lunedì 7 settembre 2020

A su Romanzesu la scena è nel fascino della magia

di Bachisio Bandinu La scena è avvolta in una dimensione magica: nel silenzio della notte, sotto un antico firmamento, donne e uomini del nostro tempo stanno seduti sui gradoni della grande vasca del pozzo sacro nel santuario di Romanzesu, altri stanno in piedi come le pietre conficcate sul terreno, come le sughere della tanca.
Si avverte il sentimento del sacro, una sensazione di estraniamento e allo stesso tempo di familiarità: si sta in attesa che qualcosa avvenga, come se un mistero si svelasse. Ed ecco rinnovarsi l’antica scena di oltre 3000 anni: sono tornati i progenitori per rivivere i riti ancestrali, sono scesi nella grande vasca colma d’acqua per le abluzioni, per liberarsi dal male di vivere, dalle malattie del corpo e dello spirito. Rigenerati, si sono allontanati con movimenti rituali e sono risaliti lungo il percorso che conduce alle loro capanne e ai loro templi, sino al labirinto del grande tempio dello stregone. Per allontanarsi poi per i sentieri di Mandra ‘e Chervos. Sono tornati per rinnovare la memoria lungo il filo della storia. Contenti che il loro villaggio sia ancora abitato e che i loro eredi ne siano custodi. Così la loro storia ha senso, così la nostra storia ha senso. Poi noi, donne e uomini del nostro tempo, ci siamo ridestati dal sogno. Abbiamo ripreso coscienza dell’oggi e abbiamo provato la gioia della profonda comunione con i nostri antenati, grazie al luogo magico abbiamo vissuto gli antichi riti di liberazione dai mali della vita. Poi ci siamo guardati e ci siamo visti mascherati, come uomini primitivi a esorcizzare un male moderno. Allora, dai gradoni abbiamo rivolto lo sguardo al centro della vasca per una cerimonia di purificazione, ma nel grande vascone non c’è acqua lustrale, né il pozzo è per noi sacro. Così ci siamo accorti della nostra fragilità di uomini moderni, seppure capaci di andare su Marte: abbiamo affidato la nostra salvezza a un pezzo di tela per coprire il respiro, l’alito di vita, divenuto rischio di morte. Un virus, minuscolo e invisibile, ci ha reso meno protetti dei nostri antenati che nel santuario di Poddi Arvu avevano trovato rimedio ai loro mali invocando gli dei. Quel villaggio nuragico era luogo di fede e di salvezza, di incontri e di comunione. Gli abitatori avevano un rapporto fiducioso con il cielo e con la terra, con l’acqua e con il sole. Tra uomo e natura c’era una simbiosi: elevavano nuraghi verso il cielo per onorare gli dei e per studiare gli astri, noi eleviamo torri d’acciaio per il profitto di pochi rapinatori. Ci sentiamo poveri perché non abbiamo potuto vivere i nostri riti di fede e di speranza, neppure per il nostro patrono, neppure per la Madonna dell’Annunziata, e probabilmente neanche pro nostra Segnora de su Meraculu. Speriamo almeno nel tempo di Avvento, su Nenneddu ci donerà una rinnovata comunità. Lo porteremo anche nella casetta della cooperativa di Romanzesu. E propriu a sa cooperativa “Istelai” devimus torrare gratzias pro su donu de custos abbojos chi non aberin su chelu de su firmamentu e su sartu mannu de s’istoria. E gai torramus in pache chin sos Mannos nostros, pro nos dare fortza in su tempus presente e ispera pro su tempus inveniente. Eris e oje, torran tempos de dolu, ma nois amus presse de nos iscurrutare, pro torrare a cantare sos gosos de sas festas nostras e nos videre in caras nettas, lassanne sas macaras a su carrasecare.

martedì 30 giugno 2020

Significato simbolico di alcuni caleffatoi etruschi



di Franco Laner



Nel gruppo facebook Preistoria sarda al post di Fabio Manca su dei caleffatoi eruschi vi riporto alcuni commenti.

...: Molti reperti sono scomparsi dai siti Archeologici della Sardegna in diverse aree di grande interesse archeologico che fine hanno fatto e poi vengono fatti passare per altri siti Archeologici non Sardi più chiaro di così.

...: Sembrano dei Kernos, venivano usati nei rituali cerimoniali... Hanno diverse forme ma la struttura generale è quella.

...: di ispirazione nuragica

...: Secondo me rappresentano i nostri cari nuraghi!!!

: Nessuna meraviglia, il mondo nuragico era ben conosciuto sulla penisola italica. I ritrovamenti di manufatti certamente sardi lo comprovano (navicelle ceramiche ecc.).

: Che la frequentazione dei nuragici in terra etrusca non credo che ormai possa essere messa in dubbio, stante l'abbondanza di reperti sicuramente sardi trovati in moltissimi siti etruschi.

: Sì, hanno una grande somiglianza con i modello di nuraghe che troviamo in Sardegna ma credo che siano dei vasi da rito ,infatti le parti che sembrano delle torri ( come si vede nei modelli di nuraghe ), credo che avessero una qualche funzione forse scenica.




Prendo spunto da alcuni interventi di risposta alla domanda di Fabio Manca per ringraziare Donatello Orgiu per avermela segnalata e a Paolo Littarru per aver inserito il mio parere su questi modellini cosmologici, oggetto di mia curiosità e studio da tanti anni, riprendendo il parere di studiosi intervenuti nel Convegno archeologico sardo del 1929 organizzato da Taramelli, dove furono mostrati modellini assolutamente simili di quelli in oggetto. Ho dedicato un intero capitolo di “Sa ‘ena”, mi pare anche ben documentato, sull’immagine diffusa, specie in Oriente, del cosmo, fondato su 4 pilastri cardinali e l’axis mundi centrale, pianta di moschee antiche, base dei mandala. In ogni antica civiltà questo modello è stato riprodotto in molti oggetti d’uso rituale e sacrale.

Sono pertanto molto contento di essere venuto a conoscenza di questi due caleffatoi (termine per me nuovo, che significa “scaldavivande” ! = grazie internet!)

Sull’autenticità della provenienza dei due modellini cosmologici, vista la perfetta somiglianza dell’impianto della tomba di Porsenna, non ho sospetti (e perché mai dovrei?) poiché questa rappresentazione, pur diversamente declinata, è universale. Invece le trovo di squisita fattezza e colmi di simbologia: i 4 punti cardinali e quello centrale sono riprodotti anche sulle facciate, né mancano i ritualissimi chevron.

Che siano “scaldavivande” lo trovo surreale (non vedo segni di fuliggine, né riesco ad immaginarne le modalità d’uso possibili per scaldare cibo…

Vengo ora al mio commento, leggendo alcune risposte riportate. Mi pare che alcuni abbiano la sensibilità di separare il sacro dal profano. Questa distinzione è alla base di tante considerazioni, proprio a proposito della destinazione dei nuraghi, che appartengono alla sfera del sacro e non del profano (Nuraghe fortezza = madre di ogni sciocchezza).



Altre risposte appartengono alla cultura dell’isolamento masochistico e autoreferenziale di molti sardi, che necessitano di essere protagonisti ed esportatori di civiltà, primi in ogni attività sociale e culturale, non accorgendosi nemmeno di essere al centro del grande lago mediterraneo, dove hanno sbattuto le civiltà di tre continenti, dai cui hanno appreso e a volte rielaborato ed esportato . Mi pare comunque un campione esiguo ma assai rappresentativo della visione archeologica isolana, ben rappresentato dalle istituzioni accademiche e dalla soprintendenza, che continua a guardare solo il dito che indica la luna, incapaci di rapportarsi al mondo, chiusi in un risibile provincialismo. Si provi solo ad immaginare di scrivere, a margine di questa mostra romana, che i due calefattoi altro non sono che “Modelli di nuraghe”, provenienti dalla Sardegna. Anzi, si provino gli archeologi isolani ad avanzare quest’ipotesi agli archeologi, non solo continentali. Sarebbero esclusi per sempre dalla comunità scientifica. Al contrario in Sardegna, sono cooptati dalla disciplina, che conta meno di niente.
Un’ultima annotazione.
Riguarda la lapidaria conclusione secondo la quale i due modellini cosmologici rappresentano i nostri cari nuraghi. Sui nostri, non insisto, anche se appartengono all’umanità e mai pretenderò di convincere un sardo su quest’aspetto. Invece, molto semplicemente, nella frase c’è per me una verità: anche i nuraghi sono un’immagine cosmologica, una ri-creazione straordinaria del cosmo: così in cielo, così in terra.
Venezia, 30 giugno 2020

domenica 12 gennaio 2020

Nuraghe santu Antine di F. Campus


Recensione di Franco Laner


Mauro mi ha spedito per Natale l’ultima pubblicazione sul S. Antine. È un regalo, ma è anche un sottile e perfido stratagemma per riaprire alcune mie ferite, che lui sa che sono ancora purulente e non suturate.

Orbene questa guida di Franco Campus “Nuraghe santu Antine” (Ilisso 2019), sia perché scritta da un archeologo “emergente” (me lo auguro per lui, non per l’archeologia), sia perché trattasi del più intrigante e bel nuraghe, merita qualche osservazione.

La prima, da accogliere con qualche soddisfazione, è che non c’è la tesi del nuraghe-fortezza, madre di ogni sciocchezza. C’è in verità qualche refuso, si parla di bastioni, cammino di ronda, feritoie. Semplici sviste.

L’altro riferimento bellico, a scanso di equivoci, chiaramente riferito a Taramelli (per carità, non a Lilliu o a Contu) è a un vano del nuraghe, “ripostiglio di proiettili di ciottoli arrotondati cui era affidata la più efficace difesa”. Ciò che confermava la sua interpretazione del nuraghe come fortilizio.

In realtà – prosegue l’autore – le tracce di usura sembrano indicare piuttosto l’utilizzo degli stessi come pestelli per macinare o triturare granaglie…

Inciso: a tal proposito il compianto Massimo Pittau preferiva causticamente pensare al gioco delle bocce. Io a sfere celesti, e sono in buona compagnia, almeno della Madonna, che ne tiene spesso una in mano. Massimo Pittau, udite, udite, viene citato a proposito di una cella oracolare: che coraggiosa apertura!!! Peccato però che non sia poi citato in bibliografia, sarebbe stato pretendere troppo!

In sintesi, l’autore prende, pur con cautela, la distanza dal nuraghe-fortezza.

A questo punto non può sottrarsi alla domanda: se non erano fortilizi, cos’erano?

La risposta risiede in balbettii sconnessi. Sicuramente una reggia, perché c’era un’organizzazione feudale della società nuragica (Lilliu docet), e ci sono tutti i segni perché il nuraghe fungesse da abitazione (porte di legno o di pietra, finestre per illuminare i vani, soppalchi di legno per isolarsi dall’umidità e via delirando). Era luogo di riunioni assembleari e sala pubblica delle udienze. La presenza di pozzi indica una sorta di autonomia idrica, il che avvalora l’idea circa la sua destinazione polifunzionale. Bagni pubblici?

Ritira in ballo i solai di legno, come soppalchi, a metà tholos. Chi mai, dopo essersi rotte braccia e cervello per ricreare la volta celeste la interromperebbe con un soppalco? Allora, da subito, era meglio progettare un condominio!

Naturalmente – per l’autore – la destinazione d’uso del nuraghe ha avuto cambiamenti nel corso della storia, ma è indubbia la funzione di controllo dell’accesso alla pianura (ahia! Torna la funzione strategica militare) che marca il limite del territorio alla stregua dei siti cerniera, ovvero Reggia come fulcro di rapporti percettivi (!?).

Ok, mi è tutto molto chiaro!

La seconda osservazione riguarda l’ampio spazio che l’autore dedica con disegni e descrizioni alla costruzione del nuraghe. Non posso sottacere un consiglio che mi dette Pittau: “Quando ti occupi di archeologia, fallo con gli strumenti della tua disciplina, non con quelli dell’archeologia perché saresti vulnerabile e quindi non credibile”. Sacrosanto consiglio che ora estendo all’autore: lascia stare le tecnologie costruttive, l’organizzazione del cantiere, macchine e sistemi. La storicizzazione delle tecnologie costruttive è un argomento delicato, da specialisti, a meno di non accettare il ridicolo. Nei film storici, a volte, le comparse, dimenticavano di togliersi l’orologio da polso. Ora c’è attenzione a queste incongruenze!



Prendiamo ad esempio la tavola del cantiere del S. Antine e il dettaglio del carro trainato da due buoi. Il masso trasportato è di circa ¼ di mc, ovvero prendendo il peso specifico del basalto uguale a 2,5t/mc il suo peso è di 6-7 quintali. Questo peso sfonderebbe l’asse del carro, le ruote sarebbero inamovibili nel terreno (ci vuole un selciato…), la rampa è troppo pendente.

Non sarei così sicuro che gli operai fossero scalzi. Fa parte di quelle trasposizioni sciocche, che assegnano ai nostri progenitori categorie naif. Si sa, al contrario, che si vestivano e calzavano (v. ad es. l’uomo di Simulan, Oetzi)

Il piano di posa del masso sul carro è basso. Per la razionalizzazione del carro e per abbassare il piano di carico, sempre alto, si dedicò con una bellissima trattazione, di stampo illuministico, il matematico padovano (di Castelfranco) Rizzetti, nel ‘700. Eppure, basta guardare qualsiasi capitolo di storia della tecnologia per capire che i massi sono trasportabili solo con la slitta, anche dove la ruota fosse conosciuta. Sullo sfondo di questo modo fantasioso di trasporto c’è un’impalcatura lignea. Ammesso che questo accessorio fosse possibile, cosa serve l’impalcatura? L’immagine mi ricorda il cantiere medioevale, sul quale è stata operata una sorta di antichizzazione. Stessa operazione astorica di Lilliu, che immaginò l’organizzazione nuragica come quella feudale.


L’altro particolare dello stesso cantiere fa vedere la divisione di una grande pietra con cunei di legno. È una tecnica possibile, descritta già nell’antico Egitto, che sfrutta la dilatazione del legno quando bagnato. Ma la discrasia risiede nel fatto che la sbozzatura dei conci avviene sempre in cava e non a piè d’opera, per evitare il trasporto di elementi troppo pesanti. Altrimenti dovremmo assegnare al nuragico la mentalità da cretinetti. Che un fumettista trasporti categorie moderne al passato -v. Hanna & Barbera – è divertente e simpatico, ma che lo faccia un archeologo è disdicevole.



Illustrazione della Bibbia per ragazzi. Il caricamento delle copie di animali sull’arca è immaginato come oggi si carica un Ferry Boat. Simpatica idea. Divertente. Ma l’archeologia può essere ludica? Sembra di sì.
Potrei continuare, ma sarei noioso e incomprensibile. Ad esempio, si parla di malta di fango. La malta è tale quando ci sia un legante (pozzolana, calce, cemento, ecc) nell’impasto. La muratura nuragica è a secco. Magari ci fosse stata la malta. I problemi sarebbero stati molto, molto più semplici e forse si sarebbero potuti realizzare anche gli ipotetici mensoloni di coronamento dei nuraghi.

Esilarante il disegno che mostra l’insegnamento del tiro con l’arco: il bersaglio è la pelle di bue come l’oxhide di rame, sotto lo sguardo attento dei giganti di Monte Prama, ovviamente con lo scudo in testa…

Suvvia, incommensurabile Pittau, riposa in pace!

Ps

Si narra che Gesù, nella sua predicazione per la Galilea, compiva miracoli. Uno storpio, alzati e cammina! Un cieco? Vedi! Un sordo, senti! Fece uscire dalla grotta anche Lazzaro, morto da giorni.

Lo immagino, tutto incazzato e imprecante, che si toglie le bende, mentre esce dalla tomba.

Sul ciglio della strada, seduto e con la testa fra le mani, giaceva uno sconsolato.

Gesù chiese agli apostoli chi fosse costui. Informatisi, si appurò che fosse un archeologo.

Allora Gesù si chinò e pianse con lui.




domenica 29 dicembre 2019

La Luna nel Pozzo


di Mauro Peppino Zedda


Il 10 di Gennaio 2020 presso Il tempio a pozzo di Santa Cristina a Paulilatino, si svolgerà un seminario Internazionale di archeoastronomia.

Con relatori:

Arnold Lebeuf (Università di Cracovia),

Franco Laner (Università di Venezia),

Paolo Littarru (studioso di Archeoastronomia),

Silvano Tagliagambe (Università di Cagliari),

Mauro Peppino Zedda (studioso di Archeoastronomia).

La serata si conclude con l'osservazione del fascio di luce lunare che centrerà il filare marcatore del lunistizio medio settentrionale, al momento del passaggio in meridiano della Luna.

Un dato astronomico che unitamente al marcatore (il filare alla base del pozzo) del lunistizio maggiore settentrionale (che cadrà nel 2025), fanno del tempio a pozzo di Santa Cristina uno straordinario strumento in grado di essere funzionale alla previsione delle eclissi.

Questo è il primo di una serie di incontri tesi a valorizzare il significato astronomico di questo straordinario monumento, incontri annuali tesi a seguire la discesa del fascio di luce lunare nella “camera oscura”, ovvero nella cupola, del pozzo sacro.

Il pozzo come luogo sacro ed insieme strumento utile a misurare il tempo, sacralizzandolo.

 

giovedì 5 dicembre 2019

Archeoastronomia in salsa turritana 2011-2019

di Paolo Littarru

Il 29 novembre scorso ho partecipato al convegno "la misura del tempo " a Sassari,  organizzato per il settimo o ottavo anno consecutivo dal Circolo Aristeo e dalla società Astrofila Turritana.  Gran parte degli interventi non aveva nulla a che vedere con l'archeoastronomia e pertanto era con tutta evidenza fuori tema. Un intervento mi ha colpito in particolare, quello di Michele Forteleoni su un fantomatico calendario stellare nuragico. In 30 anni circa in cui mi sono occupato di archeoastronomia,  non avevo mai sentito una  proposta di tale  imbarazzante, superficialità. 
Dal 2011 gli organizzatori dei convegni dichiarano l'internazionalità dei loro studi senza che una sola riga delle loro proposte sia stata pubblicata in riviste scientifiche del settore.
Di seguito un estratto del libro "Il contadino che indicava la luna " di Paolo Littarru Ed. ARACNE 2019, sull'approccio del circolo Aristeo e della Società Astrofila Turritana all'archeoastronomia.

Ma come si sono rapportati gli archeologi sardi al crescente interesse verso l’archeaostronomia, approdata per mia iniziativa anche su alcuni quotidiani locali?
Nel 2011 il Circolo Aristeo (nella persona dell’archeologa Simonetta Castia) in collaborazione con la Società astronomica Turritana (gli astrofili Michele Forteleoni e Gian Nicola Cabizza) ha avuto un approccio quantomeno originale all’argomento dell‘archeoastronomia, fingendo di ignorare la risonanza mondiale degli studi di archeoastronomia di Mauro Zedda, eludendo completamente il corpus di pubblicazioni esistente sul tema ed organizzando nel 2011 il Primo convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna (ignorando totalmente tutti i precedenti di cui si è detto, alla presenza di figure, peraltro, ben più prestigiose). In nota riportiamo l’altisonante comunicato stampa.[1]
È interessante notare come il Rettore dell’Università di Sassari, probabilmente riferendosi agli studi di Mauro Zedda, sui quali era certamente informato, abbia messo in guardia da un eccesso di prudenza verso «un approccio capace di gettare nuova luce su questioni assai dibattute».
L’importanza dell’archeoastronomia e l’eccesso di prudenza che l’ha accompagnata viene colta in pieno, quasi con le parole di Kuhn, proprio dal Prof Mastino, storico romanistico e non archeologo in senso stretto e pertanto estraneo al paradigma dominante. Un allievo del prof. Lilliu, nel frattempo divenuto ordinario Alberto Moravetti, del cui sarcastico approccio all‘archeoastronomia abbiamo parlato in precedenza, auspicava invece ora un approccio congiunto per evitare il pericolo dell’autoreferenzialità ed anche in questo passaggio pare lampante un’allusione agli studi dell’autodidatta (ma per nulla autoreferenziale!) Mauro Zedda, contro cui aveva scagliato i suoi strali in precedenza.
Come definire se non proprio come autoreferenziale invece la chiusura localistica degli archeologi sardi all’apporto degli archeastronomi britannici Michael Hoskin e Clive Ruggles, quest’ultimo addirittura archeologo preistorico?
L'archeologa Castia li menziona però nel testo introduttivo «non è poi così difficile immaginare la rilevanza che rivestiva, nella quotidianità, l'osservazione diretta dei fenomeni celesti. Sono utili per una migliore comprensione le parole di Clive Ruggles, il padre dell'archeoastronomia»[2].
Non pare condivisibile l’affermazione secondo cui Ruggles sarebbe il padre dell'archeoastronomia, anche se certamente è uno dei più autorevoli studiosi della materia, ma appare singolare che la dottoressa Castia abbia citato come riferimento scientifico lo stesso Ruggles che aveva accolto favorevolmente gli studi di Mauro Zedda da almeno dieci anni e che continuerà a frequentare la Sardegna negli anni successivi per valorizzare gli studi dello stesso Zedda, ma anche degli studiosi da lui coinvolti come Hoskin, Belmonte e Lebeuf.
G. Cabizza (fisico) e M. Forteleoni (astrofilo) esposero in quell‘occasione gli esiti di uno studio sull'orientamento di 156 domus de janas[3].
A corredo dell'articolo vi era un apparato bibliografico veramente modesto, senza alcun riferimento agli studi risalenti a quasi un decennio prima, quasi a disconoscere perfino l’esistenza.
Tentando di non cadere nell’eccesso di tecnicismo, pare opportuno esprimere qualche ulteriore considerazione sullo studio, in quanto rivelatore dello status di neofiti dei suoi redattori in materia di archeoastronomia.
I dati relativi all'orientamento delle domus, infatti, mancano dell'altitudine e della declinazione, essenziali per coglierne il senso astronomico, come Mauro fece notare nel corso del convegno. Ma a una più attenta lettura dello studio, è possibile notare che l'azimut riportato non sia il vero azimut geografico ma un azimut corretto a seconda delle altezze dell'orizzonte (La misura è stata ripetuta più volte e successivamente corretta in base alla declinazione magnetica dei luoghi, e all'altezza dell'orizzonte visibile). In altre parole quando l'orientamento presentasse un azimut geografico di 122° con 3° di altezza loro nei dati avrebbero riportato un azimut corretto di 125°.
Oltre alla errata o quantomeno inusuale indicazione dei dati di misura, l’articolo dimostra perfino confusione nell'indicare i dati azimutali dei lunistizi settentrionali e meridionali (i dati di riferimento sono invertiti e come vedremo non si tratta di un refuso).
L'assenza dell'altitudine e della declinazione nei dati esposti, la confusione sui lunistizi, unita ad un apparato bibliografico assolutamente inadeguato, lo fa apparire come un autoreferenziale lavoro di principianti. Insomma il primo studio con cui un’archeologa sarda si affacciò maldestramente all’archeoastronomia, pare un tentativo di chiudere il recinto quando i buoi sono scappati, ignorando totalmente 20 anni di studi pregressi di Mauro Zedda e presentando lacune che quasi certamente non avrebbe superato il referaggio di alcuna rivista scientifica della materia.
L’intento pare oggi molto chiaro: introdurre tardivamente l’archeoastronomia sorvolando sul ventennale lavoro già esistente in materia. Lo studio fu condotto con fondi pubblici regionali [4].
Nel 2012 si svolse, sempre a Sassari il secondo convegno organizzato dal Circolo culturale Aristeo La Misura del tempo[5]. Gli atti furono editi a dicembre 2013 in occasione del terzo convegno che si tenne congiuntamente a quello della Società Italiana di Archeoastronomia a cui partecipò anche Mauro Zedda.
Nel 2013 si celebrò a Sassari il terzo convegno del Circolo Aristeo La Misura del tempo al quale venne accorpato il convegno annuale della Società Italiana di Archeoastronomia.
Il convegno veniva qualificato dagli organizzatori come internazionale, sebbene non fosse presente neppure uno straniero tra i relatori e nonostante le scarse citazioni di studiosi esteri in bibliografia.
Tra tutti, una citazione sarebbe stata sicuramente dovuta a Michael Hoskin, a proposito della descrizione che Castia et al. forniscono delle tecniche di misura in archeoastronomia:
 
La scelta per lo strumento di misurazione è caduta sulla bussola, invece del teodolite o del Gps topografico – che garantirebbero elevate accuratezze inferiori al secondo d'arco, - per il fatto che le domus sono monumenti preistorici realizzati con tecniche di lavorazione spesso non di precisione e che oggi versano in gran parte in cattivo stato di conservazione.
La determinazione del dato da rilevare non è infatti sempre univoca e l'errore generato dalla scelta soggettiva della direzione è ben superiore a quello prodotto dal fatto di non aver utilizzato una strumentazione di alta precisione.
 
Il concetto, riportato tra le righe dell’articolo di Castia et al. è infatti ripreso quasi testualmente da diverse pubblicazioni di Michael Hoskin a partire dagli anni novanta, che sulla questione criticò gli astronomi Proverbio e Romano per l'utilizzo del teodolite anche nei casi in cui tale strumento non sarebbe servito, ovvero in in classi di monumenti per i quali la direzione dell'asse d'ingresso non è definibile in modo univoco[6]. I concetti metodologici enunciati da Hoskin sono stati ripresi anche nei libri di Mauro Zedda, ovviamente mai citato dal team turritano.
Il gruppo archeo-astrofilo Castia, Forteleoni e Cabizza presentò uno studio preliminare sul sito Pranu Mutteddu di Goni. La relazione è ancora in attesa di pubblicazione, mentre sono gia stati editi gli atti della SIA.
In un secondo studio[7] il gruppo Castia, Cabizza e Forteleoni prosegue l'analisi dell'orientamento delle domus de janas, con un campione triplicato rispetto al precedente. Questa volta il gruppo di ricerca turritano aveva seguito il consiglio espresso da Mauro Zedda nel precedente convegno e dunque i dati furono infatti correttamente espressi corredati dall'azimut geografico, della altezza e della declinazione.
Un fatto però appare curioso e pare opportuno riportarlo in quanto ulteriormente e fortemente indicativo dello status di neofiti dei proponenti: al contrario delle altezze tutti gli azimut riportati nello studio sulle domus non sono espressi in numeri interi. Non si comprende proprio perchè l'azimut venga sempre indicato con l'aggiunta del mezzo grado (esempio 1.5, 2.5, etc.) mentre l'altezza venga sempre indicata con numeri interi (1, 2, etc). È ovvio che in un caso e nell'altro l'approssimazione sia di mezzo grado, ma quando si decide per tale approssimazione si opta per i numeri interi. Perchè complicare le cose?
Che tipo di bussola è stata utilizzata? Possibile che nessuna misura sia indicata da un numero intero? A fare del facile sarcasmo, verrebbe da evidenziare che si tratti di una bussola piuttosto eccentrica! In tutto il panorama dell'archeoastronomia mondiale si ritiene sia il solo caso in cui si sia scelto di presentare in tal modo gli esiti di uno studio.
La declinazione, poi è stata espressa con approssimazione al decimo di grado, essendo forse i redattori dello studio ignari del fatto che quando si approssimano gli azimut e le altezza al mezzo grado, per la declinazione si riporta un dato anch'esso approssimato al quarto di grado. Questo al fine di evitare che il dato in declinazione (frutto di un calcolo a partire dai dati in azimut e altezza) mostri una precisione che in realtà non esiste nella realtà, ma che deriva invece dall‘ approssimazione precedente.
Le conclusioni del gruppo turritano sul target dell'orientamento delle domus sono le seguenti:
 
a)      il 96% dei rilievi ricadrebbero nell'intervallo compreso tra azimut di levata e tramonto del sole al solstizio d'estate; (NB non specificano se si tratti dell’arco percorso dal sole o del suo complemento; l’esito è quindi chiaro solo agli specialisti)
b)      il 4% degli ipogei di conseguenza si affaccerebbe in un arco di orizzonte in cui non sorge mai il sole;
c)      il 69% ricadrebbe nell'intervallo compreso tra la levata e il tramonto eliaco nel solstizio invernale;
d)      il 98% sarebbe compreso tra la levata e tramonto della Luna nel massimo lunistizio meridionale ma tale dicitura è palesemente errata, in quanto i dati si riferiscono invece al lunistizio maggiore settentrionale.
 
In perfetta continuità con il loro precedente articolo, gli studiosi continuano a confondere il lunistizio meridionale con quello settentrionale. Se la prima volta sarebbe potuto trattarsi di una svista ora c'è la conferma che sul concetto di lunistizio Cabizza, Forteleoni e Castia dimostrano una evidente confusione. Cabizza e Forteleoni sono stati quindi ed oltretutto imprecisi anche nel riportare i target individuati a seguito del loro studio, che confermano comunque le precedenti analisi di Mauro Zedda[8], il quale indicava che:
 
a)       il 95% (97% al nord, 92% al sud) ricadono nell'arco di orizzonte che percorre il sole al solstizio estivo;
b)      il 96% ricadono nell'arco di orizzonte che percorre la Luna al lunistizio maggiore settentrionale.
 
Insomma, la prima tardiva e maldestra incursione degli archeologi sardi nell’archeastronomia, oltre che dalla colpevole elusione di più di venti anni di studi pregressi, pare viziata da imprecisioni che rivelano lo status di neofiti dei proponenti.
Pur poco originale, pare comunque encomiabile l’intento dell’archeologa Simonetta Castia di avventurarsi in materia di archeoastronomia riproponendo le analisi archeoastronomiche sulle domus de janas già eseguite da Mauro Zedda. Ma non ci si può esimere dal rilevare l’inesperienza del team di misura e la dimenticanza (malafede?) nell’omettere vent’anni di ricerche pregresse in materia, proponendo i loro lavori come originali e il loro convegni come i primi in materia. Neppure un cenno ai congressi già tenutisi dal 1992 ad oggi ed in particolare al congresso della SEAC (Société Européenne pour l’Astronomie dans la Culture) del 2005 a Isili, avente come chairmen Mauro Zedda e Juan Antonio Belmonte.



[1]Primo convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna A cura dell'associazione Aristeo
SASSARI. L’orientamento delle tombe neolitiche presenta ricorrenze non casuali che implicano l’adozione di un possibile criterio nel posizionamento degli impianti funerari realizzati dai sardi antichi. È ragionevole supporre che i prenuragici avessero una certa confidenza con i fenomeni del cielo, nozioni funzionali alla conoscenza di un elementare calendario utile alle comunità di agricoltori e allevatori sparse nell’isola.
Sono i primi, importanti risultati, benché parziali, emersi dai lavori del I convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna, svoltosi nei giorni scorsi a Sassari nell’aula magna dell’Università centrale. Dalla relazione di Gian Nicola Cabizza e Michele Forteleoni, presidente quest’ultimo della Società astronomica turritana, curatori della parte astronomica del progetto “La misura del tempo”, sembrerebbe emergere una ricorrenza non casuale di alcune importanti rilevanze statistiche durante i sopralluoghi su 156 ipogei della provincia di Sassari. Astronomi e archeologi, in un reciproco rapporto di scambio, grazie all’impiego di strumenti tecnici, hanno rilevato che numerose tombe, presenti su siti diversi, sono state realizzate con lo stesso criterio di orientamento. “Questo - ha spiegato Cabizza - ci autorizza quantomeno a fare delle congetture relative alla possibile conoscenza dei fenomeni celesti fra i sardi del Neolitico”. C’è una particolare ragione per cui le tombe sono orientate a Est e non a Ovest che induce gli studiosi di Aristeo e della Sat a domandarsi se i sardi del Neolitico fossero conoscitori dei fenomeni del cielo. “Conoscenza -  hanno spiegato i relatori - che sarebbe funzionale alle esigenze di una comunità che proprio in quel periodo sperimentava la pratica dell’agricoltura”.
Ma se trarre delle conclusioni è ancora prematuro (il programma prevede di effettuare sopralluoghi su almeno 600 impianti funerari) certo è invece che l’archeoastronomia, disciplina ormai ammessa e rispettata dalla comunità scientifica, con il convegno promosso e organizzato da Aristeo è entrata a pieno titolo nelle aule d’accademia. Lo ha rimarcato anche il rettore Attilio Mastino, in apertura di lavori, evidenziando non soltanto il fatto che per anni nei confronti di questa disciplina c’è stato un eccesso di prudenza, ma soprattutto che nel tempo è cresciuto l’interesse della comunità scientifica nei confronti di un approccio capace di gettare nuova luce su questioni assai dibattute. Significativa, al riguardo, la posizione dell’archeologo Alberto Moravetti, ordinario di Preistoria e protostoria nella facoltà di Lettere di Sassari, il quale ha auspicato una collaborazione proficua tra astronomi e archeologi e la necessità di adottare un modello unico per scongiurare il pericolo dell’autoreferenzialità.
Sulla necessità di adottare un metodo condiviso è intervenuta anche Simonetta Castia, archeologa, presidente dell’associazione culturale Aristeo, che con la Sat ha promosso e organizzato l’evento: “Occorre individuare un metodo ha detto capace di portare a risultati certi, non a verità assolute e soprattutto che consenta di non scadere nella spettacolarizzazione”.
I lavori del convegno, il primo a carattere nazionale organizzato in Sardegna in un’aula universitaria, si sono avvalsi di diversi preziosi contributi, tra cui quello dell’archeologo cagliaritano Roberto Sirigu e di Elio Antonello, presidente della S.I.A. (Società italiana di archeoastronomia) e componente dell’Osservatorio astronomico di Brera e Mario Codebò del Centro ricerche archeoastronomia Ligustica di Genova, nonché dell’intervento del sindaco Gianfranco Ganau. Il progetto, denominato “La misura del tempo”, tuttora in itinere, è ripartito in tre annualità che concentrano l’attività di ricerca in tre distinti periodi della storia sarda antica: Il Neolitico, l’età del Rame e l’età del Bronzo”
 
[2] La misura del tempo. Problematiche e prospettive, in Cronache di Archeologia, 8. La misura del tempo. Archeologia e Astronomia. Il Prenuragico, Sassari pp 13-28).
[3] La misura del tempo" Risultati preliminari, in Cronache di Archeologia, 8. La misura del tempo. Archeologia e Astronomia. Il Prenuragico, Sassari pp 29-37.
[4] Id. provvedimento:           00002004539
Beneficiario:                        SOCIETÀ ASTRONOMICA TURRITANA
C.F.:                                    92052420905
Importo contributo:             € 35.512,36
Norma:                                L.R. 14/2006, art. 20 e 21, c. 1 lett.r. - L.R.5/2016.
[5] Dalla locandina del convegno:
La misura del tempo. Atto secondo
È trascorso quasi un anno dalla prima edizione del Convegno di Archeoastronomia in Sardegna, organizzato dal Circolo Aristeo in partenariato con la Società Astronomica Turritana di Sassari, a conclusione dell’attività scientifica del 2011.
In questi mesi hanno avuto corso nuove indagini e le attività stanno avendo un’articolazione più ampia, con la possibilità di accogliere tirocinanti, studenti o ricercatori interessati ad ampliare il proprio quadro di conoscenze sulla materia.
A fine anno si terrà la seconda edizione del convegno, che si preannuncia partecipato e atteso dagli addetti ai lavori.
[6]it would have been helpful to have a discussion  of a practical topic of great importance:  namely, when is it appropriate in fieldwork to use a theodolite, rather than a good-qual­ ity compass (given that the investigator has determined the systematic error of the compass and the magnetic variation for the area, and checked that the local geology carries no risk of magnetic anomaly)? In the reviewer's opinion, in European regions free from magnetic anomaly, a theodolite is appropriate only for the measurement of Greek temples and other monuments laid out with great care, or when precision  calendrics are postulated, as in Thomist  archaeo­ astronomy. When a monument is of rude construction or in poor condition, as are some of those discussed in this book, there is the danger that the investigator will erect two poles whose positions are in fact ill-defined, and then measure the line jòining them with great (and wholly misleading) accuracy. This limitation in the data may well remain undetected,  unless the investigator  follows what should be an invariable rule in such fieldwork: to repeat at least a sample ofthe measures on another occasion,. beginning with re-erection of the poles, to test the errors involved.
M. Hoskin, «Archaeoastronomy» n° 19 (JHA, XXV 1994) Book Review al libro Archeoastronomia Italiana di Giuliano Romano, CLEUP Padova 1992.
Mia traduzione:
Sarebbe stato utile avere una discussione su un argomento pratico di grande importanza: vale a dire, quando è appropriato nel lavoro sul campo usare un teodolite, piuttosto che una bussola di buona qualità (dato che l'investigatore ha determinato l'erratico sistematico del bussola e la variazione magnetica per l'area, e controllato che la geologia locale non comporta alcun rischio di anomalia magnetica)? Secondo l'opinione del revisore, nelle regioni europee prive di anomalie magnetiche, un teodolite è appropriato solo per la misurazione dei templi greci e di altri monumenti disposti con grande cura, o quando vengono postulati calendari di precisione, come nell'archeo astronomico tomista. Quando un monumento è in costruzione o in cattive condizioni, come alcuni di quelli discussi in questo libro, c'è il pericolo che l'investigatore eriga due pali le cui posizioni sono di fatto mal definite, e quindi misureranno la linea tracciandole con grande ( e totalmente fuorviante) accuratezza. Questa limitazione dei dati potrebbe non essere rilevata, a meno che il ricercatore non segua quella che dovrebbe essere una regola imprescindibile in tale lavoro sul campo: ripetere almeno un campione delle misure in un'altra occasione, iniziando con la ri-costruzione dei paletti, per verificare gli errori commessi. 
[7] La misura del tempo. Il neolitico e lo stato delle ricerche, in Cronache di Archeologia, 10. La misura del tempo. Atti del 2° convegno internazionale di Archeoarcheoastronomia in Sardegna.dicembe 2012, Sassari 2013, pp 19-43.
[8] Per un approfondimento dell’esame dell'orientamento delle domus de janas si rimanda a Astronomia nella Sardegna Preistorica di Mauro Zedda 2013. 

mercoledì 4 dicembre 2019

Massimo Pittau e gli studi sulla Sardegna antica

    
 di Mauro Maxia

Tra i molteplici interessi del prof. Massimo Pittau, scomparso appena la settimana scorsa, spicca la sua passione per lo studio della civiltà dei sardi antichi da cui scaturì il volume "La Sardegna Nuragica" (Sassari, Dessì, 1977, 5ª ristampa 1988, 2^ edizione Cagliari, Edizioni Della Torre, 2006; 3^ edizione 2013). Questo testo in Sardegna per trent’anni ha rappresentato un vero e proprio best seller dato che ha superato le diecimila copie vendute e tuttora si trova in commercio. Il fatto che proponga una rivoluzionaria interpretazione della funzione dei nuraghi rispetto alle tesi degli archeologi scatenò una forte reazione che portò qualcuno di essi a definire quel suo lavoro “un libro sfortunatamente troppo letto”. Per avere un’idea più precisa sui motivi del contendere conviene leggere la recensione di Salvatore Tola ("La Sardegna nuragica: un recente studio di Massimo Pittau: recensione", 1977) e la prefazione dello stesso Pittau al volume nel proprio sito  http://www.pittau.it/Sardo/sard_nur_pref.html.
In seguito Pittau sullo stesso argomento diede alle stampe "Ulisse e Nausica in Sardegna e altri saggi" (Nùoro, Insula, 1994); "Storia dei Sardi Nuragici", (Selargius Domus de Janas, 2007); "Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama" (Sassari, EDES, 2008, 2ª ediz. 2009); "Gli antichi Sardi fra i Popoli del Mare” (Selargius, Domus de Janas, 2011); "Il dominio sui mari dei Popoli Tirreni: Sardi Nuragici ed Etruschi" (Dublino, Ipazia Books, 2013); "Enciclopedia della Sardegna Nuragica" (Dublino, Ipazia Books, 2016); "Credenze religiose degli antichi Sardi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2016).
In uno dei suoi lavori più recenti ("L’espansione coloniale dei sardi nuragici", Nùoro, Le Storie, 2017) Pittau propone una teoria che spezza gli stereotipi di un anacronistico passato non ancora del tutto metabolizzati dagli archeologi. Pittau, cioè, descrive gli antichi sardi non come colonizzati ma come colonizzatori ed esportatori di cultura, specialmente nel Mediterraneo occidentale (Isole Baleari, Corsica), grazie alle loro riconosciute abilità di metallurghi, guerrieri e navigatori documentate nelle fonti classiche.
La sua attività poliedrica trova un raffronto soltanto in quella di Giovanni Spano, maggiore erudito sardo del 1800, il quale è considerato tuttora come uno dei più rappresentativi personaggi espressi dalla Sardegna in ogni tempo. In realtà la produzione di Pittau, grazie anche alla sua maggiore longevità e alle moderne tecnologie, supera largamente pure quella dello Spano. Come gli ormai celebri Giganti di Monti Prama, ai quali Massimo Pittau dedicò uno specifico studio, egli è stato un vero gigante della cultura sarda e italiana. Di certo, accanto ad altri grandi dell’Isola, in un ideale pantheon sardo a Pittau spetterebbe il titolo di Sardus Pater.
Massimo Pittau fu un uomo di rara onestà intellettuale che all'occasione non esitava a correggere sé stesso. Per il suo carattere incline al confronto franco e spassionato egli ebbe delle vivaci polemiche sia con gli etruscologi sia con gli archeologi sardi ma anche con celebri linguisti. Nel suo ultimo scritto, il pamphlet , "Eppure mi diverto coi Nuragici e con gli Etruschi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2019), Pittau riannoda con umorismo i fili di un dibattito quarantennale che ha contribuito fortemente a cambiare la prospettiva degli studi nell’archeologia sarda e nella stessa etruscologia.   
La foto fu scattata dal sottoscritto a Santa Vittoria di Serri, entrambi relatori nel convegno Archeologia e astronomia celebrato a Isili tra il 19 e il 21 Giugno 1992.
 Questo post è un estratto in anteprima di un articolo commemorativo in uscita sul prossimo numero della "Rivista Italiana di Onomastica" che avrà diffusione mondiale.  

mercoledì 20 novembre 2019

Il contadino che indicava la luna recensione di Fabrizio Sarigu



Schopenhaur, il grande filosofo, amava sottolineare quanta poca considerazione ci fosse per chi approcciandosi allo studio di una disciplina, lo facesse per mero piacere personale, per diletto appunto. Solitamente si ritiene che solo la motivazione economica possa spingere ad uno studio approfondito, sistematico di una materia, al fine di trarne una professione e professionista è chi viene pagato per compiere questo. Eppure la parola dilettante, che definisce chi per diletto o piacere si dedica ad un qualcosa, nonostante venga usata con un retrogusto dispregiativo, se compresa nel profondo, definisce una condizione che ha del sublime. Indica infatti l’amore per una passione, per una materia, per l’attitudine al conoscere e al comprendere, dove unica ricompensa sta nella sensazione di autorealizzazione che si ricava dal dedicarsi a qualcosa che in ultima analisi, si ama.

Così questo nuovo lavoro di Paolo Littarru, ingegnere per l’ambiente e il territorio, dottore di ricerca in Ingegneria chimica per l’ambiente e la sicurezza e specializzato in Sicurezza e protezione industriale presso la Sapienza – Università di Roma, cultore di archeologia e archeoastronomia è coautore della Guida archeoastronomica al nuraghe Santu Antine di Torralba (Agorà Nuragica, 2003), “Il contadino che indica la luna” è il racconto, essendone egli stato partecipe, di un viaggio intellettuale che un dilettante in archeologia, giacchè di professione contadino, Mauro Peppino Zedda, ha compiuto, per difendere e diffondere un’idea.

L’evolversi della vicenda trae origine a partire, come spesso avviene nelle scienze, da un’intuizione poi rivelatasi corretta: l’esistenza di una “ratio” astronomica nella distribuzione dei nuraghi nel territorio. Ma come reagì l’accademia quando galileo propose il suo modello eliocentrico in guisa di quello geocentrico? come reagì l’accademia quando un umile impiegato dell’ufficio brevetti svizzero propose la “teoria della relatività”? ecco che il viaggio del nostro protagonista non può non essere privo di ostacoli, trabocchetti, mostri da affrontare e paure da vincere.

Nemo propheta in patria. Questa storia ha infatti la bizzarra caratteristica per la quale il mondo archeoastronomico/accademico internazionale ha riconosciuto e fatte proprie le idee del nostro contadino/dilettante, inserendo queste in articoli scientifici e pubblicazioni di spessore mondiale. Ma in Patria? Beh in patria egli appunto non è “propheta”.

L’archeologia sarda accademica ha respinto totalmente e in totale chiusura queste scoperte, arroccandosi, è proprio il caso di dirlo!, nel paradigma del “nuraghe fortezza” dal quale solo ora e molto timidamente cerca di fuoriuscire. L’autore analizza dunque questo evento storico culturale, la morte del paradigma di riferimenti dell’archeologia sarda e il lento passaggio verso un nuovo sistema interpretativo che dovrà, evidentemente, avere come punto di partenza le scoperte del nostro contadino/dilettante.

L’opera racchiude in se e riassume un ventennio di scoperte, confronti, liti, incomprensioni e amore per la verità scientifica la dove emerge incontrovertibile. La lotta quindi di una “nuova visione delle cose” che si fa largo, forte di se stessa, in un mondo che la ostacola, arroccato in concezioni vecchie, superate, ma che evidentemente forniscono ai professionisti sicurezza, giacché non implicano la necessità di doversi ripensare ciò che è dato.

L’opera di Paolo immerge il lettore in questo viaggio che potremmo definire un’avventura culturale e umana, dove varie altre figure, oltre al nostro contadino ( quali il nostro ingegnere, il nostro linguista, il nostro architetto il nostro storico delle religioni e il nostro giovane archeologo) rubano per diletto la “piccozza” dell’archeologo e cercano di demolire un muro di incomprensione che impedisce alla nostra storia di emergere in tutta la sua bellezza.

Il panorama archeologico e culturale sardo aveva proprio bisogno di un’opera capace, in maniera concisa e diretta, di descrivere, quasi in una sorta di autoanalisi, il dramma che la sostituzione del vecchio paradigma inevitabilmente comporta nel contesto che lo vive. Il lettore potrà trovare in esso le principali teorie e concezioni che sussumono la nuova visione del mondo nuragico, riportate e scandite in maniera cronologica e con una sequenzialità di ragionamento ineccepibile, da qui, se ne avrà diletto, potrà approfondire la visione di ciascun autore ricercandone le opere. L’opera appare dunque quasi come una bussola che laddove ci si senta sperduti, giunge in soccorso guidandoci e fornendo un’immancabile occasione per comprendere meglio il nostro passato.