mercoledì 24 gennaio 2018

Ozieri, origine ed etimologia

di Massimo Pittau e Cristiano Becciu

Ozieri [Otziéri, localmente e in zona (B)Ottiéri] (cittadina del Logudoro centrale). L’abitante (B)Ottieresu . Le più antiche attestazioni del toponimo si trovano nel Condaghe di Salvenor (CSMS 181, 185, 191) come Othigeri, Otigeri, Otier.
- Per questo toponimo è molto plausibile la spiegazione seguente: può corrispondere all’appellativo pansardo gutta, gúttia, (b)úttiu, (b)uttíu, gúttiu, guttíu, gútziu, (g)útzu «goccia, stilla», che è da confrontare – non derivare – col lat. gutta (di origine incerta; ThLL, DELL, AEI, OLD). Pertanto è molto probabile che il toponimo Ozieri sia protosardo o sardiano col significato di «sito gocciolante o stillante», cioè «sito ricco di sorgenti», alcune tuttora chiamate Su càntaru, Cantareddu, Sa 'Ena (vena d'acqua) ecc.
- Ozieri è caratterizzato dal suffisso -éri, che ritroviamo negli appellativi protosardi ereméri «dafne gnidio», istiéri «polline depositato nel miele», tonéri «rilievo tabulare dolomitico» e negli altri toponimi Licchéri (Ghilarza), Mattaleri (Santu Lussurgiu), Oniféri (Comune di O.?), Orgheri (Buddusò), Oroeri (Teti), Ortuéri (Comune di O.), Troccheri (Tonara), Venathitheri (Mamoiada), tutti relitti protosardi (questo suffisso protosardo non è confondere con quello molto più recente di banduléri «vagabondo», barbéri «barbiere, secapredéri «tagliapietra», ecc.; NVLS).
- Tale nostra spieazione è luminosamente confermata da questi altri troponimi di certo protosardi: Gotziddái (Olzai), Guthiddái (conca ricca di acque, Oliena), Othiddái (Lodè/Onanì), Otieri (Irgoli) ; Guttánnaro, Guttibái (Nùoro); (G)Ottianu, (G)Uttianu (= Gocèano; vedi); Guttímene, rivu Guthioddo (Orgosolo), Guttulichè (Nùoro/Orani), Guttuíne (Loculi), funtana Buttiachis (Suni), Búttule (Ozieri; antico Gutule, VSG).
- L’abbondanza particolare di sorgenti è propria delle due coste dal Monte Rasu, come è dimostrato dalla costa (sa Costera o Gocèano,] volta a sud/est, dove si trovano ben sette villaggi, uno vicino all’altro, Anela, Bono, Bottidda, Bultei, Burgos, Esporlatu e Illorai.
- D’altra parte è anche possibile che la più antica citazione del nostro toponimo sia quella dell’Anonimo Ravennate (scrittore latino del VII sec. d. C.): Eteri praesidium. Rispetto ad Otieri è facilmente spiegabile una forma in parte errata di Eteri, dato che la prima vocale è pretonica e quindi facilmente esposta a mutare, per cui si può ipotizzare una forma originaria *Guteri.
- Questa nostra spiegazione viene rafforzata dall’analisi storico-linguistica  del citato Eteri presidium. Questo sarà stato disposto dai Romani per difendere dagli attacchi dei sempre ribelli e razziatori Sardi delle montagne la assai importante strada romana che andava da Calaris ad Olbia attraversando anche la Piana di Chilivani. Una conferma per questa ipotesi viene dal fatto che subito dopo l’Anonimo Ravennate cita un altro presidio chiamato Castra Felicia, il quale corrisponde chiaramente a Castra presso Oschiri . E c’ è da osservare il procedere dal meridione al settentrione secondo cui l’Anonimo Ravennate cita le località: Nora praesidium, Aque calide Neapolitanorum, Eteri praesidium, Castra Felicia.
- [Questo procedere dal meridione al settentrione è un’ottima prova del fatto che la varietà campi danese della lingua sarda si differenzia alquanto dalla varietà logudorese per il motivo essenziale che questa proveniva dal latino di Roma e del Lazio, mentre quella campidanese proveniva dal latino dell’Africa Proconsolare, che era omai diventata un grande centro di cultura romana e di lingua latina (vi erano nati gli scrittori Cipriano, Lattanzio, Tertulliano, Sant’Agostino, ecc.)].
- La lunga presenza dei Romani nella zona di Ozieri è chiaramente dimostrata dal vicino ponte romano (Ponte ‘Etzu) a sei arcate che valica il riu Mannu. In una mia visita di circa 50 anni fa avevo notato una specie di scacchiera da gioco incisa su una pietra levigata inserita all'inizio del parapetto del ponte nella riva sinistra: sarà stata adoperata come passatempo dai soldati romani in servizio di guardia. In una mia visita successiva purtroppo la pietra risultava scomparsa: buttata nel fiume oppure trafugata?
- Però il sito di Ozieri ha conosciuto la presenza umana anche molto tempo prima, in epoca nuragica e pure in quella prenuragica, come dimostrano sia il grandioso nuraghe Bùrghidu (Bùghhidu) sia quello  situato all’inizio della salita per Ozieri, detto di Santu Pantaleo,
sia infine i reperti archeologici rinvenuti nella grotte di San Michele, appartenenti a quella che per l’appunto è stata chiamata la “cultura di Ozieri”. Queste grotte sono il sito gocciolante per eccellenza, posto all'interno della cerchia urbana di Oziei.
La presenza di stanziamenti umani nel sito era determinata e favorita sia dalla notevole abbondanza di sorgenti sia dall’antistante Piana di Chilivani, molto adatta alle attività pastorale ed agricola.
-  Ozieri risulta fra i borghi della diocesi di Bisarcio che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS 259, 901, 1745). Esso è citato nel Codice Diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna (CDSS II 98), nel Codex Diplomaticus Sardiniae, nell'atto di pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni d'Aragona del 1388 (CDS 831/1, 832/1), nel Codice di Sorres (CSorr 255 dell'anno 1471). Risulta ancora citato parecchie volte nella Chorographia Sardiniae (100.30; 126.31,32; 128.12,19,24; 184.28,31) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Ocieris.


domenica 21 gennaio 2018

D’accordo con Usai. La scienza è una cosa seria


Breve commento all’intervista di Oubliette Magazine al Soprintendente su Monte Prama

di Franco Laner



“Io osservo che le statue sono molto fragili e facilmente sbilanciabili; penso che non potessero restare in piedi a lungo, perciò credo che siano cadute da sole dopo qualche tempo; però non escludo un’azione violenta da parte di altri nuragici. In ogni caso mi sembra probabile che fenici e cartaginesi abbiano visto solo pietre rotte; possono aver continuato a romperle, ma che abbiano avuto l’intenzione di distruggere l’eredità culturale nuragica, dopo tanti secoli, è tutto da dimostrare…
In conclusione, nessun mistero e nessuna omissione; solo la dimostrazione, l’ennesima, che la scienza è una cosa seria e complessa, ovvero la conoscenza sulla base di dati storici e scientifici, sui quali ci si confronta mettendo da parte complotti, congetture ed invenzioni, questi ultimi elementi cardine della pseudoscienza, ovvero gabbare l’insipiente muovendone “la pancia” piuttosto che la testa, magari saggiandone le tasche nel mentre.”
La lettura di questa intervista ha mosso anche la mia di pancia. Fortunatamente il cesso non era distante!
Che bella osservazione ha fatto il Soprintendente:
“Io osservo che le statue sono molto fragili e facilmente sbilanciabili; penso che non potessero restare in piedi a lungo, perciò credo che siano cadute da sole dopo qualche tempo.”
Ecco, proprio come sostiene l’Intervistato, la scienza è una cosa seria e complessa: l’osservazione è solo il punto di partenza della ricerca scientifica. L’osservazione è importante, ma poi l’oggetto dell’osservazione va sostenuto con logica e consequenzialità. Va quantificato, ne vanno argomentate le deduzioni. Dire che le statue siano fragili non basta. È necessario quantificare la fragilità, argomentare la “sbilanciabilità”. Per far ciò è necessario conoscere le caratteristiche fisico-meccaniche delle pietre per scolpire, bisogna conoscere la scienza dell’equilibrio, ovvero la statica. Solo allora ha senso dedurre e validare un’osservazione.
Ma allora, quando chiesi -iteratamente- al Soprintendente Usai di avere qualche frammento per effettuare analisi e prove di laboratorio mi fu rifiutato sostenendo che non era necessario.
Commentare il resto dell’intervista sarebbe un esercizio inutile. Basti l’affermazione che un oggetto con un abaco, un echino, l’attacco della colonna sia un modello di nuraghe -nuraghi quadrati?- e non possa essere un capitello!
Perché? Ecco la spiegazione:
“Qui il problema è semplicemente archeologico: esistono capitelli nella civiltà nuragica? Un capitello ha bisogno di una colonna o di un pilastro di dimensioni adeguate, e anche ammesso che fossero in legno, una colonna o un pilastro hanno bisogno di una base in pietra di dimensioni adeguate, come si vede in molte parti del mondo, per esempio negli arcinoti palazzi minoici e micenei. Ma in Sardegna non se ne conoscono. Strano che nessuno, all’infuori degli archeologi che lavorano sul campo, pensi a queste semplici connessioni funzionali di elementi costruttivi.”
Ahimé, proprio dagli scavi di Monte Prama vengono fuori elementi cilindrici, di un paio di metri di lunghezza e diametro di alcuni decimetri, che ora non mi sento più di chiamare colonne.
Forse Usai, ammettendo che ci possano essere capitelli, dovrebbe conseguentemente sostenere che Monte Prama abbia datazione attorno al V secolo, quando in Grecia si cominciano a realizzare templi di pietra, al posto di quelli di legno.
Concordo con la conclusione di Usai: sulla scienza ci si confronta mettendo da parte complotti, congetture e invenzioni.

Perché non lo mette in pratica?

venerdì 12 gennaio 2018

Etruschi a Tavolara

di Massimo Pittau

A proposito della recente notizia del ritrovamento di un centro abitato degli Etruschi nell’isola sarda di Tavolara, mi permetto di intervenire per fare una importante precisazione, riportando un capitolo della mia opera “Storia dei Sardi Nuragici 8 Selargius, CA, 2007).

§ 64. L'"Orientalizzante" nella civiltà etrusca e nella civiltà nuragica

Che l'etnia etrusca non sia affatto autoctona nella penisola italiana, ma sia al contrario venuta dal di fuori è chiaramente dimostrato da due elementi che caratterizzano la sua civiltà al suo primo apparire: la repentinità e la maturità. In termini archeologici la civiltà etrusca si presenta innanzi tutto in maniera repentina od improvvisa nelle coste tirreniche dell'Italia centrale, senza alcun precedente adeguato nei luoghi e nelle città in cui essa si è affermata storicamente; in secondo luogo essa si presenta fornita di tutti i caratteri di una civiltà già matura, cioè già molto avanzata in termini di sviluppo civile e per di più enormemente ricca.
Per il vero questi due fattori della repentinità e della maturità sono stati messi in discussione e respinti dagli studiosi moderni appartenenti alla corrente autoctonista (§ 11). Questi infatti hanno tentato di dimostrare che fra la precedente «cultura villanoviana» dell'età del bronzo e degli inizi di quella del ferro affermatasi in Italia da un lato e quella etrusca dall'altro non sarebbe esistita alcuna soluzione di continuità, non sarebbe mai esistito alcun "salto" né quantitativo né qualitativo e che quindi la «civiltà etrusca» non sarebbe altro che il progressivo e lento sviluppo della precedente «cultura villanoviana», la sua naturale e progressiva "maturazione". Senonché questo tentativo degli autoctonisti è fallito, come doveva fallire, completamente, posto che nessuno studioso che non abbia idee fisse e preconcette da difendere, potrà sostenere con serietà e soprattutto con prove oggettive che esiste una esatta continuità di sviluppo e di maturazione, ad esempio, fra le modestissime tombe villanoviane costituite da due scodelle coperchiate l'una sull'altra e le tombe monumentali a pseudocupola dei primordi della civiltà etrusca. La circostanza poi - sottolineata ed enfatizzata dagli studiosi autoctonisti - della presenza di reperti villanoviani nei medesimi siti in cui si è poi sviluppata la civiltà etrusca non costituisce affatto una prova contraria alla tesi dell'origine anatolica o microasiatica degli Etruschi, ma anzi si staglia perfettamente nelle notizie storiche che ci sono state tramandate, quale quella di Plinio il Vecchio, che parla di 300 città strappate dai Tirreni od Etruschi agli Umbri, e quali quelle che conservano il ricordo della conquista da parte dei Tirreni/Etruschi di parecchie città dell'Italia centrale, come Cere, Pisa, Saturnia, Alsium ed anche Roma\1\.
Dunque i Tirreni/Etruschi invasori che venivano da terre d'oltre mare, cioè sia i Tirreni/Nuragici della Sardegna sia i Tirreni/Lidi dell'Asia Minore, non hanno in linea generale "fondato" propriamente le loro città, bensì si sono limitati a conquistare i precedenti centri di «cultura villanoviana» abitati dagli Umbri. E proprio così si può spiegare la circostanza che di alcune di quelle città si conoscevano due nomi, evidentemente quello originario dato dagli Umbri o dalle popolazioni italiche e quello successivo imposto dagli Etruschi: Agylla/Caere, Anxur/Tarracina, (A)Urina/Saturnia, Camaris/Clusium, Teuta/Pisa, Volturnum/Capua, ecc.\2\.
«La civiltà etrusca dell'età storica - ha scritto l'autorevole storico francese Jean Bérard, nella sua geniale opera La colonisation grecque de l'Italie méridionale et de la Sicilie dans l'antiquité - si afferma in opposizione a quella villanoviana nel cui seno si sviluppa; e nulla è più diverso e contrastante dalle povere tombe a incinerazione del periodo villanoviano delle ricche camere funerarie del periodo etrusco vero e proprio»\3\.
Lo ripeto e ribadisco: di fronte e di contro alle modestissime manifestazioni della precedente «cultura villanoviana», la «civiltà etrusca» si presenta in maniera repentina od improvvisa come una civiltà del tutto matura in termini civili ed inoltre caratterizzata da una ricchezza straordinaria.
Non solo, ma questa civiltà etrusca presenta una precisa e inconfondibile connotazione: quella di essere permeata e sostanziata da innumerevoli e chiarissimi elementi che rimandano all'Oriente mediterraneo: usanze, credenze religiose, vasi, armi, vestiario, moduli architettonici, plastici e figurativi, ecc. ecc. L'insieme di tutti questi elementi appartiene già alla più sicura e ormai indubitabile storiografia etrusca ed è entrato nel vocabolario degli studiosi col termine di «Orientalizzante».
Anche per l'«Orientalizzante» i moderni studiosi della corrente autoctonista hanno tentato una operazione disperata: i numerosissimi e vistosi elementi orientali che si trovano ai primordi della civiltà etrusca non sarebbero affatto il risultato dell'arrivo di folti gruppi di uomini dall'Oriente mediterraneo in Italia, ma sarebbero semplicemente il risultato di intensi scambi intercorsi - anche per il tramite dei soliti Fenici! - fra gli eredi della «cultura villanoviana» e le varie popolazioni del Mediterraneo orientale. Senonché ha giustamente fatto notare Jacques Heurgon, uno dei più acuti studiosi della civiltà etrusca, che gli elementi dell'Orientalizzante sono tanti e tali, che è difficile che siano il frutto di semplici scambi commerciali, mentre è assai più ovvio ritenere che siano il frutto di un massiccio arrivo di uomini orientali in terra d'Etruria (§ 11 e note).
Però è molto importante aggiungere e precisare che un fonemeno di «Orientalizzante» esiste sicuramente anche nella «civiltà nuragica»: come abbiamo visto ampiamente nelle pagine precedenti, pure usanze, credenze religiose, vasi, armi, vestiario, moduli architettonici, plastici e figurativi, ecc. dei Nuragici rimandano sicuramente e chiaramente all'Oriente mediterraneo. 

martedì 2 gennaio 2018

Spocchia dell’archeologia e archeologia della spocchia in Sardegna Consuntivo di un anno di attenzione e studio

di Franco Laner

Già l’atteggiamento altezzoso dà fastidio. Se però esso è accompagnato dal vuoto, il fastidio si trasforma in disagio. Voglio dire che si può tollerare la superbia di uno studioso vero, anche se l’umiltà paga con gli interessi, ma qualora l’altezzosità sia accompagnata dall’ignoranza, il rifiuto è doveroso e il malessere giustificato.
Questa è la sintesi di alcuni episodi provocati dai miei tentativi di capire gli ultimi eventi archeologici sardi, come la vicenda di Monte Prama, all’apice dell’interesse archeologico nell’Isola, assolutamente sconosciuta altrove, nonostante i tentativi promozionali della Regione, in particolare turistici.
Eppure l’anno si era aperto per me positivamente. Avevo chiesto di partecipare con una relazione sui risultati di caratterizzazione meccanica del biocalcare di Monte Prama al Convegno regionale “Notizie e scavi della Sardegna nuragica”, Serri, 20 aprile 2017. Dapprima la memoria era stata accettata e inserita nel programma del Convegno. Successivamente mi sono state chieste informazioni su come avessi reperito i frammenti sottoposti a prova. La relazione è stata quindi declassata a poster. Alla fine non relazionai sui risultati di caratterizzazione meccanica, che dimostrano che le statue non potevano stare in piedi, con buona pace degli organizzatori e dell’archeologia ufficiale, che non vuole discutere nemmeno alla luce dei dati di sperimentazione eseguiti da Laboratori specializzati.
Pazienza. E che dire della Soprintendenza archeologica di Cagliari che rifiuta sistematicamente ogni confronto su evidenti discrasie ricostruttive delle statue, con errori evidenti e dimostrabili, pur di sostenere assunti fantasiosi, come definire modello di nuraghe capitelli quadrati, scambiare chevron con parapetti apicali di legno dei nuraghi, ricostruire scudi quadripartiti al posto dei chiari pentapartiti ed attaccare membra posticce a corpi casuali con il risultato di esibire anacronistici Frankestein.
Trovo del tutto indegno il rifiuto della Soprintendenza - posso esibire il carteggio intercorso - ad uno studioso, pur esterno all’Archeologia sarda, accademico di disciplina non estranea ad una visione interdisciplinare e capace di apporti originali, di effettuare prove meccaniche e petrografiche, pur previste dal protocollo di indagine sulle statue, in assenza anche di dati del Dipartimento di Geologia di Cagliari. In altre parole, è concepibile ragionare, ricomporre, esibire oggetti di cui non si conosce la sostanza, la durabilità, la resistenza meccanica e quindi la scolpibilità?
Fortunatamente si possono ancora pubblicare nel nostro Paese i risultati di studi e ricerche, dedurre consequenziali giudizi e sottoporsi al confronto delle risultanze. Perciò ho potuto pubblicare “Indagini su Monte Prama” di cui sono orgoglioso, nonostante i legittimi giudizi dispregiativi, mai comunque sostenuti da prove, da logica o critica scientifica. I pochi giudizi sono stati espressi in forma anonima, quindi vigliacca.
Già vent’anni fa con “Accabadora” mi esposi sostenendo teorie distanti dall’ufficialità, lo stesso ho fatto con “Sa ‘ena” ed ora con queste “Indagini” ho chiuso la mia avventura archeologica sarda.
Mi dispiace che l’Archeologia si sia seduta sul coperchio dell’incommensurabile scrigno del patrimonio archeologico. Il peso enorme dei culi di pietrameri burocrati – impedisce che si sollevi il coperchio e che si goda del contenuto, sia culturalmente, sia economicamente.
Infine, per la gioia degli occhi ecco due foto, che M. Muscas mi ha spedito da Santa Cristina, straordinario monumento della storia dell’architettura mediterranea. La terra e il sole visti dalla luna e il sole nella geometria del pozzo. Astronomia che gli archeologi sardi non riescono a coniugare con l’archeologia, troppo intenti a solo ciò che brilla sulla punta del piccone, incapaci di alzare gli occhi della mente.

Venezia, 1 gennaio 2018


mercoledì 6 dicembre 2017

Congruenza linguistica protosarda ed etrusca



di Massimo Pittau








In Sardegna, nella sua zona centrale di Mores, Padria, Bonorva, Benetutti, Bono, Silanus, Norbello, Busachi e Samugheo, in occasione delle feste religiose e dei matrimoni, è tuttora in uso il cosiddetto tzicchi (tzikki), pane de ~ «pane di fior di farina».


In primo luogo c’è da precisare che per tzicchi si intendono numerose varietà di pane, tutte di «fior di farina», ma di forme assai differenti da paese a paese e pure di impasto e di cottura. Spesso presentano disegni floreali oppure sono lavorati con figure di uccelli. Talvolta presentano la rosella solare fatta con la cosiddetta “pintadera” oppure il nome del panettiere fatti con timbri di legno.


A pensarci bene, ciò che accomuna queste varie forme di tzicchi è il fatto che tutte vengono preparate in occasione delle feste, dunque tutte come «pane delle feste». Anche se ormai si trovano tutti giorni nei supermercati.


Del pane tzicchi aveva già parlato Max Leopold Wagner nel suo Dizionario Etimologico Sardo (DES II 589), ma senza prospettare alcuna etimologia del vocabolo.


Sia nel mio Dizionario della Lingua Sarda (Cagliari 2000) sia nella sua nuova edizione intitolata Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda (Selargius, CA, 2014, ormai anche in edizione digitale) io avevo riportato l’appellativo sardo probabilmente al franc.-ital. chic «fine, di lusso, di stile». Senonché mi sono accorto di avere sbagliato per due motivi: I) Essendo certamente il franc.-ital. chic un cultismo, esso sarebbe conosciuto e diffuso dappertutto nell’Isola e particolarmente nelle città e cittadine, mentre di fatto esso risulta documentato solamente in una zona limitata dell’Isola; II) Questo cultismo avrebbe dato origine, soprattutto nella sua parte finale, a varianti in rapporto alle diverse località isolane; il che invece non si constata per nulla.


Ciò premesso decido di ritornare ad una mia tesi originaria, che avevo pubblicizzato in precedenza nella mia opera Origine e Parentela dei Sardi e degli Etruschi (Sassari 1995), pgg. 231-232).


Io torno a connettere il (proto)sardo tzikki con gli etruschi ZIC, ZIK, ZIX «segno, disegno, pittura, firma», «scritto» (sost.), «libro»; ZICU, ZIXU «scriba, scrivano»; ZIXAN( probabilmente «segnano, disegnano, scrivono»; ZIXINA/E forse «segna(no), disegna(no), indica(no), scrive(ono)»; ZIXNE «segno, disegno, segnale, insegna, pittura», da confrontare coi lat. signum «segno» (finora di origine incerta; DELL, DEI, DELI) e sigillum «piccolo segno, sigillo» (Orazio, Ep., II, 2, 180 cita i Tyrrhena sigilla «bronzetti etruschi»); ZIXRI «da segnare, da contrassegnare, da firmare»; ZIXUNCE «(e) che (tu) segni!, (e) che (tu) scriva!», oppure «ha segnato, ha scritto»; ZIXUXE «segnò(arono), disegnò(arono), dipinse(ro), scrisse(ro), firmò(arono); ha(nno) segnato, disegnato, scritto, dipinto, firmato» (vedi Thesaurus Linguae Etruscae).


La piena e chiara conferma di questa mia tesi viene dal fatto che su pane tikki in alcune località viene detto pane pintau «pane dipinto»!







lunedì 4 dicembre 2017

Archeoastronomia in salsa turritana



di Mauro Peppino Zedda


In un mio precedente articolo in questo blog Archeoastronomia allaCabizza-Forteleoni analizzai l'articolo di esordio dei due astrofili turritani in campo archeoastronomico
Il loro primo articolo “La misura del tempo”, risultati preliminari, in Cronache di Archeologia, vol 8, 2011), trattava dell’orientamento delle 156 domus de janas. I due esordienti presentarono un "azimut", che non era il vero azimut geografico, ma un azimut corretto con l’altezza dell’orizzonte visibile.
Mi chiedevo perché i due astrofili Turritani non avessero seguito le procedure comunemente seguite dagli studiosi di archeoastronomia di tutto il mondo?
Perché Cabizza e Forteleoni, non presentarono i dati relativi all’azimut geografico, all’altezza dell’orizzonte e alla declinazione di ogni singolo orientamento?
Nell'articolo era presente pure una tabella che riportava i dati azimutali riferiti ai lunistizi maggiori meridionale e settentrionale, in cui i dati risultavano invertiti. Pensai ad un refuso piuttosto che a una scarsa conoscenza dei cicli lunari, dunque su questa questione non feci nessuna critica.
Nel loro secondo articolo (La misura del tempo. Il neolitico e lo stato delle ricerche, in Cronache di Archeologia, 10. La misura del tempo. Atti del 2° convegno internazionale di Archeoarcheoastronomia in Sardegna dicembre 2012, Sassari, 2013, pp 19-43) i due astrofili, citano il lunistizio maggiore meridionale, mentre avrebbero dovuto citare il lunistizio maggiore settentrionale, dunque l'errore presente nella tabella inserita nel primo articolo non è un errore dovuto ad un refuso, ma conseguente ad una scarsa conoscenza dei cicli lunari.
In relazione ai dati dell'orientamento delle domus de janas questa volta hanno seguito un criterio normale agli studi di archeoastronomia, presentando un azimut geografico, un altitudine e la relativa declinazione per ogni singolo orientamento.
Ma dall'analisi dei loro dati emerge un fatto curioso, quasi tutti i loro 300 (circa) azimut (eccezione di 5 domus de janas a Goni) sono espressi in numeri non interi. É difficile comprendere il motivo per cui hanno indicato l'azimut sempre con l'aggiunta del mezzo grado (69,5 – 98,5 – 82,5 ecc.).
Come può essere possibile che non abbiano trovato orientamenti caratterizzati da un numero intero?
Che tipo di bussola hanno utilizzato?
Che bussola eccentrica!
In tutto il panorama dell'archeoastronomia mondiale deve essere il solo caso in cui l'insieme delle misure viene presentato in questo modo.
Mi assale il dubbio che volessero far intendere di aver approssimato i valori al quarto di grado, ma nel giochetto gli è scappata la "virgola"...
I dati sull'altezza sempre con numeri interi (1 - 2 - 3 ecc). Bene, l'approssimazione è di mezzo grado, ed è giusto farla con i numeri interi
La declinazione l'hanno espressa approssimandola al decimo di grado, forse non sanno che quando si approssimano gli azimut e le altezza al mezzo grado, per la declinazione si deve riportare un dato anch'esso approssimato al quarto di grado per evitare che il dato in declinazione (frutto del calcolo sulla base dei dati in azimut e altezza) mostri una precisione che in realtà non c'è, per via della approssimazione precedente.
In premessa alla loro analisi quando descrivono le procedure utilizzate nella misurazione scrivono: "La scelta per lo strumento di misurazione è caduta sulla bussola, invece del teodolite o del Gps topografico – che garantirebbero elevate accuratezze inferiori al secondo d'arco,- per il fatto che le domus sono monumenti preistorici realizzati con tecniche di lavorazione spesso non di precisione e che oggi versano in gran parte in cattivo stato di conservazione.
La determinazione del dato da rilevare non è infatti sempre univoca e l'errore generato dalla scelta soggettiva della direzione è ben superiore a quello prodotto dal fatto di non aver utilizzato una strumentazione di alta precisione."
Il concetto è ripreso pari passo da diverse pubblicazioni di Michael Hoskin a partire dagli anni novanta, che sulla questione criticò Proverbio e Romano per l'utilizzo del teodolite anche dove non serviva, ovvero in classi di monumenti ove la direzione dell'asse d'ingresso non è definibile in modo univoco. I concetti metodologici enunciati da Hoskin li ho adottati e ripresi nei miei libri. Non so se Cabizza e Forteleoni siano arrivati a quelle stesse deduzioni in modo autonomo, ma comunque una citazione ci sarebbe stata bene.
Per quanto riguarda le loro conclusioni sul target dell'orientamento delle domus de janas scrivono:
il 96% dei rilievi ricadono nell'intervallo compreso tra azimut di levata e tramonto del sole al solstizio d'estate;
il 4% degli ipogei di conseguenza si affacci in un arco di orizzonte in cui non sorge mai il sole;
il 69% ricade nell'intervallo compreso tra la levata e il tramonto eliaco nel solstizio invernale;
il 98% è compreso tra la levata e tramonto della Luna nel massimo lunistizio meridionale.
In perfetta sintonia con il loro precedente articolo continuano a confondere il lunistizio meridionale con quello settentrionale.
Se la prima poteva essere una svista ora c'è la conferma che sul concetto di lunistizio Cabizza e Forteleoni hanno le idee confuse!
Comunque sia, seppur condotti in maniera maldestra, gli studi di Cabiza e Forteleoni hanno confermato i miei studi precedenti (vedi Belmonte e Zedda “From Domus de Janas to Hawanat: on the orientations of rock carved tombs in the Western Mediterranean” in proceedings of the SEAC 2005 Lights and Shadows in Cultural Astronomy, 2007 Isili) ripresi nel libro Astronomia nella Sardegna Preistorica (2013).
Su un campione di 649 domus de janas si è rilevato che il:
il 95% sono orientate entro l'arco di orizzonte che percorre il sole al sosltizio d'estate, un arco d'orizzonte pari a due terzi dell'intero orizzonte;
Il 5% entro l'arco di orizzonte dove non passa il sole, un terzo dell'intero orizzonte;
il 98% entro l'arco di orizzonte che percorre la luna al lunistizio maggiore settentrionale;
il 2% entro l'arco di orizzonte dove non passa la Luna.


martedì 14 novembre 2017

Calcio, Tempo e Spazio

Di Scopigno

Manlio Scopigno, mitico allenatore del Cagliari che vinse lo scudetto, il Filosofo del calcio.
Herrera era il mago, Scopigno il Filosofo.
Scopigno è il mio soprannome mi fu appioppato alle elementari dal mio compagno di banco Giorgio Lecis, senza alcun dubbio il migliore calciatore isilese della nostra generazione.
Nello sport ero una schiappa! A differenza di mio padre Luigi che era un campione, da militare si classificò  2° nei 3000 metri di corsa campestre, lo volevano arruolare nei carabinieri per fare sport e Nonno cercò l’accozzo per non farlo arruolare! È stata la mia fortuna! Se il corso degli eventi non fosse andato come è andato non sarei mai nato!
In seguito alla eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio, Buffon si è detto dispiaciuto “soprattutto a livello sociale”. Le cause della eliminazione sono lampanti, nelle squadre italiane  giocano pochi ragazzi italiani e soprattutto non esiste un grande club italiano dove l’ossatura portante sia costituita da un gruppo di giocatori italiani. Le squadre nazionali di solito fanno flop se non si formano attorno al nucleo forte della migliore squadra di club. Banale Watson!
Ma non è di schemi di gioco che voglio parlare, in Italia siamo tutti allenatori e io porto pure il soprannome del mitico Scopigno, da bambino tifavo l’Inter e il mio idolo era Boninsegna, Giorgio tifava il Cagliari di Riva e mi appioppa il sopranome Scopigno, non so perché!
Oggi tengo per il Cagliari, beninteso. A quei tempi ero un bambino innocente!
Che il calcio fosse un moderno Oppio dei popoli lo avevo già ben compreso trent’anni fa (oddio come passa il tempo!!!) leggendo Marx e Gramsci.
Ma per capire il livello inconscio dove agisce il fenomeno calcistico sono state fondamentali le letture dello storico delle religioni Mircea Eliade.
Ho conosciuto Eliade dopo una sua citazione in un articolo di Franco Laner (presentato ad un convegno a Saragozza nel 1993) dove Franco metteva in campo per la prima volta il fatto che i nuraghi rispondono alla funzione primaria di cosmizzare lo spazio e il tempo.
Concetti che poi ha brillantemente approfondito nei libri Accabbadora 1999, sa Ena 2011, e pure nel suo ultimo Indagini su Monte Prama 2017.
Temi che ho ripreso pure io sia in Archeologia del Paesaggio Nuragico che in Astronomia nella Sardegna Preistorica.
Di Eliade ho letto quasi tutta la pubblicazione scientifica  se dovessi consigliare un libro consiglierei di iniziare da Il mito dell’eterno ritorno.
Purtroppo parlare con gli archeologi sardi di come agiscono (nell’inconscio umano) e come emergono (nel vissuto) il tempo e lo spazio non è possibile per loro si tratta di Ostrogoto. Sono troppo presi dalla catalogazione dei cocci! Con una eccezione, Roberto Sirigu, l’unico con cui riesco pure a filosofeggiare.
Con le pubblicazioni mie e di Laner penso si sia dimostrato come i nuraghi sono funzionali a cosmizzare il tempo e lo spazio e pure Alessandro Mannoni (Religione e spiritualità della Sardegna nuragica 2014) è approdato in questa direzione.
Torniamo al calcio come oppio dei popoli, non il solo oppio ovviamente.
Il calcio è un rito, un rito atteso, che si svolge periodicamente.
Il calcio riempie il tempo delle persone.
Riempire il tempo e orientarsi nello spazio vissuto sono bisogni primari.
Cosa significa spazio in generale? Lo spazio non è solo un’area misurabile geometricamente , lo spazio inteso in termini di geografia umana rappresenta un insieme di segni (il nome di una strada, un monumento simbolico, religioso o profano , ecc,) che ordinano l’ambiente (in altri termini lo spazio in cui viviamo).
Dunque il calcio, attraverso i suoi rituali periodici, che riempiono il vuoto, avvinghia e a quel punto il calcio dominando la psiche diventa strumento atto a veicolare visioni del mondo.
Vi sono ragazzi (cito esempio estremo) delle periferie urbane che magari spendono tutto quello che hanno in tasca per andare a vedere una partita giocata da ragazzi che guadagnano milioni di euro. E poi ,come se non bastasse, fanno pure a botte con i tifosi della squadra avversaria!
Ma in generale il discorso non cambia pure per quelli che invece di andare allo stadio lo guardano in televisione il calcio diventa un mezzo che fornisce agli umani la possibilità di “consumare” (bellissimo il consumo del sacro di C. Gallini) rituali (anche se a livello inconscio), di riempire il tempo e  di considerare leciti, giusti e morali, diseguaglianze sociali che dovrebbero urlare vendetta!
Infine per non smentire il mio soprannome, penso di aver capito il successo del modo di giocare spagnolo. Quel palleggio estremo quasi a irridere l’avversario, lo poteva inventare solo gente che nella sua mente ha ben chiara la corrida, dove il povero toro viene irriso e sacrificato.
Dunque possesso palla, irridere avversario, e affondare il colpo appena si può.
Arte, classe e pazienza, come un Torero.
Certo per vincere servono pure i campioni, ma il gioco spagnolo ha dei vantaggi che poggiano su sentimenti e abitudini collettive che altri non hanno.
Ventura probabilmente ha sbagliato a far illudere i suoi che a Madrid potevano vincere, doveva prepararli a perdere, per poi averli psicologicamente pronti nello spareggio. Ma Madrid deve averli distrutti psicologicamente.

PS , come vedete pure io , coscientemente, casco in questo oppio collettivo, l’inconscio è troppo potente.