venerdì 28 aprile 2017

Cronaca di bassa archeologia


di Franco Laner



Nella mia ricerca per sostenere un’ipotesi a proposito della stabilità statica  delle statue di MP avevo bisogno dei dati di caratterizzazione meccanica del biocalcare con cui sono state fatte (in particolare resistenza a compressione, trazione, modulo elastico E, poi peso specifico reale e apparente, porosità).
Circa un anno fa chiesi tali dati al laboratorio di Li Punti e mi fu indicato il resoconto contenuto nel libro “Conservazione e restauro” ed. Gangemi, 2014. Cerco e trovo solo dati di caratterizzazione geologica. Eppure, da successive ricerche, trovo che tali prove erano previste nel protocollo delle indagini necessarie.
Mi rivolgo allora all’Istituto Meucci di Roma a cui erano state affidate le prove, ma mi viene confermato che non sono state fatte prove meccaniche.
Non desisto e chiedo al Dipartimento di geologia di Cagliari se ci sono prove sul biocalcare del Sinis o di MP in particolare. Niente.
Scrivo allora al Soprintendente archeologico di Cagliari per avere dei frammenti su cui, a mie spese, poter effettuare le prove.
Dopo un lungo tira-molla, la risposta è negativa. Per loro, non esistono valide ragioni per eseguire prove meccaniche.
A dicembre 2016, espressamente, vado a Cabras e raccolgo, fuori dal recinto videosorvegliato degli scavi, diversi frammenti di biocalcare e procedo a confrontarli con le micrografie originali di MP eseguite nell’istituto Meucci per individuare i campioni da sottoporre a prove meccaniche di cui riporto in sintesi i risultati (tabella 1).

Saputo del Congresso regionale di Serri “Notizie e scavi” mando un abstract per comunicare i risultati, utili, almeno per me, alla Comunità scientifica archeologica e non solo.
Il 27 marzo la Segreteria del Congresso mi comunica di aver accettato la proposta di comunicazione e dopo alcuni giorni mi manda il programma con l’indicazione della mattina del 22 aprile per l’esposizione. Mentre mi accingo a preparare la memoria accettata e posta in programma mi giunge la seguente richiesta:
Egregio professore,
durante la revisione del programma a cura del comitato scientifico è
emersa la necessità di alcune integrazioni opportune per valutare la
sua proposta di comunicazione. Relativamente alla sua proposta di
comunicazione emerge quanto segue:
si richiede di confermare se le analisi da lei descritte siano state
realizzate su campioni prelevati dalle statue di Monte Prama. Qualora
i campioni provenissero da altro giacimento, si richiede di conoscere
il punto di estrazione e le metodologie per cui tali campioni siano
stati ritenuti perfettamente coincidenti con il calcare utilizzato per
la realizzazione delle statue.
Inoltre, dall'abstract non è chiaro la relazione tra la prova
sperimentale e le problematiche archeologiche relative alle sculture.
Si resta in attesa di cortese e sollecito riscontro.
Distinti saluti
La segreteria organizzativa
Data10 aprile 2017
Pur giudicando perlomeno strana la richiesta, dopo che il Comitato scientifico aveva accettato la memoria, ma in linea con il diniego di effettuare prove meccaniche da parte della Soprintendenza, rispondo in questo modo:
Stimata Segreteria organizzativa del Convegno,
molto volentieri rispondo alle vs gentili richieste.
I campioni che ho utilizzato non sono ovviamente -mi sembra quasi offensivo il solo pensiero- provenienti dalle statue di MP per un duplice motivo. Il primo perché sono prove distruttive e come tali sarebbe come confessare un delitto di distruzione di un reperto. Operazione che non farei nemmeno se mi fosse chiesto dalla Soprintendenza.
Il secondo motivo perché non compio furti.
Ho cercato invece dei frammenti di biocalcare che avessero la stessa caratterizzazione geologica, desunta dalle microscopie fornite dall’istituto Meucci di Roma. Ho sottoposto a prova campioni della stessa struttura micritica e sparitica e con uguali foraminferi e altri organismi marittimi come echinodermi, bivalvi, globigerine, alghe, ecc.  e anche simili per presenza di quarzo (2% desunto da diffrattogramma) e soprattutto porosimetria, peso apparente e reale. Alcune di queste micrografie vorrei proiettarle nei minuti concessimi in modo da giustificare la stessa composizione minero-petrografica dei miei campioni rispetto a quelli delle statue di MP.
La relazione fra le problematiche meccaniche e quelle archeologiche, oggetto della vs seconda domanda, saranno proprio argomento della breve relazione che sintetizza uno degli 8 capitoli di un libro ormai in fase conclusiva di impaginazione e revisione dal titolo “Indagini su MP”. I risultati di caratterizzazione meccanica di cui anticipo i risultati sperimentali nella relazione accettata, come annunciato nell’abstract e che mette in relazione le difficoltà scultoree con alcune problematiche statiche stante l’intrinseca debolezza meccanica del biocalcare, d'altronde ipotizzata nella relazione di Rockwell e Mondazzi. In altre parole ho cercato di quantificare le loro intuizioni e perplessità con dati numerici e sperimentali, ovvero con numeri e non con aggettivi.
Ancora, per giustificare la necessità di caratterizzare i parametri di resistenza a compressione, trazione per flessione e Mod. E (previsti nel protocollo di prove nel programma di restauro delle statue a Li Punti) ho potuto ad esempio verificare se fosse possibile mettere una statua del peso di 8q sopra la lastra di chiusura dei pozzetti sepolcrali senza romperla, oppure se “lo scudo avvolto”, decentrato rispetto al corpo (scavi del 2014) e quindi inducente effetti di presso-flessione sulle caviglie, potesse rompere le caviglie. Ho potuto, in sintesi, effettuare verifiche statiche di parti di statua soggette a trazione proprio servendomi dei parametri meccanici per verificare lo stato di sollecitazione delle statue supposte stanti, con gli strumenti del mio mestiere e disciplina.
Spero di aver risposto alle domande della vostra mail e comunque sono disponibile a chiarire se ancora non fosse chiaro.
L’occasione per porgere cordiali saluti. Franco laner
Venezia 11 aprile 2017

Il 12 aprile la Segreteria organizzativa mi scrive comunicandomi di aver valutato positivamente il mio contributo, ma, viste le numerose richieste di partecipazione, dalla seconda revisione del programma, si è preferito privilegiare i risultati di nuovi scavi, trasferendo la sua comunicazione a poster.
Per me c’è solo una conclusione. L’autoreferenzialità dell’archeologia sarda arriva al punto di ostacolare, con mezzi meschini, le osservazioni fornite da altre discipline e soprattutto di non voler confrontarsi. Questo capisco. La ragione di tale atteggiamento, al contrario, mi sfugge totalmente.

Franco Laner
Venezia 28 aprile 2017





domenica 5 marzo 2017

Perché si ricostruisce


di Franco Laner

Il tentativo di rimettere in bella ciò che il tempo ci ha consegnato -mi riferisco in particolare alla ricomposizione dei guerrieri di Monte Prama- riporta d’attualità un’altra ricostruzione di cui mi ero occupato nel 1995 (“Conci adespoti e verità negate”, Tema, rivista di restauro, n.3/1995) in cui prefiguravo come le ricostruzioni fossero negative, perché soggettive e soprattutto per l’inevitabile manomissione dei “documenti” originali.

Cos’è dunque che origina questo forte bisogno di ricostruire un’opera distrutta dal tempo o dall’uomo, in particolare anche quando siano assenti i riferimenti certi all’autentico? Questa domanda, a cui ho difficoltà a dare risposta, mi è soprattutto presente in questo periodo che sono occupato per concludere alcune indagini sulla ricostruzione dei guerrieri (“Indagini su MP” è anche il titolo del libro che vorrei concludere!).
Forse dipende, come scrive M. Youcenar (Il tempo grande scultore), dall’ingenuo desiderio di esibire un oggetto in buono stato, come porta in ogni tempo la semplice vanità dei possessori. Ma il gusto del restauro radicale di ogni opera d’arte, nasce indubbiamente da ragioni più profonde dell’ignoranza, della convenzione, o del pregiudizio di una grossolana redazione in pulito dell’oggetto degradato……di tutti i mutamenti provocati dal tempo, nessuno intacca maggiormente le statue che gli sbalzi del gusto negli ammiratori.
Alla vanità aggiungerei una mai sopita voglia di riscatto: opera o statue, come identità isolana, arte come attività primigenia e culturalmente legittimante.
O semplicemente per dare in pasto ad un pubblico distratto, immagini e sensazioni oleografiche, pur nella consapevolezza dell’inganno, quasi che il falso, la menzogna sia superiore al vero, che i pezzi adespoti, sparsi sul terreno, sinceramente e meglio rappresentano.
Chi ricostruisce, manomette. Questa considerazione merita una spiegazione e lo faccio riprendendo la ricostruzione di Su Tempiesu, fonte sacra in agro di Orune. Ovviamente più che al tempietto, il mio pensiero va alla ricostruzione dei guerrieri di Monte Prama.
Dunque nel ricostruire si manomette e si sottraggono a studi successivi altre ipotesi per restringere il perimetro della verità.
Nel caso appunto della ricostruzione di Su Tempiesu, eseguita dall’archeologa M.A. Fadda, con il benestare della collega F. Lo Schiavo, si sono commessi errori di valutazione e di interpretazione.
Ne elenco qualcuno.
Ho notato, occupandomi di altre fonti (Su Lumarzu (Bonorva), Funtana Niedda (Perfugas) Irru (Nulvi) e pozzi (S. Cristina in primis) ma anche Proedio Canopoli a Perfugas, che questi monumenti sono realizzati con filari rigorosamente isodomi. Magari l’altezza dei conci e quindi dei filari può variare, ma il parallelismo dei piani di posa viene sempre rispettato. Penso (senza fatica!) che questa regola appartenesse anche a Su Tempiesu, come si vede nella foto prima del “restauro” (1), Tuttavia è stata elusa, come si vede attualmente (2).


1.      Foto di Su Tempiesu all’inizio del “restauro”. La muratura è rigorosamente isodoma
2.      L’attuale pendenza delle falde è di 45°. Il concio apicale indica minor pendenza. Io penso che la pendenza fosse di 60°, perché avrei un triangolo equilatero. La perfezione. Ma cosa c’entra cosa vorrei io? Nel cerchio col punto di domanda si vede la confusione e l’isodomia è negata!

La nuova muratura riflette un’idea soggettiva, contraria a quella ovvia, originaria. Induce comunque a fraintendimenti: per me è falsa. Ma se fosse vera?
Un’altra questione. Se si osserva il concio apicale del timpano (3), fotografato dai restauratori (bene!) e non rimesso in opera (ancora bene!), si vede subito come l’angolo fosse più ampio di quanto suggerisce la ripida pendenza delle falde, parzialmente ricostruite.
3.      Concio apicale. La foto può ingannare, ma i 45° sono impossibili!

Prendo comunque il goniometro e misuro. L’angolo apicale del Tempietto ricostruito è di 45°!
Ma l’apertura del concio apicale è di 55° (65° l’apertura della doppia decorazione).
Come nella ricostruzione dello scudo rotondo del guerriero di MP, esposto a Cabras, i restauratori non hanno misurato gli angoli. Se avessero misurato gli angoli degli chevron dello scudo lo avrebbero ricostruito pentapartito e non quadripartito, perché non ci sono angoli  di 90°!
Mi viene un sospetto. L’archeoastronomia è incomprensibile senza la trigonometria. Non sarà che l’ostilità nei confronti dell’archeoastronomia derivi da un preconcetto goniometrico?
Accenno infine ad un’altra ben strana questione che riguarda le protuberanze mammilliformi presenti su molti conci, in particolare a T dei pozzi e fonti nuragiche, interpretati dalle archeologhe del rifacimento di Su Tempiesu come funzionali al sollevamento dei conci e una volta messi in opera, scapitozzati (ne sono stati trovati più di 30). I conci di Su Tempiesu pesano 40-60 kg., che un operaio da solo solleva (ora sarebbe proibito, perché un operaio non può sollevare più di 30kg per legge. Ricordo che i sacchi di cemento fino a 40 anni fa pesavano 50kg!). Perché fare una fatica da bestia per sottrarre materiale e lasciare in rilievo le due protuberanze? E se si mettono in due sollevano anche un quintale!
Ho una idea, forse preconcetta, ma chi ha vissuto 3mila anni prima di noi, aveva una certa idiosincrasia per i lavori inutili, esattamente come noi!
Con idee costruttive del genere, che oltre tutto negano la stupenda simbolicità del concio a T mammillato (4), sarebbe meglio lasciar perdere anche la sola idea di restauro.

4.      Concio mammillato e a T di Funtana Niedda a Perfugas

La conclusione, che vale anche per MP: e se gli archeologi facessero gli archeologi e non si occupassero di ricostruzioni?
E’ un autogol! Mi è già stato fatto osservare dai vispi archeologi, che debbo star zitto, perché non sono un archeologo.
Nell’occuparmi di archeologia, trovo godimento.
Gli archeologi che si occupano di restauro, fanno dei danni irreversibili!
L’interdisciplinarietà potrebbe essere una buona soluzione.




mercoledì 8 febbraio 2017

Paulis e Zucca e l’ipotesi Nuragici Shardana


di Mauro Peppino Zedda

Lo  scorso 3 Febbraio  si è svolta la prima presentazione del saggio di Giovanni Ugas. Shardana e Sardegna, gli alleati del Nordafrica e la fine dei Grandi Regni (XV-XII secolo a.C.).
A presentarlo  il linguista Giulio Paulis e l’archeologo Raimondo Zucca.
Raimondo Zucca ha avviato la presentazione raccontando le gesta di Giovanni Ugas, che a partire da quando era ancora fanciullo trovò una statuina di Dea Madre neolitica a cui seguirono tanti altri rinvenimenti nella sua lunga carriera di archeologo.
L’aspetto più interessante del discorso di Zucca mi è parso la citazione di Lucia Vagnetti, una prestigiosa archeologa che esclude che i nuragici siano gli shardana in quanto nei contesti di cultura materiale nuragici sono assenti le tracce che attestano eventuali  armamenti.  Zucca, con l’intenzione di smentirla, ha segnalato che la Vagnetti non avrebbe tenuto in conto della cosiddetta tomba dei guerrieri scavata dallo stesso Ugas. Ma la citazione piuttosto che smentire la Vagnetti , ha messo in evidenza  che Zucca non è informato sul fatto che la tomba scavata da Ugas è una domus de janas  prenuragica che in deposizione secondaria conteneva una serie di spade anch’esse prenuragiche che niente ci azzeccano con il nuragico!
Nel suo argomentare Zucca ha citato una serie di elementi culturali risalenti al Bronzo Finale inutili al fine di dimostrare la tesi di Ugas. E non ha fatto alcun cenno al fatto che nessun elemento culturale del Bronzo Medio nuragico (ovvero l’epoca in cui furono costruiti i nuraghi) può far pensare ad un collegamento culturale dei nuragici con l’Egitto dei faraoni.
Fatto salvo il riferimento alla Vagnetti, nessun cenno è stato fatto alle tesi che escludono che i nuragici sarebbero gli srdn citati nelle cronache egizie.
Con meno fronzoli  la relazione di Giulio Paulis che con piglio si è dedicato ad illustrare il modo con cui Giovanni Ugas ha analizzato i testi egizi, tessendone sperticate lodi per l’analisi filologica, in particolare per l’interpretazione proposta sulla “stele poetica” di Tuthmosis III. Per Giulio Paulis la mirabile interpretazione di Ugas rappresenterebbe un caposaldo teoretico che comproverebbe l’ipotesi che assimila i nuragici agli shardana citati nei testi egizi.



Nella cosiddetta “stele poetica” di Tuthmosis III,  vi sono una serie di riferimenti geografici a genti tributarie del faraone egizio. Di questi fanno parte anche gli abitanti delle isole nel cuore della Verde Grande, area geografica  che per Ugas corrisponderebbe all’ Italia insulare e peninsulare. Secondo Paulis l’ipotesi sarebbe verosimile in quanto comprovata dal fatto che Ugas avrebbe scoperto che le citazioni dei popoli sarebbe stata eseguita seguendo un ordine geografico che si dipanerebbe in senso antiorario.
Per Giulio Paulis l’analisi filologica eseguita da Ugas sul cosiddetto “mappamondo” di Tuthmosis III sarebbe stata eseguita in modo esemplare. Io non sono d’accordo, e vi spiego perché.
L’interpretazione  di Ugas (cap III del libro citato) si differenzia dagli altri studiosi nella identificazione di tre sui tredici luoghi citati nella “stele poetica” di Tuthmosis III.  1) Per Ugas la definizione che altri interpretano come un riferimento ai Mitanni sarebbe un riferimento ai Messeni (nel Peloponneso); 2) la definizione riferita alle Isole di Utantiu, che altri interpretano verso le genti che abitavano le oasi del sahara per Ugas sarebbe un riferimento ai Libi della Tunisia;  3) il riferimento alle genti che abitavano nel cuore delle isole del Verde Grande che altri interpretano come le isole dell’Egeo per lui sarebbe un riferimento alla Sicila, Sardegna e Penisola Italiana.
Le ragioni per cui secondo Ugas termine MYTH sarebbe riferito alla Messenia invece che ai Mitanni si basa sull’idea che l’elenco abbia seguito un ordine geografico che si dipana in senso antiorario (cfr pp 60-61 op cit.).
Risibili le ragioni con cui Il riferimento alle isole di Utantiu che autorevoli studiosi interpretano come un riferimento alle oasi che costellano il Sahara, viene da Ugas spostato in Tunisia! Che le oasi possono essere interpretate come una sorta di isole in un mare di sabbia mi pare pertinente, mentre decidere che il riferimento ad Isole non sia un indicatore da seguire e ipotizzare che le isole di Utantiu sia un riferimento alla Tunisia mi pare pernicioso e mi stupisce e mi sconcerta che Giulio Paulis si sia lasciato convincere da un’analisi filologica così peregrina.
Perché Ugas colloca le Isole di Utantiu in Tunisia? Suppongo per non lasciare isolato il posizionamento delle isole del  Verde Grande in Sicilia, Sardegna e Penisola Italiana.
Dunque Ugas, dopo aver occupato la casella della Grecia con genti che altri collocano in Asia Minore cala il suo poker d’Assi spiegando che le Isole in mezzo al Verde Grande (che altri collocano in Grecia e nell’Egeo) sarebbero Sardegna , Sicilia e Penisola Italiana.
Dal punto di vista filologico sposta alcune caselle sia per dare un senso antiorario all’elenco geografico che per non lasciare lontana e isolata la Sardegna.
Ma nel suo spostare i popoli in posizioni funzionali  ad assecondare un ordine antioraio si dimentica di spostare gli Amu in luogo confacente al suo postulato, dunque lascia gli Amu nel Sinai cosicché il popolo che in elenco sta seconda posizione lo lascia in prima posizione nella sequenza geografica, in contraddizione evidente con l’idea che l’elenco abbia seguito un ordine geografico antiorario! Ordine che secondo Paulis sarebbe una meravigliosa intuizione filologica effettuata da Ugas.
Non capisco perché Ugas non abbia spiegato che vi è un’eccezione all’ordine antiorario da lui supposto (che  non se ne sia accorto?), e non capisco come mai nella mappa (tav V da pag 901) abbia invertito i numeri 1 e 2 rispetto all’elenco (pag 67 del libro in oggetto).  In pratica la cartografia che ha pubblicato presenta un ordine che non collima con l’elenco.



Dunque mi pare che l’analisi filologica di Ugas, che Paulis considera mirabile, mostra una distribuzione delle carte quantomeno sospetto, il suo poker d’Assi teoretico mi pare viziato da forzosi percorsi epistemologici, per me palesemente erronei.
In conclusione mi pare doveroso segnalare che non mi ha sorpreso il discorso di Zucca, mentre mi aspettavo un Giulio Paulis più prudente. Beninteso mi fa estremamente piacere che la tesi di Ugas sia sostenuta da altri studiosi, cosa utilissima all’analisi di una questione molto importante per la ricostruzione delle passate vicende dell’Isola.


P.S.  Sulle motivazioni per cui ritengo che i nuragici non possono essere i Shardana citati nelle cronache egizie vi rimando alla lettura di Archeologia del Paesaggio Nuragico (2009). 

lunedì 26 dicembre 2016

Giovanni Ugas e l’epistemologia


di Mauro Peppino Zedda

Nei giorni scorsi è arrivato in libreria l’attesissimo saggio di Giovanni Ugas. Shardana e Sardegna, gli alleati del Nordafrica e la fine dei Grandi Regni (XV-XII secolo a.C.).
Il saggio si dipana in 1024 pagine dense di scrittura, l’autore è stato parsimonioso in immagini, sia in quantità che in dimensioni.
Di seguito vi propongo un passo che condensa le motivazioni che hanno portato l’autore ad identificare i nuragici con gli Shardana citati nelle cronache egizie.

A pagina 661 del libro citato Ugas scrive: “… la Sardegna contava una popolazione ragguardevole, stimata in 400.000-700.000 abitanti, ed era in grado di armare un consistente esercito, ma, come si è detto, consistenti gruppi dei suoi abitanti dovevano essere costretti ad abbandonarla.
Sappiamo che al tempo dei nuraghi tra i Sardi vigeva ancora un regime ereditario matrilineare, come si evince dall’uso delle tombe collettive e soprattutto dal costume del sacrificio dei vecchi re, retaggio neolitico trapiantato in una società tribale. Anche la presenza di regine, come Medusa e Sarda, e di divinità femminili dominanti come la dea Luna (Diana/jana e orgia nella tradizione etnografica) è legata a costumi matrilineari. Come detto, poiché in regime di successione matrilineare diventava re (capo tribale e cantonale) chi sposava la principessa ereditaria, i figli maschi del capo erano necessariamente costretti ad andar via dalla comunità e occupare nuove terre al di fuori del cantone o della tribù, portandosi appresso una parte della popolazione giovanile. Un costume simile che obbligava i giovani ad emigrare era praticato tra le popolazioni italiche e in tal caso a imporre la cacciata dalla comunità, giustificata col sovraffollamento e la carestia, era una prescrizione religiosa, il “ver sacrum”, che rispondeva ovviamente ad una  esigenza politica, sociale. Ora, il proliferare nell’isola di migliaia di torri, castelli e villaggi è certamente in relazione con un modello di popolamento centralizzato che impone a una parte della comunità di  costruire nuovi insediamenti. Tale modello poteva reggere soltanto sino a quando nell’ambito dei confini tribali e cantonali vi erano terre da occupare e da spartire, perché altrimenti occorreva emigrare fuori dalla tribù se non fuori dall’isola. Una progressiva saturazione delle terre disponibili doveva portare a tensioni sociali interne sempre più gravi e dunque ad esigenze migratorie man mano crescenti.”.

Quel “Sappiamo” di Ugas mi pare sconvolgente, un “Sappiamo” palesemente inappropriato, un “Sappiamo” riferito a concetti che albergano solo nella sua fantasia piuttosto che nella comunità degli studiosi.
Ma ve li immaginate i figli dei capi tribù che devono sloggiare e dare spazio allo sposo della figlia del capo? Giovanni Ugas, oltre che fantasioso non è né logico né consequenziale. Se la Sardegna Nuragica fosse stata caratterizzata da un sistema sociale in cui invece delle donne si spostavano gli uomini si sarebbe assistito ad uno scenario costituito da un sistema articolato su uno scambio reciproco dove tutti si spostavano ma c’era spazio per tutti senza i defenestrati su cui fantastica Giovanni Ugas. Il discorrere di Ugas pare quello di un Azzeccagarbugli che fa tornare i conti a suo piacimento e godimento . Si inventa i defenestrati e poi spiega che si trovarono costretti ad invadere l’Egitto dei faraoni, alla ricerca di terre da coltivare! E perché proprio in Egitto, non sarebbe stato più comodo andare in Lazio e Toscana a quei tempi mezzo disabitate?
Nutro certezza  che se il passo vergato da Giovanni Ugas lo avesse scritto un qualsiasi appassionato di archeologia,  tanti archeologi lo avrebbero etichettato  come fantaarcheologia, chissà se avranno il coraggio farlo con l’allievo prediletto di Giovanni Lilliu
Concludo dicendo che se fossi professore di epistemologia  a Giovanni Ugas gli darei un bel zero spaccato!


P.S. Per chi volesse approfondire la strutturazione della società nuragica (compreso il sistema matrimoniale) e le motivazioni per cui ritengo che i nuragici non possono essere gli Shardana citati nelle cronache egizie consiglio la lettura di Archeologia del Paesaggio Nuragico (2009).

lunedì 28 novembre 2016

Archi e travi

di Franco Laner




L’osservatore sembra si stia chiedendo: ho un arco sopra la testa? Gli rispondo con l’articolo seguente.


Mia moglie mi ha fatto notare, in Facebook, alcuni commenti a proposito del nuraghe Alvu di Pozzomaggiore, in particolare degli amici Saba e Montalbano, che assieme ad altri si interrogano sui tecnemi costruttivi dei nuraghi, a secco (che non ci sia malta -ovvero inerti e legante- lo posso testimoniare avendo fatto analisi su presunte malte del Losa) e con conci sommariamente sbozzati.
Mi dispiace invece deludere la collega  Auguadro: se avessi un minimo di credibilità, farei davvero modificare la storia dell’architettura aprendo ogni storia del genere con il pozzo di S. Cristina, strappandolo all’archeologia, che pochissimo c’entra col mirabile ed emozionante documento costruito.
Comunque il problema di cui si tratta è un po’ più intrigante di quanto potrebbe apparire e soprattutto il parere estemporaneo di chi si avvicina ad una disciplina munito del buon senso non è sufficiente (ho spesso fatto l’elogio del buon senso comune, citando Raffaele La Capria, che nel bellissimo volumetto “La mosca nella bottiglia” chiarisce l’importanza del buon senso comune).
Talvolta  è però necessario conoscere i prolegomeni di una disciplina per formulare giudizi più approfonditi.
Ci sono due modi per coprire una spazio: o con la “trave semplicemente appoggiata”  e sue declinazioni (in pratica il trilite, come il dolmen) oppure con “l’arco” che però è spingente, a differenza della trave semplicemente appoggiata che dà reazioni verticali.
La trave deve essere realizzata con materiale che resiste a compressione e trazione. Nell’arco invece è sufficiente che il materiale resista a compressione. Ogni suo componente, concio, è solo schiacciato, mai teso e in questo fatto risiede la meraviglia delle strutture ad arco, a volta, a cupola di rotazione.
Intanto, per prima cosa, lasciamo perdere le priorità e le datazioni storiche, perché entrambe le soluzioni hanno precedenti storici in varie località e sono presenti anche presso comunità e territori non contigui, isolate fra loro. E’ come discutere su chi ha “inventato” il tetto spiovente a falde o piano…. Ci sono soluzioni simili e ovvie presso comunità più disparate e isolate, perché l’intelligenza dell’uomo è diffusa e risolve nello stesso, ovvio modo, le particolari situazioni. Ad esempio per far defluire l’acqua e allontanarla dalla fabbrica non c’è che la falda inclinata.


    



Archi naturali. La corrosione per acqua e vento lascia strutture che naturalmente si comportano ad arco (Ponte del Diavolo a Paullo e degli Innamorati ad Amalfi). Esistono molti ponti ad arco naturali e possono aver ispirato il sistema costruttivo



E così per coprire uno spazio: o si mette una trave di legno, o una lastra di pietra appoggiata ai muri o agli ortostati, o si ricorre all’arco.
Quest’ultima soluzione è diabolica (gli arabi dicono che il diavolo abbia inventato l’arco). Molti archi formatisi naturalmente sono chiamati ponti del diavolo e sono belle le leggende su questi ponti che hanno sullo sfondo la sconfitta del demonio. I romani hanno portato a mirabile compimento la tecnologia dell’arco, ma non l’hanno inventato. Resti di archi, oltrettutto realizzati senza centina, sono presenti nei territori mediorientali millenni prima di Cristo.



La figura che ho tratto da “Voci di Tecnologia dell’Architettura” ed. Tecnologos, Mantova 2006, è relativa alla voce “Tecnema e morfema”, che io stesso ho curato


Bando dunque alla ciance.
Mentre dal punto di vista visivo formale si può confondere e definire arco ogni struttura curva, dal punto di vista strutturale la differenza fra arco e trave è sostanziale: la trave trasmette carichi verticali, l’arco spinge e tale spinta può essere diversamente neutralizzata (es. con contrafforti, con tiranti, con grossi pilastri, ecc.).
Sia comunque ben chiaro che sto trattando l’argomento con categorie concettuali moderne. Sarebbe sciocco pensare alle soluzioni tecniche del passato con le nostre attuali categorie. In altre parole i costruttori nuragici non avevano sicuramente in testa la trave, l’arco, le reazioni, le sollecitazioni, il vettore forza, o il concetto di trazione per flessione…Bensì concezioni che a me almeno sicuramente sfuggono! Di certo possedevano categorie costruttive e pratici magisteri per realizzare ciò che è arrivato a noi.
Nel caso segnalato della  nicchia dell’Alvu la situazione è quella della piattabanda, cioè è un arco.
Ma nello stesso Alvu ci sono altre situazioni: c’è una pietra che appoggia sulla struttura rastremata e soprattutto un altro arco che si è naturalmente formato con un assestamento.
Poi c’è il mirabile stato di coazione dell’arco orizzontale della tholos, proprio di ogni nuraghe, che permette l’autocostruzione della cupola che ho sempre cercato di spiegare (v. “Accabadora” e “Sa ‘ena”) anche se con scarso successo.
Questa soluzione è la stessa che Brunelleschi ha adottato per la cupola fiorentina e che stupendamente è accennata nel film di questi giorni “I Medici”, quando la regia indugia con una ripresa all’interno della cupola fiorentina giunta al tamburo e fa vedere la rete di fili (la rete magica di Brunelleschi) che serviranno per tracciare gli otto archi in coazione che si alleano con la gravità per realizzare la cupola senza centina. Ma l’invenzione è di Brunelleschi, o i sardi l’hanno preceduta? Ma anche nei trulli è presente lo stesso artificio, così come negli antichi rifugi abruzzesi…Che senso ha la rivendicazione di risibili priorità?
Non è sufficiente dire che i costruttori nuragici hanno portato l’arte del costruire a secco al magistero più alto di questa tecnologia e che proprio anche in questa perizia, per i più incomprensibile, risiede la particolare cultura nuragica?
Proprio la comprensione dei sottili arcani costruttivi congelati nei nuraghi è stata la molla che mi ha spinto a scrivere “Accabadora, tecnologia delle costruzioni nuragiche”!
Povero quel popolo che ha bisogno di priorità inventive per legittimare le proprie radici culturali!
Si faccia un piccolo sforzo e si legga, anche se un po’ datato, l’illuminante libro di J. Diamond “Armi, acciaio e malattie” tascabili Einaudi, 1998 e forse si capirà meglio la questione della maglia rosa che spesso si vuol indossare per rivendicare priorità.
Il primo riferimento che mi viene in mente sulla risibilità delle rivendicazioni, è la priorità della statuaria di pietra rivendicata dai giganti di Monte Prama. Ma questo è un altro discorso!


venerdì 18 novembre 2016

Le radici della sorprendente flemma archeologica in Sardegna

di Franco Laner



                               


Il giorno 30 giugno 2014 si è rinvenuto un grande frammento di modello di nuraghe a terrazzo quadrato, noto in un altro esemplare nel Museo di Cabras




Amo la discussione. Ovviamente non leziosa o anacronistica, fine a se stessa e che mi lascia povero e sconfortato.
Fine ultimo di questa dichiarazione è un semplice fatto sul quale potrebbe essere stupido ritornare, se non fosse che esso è paradigma di questioni più generali, ostative ad una logica e rinnovata visione dell’archeologia nuragica.
Mi riferisco al ritrovamento, 2014, di un secondo capitello quadrangolare, inteso dagli archeologi isolani -da tutti gli archeologi isolani, perché nessuno ha mai smentito la definizione- come modello di nuraghe monotorre.
Non credo sia il caso di spiegare  cosa sia un modello. Perciò penso che scambiare un capitello per un modello di nuraghe presuma che ci siano nuraghi quadrati.
Così infatti si esprime l’archeologa Valentina Lionelli nel suo contributo nella summa del resoconto degli scavi di Monte Prama (Le sculture di Monte Prama, Gangemi editore, 2014):
Il tipo di coronamento quadrangolare è esclusivo del contesto di Monte Prama ed è presente con due esemplari, sebbene nel secondo si tratti solo di frammenti. L’attestazione di modelli con terrazzo quadrangolare ci spinge ad ipotizzare l’esistenza di nuraghi con terrazzi di questa forma.
In altre parole, se c’è il modello, certamente prima o poi verrà fuori un nuraghe quadrato!
Definire un capitello quadrangolare come un modello di nuraghe mi lascia basito! Impietrito, per restare in argomento!
Ancora non sono state rinvenute torri nuragiche quadrate e mai si troveranno, semplicemente perché impossibili da costruire con tecnologie murarie a secco. Con questa tecnologia costruttiva è già molto che si siano costruite torri circolari, dove appunto non ci sono angoli! E allora perché una tale strampalata definizione?
Non di meno mi lascia sbalordito chi, come il prof. Attilio Mastino (A. Mastino “Giganti. Simbolo della ricerca nell’Isola”, La Nuova Sardegna, 29 luglio 2014), storico ed ex Rettore dell’Univesità di Sassari, sia possibilista e scriva che non è da escludere che il modello possa avere una funzione architettonica come capitello. Insomma il modello di nuraghe potrebbe avere anche una funzione architettonica. Quale delicatezza diplomatica!
A fronte dunque di questa immane corbelleria forse val la pena chiedersi come sia possibile arrivare a tanto.
Perciò, in analogia con quanto si fa a fronte di casi sbalorditivi, si può tentare di ripercorrere a ritroso e trovare le radici che giustifichino la definizione  -ovvio solo in Sardegna- che un capitello sia un modello di nuraghe.
Accadimenti insoliti che ci lasciano increduli, come può essere leggere che un figlio ammazzi  i genitori -vedi Pietro Maso, criminale per aver così anticipata l’eredità-  o che qualcuno beva un intruglio con la speranza di guarire da un tumore o ancora pensare che il giorno e l’ora della nascita siano stati determinanti per la propria vita, possono essere ricondotti alla comprensione, non alla condivisione, se si ha la pazienza e capacità di ricomporre tutti i precedenti che hanno determinato l’atto inaudito e sorprendente. Sociologi e psicologi ci hanno abituato a trovare la giustificazione a ogni gesto insolito e spesso, forti di alcune condivisibili analisi, anche il giudizio viene sospeso.
Più vicino al nostro caso cito il ridicolo caso dell’ “agnello vegetale” della Tartaria.
Ancora nel 700 libri di botanica riproducevano –vedi voce molto ben documentata in Wikipedia-  la figura della “pecora-vegetale” per spiegare l’esistenza del cotone, che come tutti i filati, non poteva che avere origine animale. Questa creatura non faceva sorridere, né destare sospetto di bufala e illustri botanici, medici e letterati attestavano l’esistenza di tale balordaggine, sostenuta da narrazioni di viaggiatori e da prove.

    



Agnello-vegetale (da Wikipedia) della Tartaria. Molte altre immagini e descrizioni v. alla voce


Bisogna dunque fare un piccolo sforzo e ripercorrere a ritroso la questione dei modelli di nuraghe.
Prima del capitello quadrato, il capitello rotondo era stato definito sommità di un monotorre. Quindi se c’è un modello circolare, perché no quadrangolare?
A sua volta il modello di monotorre circolare era stato interpretato come tale visto che esistevano i modelli di nuraghe quadrilobati e i modelli dei quadrilobati assomigliavano a qualche nuraghe quadrilobato.
Perciò se c’è il modello di un quadrilobo, ci deve essere anche il modello del monotorre, oltrettutto assai più diffuso.
La definizione di modello di nuraghe di oggetti con quattro torri e una centrale, esempio S. Sperate (pietra), Ittireddu e Olmedo (bronzo), era stata coniata da Lilliu, in contrapposizione a Taramelli che li aveva collocati nell’ambito del sacro (modelli di tempio) a sua volta influenzato dagli studi di Frobenius che aveva visto nei modelli di tempio un modello cosmologico in tutte le antiche culture, orientali, africane, mediterranee.
In tutto il mondo la rappresentazione arcaica di quattro torri , divisione in quattro della terra, punti cardinali, con la torre centrale, axis mundi, è la raffigurazione cosmologica.
Gli esempi sono innumerevoli e una piccola antologia l’ho riproposta nel mio “Sa ‘ena” nel capitolo 4.3 “Nuraghe, imago mundi”.




Modello in pietra di nuraghe monotorre da Cheremule, loc. Sas Animas, Luisanna Usai


Pertanto, anche se non pretendo che il mio succinto viaggio a ritroso sia condiviso, si arriva in Sardegna a interpretare ogni oggetto colonnare, un basamento di colonna, un capitello, un qualsiasi cilindro, come modello di nuraghe. Ci sta dunque anche un capitello quadrato!
Ci sta anche la reazione difensiva dell’archeologo di turno che si meraviglia di essere criticato solo per aver proposto una estensione -pur lui coerente- dei modelli di nuraghe!
Parafrasando la favola di Oscar Wilde“L’amico fedele”, dove il perfido e ricco mugnaio Ugo, partendo da un perverso senso di sé e della sua generosità, riesce a sostenere la sua alterazione, infliggendo al povero contadino Hans ogni angheria e sopruso fino a farlo morire.
Insomma, assunto un preconcetto, si rischia di coniugarlo con altri preconcetti fino ad arrivare a conclusioni ridicole e insostenibili. Questo è quello che è successo nell’archeologia nuragica, impostata su una visione sbagliata di quella civiltà (nuraghe fortezza madre di ogni sciocchezza) ed è stata perseguita acriticamente, conformisticamente  e anche con meschini atti di servilismo accademico, fino ad arrivare a conclusioni insostenibili, ridicole ed inaudite, ma giustificabili dalla sommatoria di incoerenze successive, fino a chiedersi, sgomenti, come si possa ammazzare i genitori per godere subito dell’eredità.
Sostenere oggi che i cosiddetti modelli di nuraghe siano modelli cosmologici e che nulla hanno a che vedere coi nuraghi quadrilobati, se non dal punto di vista morfemico, è ritenuto una boutade alla Laner, assolutamente non condivisibile, proprio perché non si riesce a staccarsi dall’ ipse dixit di lilliana dottrina, nonostante che nessun archeologo al mondo -Sardegna ovviamente esclusa- non si ponga nemmeno il problema se un capitello quadrato possa essere qualcosa di diverso da un capitello e  tantomeno un modello di nuraghe monotorre.
A meno di non pensare che la Sardegna sia fuori dal Mediterraneo, culla di tutte le civiltà, e che la Sardegna non abbia contribuito a far crescere, recependo, elaborando, restituendo, il progresso culturale e civile, senza inutili preconcetti di risibili priorità.