deinuraghi).
In quel libro mise il mio Archeologia del Paesaggio Nuragico in bibliografia mentre ora ha ritenuto di non mettere riferimenti ai miei studi, anche se ne attinge a piene mani.
Il paradigma militarista viene fortemente ridimensionato ma Usai e Perra (comunque sia, le punte più avanzate dell'archeologia sarda) brancolano ancora nel buio.
Per descrivere il loro agire non trovo di meglio che un riferimento al mito della caverna di Platone che ne La Repubblica scrive:

Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna […] pensa di vedere uomini che vi stiano dentro sin da fanciulli, incatenati gambe e collo, si da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d'un fuoco [...] Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. - Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. - Somigliano a noi risposi; credi che che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo tutta la vita? E per gli oggetti che trasportano non è lo stesso? Sicuramente. […] Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall'incoscienza. Metti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e barbuglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? E se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? Certo, rispose.

E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? E non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati? È così, rispose. Se poi, continuai, lo si trascinasse via da lì a forza, su per l'ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s'irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. Non potrebbe, certo, rispose, almeno all'improvviso. Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell'acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. Come no? Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. Per forza, disse. Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.”

Il discorso di Platone continua sempre più avvincente e denso di significato epistemologico, nel leggere il contenuto del libro curato da Cossu, Perra e Usai il mio pensiero, come d'incanto, è andato a parare nell'allegoria della caverna descritta da Platone. Mi pare perfettamente calzante con le catene culturali imposte da Lilliu al mondo dell'archeologia sarda.

martedì 20 novembre 2018

Ipotesi sull'altezza del nuraghe Arrubiu


di Mauro Peppino Zedda

A proposito della supposta altezza originale del nuraghe Arrubiu di Orroli è da tanto che se ne discute, più volte mi è capitato di sentire l'archeologa Fulvia Lo Schiavo asserire che questo nuraghe fosse il più alto, 27,5 metri, tra tutti i nuraghi della Sardegna.
L'archeologa basa il suo ragionamento su tre dati, uno oggettivo e due soggettivi. Il dato oggettivo riguarda i resti ancora in opera della torre centrale, mentre quelli soggettivi sono rappresentati dalle misurazioni eseguite per calcolare il diametro che avrebbe caratterizzato la sommità della torre e dal ritenere che l'inclinazione del paramento murario della torre fosse regolare ed omogeneo ( F. Lo Schiavo e F. Villani, La ricostruzione del nuraghe Arrubiu. 2003).
Non ho elementi per giudicare se la torre avesse veramente un diametro di 375 cm alla sommità, ma certamente posso di asserire con assoluta certezza che le pendenze che caratterizzano i paramenti murari delle torri nuragiche non sempre sono regolari.
Dunque l'idea che l'inclinazione del paramento murario della torre dell'Arrubiu fosse regolare ed omogenea mi pare un postulato accettato aprioristicamente piuttosto che una logica deduzione dell'insieme degli elementi che costituiscono la torre in questione.
L'ipotesi della Lo schiavo è stata recentemente ripresa dagli architetti Gabriele Manca e Donatella De Rinaldis (progettazione e costruzione del nuraghe Arrubiu, in Il nuraghe Arrubiu vol. 1 a cura di F. Lo Schiavo e M. Perra, 2017), che senza spirito critico accettano la proposta della Lo Schiavo.


I due presentano la sezione (pag 80 testo citato) della torre, che riprendo in questa sede.
La sezione presentata da Manca e De Rinaldis non presenta la scala metrica, basandomi sulle misure proposte ho calcolato una scala di 1 a 350~. In essa si può facilmente notare che la massa muraria compresa tra la terza cupola e la sommità del terrazzo presenta uno spessore (350 cm in altezza), ovvero una massa piena, palesemente irrealistica.
Prima domanda: perché tanta superficialità nel presentare una sezione palesemente fuorviante e fantasiosa in un testo che pretenderebbe di essere scientifico?
Seconda: se ai due architetti dispiaceva smentire l'ex soprintendente, perché invece di aggiungere un'inverosimile massa piena in cima alla torre non hanno “giocato” con l'altezza della seconda e della terza cupola?
Il secondo interrogativo mi fa propendere che i due architetti siano in perfetta buona fede, ben sapevano che “stirare” l'altezza delle due cupole sarebbe stata un operazione perniciosa e dunque inseriscono la massa piena in alto, proposta che mi appare assurda.
Unica spiegazione logica mi pare quella di concludere che i due architetti non sappiano che le pendenze che caratterizzano i paramenti murari delle torri nuragiche non sempre sono regolari.
L'idea che i costruttori dell'Arrubiu a 24 metri di altezza in corrispondenza della sommità della terza cupola, invece di costruire il terrazzo abbiano pensato di aggiungere 3,5 metri di massa muraria piena la considero una proposta fantasiosa, probabilmente non la più fantasiosa che sia stata proposta ma sicuramente se la gioca... Che lo possa fantasticare un archeologo, spesso digiuno in materia scientifiche, ci sta, ma non riesco a capacitarmi che l'architetto Manca dopo aver messo le mani in pasta a tanti nuraghi la consideri una ipotesi verosimile.
Qualcuno invece di entrare nel merito delle mie osservazioni si chiederà quali siano le mie credenziali per poter criticare il lavoro della Lo Schiavo e dell'architetto Manca. Dunque mi pare opportuno raccontarvi una vicenda inerente il Santu Antine, risalente al 1995. Nello studiare l'orientamento di questo nuraghe mi accorsi che la nicchia presente nella camera al primo piano della torre centrale bisognava ancora scavarla nella parte basale. Telefonai in soprintendenza e spiegai alla Lo Schiavo, allora soprintendente, quanto avevo desunto dalle mie analisi, lei restò incredula alle mie spiegazioni adducendo che il nuraghe era già stato scavato alla perfezione da Taramelli, visitato per decenni da tutti gli archeologi sardi e dunque non era possibile che potessi aver ragione. Ovviamente non mi arresi e mandai uno scritto alla soprintendenza. In quegli anni attorno al nuraghe operava un'equipe guidata da archeologi e architetti liguri, feci leggere la lettera, che comunque avevano avuto in visione, e mi dissero che non gli interessava eseguire un saggio nel punto da me indicato (non so se per loro volere o per ordine della soprintendenza di Sassari). In quel tempo i miei primi studi di archeoastronomia erano oggetto di ostracismo (ancora in corso) da parte degli archeologi sardi e il fatto che stavo mettendo in luce che il Santu Antine non era stato esplorato a dovere non li entusiasmava. Fortunatamente prima che terminasse la campagna di scavo avvenne un miracolo! Il miracolo di San Costantino! Qualcuno, certamente ispirato dal santo, scavò per una trentina di cm nel luogo da me indicato, e a quel punto vedendo ceramiche l'equipe di archeologi liguri decise di scavare e trovarono la celletta che indicavo. La Lo Schiavo mi chiese scusa per le parole che mi riservò al telefono. Ma non dimenticherò mai l'accoglienza dell'architetto Lanza, che mi chiese: come hai fatto? Io risposi: beh era evidente, all'esterno ci sono tre finestrini occlusi (di terra) e dunque ero certo che bisognava scavare! E lui: si che bisognava approfondire lo scavo non era difficile intuirlo, anche se nessun archeologo lo aveva finora notato, ma tu come hai fatto ad azzeccare la profondità della celletta? Che procedimenti hai usato per capire che scendeva per 270 cm dal piano di calpestio? Glielo spiegai con immenso piacere.
Ma torniamo all'altezza della torre centrale dell'Arrubiu.
Che l'ultima camera fosse sovrastata da una massa muraria piena per un'altezza 350 cm lo ritengo altamente inverosimile.
Osservando la sezione (vedi figura) ritengo sovrastimato pure lo spessore murario tra la prima e la seconda e tra la seconda e la terza cupola.
Ritengo che sia stata sovrastimata pure l'altezza della seconda e soprattutto della terza cupola.
Mi pare che l'esagerazione della Lo Schiavo nello stimare dell'altezza della torre sia direttamente proporzionale alla superficialità del Manca nel non criticare il suo assunto.
Mi pare ovvio che la pendenza del paramento murario non fosse regolare come postulato da Lo Schiavo e Manca.
Ai 27,5 metri ipotizzati gliene toglierei perlomeno 6 (4m di spessore murario e 2m di riduzione delle altezze della terza e seconda cupola), che fanno dell'Arrubiu un nuraghe comunque altissimo! Più di 20 metri. Ovvero un moderno palazzo a 7 piani. Oh Dio, che brutto parallelo! I nuraghi non hanno niente a che vedere coi palazzi il termine di paragone è il campanile (cfr Archeologia del Paesaggio Nuragico 2009).

martedì 9 ottobre 2018

Santa Cristina e la corbelleria al cubo


di Mauro Peppino Zedda

Stamane mi chiama Franco Laner e mi chiede se avessi letto quanto scritto da Sandro Angei sul pozzo di Santa Cristina di Paulilatino. Non lo avevo letto e ho subito provveduto per dovere e altrettanto per dovere mi sento di scrivere alcune impressioni.
Quanto scritto da Angei a riguardo del Santa Cristina la definirei una corbelleria al cubo, perché si innesta e si cumula con quelle dedicate al pozzo di Santa Anastasia di Sardara.
La prima corbelleria astronomica sul pozzo di Sardara porta la firma del prof. Sloveno Buran Juvanec, che poco o niente sapendo di come il pozzo fosse strutturato in origine, elaborò un’ ipotesi che solo sprovveduti sulle costruzioni nuragiche possono prendere per buona.
Juvanec trovò che i raggi solari del 21 aprile riflettendosi nell’acqua vanno a centrare ed uscire dal foro apicale…
Una bella geometria… peccato che fosse stata trovata in un monumento diroccato…
Juvanec non tenne conto che la volta del vano scala è semi diroccata e che se fosse stata intatta il sole in quella data non si sarebbe specchiato nell’acqua del pozzo.
Angei invece di accorgersi dell’errore di fondo commesso dallo studioso sloveno si lascia incantare dai flussi luminosi e si domanda dove va a specchiarsi la luce riflessa! La fig 1 esemplifica il concetto….


Angei non è nuovo a questi incantamenti , basta pensare ai tori di luce pseudosolstiziali..
Angei invece di accorgersi dell’errore di fondo commesso da Juvanec, si infila dentro la corbelleria dello sloveno e scrive un articolo (4 settembre 2017) nel maymoniblog dove postula che vi fosse una struttura tesa a far godere dell’evento vedi figura 2.



Angei ha elevato al quadrato la corbelleria di Juvanec…
Ora allargando la sua analisi al Santa Cristina la corbelleria viene elevata al cubo…



 Nella figura 3 (tutte le tre figure sono tratte dagli scritti di Angei nel maymoniblog) si può osservare come Angei abbia tracciato una serie di linee che rappresentano l’angolazione dei raggi solari ai solstizi, equiniozi e il 21 di aprile (e agosto) linee tracciate in una sezione del pozzo santa Cristina allo stato attuale, Il 21 aprile secondo Angei i raggi solari andrebbero a specchiarsi nel filare che secondo Arnold Lebeuf (il pozzo di Santa Cristina un osservatorio lunare, 2011) fungerebbe, fondatamente, da marcatore per il lunistizio medio.



Nella foto 4 si può vedere una sezione del Santa Cristina come doveva essere in origine (tale figura è stata pubblicata in Astronomia nella Sardegna Preistorica), una ricostruzione, penso incontrovertibile, della sezione del pozzo del Santa Cristina, una ricostruzione che solo sprovveduti che non conoscono i monumenti della Sardegna nuragica possono negare.

Sia l’architetto sloveno che il geometra Angei hanno lavorato su monumenti svettati, senza domandarsi come fossero in origine, sommando corbelleria su corbelleria. 

mercoledì 11 aprile 2018

INCUBAZIONE ORACOLO NARCOTICO nella Sardegna nuragica

di Massimo Pittau

È cosa abbastanza nota che alcune fonti classiche attestano per la Sardegna nuragica l’esistenza della pratica medico-sacrale della «incubazione». Questa consisteva nel dormire presso un luogo sacro in attesa di sogni rivelatori, i quali venivano interpretati sia in funzione terapeutica sia in funzione mantica ai fini dell’agire pratico dei devoti.
È in primo luogo Aristotele che dà la notizia dell’usanza dei Sardi di «dormire presso gli eroi». Un suo commentatore, Filipono, aggiunge che i Sardi dormivano presso gli eroi perfino cinque giorni, quasi sicuramente con un processo artificiale a base di "narcotici". Il Pettazzoni, che fu il primo ad illustrare questa pratica nuragica della incubazione, si pose il problema «dei luoghi opportuni e abbastanza ampi, ove potessero svolgersi» e concluse che esse si svolgevano presso i gigantinos e precisamente nell’«ampio emiciclo che precede come vestibolo la tomba vera e propria, ed è elemento tipico di ogni tomba di giganti».
Pur riconoscendo che il Pettazzoni ha trattato il tema dell’incubazione nuragica in maniera magistrale e pur dando atto che la sua tesi relativa allo svolgimento del rito nell’emiciclo o esedra dei gigantinos è stata seguita da tutti gli autori successivi, io dico che questa ipotesi si deve respingere come errata, perché è chiaramente contraddetta sia da un’ovvia considerazione di Massimo Pallottino, sia da due testimonianze di autori antichi. Ha scritto il Pallottino: «La difficoltà sta nel conciliare queste tradizioni [della incubazione] – che hanno un indubbio sapore di autenticità – con la destinazione delle "tombe di giganti" le quali, più che monumenti di singoli eroi, sembrano essere sepolcri collettivi dei villaggi nuragici». In secondo luogo, lo scrittore latino Tertulliano conferma il rito nuragico della incubazione e si esprime testualmente così: «Aristotele cita un certo eroe della Sardegna, il quale privava dalle ossessioni gli incubatori del suo sepolcro (Aristoteles heroem quemdam Sardiniae notat incubatores fani sui visionibus privantem)».
È ragionevole ritenere che la pratica comune fosse che i devoti-pazienti effettuassero il loro sonno incubatorio fuori del nuraghe e precisamente nei numerosi locali "parareligiosi" ed anche nelle numerose capanne - o meglio cumbissìas - che attorniano tutti i grandi nuraghi, ad es. quelli di Losa di Abbasanta, Nuraxi di Barumini, Palmavera di Alghero, Genna 'e Maria di Villanovaforru, Arrubiu di Orroli, ecc. Quei locali sono stati ereditati da quasi tutti gli odierni santuari cristiani di campagna, sia nella loro funzione principale di "dormitori" sia nel loro nome di cumbessìas, cumbissìas, cummissìas, il quale è proprio un vocabolo di origine protosarda o nuragica, che è da collegare - non derivare - coi vocaboli latini incumbĕre «distendersi» e incubatio,-onis «incubazione».
A proposito del grande Nuraxi di Barumini c’è da osservare che solamente nella prospettiva religiosa che io vado sostenendo e delucidando, si può spiegare quello stranissimo villaggetto che lo attornia, del quale l’archeologo scavatore ha sottolineato il disordine costruttivo che lo caratterizza come un "termitaio" o come un "intrico di viuzze impossibili e di casette arruffate". Questo villaggetto è privo di piazze, di pozzi, di cortili per gli animali domestici o da lavoro. In un villaggio così assurdo dal punto di vista urbanistico ed anche igienico è impossibile supporre uno stanziamento umano permanente; al contrario si deve pensare ad uno “stanziamento temporaneo” da parte di individui che si recavano al nuraghe-santuario per devozione, per malattie o per necessità pratiche e che alloggiavano in quelle capannucce per otto o nove giorni al massimo, proprio come fanno tuttora i Sardi che si recano ai vari santuari cristiani di campagna e alloggiano nelle casupole o nei porticati o logge (cumbissìas, muristenes, lollas, lozas) che li attorniano, per il solo periodo della novena o della festa religiosa.
Abbiamo però anche un bell’esempio di santuario nuragico, nel quale i dormitori per i pellegrini sono disposti secondo un piano costruttivo abbastanza regolare: il santuario di Santa Vittoria di Serri. Questo santuario presenta un recinto sacro, al quale è addossata una serie di stanzette e un porticato, che risultano chiusi verso l’esterno del recinto ed aperti invece verso l’interno. La disposizione dei porticati aperti ad un solo lato, nella direzione del tempio, secondo quanto dicono i noti studiosi Daremberg e Saglio, è attestata anche per santuari greci nei quali pure si praticava il rito dell’incubazione.


Il rito dell’“oracolo”

Dopo che il Pettazzoni ebbe segnalato ed illustrato il rito della incubazione praticato dai Nuragici, gli studiosi successivi hanno unanimemente ammesso per scontato questo importante dato storico ed archeologico per l’antica civiltà nuragica. Nessun autore, però, né il Pettazzoni né altri, ha preso in considerazione un altro problema, che è strettamente connesso con quello della incubazione: la pratica ed il rito dell’oracolo o vaticinio. Si deve infatti considerare che nell’antichità avveniva quasi sempre che, dopo aver avuto un "sogno rivelatore", il devoto-paziente si rivolgesse ad una sacerdotessa per averne la "interpretazione" sia in vista di una sua esigenza terapeutica sia in vista di una sua esigenza che scaturiva dall’agire pratico; e quest’opera di "interpretazione" si caratterizzava come pratica o rito dell’«oracolo», il quale era comunissimo in tutto il mondo antico.
Ebbene, nonostante che nessuno studioso abbia intravisto la necessità di collegare il rito della incubazione al rito dell’oracolo, c’è da affermare che esistono numerose e chiare prove dell’esistenza anche di questo nella civiltà nuragica, prove che si traggono soprattutto dalla struttura architettonica di numerosi nuraghi. Il rito dell’incubazione, infatti, si svolgeva generalmente attorno al nuraghe, nelle capanne che lo attorniavano – le cumbssìas – mentre il rito oracolare si svolgeva sempre dentro il nuraghe, col responso interpretativo che la sacerdotessa dava al devoto-paziente circa il sogno avuto durante l’incubazione.
Il particolare costruttivo di molti nuraghi che si può spiegare solamente nella supposizione che in essi si svolgesse appunto la pratica dell’oracolo, consiste, parlando in termini generali, in questo: in alcune nicchie – entro le quali erano sistemati i simulacri degli dèi adorati o i corpi anche imbalsamati degli eroi divinizzati – esistono pertugi o canali acustici collegati con altri ambienti del nuraghe, dai quali la sacerdotessa dava la risposta alle domande del devoto, risposta che ovviamente figurava data dal dio o dall’eroe divinizzato o dall'antenato. I Sardi Nuragici dunque andavano nei nuraghi a farsi "interpretare" i sogni avuti durante il sonno incubatorio ed ottenevano la risposta del nume, il cui simulacro era dentro una nicchia e il cui volere era interpretato dalla sacerdotessa che parlava da un altro ambiente attraverso un pertugio o canale acustico oppure da una scala nascosta che terminava nella nicchia. Si ha infatti notizia che in qualche tempio antico la risposta oracolare veniva fuori dalla bocca di una statua del nume, la quale era attraversata all’interno da un canale acustico, che a sua volta era in comunicazione con un locale sotterraneo, dove parlava la sacerdotessa. 
Questo particolare costruttivo di una nicchia fornita di un pertugio oracolare si ha nei nuraghi Mura ’e Mandra, nei pressi di Santa Cristina di Paulilatino, Ruju di Macomer e Losa di Abbasanta. Un pertugio oracolare collegato con la scala si riscontra ancora intatto nel nuraghe Crabia di Bauladu, precisamente nella nicchia della cella del primo piano. In questo medesimo nuraghe la funzione oracolare si svolgeva anche nella cella del piano terreno; precisamente nella nicchia di destra risulta una scala nascosta al visitatore, dalla quale la sacerdotessa dava il responso oracolare. La scala poi sale e finisce in una celletta, la quale risulta ricavata sopra il corridoio d’ingresso, con cui comunica attraverso una fessura lasciata sul pavimento fra i massi, mentre con l’esterno comunica con un foro lasciato fra i massi della parete.
Una celletta ricavata sopra il corridoio dell’ingresso, col quale comunica attraverso una o più fessure o con un canaletto acustico e inoltre in comunicazione con l’esterno attraverso piccoli fori o pertugi lasciati liberi fra un masso e l’altro, si trova anche in altri nuraghi, ad es. Palmavera di Alghero (sull’ingresso orientale), Su Càrmine della Nurra, Santa Barbara di Villanova Truschedu, Paddagghju/Leni nei pressi della roccia dell’Elefante di Castelsardo, Tittiriola di Bolotana, Figu Rànchida di Scano, Ala ‘e Cae di Pozzomaggiore, Agnu di Calangianus, Ruju di Norbello, Cunzadu di Siligo, Santu Millanu di Nuragus, nuraghe Losa di Abbasanta e Santu Antine di Torralba.
Il particolare costruttivo della celletta posta al di sopra del corridoio dell’ingresso, in comunicazione sia con questo sia con l’esterno del nuraghe, ci offre la possibilità di intravedere le modalità secondo cui nei nuraghi più importanti si effettuava il rito dell’oracolo: l’avvicinarsi di un devoto al nuraghe veniva notato dalla sacerdotessa attraverso i pertugi della sua celletta che davano all’esterno dell’edificio; il devoto si avvicinava all’ingresso del nuraghe in attesa di avere le disposizioni rituali. Queste gli venivano date dalla sacerdotessa attraverso i pertugi esterni oppure attraverso il canale o le fessure che uniscono la sua celletta al corridoio d’ingresso. Le disposizioni della sacerdotessa non erano soltanto di carattere rituale, ma anche indirizzavano il devoto ad una particolare nicchia sistemata nella cella centrale e terrena del nuraghe. Nel mentre che il devoto faceva le sue abluzioni lustrali nel recipiente sistemato nel nicchione dell’ingresso oppure vi deponeva le sue offerte e dopo si appressava alla nicchia indicata, la sacerdotessa scendeva la scala che termina in questa e si piazzava al lato del simulacro del nume, non vista dal devoto. Dopo che questi aveva effettuato gli atti cultuali ed elevato le sue preghiere al nume, esponeva le sue esigenze mediche e pratiche e raccontava il sogno avuto nel sonno incubatorio o anche in un particolare sonno normale; la sacerdotessa allora dava la sua interpretazione del sogno e le risposte terapeutiche o pratiche attese dal devoto.
In altri nuraghi la medesima funzione delle disposizioni rituali di carattere preliminare era ottenuta con un accorgimento costruttivo alquanto differente. Cito il caso del nuraghe Madrone od Orolìo di Silanus: sul corridoio dell’ingresso a destra, sopraelevata dal suolo, sfocia una apertura, la quale sale con una scaletta secondaria e sfocia in un lato nascosto della nicchia della camera del primo piano. In questo nuraghe il devoto veniva istruito dalla sacerdotessa sulle prescrizioni rituali attraverso l’apertura sopraelevata del corridoio d’ingresso; dopo di che veniva invitato a salire nella scala principale posta a sinistra del corridoio. Mentre egli la percorreva, la sacerdotessa saliva anch’essa al piano superiore, ma seguendo la scaletta secondaria e si piazzava a fianco del simulacro del nume sistemato nella nicchia della camera superiore, in attesa delle domande del devoto.
Questi particolari costruttivi dei cunicoli, canali acustici, pertugi e fessure che sfociano sul corridoio d’ingresso di quasi tutti i grandi nuraghi, vengono spiegati dai sostenitori della destinazione militare dei nuraghi in una maniera che è senz’altro più semplice, ma che insieme è priva di un minimo di logicità: quei cunicoli, canali, pertugi e fessure sarebbero "piombatoi" o "caditoie" attraverso cui i difensori avrebbero fatto cadere proiettili sugli assalitori che si fossero azzardati a varcare l’ingresso del nuraghe. Senonché c’è da obiettare: supposto che uno o due assalitori fossero stati tanto ingenui da farsi ingannare e colpire nel modo suddetto, è assurdo pensare che il terzo avrebbe ritentato la prova dei suoi compagni. Nella prospettiva militarista, dunque, la funzionalità pratica dei suddetti accorgimenti costruttivi, predisposti ai fini della difesa, sarebbe risultata pressoché nulla, dato che essi alla fine sarebbero risultati completamente inutili.
Il particolare costruttivo poi di una scala secondaria, che parte da un lato nascosto di una nicchia della camera del piano superiore e sfocia nel corridoio d’ingresso, come nel nuraghe Madrone, viene spiegato dagli autori militaristi come una "scala di sicurezza" predisposta affinché i difensori potessero sfuggire ai nemici, nel caso che questi fossero riusciti a penetrare nella cella superiore del nuraghe. Senonché un particolare costruttivo di questo tipo non può essere affatto interpretato come un accorgimento tattico di difesa, per la semplice ma insormontabile ragione che questa presunta "scala di sicurezza" non sfocia all’aperto, distante in una qualche misura dal nuraghe, bensì sfocia dentro il nuraghe stesso, e precisamente nel suo corridoio di ingresso. Gli eventuali difensori in fase di ritirata, pertanto, non avrebbero trovato scampo alcuno, dato che i nemici certamente avrebbero tenuto bloccato l’ingresso del nuraghe, anzi, l’intero edificio.
Oltre quelli già citati, numerosi altri nuraghi presentano il particolare costruttivo di una scala che parte da un lato nascosto di una nicchia: Preda Longa di Nuoro, Cuàu di Bonarcado, Òrgono di Ghilarza, Iselle di Buddusò.
In alcuni nuraghi la risposta oracolare veniva data anche attraverso finestrelle, sempre sopraelevate dal livello del suolo, che davano direttamente sulla camera centrale del nuraghe o in celle laterali: ad es. nel nuraghe Losa, alla cui finestrella oracolare si accede attraverso una stretta e ripida scaletta che parte dalla rampa superiore della scala centrale; e anche nei nuraghi is Paras di Isili e Domu dess’Orcu di Sarroch.
Nel nuraghe Santu Antine di Torralba la cella oracolare comunica con l’esterno attraverso tre fori lasciati liberi fra i massi della muraglia, col corridoio d’ingresso attraverso un pertugio praticato nel pavimento. In questo nuraghe, la cui mole, complessità e ricchezza di struttura mostrano chiaramente che si trattava di un santuario molto frequentato, la risposta oracolare veniva data nelle tre camere poste ai vertici della pianta triangolare, attraverso alcune finestrelle sopraelevate.
Per effetto della relativa piccolezza delle celle oracolari di alcuni nuraghi e per effetto di una certa difficoltà per accedervi, sarei propenso a ritenere che le sacerdotesse vi dimorassero durante le feste che si celebravano periodicamente nel santuario, in "clausura temporanea". Escluderei invece per loro una vita di "clausura permanente" a causa della impossibilità di abitare in modo continuativo nei nuraghi, da me già spiegata nella mia opera “La Sardegna nuragica”.


LE BITIE/PIZIE

I lettori attenti avranno notato che, parlando dell’oracolo o vaticinio come rito strettamente legato a quello della «incubazione», ho preferito parlare di "sacerdotesse" che lo esercitavano anziché di "sacerdoti". La mia preferenza non è stata determinata dal caso; al contrario mi sembra che esistano numerose prove, storiche archeologiche etnologiche ed anche linguistiche, le quali tutte spingono a ritenere che per il rito dell’oracolo si debba supporre assai più l’intervento di sacerdotesse-maghe che non quello di sacerdoti-stregoni.
Innanzi tutto si tratta di ricordare, sul piano storico, che per tutta l’antichità il rito dell’oracolo fu esercitato, in misura quasi esclusiva, da donne, le famose Pitie, Pizie (o Pitonesse) e Sibille, le quali erano sotto la protezione ed al servizio del dio Apollo o di qualche altro.
Fra Nuoro e Loculi esiste una cima di monte chiamata Punta Sibilla e una Sibilla operava pure nel santuario di Sibiola, presso Serdiana e in quello di Zurrài ad Isili. Nella grotta del Carmelo di Ozieri la tradizione popolare fa abitare Sa Sàbia Sibilla «La Saggia Sibilla», la quale profetizzava il futuro. Questa tradizione viene confermata da un passo dell’Angius, il quale riferisce che la grotta del Carmelo si riteneva che «fosse l’abitazione di certe streghe o fate, che diceano indovine, donne di lunghissima vita, sagge del futuro e però consultate come oracoli e potentissime di magica virtù».
Infine si deve considerare che in tutta la Sardegna la pratica della magia viene tuttora esercitata quasi esclusivamente dalle donne, le maghiárjas «maghe, maliarde», le quali ancora interpretano i sogni dei loro clienti e predicono il loro futuro. Al contrario la figura del «mago» è pressoché sconosciuta in Sardegna.
Sul piano archeologico abbiamo alcune prove dell’esistenza di sacerdotesse nel culto religioso dei Sardi Nuragici, di certo più numerose dei sacerdoti: si tratta dei bronzetti che presentano figure di donne, in posizione ieratica, con speciali abbigliamenti e con offerte nelle mani.
L’esistenza di sacerdotesse nel mondo sacrale dei Sardi Nuragici è confermata, sia pure in maniera implicita, da una notizia tramandataci da Solino, ma attribuita ad Apollonide: «Apollonide riferisce che nella Scizia nascono donne che sono chiamate Bithiae: queste hanno doppie pupille negli occhi e privano della vista colui che per caso abbiano guardato irate. Esse esistono anche in Sardegna». Si vede abbastanza facilmente che il vocabolo Bithia non è altro che una variante di quello greco Pythía «Pitia, Pitonessa». Considerato poi che il vocabolo greco è fino al presente privo di etimologia, è molto verosimile che siamo di fronte ad un vocabolo lidio o anatolico o pelasgico, il quale è finito con l'entrare sia nella lingua greca sia in quella protosarda o nuragica (vedi “La Sardegna nuragica” §§ 45,46,47; in questa mia opera vanno riscontrate le note e le immagini).

Narcotici e droghe

Resta infine un problema. Abbiamo già visto che il sonno incubatorio poteva durare perfino cinque giorni, di certo come effetto della ingestione di qualche narcotico o droga: abbiamo la possibilità di intravedere quale poteva essere di preciso questo narcotico? A me sembra di sì.
Sappiamo quasi di certo che nel santuario pagano di Sibiola, presso Serdiana, adesso mutato nella “Santa Maria di Sibiola”, era venerata la grande dea Artemide Sardiana o di Sardis, capitale della Lidia, terra di origine dei Sardi Nuragici e pure degli Etruschi. Ebbene, siccome da questa divinità ha derivato il suo nome l’erba chiamata «artemisia» (Artemisia absinthium L.), detta comunemente «assenzio», possiamo logicamente dedurre che la droga ingerita per il sonno incubatorio degli antichi Sardi era molto probabilmente l’assenzio. Questa pianta, molto diffusa in Sardegna, ha su chi la ingerisce in un qualsiasi modo, effetti allucinogeni e provoca notevoli turbe psichiche.
Ma c’è dell’altro: sappiamo che le antiche Pizie profetavano in stato di estasi, possedute da Apollo o da un altro dio: ed è probabile che pure le Pizie facessero uso dell’assenzio per la loro attività profetica.

mercoledì 28 febbraio 2018

QUADRO ODIERNO DEGLI STUDI SULLA LINGUA ETRUSCA


di Massimo Pittau

È da circa quarant’anni che io mi dedico allo studio della lingua etrusca, però assieme a quello di altre lingue vicine nello spazio e nel tempo, cioè il latino, il greco, il protosardo o paleosardo. Sia pure per il semplice effetto della mia salute e della mia longevità, io sono il linguista storico o glottologo che ha dedicato un così ampio lasso di tempo alla lingua etrusca. Ed ho pubblicato su di essa 18 libri e un centinaio di studi.
Di fatto io ho analizzato, studiato e tentato di interpretare e spiegare tutti i relitti di questa lingua, epigrafici e letterari, i quali assommano alla cifra di circa 12.000. Questi adesso sono registrati nel Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE) e ormai anche nel Thesaurus Linguae Etruscae (ThLE, I edizione 1978, II edizione 2009). E non si può negare che si tratta di una somma quasi stupefacente di vocaboli, di gran lunga superiore a quella di molte altre lingue frammentarie antiche, che sono assai lungi dal presentare una documentazione così ampia e anche così varia.
Tutto ciò premesso, con la mia acquisita esperienza di un quarantennio circa di studi, mi sento del tutto in grado di poter formulare un giudizio motivato sulla situazione dello “studio della lingua etrusca” nel momento attuale. Giudizio che espongo con le considerazioni seguenti.
1. Lo studio della lingua etrusca nel momento attuale è in una situazione che non si può non definire “paradossale” oppure “sconcertante”, perfino “buffa”, senz’altro “disastrosa” e comunque “antiscientifica”. Ciò è esatta e necessaria conseguenza del fatto che della lingua etrusca si sono impadroniti da un settantennio gli archeologi. Ed è chiaro a tutti che fra la archeologia e la linguistica esiste un oceano di differenze. In linea molto generale si deve affermare che l’archeologia studia “cose” od “oggetti”, mentre la linguistica studia “parole” o “vocaboli”. Ed è alla portata di tutti coloro che abbiano un minimo di cultura classica costatare l’abissale differenza esistente tra queste due discipline, le quali pure hanno il comune fondamento della ricerca storiografica.
2. Come si spiega la circostanza che soprattutto qui in Italia, patria della civiltà degli Etruschi, gli archeologi siano riusciti a impadronirsi dello studio della lingua etrusca e ad esercitare su di essa una forma di assoluto monopolio?
La questione è che gli archeologi hanno dappertutto, ma soprattutto qui in Italia, patria delle arti visive, un grande potere politico e un conseguente grande potere economico. Essi infatti interloquiscono continuamente coi poteri politici, coi Ministri, alti burocrati, Presidenti di Regioni e di Province, Sindaci di città grandi e piccole. Sono infatti gli archeologi “i consegnatari e i conservatori dei beni artistici” dell’Italia, quelli che decidono sulla loro conservazione, esposizione e pubblicazione. Capita infatti di frequente che direttori dei musei evitino per interi anni di pubblicare i reperti archeologici ed epigrafici rinvenuti di nuovo, con l’intento di effettuarne essi stessi la prima pubblicazione scientifica. Proprio come è capitato qualche anno or sono, quando il direttore di un museo si tenne nascosta la Tabula Cortonensis, rinvenuta di recente, per interi 6 anni e dopo farne uscire una sua pubblicazione personale.
In virtù del totale controllo dei nostri “tesori culturali”   pienamente previsto e consentito dalle leggi, gli archeologi sono ascoltati, ubbiditi, aiutati e vezzeggiati dalle amministrazioni di tutte le comunità locali italiane. Dalle quali essi ottengono sempre grandi mezzi economici per tutte le iniziative che essi propongono ed attuano. Mai gli archeologi hanno trovato difficoltà ad organizzare mostre, convegni e ad effettuare la pubblicazione delle loro opere.
Su questo specifico argomento delle pubblicazioni di valenza artistica gli archeologi sono bene accolti dai grandi editori, i quali, come sono in genere pronti a respingere le noiose opere dei linguisti costituite da grammatiche, vocabolari e da pesanti riviste specialistiche, così sono sempre pronti a pubblicare edizioni artistiche di lusso, fatte di bellissime fotografie e di bellissimi disegni. E parecchi archeologi hanno pure fatto la loro fortuna economica con la pubblicazione delle loro splendide e lussuose opere.
3. Gli archeologi hanno anche un immenso potere nel mondo universitario: ad esempio essi non hanno mai consentito che si aprisse in qualche Università italiana un insegnamento particolare denominato “Linguistica Etrusca”. La “Linguistica Etrusca” è da loro conglobata nell’insegnamento generale della “Etruscologia” e di questa essi ovviamente sono i padroni assoluti. E sono tanto sicuri di questo loro “paradossale” monopolio culturale, che sono essi stessi ad insegnare nelle Università italiane la lingua etrusca, facendo uso di manualetti del tutto privi di valore scientifico, che è perfino mortificante vedere entrare nelle aule delle nostre Università. Con questa indecorosa circolazione di quei manualetti e inoltre dei semplici capitoli che si trovano nelle opere generali di etruscologia, si spiega come sia ancora molto frequente perfino fra individui di elevata cultura classica, il concetto secondo cui “la lingua etrusca è tutta un mistero!”
4. Come finora hanno reagito e reagiscono i linguisti italiani e forestieri a questo monopolio culturale esercitato dagli archeologi sulla lingua etrusca? Quei linguisti che si sono adattati a questa posizione di umiliante sudditanza sono ben accolti dagli archeologi nei loro convegni di studio, nelle loro riviste e pubblicazioni, sia pure sottostando alle vedute e alle imposizioni dei padreterni della archeologia italiana, ad esempio mai effettuando “traduzioni” di testi etruschi, ma solamente proponendo “interpretazioni” generiche, mai effettuando confronti e comparazioni dell’etrusco con altre lingue, dato che gli archeologi credono al dogma della impossibilità di confrontare l’etrusco con una qualsiasi altra lingua. E siccome il primo strumento di un linguista storico o glottologo è quello di effettuare confronti e “comparazioni” fra le lingue studiate, con un tale divieto gli archeologi impediscono ai linguisti di fare esattamente il loro mestiere. Invece i linguisti che non sottostanno a queste restrizioni e a questi divieti degli archeologi vengono da questi trascurati del tutto ed emarginati, mai invitati a tenere lezioni nei loro convegni, mai invitati a presentare scritti per le loro pubblicazioni e riviste ...
E non soltanto, ma col potere che gli archeologi hanno ottenuto anche nel campo della editoria, riescono pure ad convincere gli editori a rifiutare le opere dei “linguisti eretici”. Esattamente come è capitato allo scrivente quando propose ad un importante editore italiano la pubblicazione di questo suo “Dizionario della Lingua Etrusca”. Per il suo rifiuto di effettuare la pubblicazione della mia opera, alla quale pure egli aveva all’inizio manifestato un vivo interesse, l’editore mi comunicò – per interposta persona - che non poteva andare contro il parere negativo dell’“Istituto di Studi ....” col quale egli aveva continui rapporti di collaborazione e di lavoro....
5. È cosa abbastanza nota che intorno all'origine degli Etruschi si è dibattuta nell'Europa moderna e colta, ad iniziare dal secolo XIX, una lunga e travagliata questione imperniata sul quesito: «Si deve prestare credito a Erodoto e ritenere vera la sua notizia circa la provenienza degli Etruschi in Italia dalla Lidia, in Asia Minore, oppure si deve accettare la differente notizia di un altro storico greco, Dionigi di Alicarnasso, circa il fatto che gli Etruschi sarebbero stati “autoctoni”, ossia nativi proprio e soltanto dell'Italia?». Le due teorie antagoniste sull'origine degli Etruschi, quella migrazionista riferita da Erodoto e quella autoctonista prospettata da Dionigi, hanno per lungo tempo tenuto sotto pressione numerosissimi studiosi, storici archeologi linguisti e storici delle religioni.
Negli ultimi decenni, nonostante che l'attuale scuola archeologica italiana sia nella sostanza favorevole alla teoria autoctonista di Dionigi, non si può negare che ormai si sono fatti più numerosi gli studiosi favorevoli alla teoria migrazionista di Erodoto e si tratta in particolare non solamente di archeologi, ma anche e soprattutto di storici propriamente detti, di storici delle religioni e di linguisti.
Facendo riferimento al campo specifico della linguistica storica o glottologia, è un fatto che i più recenti interventi che i linguisti hanno effettuato sulla classificazione della lingua etrusca, cioè quelli di Albert Carnoy, Marcello Durante, Vladimir Georgiev, Onofrio Carruba, Francisco R. Adrados, Alessandro Morandi e Helmut Rix, hanno dimostrato significative connessioni fra questa lingua ed alcune antiche dell'Asia Minore. Ed anche l'autore della presente opera è dell'avviso che essa sia da connettere appunto con lingue anatoliche ed in particolare con quella lidia ed inoltre ritiene che la tesi erodotea della migrazione degli Etruschi/Tirreni dalla Lidia in Italia sia quella sola da accettarsi.
Riesce perfino difficile comprendere gli esatti motivi per i quali da tutto un gruppo di studiosi moderni sia stata rifiutata la tesi migrazionista di Erodoto ed accettata invece quella auctotonista di Dionigi di Alicarnasso. In primo luogo infatti è indubitabile che a favore di Erodoto interviene la priorità cronologica rispetto a Dionigi, dato che il primo era vissuto nel V secolo a. C. e quindi era molto più vicino nel tempo agli avvenimenti narrati, mentre il secondo ne era molto più lontano, essendo vissuto nel I secolo a. C. In secondo luogo Dionigi era tutt'altro che portato ad approfondire a dovere la storia degli Etruschi ed a simpatizzare con essi, dato che invece era tutto inteso a sminuire il loro apporto alla creazione di Roma come grande potenza ed a tentare di dimostrare che invece Roma era una creazione o fondazione dei Greci.
In terzo luogo, mentre la tesi auctotonista di Dionigi non è stata confermata da alcun altro autore antico, quella migrazionista di Erodoto è stata accettata, condivisa e confermata da altri 30 autori antichi, greci e latini, e questi sono: Ellanico di Mitilene, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimno di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, Pompeo Trogo, Velleio Paterculo, Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Seneca, Servio, Solino, Tito Livio, Tacito, Festo, Rutilio Namaziano, Giovanni Lorenzo  Lidio, C. Pedone Albinovano. Anche dando per scontato che molti di questi autori antichi in realtà si sono fatti la loro opinione su quella degli autori precedenti, pure questa loro adesione ai precedenti è già per se stessa molto significativa.
Non solo, ma è molto significativo anche il seguente fatto: ancora in epoca romana gli abitanti della città di Sard(e)is (capitale della Lidia) avevano la convinzione di essere imparentati con gli Etruschi dell'Italia, dato che nel 26 d. C. chiesero al senato romano - senza però ottenerlo - l'onore di poter innalzare nella loro città un tempio da dedicare all'imperatore Tiberio; e chiesero questo in nome di quei vincoli di sangue che li legavano agli Etruschi, vincoli dei quali gli stessi Etruschi erano ancora consapevoli e convinti, come dimostrava un loro decreto ricordato dai Lidi (Tacito, Annales, IV 55,8).
E non è assolutamente accettabile l'ipotesi che tutti i citati 30 autori antichi e inoltre gli abitanti di una città anatolica e infine quelli dell'Etruria si limitassero a ripetere quella che sarebbe stata la "leggenda" di Erodoto, dato che è accertato che la notizia della trasmigrazione degli Etruschi è talvolta riferita da quegli altri autori con particolari che non risultano affatto nel racconto di Erodoto. Fra di loro mi piace citare il giudizio di un autore classico, molto noto ed autorevole anche in termini culturali e scientifici, L. A. Seneca (ad Helviam matrem de consolatione, VII 2): Asia Etruscos sibi vindicat «L'Asia rivendica a sé gli Etruschi». E c'è da osservare e da sottolineare che nei tempi antichi «Asia» significava «Asia Minore» ed in maniera particolare indicava la «Lidia» (LISNE 165); toponimo il quale trova esatto riscontro anche nella lingua etrusca, sia pure come antroponimo: AŚIA, ASIA (ThLE²).
A me sembra logico ed evidente che la testimonianza di 31 autori antichi, col padre della storiografia greca ed occidentale in testa, sia da privilegiare senza alcuna esitazione rispetto a quella del solo Dionigi di Alicarnasso. Inoltre non si può fare a meno di osservare che sorgono perfino molti e forti dubbi circa la "sensibilità storica e storiografica" di quegli studiosi moderni che invece sostengono la ipotesi autoctonista, che cioè di contro a 31 testimoni antichi preferiscono privilegiarne uno solo. A meno che non sia appropriato il giudizio che pure è stato formulato che la ipotesi autoctonista in realtà sia stata determinata dalla adesione di qualche autorevole studioso italiano alla dottrina fascista della “purezza della razza italica”.
6. Nelle mie ricerche sul sostrato linguistico prelatino della Sardegna, cioè sul Protosardo o Paleosardo, con mia notevole sorpresa mi imbattei in casi di concordanza di lessemi protosardi con lessemi etruschi. Soprattutto notai che i Greci chiamavano gli Etruschi Tyrrhenói, Tyrsenói intendendoli come «costruttori di torri» (da týrris, týrsis «torre») e inoltre l’autorevole geografo e storico greco Strabone (V,2,7) definisce Tyrrhenói anche gli antichi Sardi. Considerato poi che nella loro isola i Sardi hanno costruito circa 8.000 nuraghi in tutte le sue zone e considerato che nell’intero bacino del Mediterraneo non esiste alcun altro popolo al quale spetti, più di qualsiasi altro, il titolo di «costruttori di torri, di torriani, torrigiani, turritani», ho concluso che i veri ed originari Tirreni sono da intendersi i Sardi costruttori delle 8.000 «torri nuragiche». Più tardi la denominazione di Tirreni è passata ad indicare anche gli Etruschi in virtù del fatto che questi erano parenti dei Sardi, dato che gli uni e gli altri erano arrivati prima in Sardegna e dopo anche nell’Italia centrale partendo dalla loro lontana sede nell’Asia Minore e precisamente dalla Lidia, dalla cui capitale Sard(e)is i Sardi o Sardiani hanno pure derivato il loro nome. E in senso inverso anche i Tusci od Etrusci hanno derivato il loro nome da týrsis, týrris «torre», secondo questa trafila fonetica: Tuscus < *Turs-c-us < *Tuss-c-us; Etruscus < E-trus-c-us < *Turs-c-us < *Tuss-c-us.
A questo punto però tengo a precisare che il protosardo non coincide esattamente con l’etrusco per il motivo che il primo è arrivato in Sardegna attorno al 1250 a. C. ed è quindi più arcaico, mentre il secondo è arrivato in Etruria nel sec. VIII a. C. ed è quindi più recente.
7. Disattendendo del tutto dal diktat degli archeologi, che hanno sempre definito “la lingua etrusca non comparabile con nessun’altra lingua”, io ovviamente ho continuato col mio mestiere di “linguista comparatista” e pertanto ho proceduto a comparare e confrontare l’etrusco col latino, cioè con la lingua dei Latini e dei Romani, coi quali essi sono vissuti quasi in “simbiosi” per tanti decenni. Sia sufficiente ricordare che la dinastia etrusca dei Tarquini ha regnato sulla città di Roma per più di 100 anni e che, a parere del pur malevolo Dionigi di Alicarnasso (I,29,2), «molti degli scrittori sostennero che la stessa Roma era un città Tirrena» (cioè Etrusca).
In primo luogo ho indirizzato la mia attenzione comparativa alla terminologia religiosa dei Romani, sapendo già da fonti storiche che la religione dei Romani era stata fortemente influenzata da quella degli Etruschi. E di fatto sono riuscito ad individuare un discreto numero di vocaboli latini di carattere sacrale, in genere privi di etimologia, che trovano riscontro in altrettanti vocaboli etruschi.
8. Sempre nella mia attività comparativa ho constatato che circa 2.000 antroponimi etruschi corrispondono, più o meno esattamente, ad altrettanti antroponimi latini. Questa vistosa circostanza da una parte sottolinea la stretta simbiosi che si era determinata col passare dei decenni fra le gentes o famiglie gentilizie etrusche e quelle romane, dall’altra questa quasi stupefacente corrispondenza offre un’ottima opportunità per individuare il “significato” di molti dei circa 2.000 antroponimi etruschi. È senz’altro ben appropriato il forte rammarico che moltissime delle iscrizioni funerarie etrusche siano costituite solamente da antroponimi, ma questi, prima di essere solamente “antroponimi”, erano altrettanti appellativi, i quali offrono appunto l’opportunità di individuare il “significato” originario del precedente appellativo etrusco. Il frequente prenome o nome personale etrusco LARCE è testimoniato in una recente iscrizione in alfabeto latino come Large, ed allora dall’aggettivo lat. largus «largo, generoso, magnanimo» (finora privo di etimologia) è possibile dedurre che anche l’etrusco LARCE in origine significasse «largo, generoso, magnanimo». Dal prenome etrusco SPURIE, corrispondendo chiaramente all’aggettivo latino spurius «figlio spurio o illegittimo» è facile ed ovvio dedurre che anche l’etrusco SPURIE in origine significava «figlio spurio o illegittimo». Siccome il gentilizio etrusco SATURE corrisponde chiaramente all’aggettivo lat. satur «saturo, sazio», è facile dedurne che anche l’etr. SATURE significava «saturo, sazio».
9. Gli Etruschi hanno convissuto nel medesimo ambito spaziale e nel medesimo torno di decenni sia coi Latini e coi Romani nell’antico Lazio (Latium vetus), sia con i Greci del golfo di Napoli e della Magna Grecia. Sommati i vocaboli delle rispettive lingue latina e greca si arriva ad un Thesaurus greco-latino probabilmente superiore ai 200.000 lemmi. Ebbene, è pressoché assurdo, dal punto di vista statistico, che gli 8.000 lemmi che figurano nel Thesaurus etrusco non trovino riscontri anche numerosi coi 200.000 lemmi del Thesaurus greco-latino. E in linea di fatto io questi riscontri li ho trovati, consentendomi di dare un significato a vocaboli etruschi che ne erano finora privi, in virtù del significato dei rispettivi vocaboli greco-latini.
 10. Un analogo discorso mi sono fatto rispetto al Thesaurus indeuropeo ed un analogo risultato ho ottenuto rispetto agli 8.000 vocaboli del Thesaurus della lingua etrusca.
Anche da questo punto di vista era stato dagli archeologi imposto un altro diktat e ripetuto fino alla noia un analogo ritornello: l’“etrusco non è una lingua indoeuropea”. Per il vero, non pochi linguisti, anche autorevoli avevano già sostenuto la tesi opposta. Sì, proprio con la grande famiglia delle lingue indoeuropee od indogermaniche l'etrusco è stato connesso ed inserito da numerosi linguisti, come W. Corssen, S. Bugge, I. Thomopoulos, E. Vetter, A. Trombetti, E. Sapir, G. Buonamici, E. Goldmann, P. Kretschmer, F. Ribezzo, F. Schachermayr, A. Carnoy, V.I. Georgiev, W.M. Austin, R.W. Wescott, A. Morandi, F.C. Woodhuizen, F. Bader, F.R. Adrados, ecc.
È cosa abbastanza nota che ciò che soprattutto aveva spinto non pochi studiosi nel passato a dichiarare che l'etrusco non era una lingua indoeuropea, era la constatazione - che si riteneva di aver fatto - della mancata corrispondenza dei numerali etruschi della prima decade con la serie dei corrispondenti numerali indoeuropei. In quel periodo infatti si era ormai a conoscenza del fatto che lo stesso primo impianto della linguistica indoeuropea e cioè la prima formulazione della famiglia delle lingue indoeuropee aveva preso il suo avvio iniziale proprio dalla circostanza che già alcuni uomini di cultura, ad iniziare dal fiorentino Filippo Sassetti (1540-1588), avevano visto e segnalato alcune chiare corrispondenze fra i numerali latini e greci da una parte e quelli dell'antica lingua religiosa dell'India, il sanscrito, dall'altra. Ed allora si era ragionato nel seguente modo: «Siccome i numerali etruschi della prima decade non si inquadrano nella serie di quelli indoeuropei, si deve concludere che l'etrusco non è una lingua indoeuropea».
Senonché in uno studio del 1994 io ritengo di avere dimostrato che ormai si deve considerare come acquisito dalla linguistica il fatto che la maggior parte dei numerali etruschi nella prima decade trova un congruente riscontro fonetico con altrettanti numerali indoeuropei; come dimostra il seguente quadro:

θun, tun           lat. unum
2  zal, sal, esal, esl german. zwa, ted. zwei
3  ci, ki                  ------
4  huθ, hut           lat. quattuor
5  mac, maχ                ------
6  śa, sa             lat. sex, sanscr. ṣáṣ
7  semφ               lat. septem
8  cezp                   ------
9  nurφ               lat. novem
10 sar, śar, zar, θar, tar ------    

Ragion per cui d'ora in avanti si deve sostenere la seguente tesi del tutto opposta a quella su riferita: «Siccome anche i numerali etruschi della prima decade in maggioranza si inquadrano nella serie di quelli indoeuropei, si deve concludere che anche l'etrusco è una lingua indoeuropea».
11. D’altronde c’era e c’è di mezzo non un problema di alta metodologia linguistica, ma una questione di semplice buonsenso: siccome il “diktat” o il “dogma” della non appartenenza della lingua etrusca alla famiglia indoeuropea ha in linea di fatto bloccato per un intero sessantennio qualsiasi avanzamento della conoscenza di questa lingua, perché non si prova ad accettare la ipotesi opposta per vedere quali risultati darà? Io sono perfettamente convinto che si costateranno subito i risultati positivi di questa prova.
12. I risultati da me ottenuti riguardo alla “traduzione” – non semplice “interpretazione” - di testi etruschi sono ormai ragguardevoli: ho proposto di tradurre I) Numero 624 iscrizioni etrusche; II) Quasi tutte le defixiones. III) La Tabula cortonensis; IV) Il Cippus di Perugia; V) Le Lamine auree di Pyrgi, VI) Il Fegato di Piacenza; VII) L’elogio funebre di Laris Pulenas; VIII) La scritta di San Manno di Perugia; IX) La scritta dell’Arringatore; X) La scritta sepolcrale dei Claudii; XI) L’iscrizione del Guerriero; XII) Il piombo o “cuore” di Magliano; XIII) Ampli brani del Liber linteus di Zagabria; XIV) Ampie delucidazioni della Tavola di Capua (vedi M. Pittau, I grandi testi della Lingua Etrusca - tradotti e commentati, Sassari 2011, Carlo Delfino editore; ovviamente da me perfezionati negli ultimi anni).
I quali non sono affatto risultati di poco conto!




mercoledì 24 gennaio 2018

Ozieri, origine ed etimologia

di Massimo Pittau e Cristiano Becciu

Ozieri [Otziéri, localmente e in zona (B)Ottiéri] (cittadina del Logudoro centrale). L’abitante (B)Ottieresu . Le più antiche attestazioni del toponimo si trovano nel Condaghe di Salvenor (CSMS 181, 185, 191) come Othigeri, Otigeri, Otier.
- Per questo toponimo è molto plausibile la spiegazione seguente: può corrispondere all’appellativo pansardo gutta, gúttia, (b)úttiu, (b)uttíu, gúttiu, guttíu, gútziu, (g)útzu «goccia, stilla», che è da confrontare – non derivare – col lat. gutta (di origine incerta; ThLL, DELL, AEI, OLD). Pertanto è molto probabile che il toponimo Ozieri sia protosardo o sardiano col significato di «sito gocciolante o stillante», cioè «sito ricco di sorgenti», alcune tuttora chiamate Su càntaru, Cantareddu, Sa 'Ena (vena d'acqua) ecc.
- Ozieri è caratterizzato dal suffisso -éri, che ritroviamo negli appellativi protosardi ereméri «dafne gnidio», istiéri «polline depositato nel miele», tonéri «rilievo tabulare dolomitico» e negli altri toponimi Licchéri (Ghilarza), Mattaleri (Santu Lussurgiu), Oniféri (Comune di O.?), Orgheri (Buddusò), Oroeri (Teti), Ortuéri (Comune di O.), Troccheri (Tonara), Venathitheri (Mamoiada), tutti relitti protosardi (questo suffisso protosardo non è confondere con quello molto più recente di banduléri «vagabondo», barbéri «barbiere, secapredéri «tagliapietra», ecc.; NVLS).
- Tale nostra spieazione è luminosamente confermata da questi altri troponimi di certo protosardi: Gotziddái (Olzai), Guthiddái (conca ricca di acque, Oliena), Othiddái (Lodè/Onanì), Otieri (Irgoli) ; Guttánnaro, Guttibái (Nùoro); (G)Ottianu, (G)Uttianu (= Gocèano; vedi); Guttímene, rivu Guthioddo (Orgosolo), Guttulichè (Nùoro/Orani), Guttuíne (Loculi), funtana Buttiachis (Suni), Búttule (Ozieri; antico Gutule, VSG).
- L’abbondanza particolare di sorgenti è propria delle due coste dal Monte Rasu, come è dimostrato dalla costa (sa Costera o Gocèano,] volta a sud/est, dove si trovano ben sette villaggi, uno vicino all’altro, Anela, Bono, Bottidda, Bultei, Burgos, Esporlatu e Illorai.
- D’altra parte è anche possibile che la più antica citazione del nostro toponimo sia quella dell’Anonimo Ravennate (scrittore latino del VII sec. d. C.): Eteri praesidium. Rispetto ad Otieri è facilmente spiegabile una forma in parte errata di Eteri, dato che la prima vocale è pretonica e quindi facilmente esposta a mutare, per cui si può ipotizzare una forma originaria *Guteri.
- Questa nostra spiegazione viene rafforzata dall’analisi storico-linguistica  del citato Eteri presidium. Questo sarà stato disposto dai Romani per difendere dagli attacchi dei sempre ribelli e razziatori Sardi delle montagne la assai importante strada romana che andava da Calaris ad Olbia attraversando anche la Piana di Chilivani. Una conferma per questa ipotesi viene dal fatto che subito dopo l’Anonimo Ravennate cita un altro presidio chiamato Castra Felicia, il quale corrisponde chiaramente a Castra presso Oschiri . E c’ è da osservare il procedere dal meridione al settentrione secondo cui l’Anonimo Ravennate cita le località: Nora praesidium, Aque calide Neapolitanorum, Eteri praesidium, Castra Felicia.
- [Questo procedere dal meridione al settentrione è un’ottima prova del fatto che la varietà campi danese della lingua sarda si differenzia alquanto dalla varietà logudorese per il motivo essenziale che questa proveniva dal latino di Roma e del Lazio, mentre quella campidanese proveniva dal latino dell’Africa Proconsolare, che era omai diventata un grande centro di cultura romana e di lingua latina (vi erano nati gli scrittori Cipriano, Lattanzio, Tertulliano, Sant’Agostino, ecc.)].
- La lunga presenza dei Romani nella zona di Ozieri è chiaramente dimostrata dal vicino ponte romano (Ponte ‘Etzu) a sei arcate che valica il riu Mannu. In una mia visita di circa 50 anni fa avevo notato una specie di scacchiera da gioco incisa su una pietra levigata inserita all'inizio del parapetto del ponte nella riva sinistra: sarà stata adoperata come passatempo dai soldati romani in servizio di guardia. In una mia visita successiva purtroppo la pietra risultava scomparsa: buttata nel fiume oppure trafugata?
- Però il sito di Ozieri ha conosciuto la presenza umana anche molto tempo prima, in epoca nuragica e pure in quella prenuragica, come dimostrano sia il grandioso nuraghe Bùrghidu (Bùghhidu) sia quello  situato all’inizio della salita per Ozieri, detto di Santu Pantaleo,
sia infine i reperti archeologici rinvenuti nella grotte di San Michele, appartenenti a quella che per l’appunto è stata chiamata la “cultura di Ozieri”. Queste grotte sono il sito gocciolante per eccellenza, posto all'interno della cerchia urbana di Oziei.
La presenza di stanziamenti umani nel sito era determinata e favorita sia dalla notevole abbondanza di sorgenti sia dall’antistante Piana di Chilivani, molto adatta alle attività pastorale ed agricola.
-  Ozieri risulta fra i borghi della diocesi di Bisarcio che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 259, 901, 1745). Esso è citato nel Codice Diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna (CDSS II 98), nel Codex Diplomaticus Sardiniae, nell'atto di pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni d'Aragona del 1388 (CDS 831/1, 832/1), nel Codice di Sorres (CSorr 255 dell'anno 1471). Risulta ancora citato parecchie volte nella Chorographia Sardiniae (100.30; 126.31,32; 128.12,19,24; 184.28,31) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Ocieris.


domenica 21 gennaio 2018

D’accordo con Usai. La scienza è una cosa seria


Breve commento all’intervista di Oubliette Magazine al Soprintendente su Monte Prama

di Franco Laner



“Io osservo che le statue sono molto fragili e facilmente sbilanciabili; penso che non potessero restare in piedi a lungo, perciò credo che siano cadute da sole dopo qualche tempo; però non escludo un’azione violenta da parte di altri nuragici. In ogni caso mi sembra probabile che fenici e cartaginesi abbiano visto solo pietre rotte; possono aver continuato a romperle, ma che abbiano avuto l’intenzione di distruggere l’eredità culturale nuragica, dopo tanti secoli, è tutto da dimostrare…
In conclusione, nessun mistero e nessuna omissione; solo la dimostrazione, l’ennesima, che la scienza è una cosa seria e complessa, ovvero la conoscenza sulla base di dati storici e scientifici, sui quali ci si confronta mettendo da parte complotti, congetture ed invenzioni, questi ultimi elementi cardine della pseudoscienza, ovvero gabbare l’insipiente muovendone “la pancia” piuttosto che la testa, magari saggiandone le tasche nel mentre.”
La lettura di questa intervista ha mosso anche la mia di pancia. Fortunatamente il cesso non era distante!
Che bella osservazione ha fatto il Soprintendente:
“Io osservo che le statue sono molto fragili e facilmente sbilanciabili; penso che non potessero restare in piedi a lungo, perciò credo che siano cadute da sole dopo qualche tempo.”
Ecco, proprio come sostiene l’Intervistato, la scienza è una cosa seria e complessa: l’osservazione è solo il punto di partenza della ricerca scientifica. L’osservazione è importante, ma poi l’oggetto dell’osservazione va sostenuto con logica e consequenzialità. Va quantificato, ne vanno argomentate le deduzioni. Dire che le statue siano fragili non basta. È necessario quantificare la fragilità, argomentare la “sbilanciabilità”. Per far ciò è necessario conoscere le caratteristiche fisico-meccaniche delle pietre per scolpire, bisogna conoscere la scienza dell’equilibrio, ovvero la statica. Solo allora ha senso dedurre e validare un’osservazione.
Ma allora, quando chiesi -iteratamente- al Soprintendente Usai di avere qualche frammento per effettuare analisi e prove di laboratorio mi fu rifiutato sostenendo che non era necessario.
Commentare il resto dell’intervista sarebbe un esercizio inutile. Basti l’affermazione che un oggetto con un abaco, un echino, l’attacco della colonna sia un modello di nuraghe -nuraghi quadrati?- e non possa essere un capitello!
Perché? Ecco la spiegazione:
“Qui il problema è semplicemente archeologico: esistono capitelli nella civiltà nuragica? Un capitello ha bisogno di una colonna o di un pilastro di dimensioni adeguate, e anche ammesso che fossero in legno, una colonna o un pilastro hanno bisogno di una base in pietra di dimensioni adeguate, come si vede in molte parti del mondo, per esempio negli arcinoti palazzi minoici e micenei. Ma in Sardegna non se ne conoscono. Strano che nessuno, all’infuori degli archeologi che lavorano sul campo, pensi a queste semplici connessioni funzionali di elementi costruttivi.”
Ahimé, proprio dagli scavi di Monte Prama vengono fuori elementi cilindrici, di un paio di metri di lunghezza e diametro di alcuni decimetri, che ora non mi sento più di chiamare colonne.
Forse Usai, ammettendo che ci possano essere capitelli, dovrebbe conseguentemente sostenere che Monte Prama abbia datazione attorno al V secolo, quando in Grecia si cominciano a realizzare templi di pietra, al posto di quelli di legno.
Concordo con la conclusione di Usai: sulla scienza ci si confronta mettendo da parte complotti, congetture e invenzioni.

Perché non lo mette in pratica?