sabato 9 dicembre 2017

Il padre del pittore A. Modigliani in Sardegna


di Massimo Pittau

L’apertura a Cagliari di una mostra del pittore livornese Amedeo Modigliani mi offre l’occasione di ricordare la presenza di suo padre Flaminio in Sardegna, presenza che moltissimi Sardi ignorano del tutto.
Oridda (tra Domusnovas e Villacidro) è una vallata, sulla quale Alberto La Marmora, parlando dei dintorni di Domusnovas, ebbe modo di scrivere: «Questa gran vallata ombreggiata da elci e da sugheri secolari, guarnita da robuste macchie di lentisco e di corbezzoli, conduce a quella di Oridda ai piedi di un gruppo di monti dei quali il Monte Linas è il punto culminante. Magnifica vallata, è rinomata nel paese per i suoi alberi, per la ricchezza in ferro e per la cacciagione, perché a più del cervo e del cinghiale vi si trova anche il muflone. Ma questa ridente contrada presto diventerà arida, perché ora in gran parte è assicurata ad uno speculatore straniero, vero Attila delle foreste della Sardegna, che dopo un anno o due ha portato la sua scure devastatrice sopra gli alberi della vallata d’Oridda e dell’altra vicina, detta salto di Gessa, senza che l’amministrazione superiore si dia carico dei gravi danni che cagiona al paese, perché il primo sarà quello del disseccamento delle sorgenti che formano il pregio della vallata d’Oridda».
Un giudizio così duro su una persona non lo si trova in alcun’altra delle numerose pagine che il La Marmora ha dedicato alla Sardegna: «vero Attila delle foreste della Sardegna».
Per parte sua, e in nota, Giovanni Spano aggiunge: «Questo vastissimo salto ricco di alberi e di miniere venne ora acquistato dalla casa Modigliani. Vi si è scoperta recentemente una ricca miniera di calamina, ossia zinco; ma il proprietario sta seguitando a distruggere gli alberi per far carbonaje in iscala larga, con molto suo vantaggio. Vi si presentano dei vasti tratti disseminati di tronchi d’alberi nudi, quasi deplorando la loro vandalica devastazione» (vedi A. La Marmora, Itinerario dell’isola di Sardegna, Cagliari 1868, vol. I, pg. 153).

La famiglia Modigliani ricordata dai due studiosi era quella di Flaminio Modigliani, padre del famoso pittore livornese Amedeo Modigliani. E sono testimonianze e giudizi di due eminenti studiosi ed amanti della Sardegna, che non hanno bisogno di alcun commento.

mercoledì 6 dicembre 2017

Congruenza linguistica protosarda ed etrusca



di Massimo Pittau

In Sardegna, nella sua zona centrale di Mores, Padria, Bonorva, Benetutti, Bono, Silanus, Norbello, Busachi e Samugheo, in occasione delle feste religiose e dei matrimoni, è tuttora in uso il cosiddetto tzicchi (tzikki), pane de ~ «pane di fior di farina». Questo pane fondamentalmente ha la forma di una “corona di alloro” (infatti la confezione si chiama corona), con intagli e punte laterali imitanti le foglie, e spesso con disegni floreali fatti con timbri di legno oppure lavorato con figure di uccelli. Inoltre esso viene confezionato in modalità alquanto differenti da paese a paese.
Di questo pane ha già parlato Max Leopold Wagner nel suo Dizionario Etimologico Sardo (DES II 589), ma senza prospettare alcuna etimologia del vocabolo.
Sia nel mio Dizionario della Lingua Sarda (Cagliari 2000) sia nella sua nuova edizione intitolata Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda (Selargius, CA, 2014) io avevo riportato l’appellativo sardo probabilmente al franc.-ital. chic «fine, di lusso». Senonché mi sono ormai accorto di avere sbagliato per due motivi: I) Essendo certamente il franc.-ital. chic un cultismo, esso sarebbe conosciuto e diffuso dappertutto nell’Isola e particolarmente nelle città e cittadine, mentre di fatto esso risulta documentato solamente in una zona limitata dell’Isola; II) Questo cultismo avrebbe dato origine, soprattutto nella parte finale, a varianti in rapporto alle diverse località isolane; il che invece non si constata per nulla.
Ciò premesso decido di ritornare ad una mia tesi originaria, che avevo pubblicizzato in precedenza nella mia opera Origine e Parentela dei Sardi e degli Etruschi (Sassari 1995), pgg. 231-232).
Io torno a connettere il (proto)sardo tzikki con gli etruschi zic, zik, zi χ «segno, disegno, pittura, firma», «scritto» (sost.), «libro»; zicu, zi χu «scriba, scrivano»; ziχan( probabilmente «segnano, disegnano, scrivono»; ziχina/e forse «segna(no), disegna(no), indica(no), scrive(ono)»; zi χne «segno, disegno, segnale, insegna, pittura», da confrontare coi lat. signum «segno» (finora di origine incerta; DELL, DEI, DELI), sigillum «piccolo segno, sigillo» (Orazio, Ep., II, 2, 180 cita i Tyrrhena sigilla «bronzetti etruschi»); ziχri «da segnare, da contrassegnare, da firmare»; ziχunce «(e) che (tu) segni!, (e) che (tu) scriva!», oppure «ha segnato, ha scritto»; ziχuχe «segnò(arono), disegnò(arono), dipinse(ro), scrisse(ro), firmò(arono); ha(nno) segnato, disegnato, scritto, dipinto, firmato» (Thesaurus Linguae Etruscae).
La piena e chiara conferma di questa mia tesi viene dal fatto che su pane tikki in alcune località viene detto pane pintau «pane dipinto»!
Infine è da ricordare che l’uso della “corona laurea o di alloro” (fatta anche di oro = corona aurea), usata nelle cerimonie religiose, nei trionfi e nei banchetti, passò dagli Etruschi ai Romani. Infatti tra i reperti archeologici degli Etruschi sono ancora conservate almeno tre corone auree.

lunedì 4 dicembre 2017

Archeoastronomia in salsa turritana



di Mauro Peppino Zedda


In un mio precedente articolo in questo blog Archeoastronomia allaCabizza-Forteleoni analizzai l'articolo di esordio dei due astrofili turritani in campo archeoastronomico
Il loro primo articolo “La misura del tempo”, risultati preliminari, in Cronache di Archeologia, vol 8, 2011), trattava dell’orientamento delle 156 domus de janas. I due esordienti presentarono un "azimut", che non era il vero azimut geografico, ma un azimut corretto con l’altezza dell’orizzonte visibile.
Mi chiedevo perché i due astrofili Turritani non avessero seguito le procedure comunemente seguite dagli studiosi di archeoastronomia di tutto il mondo?
Perché Cabizza e Forteleoni, non presentarono i dati relativi all’azimut geografico, all’altezza dell’orizzonte e alla declinazione di ogni singolo orientamento?
Nell'articolo era presente pure una tabella che riportava i dati azimutali riferiti ai lunistizi maggiori meridionale e settentrionale, in cui i dati risultavano invertiti. Pensai ad un refuso piuttosto che a una scarsa conoscenza dei cicli lunari, dunque su questa questione non feci nessuna critica.
Nel loro secondo articolo (La misura del tempo. Il neolitico e lo stato delle ricerche, in Cronache di Archeologia, 10. La misura del tempo. Atti del 2° convegno internazionale di Archeoarcheoastronomia in Sardegna dicembre 2012, Sassari, 2013, pp 19-43) i due astrofili, citano il lunistizio maggiore meridionale, mentre avrebbero dovuto citare il lunistizio maggiore settentrionale, dunque l'errore presente nella tabella inserita nel primo articolo non è un errore dovuto ad un refuso, ma conseguente ad una scarsa conoscenza dei cicli lunari.
In relazione ai dati dell'orientamento delle domus de janas questa volta hanno seguito un criterio normale agli studi di archeoastronomia, presentando un azimut geografico, un altitudine e la relativa declinazione per ogni singolo orientamento.
Ma dall'analisi dei loro dati emerge un fatto curioso, quasi tutti i loro 300 (circa) azimut (eccezione di 5 domus de janas a Goni) sono espressi in numeri non interi. É difficile comprendere il motivo per cui hanno indicato l'azimut sempre con l'aggiunta del mezzo grado (69,5 – 98,5 – 82,5 ecc.).
Come può essere possibile che non abbiano trovato orientamenti caratterizzati da un numero intero?
Che tipo di bussola hanno utilizzato?
Che bussola eccentrica!
In tutto il panorama dell'archeoastronomia mondiale deve essere il solo caso in cui l'insieme delle misure viene presentato in questo modo.
Mi assale il dubbio che volessero far intendere di aver approssimato i valori al quarto di grado, ma nel giochetto gli è scappata la "virgola"...
I dati sull'altezza sempre con numeri interi (1 - 2 - 3 ecc). Bene, l'approssimazione è di mezzo grado, ed è giusto farla con i numeri interi
La declinazione l'hanno espressa approssimandola al decimo di grado, forse non sanno che quando si approssimano gli azimut e le altezza al mezzo grado, per la declinazione si deve riportare un dato anch'esso approssimato al quarto di grado per evitare che il dato in declinazione (frutto del calcolo sulla base dei dati in azimut e altezza) mostri una precisione che in realtà non c'è, per via della approssimazione precedente.
In premessa alla loro analisi quando descrivono le procedure utilizzate nella misurazione scrivono: "La scelta per lo strumento di misurazione è caduta sulla bussola, invece del teodolite o del Gps topografico – che garantirebbero elevate accuratezze inferiori al secondo d'arco,- per il fatto che le domus sono monumenti preistorici realizzati con tecniche di lavorazione spesso non di precisione e che oggi versano in gran parte in cattivo stato di conservazione.
La determinazione del dato da rilevare non è infatti sempre univoca e l'errore generato dalla scelta soggettiva della direzione è ben superiore a quello prodotto dal fatto di non aver utilizzato una strumentazione di alta precisione."
Il concetto è ripreso pari passo da diverse pubblicazioni di Michael Hoskin a partire dagli anni novanta, che sulla questione criticò Proverbio e Romano per l'utilizzo del teodolite anche dove non serviva, ovvero in classi di monumenti ove la direzione dell'asse d'ingresso non è definibile in modo univoco. I concetti metodologici enunciati da Hoskin li ho adottati e ripresi nei miei libri. Non so se Cabizza e Forteleoni siano arrivati a quelle stesse deduzioni in modo autonomo, ma comunque una citazione ci sarebbe stata bene.
Per quanto riguarda le loro conclusioni sul target dell'orientamento delle domus de janas scrivono:
il 96% dei rilievi ricadono nell'intervallo compreso tra azimut di levata e tramonto del sole al solstizio d'estate;
il 4% degli ipogei di conseguenza si affacci in un arco di orizzonte in cui non sorge mai il sole;
il 69% ricade nell'intervallo compreso tra la levata e il tramonto eliaco nel solstizio invernale;
il 98% è compreso tra la levata e tramonto della Luna nel massimo lunistizio meridionale.
In perfetta sintonia con il loro precedente articolo continuano a confondere il lunistizio meridionale con quello settentrionale.
Se la prima poteva essere una svista ora c'è la conferma che sul concetto di lunistizio Cabizza e Forteleoni hanno le idee confuse!
Comunque sia, seppur condotti in maniera maldestra, gli studi di Cabiza e Forteleoni hanno confermato i miei studi precedenti (vedi Belmonte e Zedda “From Domus de Janas to Hawanat: on the orientations of rock carved tombs in the Western Mediterranean” in proceedings of the SEAC 2005 Lights and Shadows in Cultural Astronomy, 2007 Isili) ripresi nel libro Astronomia nella Sardegna Preistorica (2013).
Su un campione di 649 domus de janas si è rilevato che il:
il 95% sono orientate entro l'arco di orizzonte che percorre il sole al sosltizio d'estate, un arco d'orizzonte pari a due terzi dell'intero orizzonte;
Il 5% entro l'arco di orizzonte dove non passa il sole, un terzo dell'intero orizzonte;
il 98% entro l'arco di orizzonte che percorre la luna al lunistizio maggiore settentrionale;
il 2% entro l'arco di orizzonte dove non passa la Luna.


martedì 14 novembre 2017

Calcio, Tempo e Spazio

Di Scopigno

Manlio Scopigno, mitico allenatore del Cagliari che vinse lo scudetto, il Filosofo del calcio.
Herrera era il mago, Scopigno il Filosofo.
Scopigno è il mio soprannome mi fu appioppato alle elementari dal mio compagno di banco Giorgio Lecis, senza alcun dubbio il migliore calciatore isilese della nostra generazione.
Nello sport ero una schiappa! A differenza di mio padre Luigi che era un campione, da militare si classificò  2° nei 3000 metri di corsa campestre, lo volevano arruolare nei carabinieri per fare sport e Nonno cercò l’accozzo per non farlo arruolare! È stata la mia fortuna! Se il corso degli eventi non fosse andato come è andato non sarei mai nato!
In seguito alla eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio, Buffon si è detto dispiaciuto “soprattutto a livello sociale”. Le cause della eliminazione sono lampanti, nelle squadre italiane  giocano pochi ragazzi italiani e soprattutto non esiste un grande club italiano dove l’ossatura portante sia costituita da un gruppo di giocatori italiani. Le squadre nazionali di solito fanno flop se non si formano attorno al nucleo forte della migliore squadra di club. Banale Watson!
Ma non è di schemi di gioco che voglio parlare, in Italia siamo tutti allenatori e io porto pure il soprannome del mitico Scopigno, da bambino tifavo l’Inter e il mio idolo era Boninsegna, Giorgio tifava il Cagliari di Riva e mi appioppa il sopranome Scopigno, non so perché!
Oggi tengo per il Cagliari, beninteso. A quei tempi ero un bambino innocente!
Che il calcio fosse un moderno Oppio dei popoli lo avevo già ben compreso trent’anni fa (oddio come passa il tempo!!!) leggendo Marx e Gramsci.
Ma per capire il livello inconscio dove agisce il fenomeno calcistico sono state fondamentali le letture dello storico delle religioni Mircea Eliade.
Ho conosciuto Eliade dopo una sua citazione in un articolo di Franco Laner (presentato ad un convegno a Saragozza nel 1993) dove Franco metteva in campo per la prima volta il fatto che i nuraghi rispondono alla funzione primaria di cosmizzare lo spazio e il tempo.
Concetti che poi ha brillantemente approfondito nei libri Accabbadora 1999, sa Ena 2011, e pure nel suo ultimo Indagini su Monte Prama 2017.
Temi che ho ripreso pure io sia in Archeologia del Paesaggio Nuragico che in Astronomia nella Sardegna Preistorica.
Di Eliade ho letto quasi tutta la pubblicazione scientifica  se dovessi consigliare un libro consiglierei di iniziare da Il mito dell’eterno ritorno.
Purtroppo parlare con gli archeologi sardi di come agiscono (nell’inconscio umano) e come emergono (nel vissuto) il tempo e lo spazio non è possibile per loro si tratta di Ostrogoto. Sono troppo presi dalla catalogazione dei cocci! Con una eccezione, Roberto Sirigu, l’unico con cui riesco pure a filosofeggiare.
Con le pubblicazioni mie e di Laner penso si sia dimostrato come i nuraghi sono funzionali a cosmizzare il tempo e lo spazio e pure Alessandro Mannoni (Religione e spiritualità della Sardegna nuragica 2014) è approdato in questa direzione.
Torniamo al calcio come oppio dei popoli, non il solo oppio ovviamente.
Il calcio è un rito, un rito atteso, che si svolge periodicamente.
Il calcio riempie il tempo delle persone.
Riempire il tempo e orientarsi nello spazio vissuto sono bisogni primari.
Cosa significa spazio in generale? Lo spazio non è solo un’area misurabile geometricamente , lo spazio inteso in termini di geografia umana rappresenta un insieme di segni (il nome di una strada, un monumento simbolico, religioso o profano , ecc,) che ordinano l’ambiente (in altri termini lo spazio in cui viviamo).
Dunque il calcio, attraverso i suoi rituali periodici, che riempiono il vuoto, avvinghia e a quel punto il calcio dominando la psiche diventa strumento atto a veicolare visioni del mondo.
Vi sono ragazzi (cito esempio estremo) delle periferie urbane che magari spendono tutto quello che hanno in tasca per andare a vedere una partita giocata da ragazzi che guadagnano milioni di euro. E poi ,come se non bastasse, fanno pure a botte con i tifosi della squadra avversaria!
Ma in generale il discorso non cambia pure per quelli che invece di andare allo stadio lo guardano in televisione il calcio diventa un mezzo che fornisce agli umani la possibilità di “consumare” (bellissimo il consumo del sacro di C. Gallini) rituali (anche se a livello inconscio), di riempire il tempo e  di considerare leciti, giusti e morali, diseguaglianze sociali che dovrebbero urlare vendetta!
Infine per non smentire il mio soprannome, penso di aver capito il successo del modo di giocare spagnolo. Quel palleggio estremo quasi a irridere l’avversario, lo poteva inventare solo gente che nella sua mente ha ben chiara la corrida, dove il povero toro viene irriso e sacrificato.
Dunque possesso palla, irridere avversario, e affondare il colpo appena si può.
Arte, classe e pazienza, come un Torero.
Certo per vincere servono pure i campioni, ma il gioco spagnolo ha dei vantaggi che poggiano su sentimenti e abitudini collettive che altri non hanno.
Ventura probabilmente ha sbagliato a far illudere i suoi che a Madrid potevano vincere, doveva prepararli a perdere, per poi averli psicologicamente pronti nello spareggio. Ma Madrid deve averli distrutti psicologicamente.

PS , come vedete pure io , coscientemente, casco in questo oppio collettivo, l’inconscio è troppo potente.

domenica 12 novembre 2017

Quando l'archeoastronomia sconfina nella fantasia


di Mauro Peppino Zedda


Recentemente l'editore Condaghes ha pubblicato il volume Gigantes de Perda, I templi della luce, 2016, scritto da A. Atzeni, S. Garau e T. Mura. Stessi autori del Toro di luce, di cui si è discusso in altre occasioni in questo blog.

Gli autori hanno inaugurato un metodo consistente nel recarsi nei nuraghi la mattina del solstizio d'inverno (una, due o tre ore dopo il sorgere del Sole) a fotografare la luce del sole che entra dal finestrino (collocato sopra l'architrave d'ingresso) e si proietta nella camera del nuraghe. L'idea venne a Tonino Mura, che una mattina del solstizio d'inverno di una decina di anni fa, fotografò la cosiddetta luce del toro nel Santa Barbara di Villanova Truschedu. Pubblicando le sue impressioni in un fantasy di Leonardo Melis.
In quegli anni provai, inutilmente, a spiegare a Mura che recarsi in un nuraghe al solstizio d'inverno e fotografare il momento in cui il Sole attraversa l'ingresso una, due o tre ore dopo che è sorto, non attesta nessuna connessione col solstizio d'inverno. Il Sole attraversa l'ingresso dei nuraghi tutti i giorni dell'anno.
Non capiva che i marcatori che attestano il solstizio d'inverno sono tre, esclusivamente tre; e cioè i due punti azimutali dove sorge e tramonta il Sole e il particolare angolo che lo caratterizza quando attraversa il meridiano. Parlare di orientamento dedicato al solstizio d'inverno, solo perché si va in quel giorno a fotografare il Sole quando attraversa l'ingresso a qualsiasi ora del mattino è questione demenziale.
Del fenomeno del toro di luce, ovvero della forma taurina che talvolta assume la proiezione della luce solare che attraversa il finestrino, ne discutemmo con Franco Laner una ventina di anni fa. Laner studiava i finestrini dei nuraghi per valutare se fossero o non fossero di scarico (che pubblicò in un articolo su Sardegna Antica e poi riprese il concetto nel suo libro Accabbadora 1999). Si discusse a lungo della possibilità che la luce passante per le finestrelle cosiddette di scarico potesse essere funzionale ad essere utilizzata come una sorta di lancetta di orologio per misurare il tempo (misurare i giorni non le ore o minuti), cosa possibile, certamente, ma non si può inferire alcunché di scientifico (nel senso di intenzionale). Infatti anche dalle finestre di casa, osservando la proiezione della luce del Sole, è possibile osservare e misurare lo scorrere del tempo.
Franco Laner, nel bel mezzo della giornata, in un nuraghe di Ploaghe mi fece notare che il pennello di luce che penetrava dal finestrino assumeva una forma approssimativamente taurina, restammo ore ad osservare il fenomeno e discutere della cosa, del suo fascino ma soprattutto per cercare di capire se la forma taurina del pennello di luce potesse essere considerato intenzionale, ovvero, voluto e ricercato dai costruttori. Nei dettagli costruttivi del finestrino non vi era alcunché (una lavorazione intenzionale dei massi) che ci facesse pensare ad un'intenzionalità. Concludemmo che la forma taurina di quel pennello di luce non la si poteva considerare intenzionale ma direttamente conseguente al tipo di materiale usato nella costruzione del nuraghe. Se si costruisce con massi sbozzati si ottiene quel risultato a prescindere dalla volontà del costruttore.
Mai confondere gli effetti con le cause ci insegna pure un articolo di Franco in questo blog.
Per capire un fenomeno bisogna non lasciarsi incantare dalle apparenze. Un bell'esercizio lo si può fare osservando il moto degli astri sull'orizzonte, un movimento apparente che sino ad appena 500 anni fa era considerato reale. Una qualsiasi persona che non conosce l'astronomia direbbe che gli astri si muovono in cielo. Comprende che si tratta di un moto apparente solo quando gli si spiega che è la Terra che ruota, giornalmente, su se stessa a una velocità pazzesca e senza la scoperta della forza di gravità sarebbe da folli pensare che stiamo volando e girando come una trottola, in una navicella chiamata Terra attorno al Sole. Con Galileo e Newton l'astronomia diventa astrofisica, prima era comprensibile con la sola geometria.
L'apparenza è spesso ingannevole, bisogna sempre cercare indizi che provino a confutare le idee che scaturiscono dalla nostra immaginazione piuttosto che lasciarsi incantare da quelli che le confermano. A niente servono mille conferme, mentre basta un solo elemento contrario per confutarla.
In scienza se l'immaginazione creativa non viene governata da stringenti valutazioni conduce il pensiero in derive fantastiche, ottime per storie alla Indiana Jones. Il dramma avviene quando gli Indiana Jones pensano di essere dei Colin Renfrew...
L'idea del Toro di Luce del Santa Barbara piacque tantissimo a Aba Losi e Gigi Sanna, che i suoi numerosi ammiratori considerano come uno Champollion made in Sardinia. L'entusiasmo dei due fu incommensurabile ed elessero Tonino Mura a grande archeoastronomo per quella foto scattata un'ora e mezzo dopo il sorgere del Sole al solstizio d'inverno! Mura invece di ascoltare le mie critiche restò abbagliato dagli encomi che gli facevano Gigi Sanna e Aba Losi, Biofisica dell'università di Parma.
Forte dell'appoggio di Losi e Sanna, attorno a Tonino Mura si formò una squadra che procedette a immortalare un'altra decina di tori di luce una, due o tre ore dopo il sorgere del Sole al solstizio invernale! Gli altri tori, torelli e torellini, non sono affascinanti quanto quello del Santa Barbara, ma tutto fa brodo. Con le foto dei tori, torelli e torellini un pò scornati, sbilenchi e goffi, la casa editrice che edita i best seller di Leonardo Melis pubblicò Il Toro di luce. Doveroso specificare che il successo del fantarcheologo Melis è dovuto al fatto che sa raccontare storie affascinanti, mette i nuraghi al 10.000 a.C., e Monte d'Accoddi a seguire i nuraghi e soprattutto fa scorrazzare gli shardana in tutto il globo! Insomma, lo sceneggiatore di Indiana Jones gli fa un baffo! E non dubito che prima o poi il produttore di Indiana Jones verrà in Sardegna a sceneggiare le storie di Leo. Mi pare di immaginarlo un film con Indiana Jones che scopre il sacro graal nascosto nella torre centrale del nuraghe Arrubiu di Orroli! (in quel vano vi è veramente un vaso, interessantissimo, con dentro un altro vaso, con una fessura affinché il liquido scolasse al suolo, cit. Lo Schiavo). Se dovesse verificarsi immagino gli archeologi sardi con le lacrime agli occhi, mentre Leo Melis scrive l'ennesimo romanzo, sbracato in una villa ad Hollywood acquistata con le royalty del film...
Torniamo al toro di luce, i GRS invece che su ricostruzioni storiche di fantasia hanno puntato sugli effetti luminosi speciali, dove la tesi consiste nel fatto che al mattino del solstizio d'inverno si fotografa la luce del Sole nel momento in cui attraversa l'ingresso del nuraghe, una, due o tre ore dopo il suo sorgere sull'orizzonte.
Quale sia la connessione oggettiva col solstizio invernale non si capisce, e loro pensano che basti andare a fare le foto il giorno del solstizio per istituirla. Che non sappiano che il Sole attraversa gli ingressi dei nuraghi ogni giorno dell'anno?
Sicuramente non hanno ancora capito che i marcatori che attestano il solstizio d'inverno sono tre, esclusivamente tre (i punti azimutali dove sorge e tramonta e il particolare angolo che raggiunge in cielo quando attraversa il meridiano). Parlare di orientamento dedicato al solstizio d'inverno, solo perché si va in quel giorno a fotografare il Sole quando attraversa l'ingresso a qualsiasi ora del mattino è questione demenziale.
Riguardo al fenomeno luminoso tauriforme, solo nel Santa Barbara la forma assume un suo fascino particolare, ma come ho spiegato in altra occasione le fratture che presenta il nuraghe dovrebbe far escludere quell'esempio ai fini di una dimostrazione dell'intenzionalità del fenomeno.
Osservando gli esempi che portano è facile concludere che la forma che si proietta sia una diretta conseguenza del sistema costruttivo e che non ci sia nessuna intenzionalità da parte dei costruttori.
Ora nel nuovo libro Gigantes de Perda I templi della luce, oltre a ribadire le fantasie sul solstizio invernale hanno aggiunto quelle sul solstizio estivo.
Con tanto pressapochismo, Mura, Atzeni e Garau si sono recati in una quindicina di nuraghi ad osservare la luce del Sole che penetra nel foro apicale. Le foto che registrano l'evento, secondo loro topico, mostra un orario che varia da nuraghe a nuraghe, in un ventaglio che va dalle nove e mezza alle dodici , ovvero sino a quattro ore prima del momento in cui il sole raggiunge la sua massima altezza in cielo al momento del suo transito in meridiano.
Purtroppo i GRS non hanno capito che i marcatori che attestano il solstizio d'estata sono tre, esclusivamente tre (i punti azimutali dove sorge e tramonta e il particolare angolo che raggiunge in cielo quando attraversa il meridiano). Parlare di orientamento dedicato al solstizio d'estate, solo perché si va in quel giorno a fotografare, a qualsiasi ora del mattino, la luce del Sole che penetra dal foro apicale e va a illuminare la base della camera è questione demenziale.
Confesso che mi dispiace che non ne abbiano trovato neppure uno in cui il fenomeno si registra al momento del transito del Sole in meridiano. Dunque la tholos di Is Paras continua ad essere l'unica che ha un rapporto base altezza che determina un angolo di 16° (angolo compreso tra la linea che congiunge base e foro apicale e la linea zenitale), perfettamente corrispondente alla distanza angolare del sole dallo zenit al momento del transito dell'astro in meridiano al solstizio d'estate alla latitudine di 40°.
Le loro fotografie al solstizio mostrano distanze angolari dallo zenit comprese tra 25° e 35°, in pratica sono cascati in una circolarità di ragionamento sicuramente anche più ingenuo di quello che praticano al solstizio d'inverno.
Sulla questione esiste una bibliografia a cui riferirsi, ovvero le analisi della cupola del pozzo di Santa Cristina e di quella del nuraghe Is Paras dove le geometrie delle cupole riflettono, rispettivamente, la massima altezza che raggiungono la Luna e il Sole sull'orizzonte.
Dalla assenza di A. Lebeuf nella bibliografia emerge che non tengono in conto delle sue meravigliose analisi sul pozzo di Santa Cristina, e neppure delle mie sull'Is Paras, anche se i miei testi sono nella loro bibliografia. A leggere la loro bibliografia si capisce che di archeoastronomia, oltre ai miei testi, hanno letto solo il testo di Maxia e Fadda e due scritti di A. Gaspani.
Nient'altro.
Fortunatamente hanno scritto che i loro maestri sono Maxia e Fadda, dunque ho la fortuna di non essere accusato di averli influenzati io.
Adriano Gaspani, relativamente alla Sardegna ha scritto un articolo, su tre tombe di giganti con un orientamento interpretato verso il sorgere di Aldebaran (la stella più luminosa della costellazione del Toro). Ancora mi domando perché ha preso in considerazione solo quelle tre, e non le risultanze che sono emerse da studi basati su un campione ben più consistente. Le tombe di giganti sono orientate verso un range di orizzonte molto ampio (specialmente nella parte meridionale dell'Isola , per chi vuole approfondire legga Astronomia nella Sardegna preistorica), se si volesse adottare un target stellare bisognerebbe prendere tutte le stelle del cielo, cadendo in ragionamenti circolari, come ha ben evidenziato Michael Hoskin.
Non so se Gaspani condivide ancora quella sua proposta, non so se abbia compreso che ragionare in questo modo rappresenta un’operazione scientificamente sbagliata.
Prendendo in esame l’ingresso di un qualsiasi edificio, compresa l’abitazione di Gaspani,si troverà che è orientato verso il sorgere o il tramontare di qualche stella…
Quando si vuole studiare l’orientamento di una tipologia di monumenti bisogna studiare un campione significativo, e, stabilito il range e il picco delle frequenze, tentare un’interpretazione.
La pubblicazione di Gaspani sulle tombe di giganti è il classico esempio di cattiva archeoastronomia.
I GRS ringraziano Gaspani per i preziosi suggerimenti, sono veramente curioso di conoscere quali siano stati i preziosi suggerimenti di Gaspani.
Spero che non sia un suo suggerimento quello di andare al mattino del solstizio d'inverno, aspettare anche quattro orette, a fotografare la luce che attraversa l'ingresso e andare pure al solstizio d'estate, e restandoci tutta la mattina ad aspettare l'angolazione giusta...
Santa Ingenuità.





Nel Santa Barbara il fenomeno del fascio di luce tauriforme ha un fortissimo impatto scenografico. Ma il finestrino del Santa Barbara è stato soggetto a delle fratture delle sue parti componenti, sia nei conci che gli fanno da stipite che nell’architrave superiore al finestrino. Dunque è un caso che non si dovrebbe prendere a prova.
Nelle foto possiamo osservare che il paramento esterno del nuraghe ha avuto un assestamento strutturale, con la fratturazione di una serie di conci. Ve ne segnalo tre,  quello dove poggia l’architrave dell’ingresso, l’architrave del finestrino e infine vi è una frattura molto accentuata (ampia una ventina di centimetri) nel concio collocato due filari sopra l’architrave del finestrino. In pratica vi è una linea di cedimento e di frattura che attraversa in diagonale il finestrino.
Altre lesioni meno “fotogeniche” ma facilmente osservabili in sito sono riscontrabili nelle parti interne dei conci che costituiscono gli stipiti del finestrino.
Insomma il caso del Santa Barbara rappresenta un caso che non può essere utilizzato al fine di dimostrare l’intenzionalità del fenomeno del toro di luce. Degli studiosi seri dovrebbero capire che le lesioni strutturali interessano parti inerenti la conformazione del dettaglio strutturale su cui si basa la tesi che si vuol dimostrare e concludere che il caso in esame non fa testo.
Solo degli sprovveduti o persone aliene al metodo scientifico possono lasciarsi incantare dai giochi di luce del Santa Barbara.

venerdì 3 novembre 2017

Chevron o parapetto?

di Franco Laner

Chiedo solo di seguire questo ragionamento.
Do tutto per scontato: che siamo difronte ad un modello di nuraghe monotorre, che grazie ai mensoloni si sia potuta allargare la sommità del nuraghe e ampliare l’area calpestabile o semplicemente per difendere il nuraghe dall’alto e gettare olio caldo sopra gli assalitori e che ci fosse la necessità di impedire con un parapetto di cadere di sotto.
Lo si sarebbe potuto realizzare di muratura, ma forse non era bene caricare eccessivamente lo sbalzo e si preferì optare per un parapetto di legno più leggero come indicato nel modello-rendering (fig.1).

fig 1 Rendering del parapetto dei nuraghi nella mostra itinerante “Nuragica”

Ovviamente la raffigurazione del parapetto non può scendere nei particolari, ma è sufficiente stilizzarlo e semplificare il tutto con una serie di elementi a zig-zag.
Lo zig-zag, che sottolinea gli elementi obliqui del parapetto non dà l’idea di protezione, perché non è un diaframma, la V è aperta e non impedisce il passaggio e la caduta e quindi abbisogna di un elemento superiore orizzontale di chiusura, diciamo il corrimano, che oltretutto leghi l’insieme (fig. 2).
fig 2 Schizzi esplicativi degli elementi di un parapetto

Il parapetto deve necessariamente possedere un altro requisito, quello di resistere al rovesciamento e perciò ho bisogno di elementi verticali che, per resistere al rovesciamento (alle spinte), devono essere conficcati o fissati alla base. Per fissarli alla base c’è bisogno di ferramenta o colla. Potrei però predisporre una sede fra le pietre, infilare il montante e bloccarlo con cunei. O altro sistema, ma devo fare in modo che ci sia un montante che resista alla spinta. Un montante ben fissato al piede è indispensabile.
Allora lo schema della recinzione ha tre elementi principali: il corrente superiore orizzontale, l’asta obliqua (col legno sono solitamente due a croce di S.Andrea, basta una se l’asta e ben unita agli angoli contrapposti per resistere a compressione e trazione) e l’elemento verticale. Il rendering del parapetto è molto esplicativo di quanto sopra. Ancora più essenziale potrebbe essere la riduzione a due elementi: corrimano e montanti.
Per passare però dal disegno alla sua realizzazione ho bisogno di un carpentiere o falegname, ok c’è, di strumenti per lavorare il legno, ma soprattutto di avere connettori (chiodi o almeno cavicchi e quindi trapani…).
Allora umilmente chiedo: tutto ciò era possibile nel 1000 a. C.? Quali prove se non supposizioni?
È sufficiente la schematizzazione a V ripetuti per sottendere un parapetto?
Se la risposta è affermativa allora lo schema a chevron rappresenta un parapetto.
Altrimenti il rendering del parapetto è solo un esercizio di grafica, frutto della fantasia, parte patologica dell’immaginazione.

mercoledì 1 novembre 2017

Resa incondizionata

di Franco Laner

Stamane un amico, in visita al Museo archeologico di Olbia, mi ha mandato alcune foto. Seppure non chiare, come quella che riproduco, sono eloquenti (fig.1).

Fig. 1 Poster nel Museo di Olbia che illustra la prova dei parapetti sulla sommità dei nuraghi
Non sapevo nel Museo facesse stazione la mostra itinerante “Nuragica”. Leggo su internet che è stata inaugurata a giugno e che in quell’occasione l’archeologo Rubens D’Oriano, collaboratore di “Nuragica”, abbia dichiarato che “Grazie agli spazi del Museo i monumenti (di “Nuragica”) sono stati accolti al suo interno. Si tratta di una mostra dal contenuto scientifico ben lontano da altre iniziative di fantascienza colme di stupidaggini” (da Olbianova, 23 giugno 2017).
Fa dunque riferimento ad altre mostre – non immagino quali, anche perché le mostre archeologiche sarde sono promosse dalla Soprintendenza – e comunque sarebbe utile, per non perdere tempo a guardare stupidaggini, essere informati.
La didascalia del manifesto esposto all’interno del Museo, recita che “dal reale, attraverso lo studio degli elementi costruttivi si passa al virtuale”. Ho insegnato – mi rendo conto invano – proprio la disciplina che contempla gli elementi costruttivi, Tecnologia dell’architettura.
Dal reale dunque, dal cosidetto “modello di nuraghe” in cui sono incisi chevron (VVV ripetute) si passa alla recinzione lignea della sommità del nuraghe.
Il “reale” per chi studia (o semplicemente osserva) elementi costruttivi è semplicemente un capitello! Un capitello sostenuto da una colonna. In tutto il mondo si chiama così, ma in Sardegna diventa modello di nuraghe!
Fig. 2 Frontespizio di “Indagini su Monte Prama” ed. Nor, 2017

Ho dedicato alcune pagine del mio ultimo libro “Indagini su Monte Prama” (fig. 2) per dimostrare che la categoria “parapetto” è piuttosto recente, improponibile al periodo nuragico e scambiare la decorazione propiziatoria di un capitello con una recinzione lignea cozza sia con la logica, sia con il buon senso comune.
È talmente fantasiosa che diventa difficile dimostrare la cantonata.
Mica è facile dimostrare che l’evidenza è evidente! E quando i segni a chevron sono doppi (fig. 3 e 4)?

Fig. 3 Colonna e capitello con doppia fila di chevron

Fig. 4 Chevron o parapetti sul copripancia del guerriero?

Forse è il parapetto in prospettiva! Se così fosse, in Sardegna ci sarebbe anche il primato della prospettiva e della geometria descrittiva, altro che Leon Battista Alberti!
A Monte Prama sono esposti degli evidenti capitelli quadrati (pag. 17 libro citato). Ovviamente la didascalia spiega che sono modelli di nuraghe. Bene, quando dagli scavi verrà fuori un nuraghe quadrato, mi farò frate.
La tecnologia costruttiva a secco e ciclopica dei nuraghi permette solo la circolarità, facilmente, questo sì è dimostrabile, ma rinuncio, perché la mia resa nei confronti della concezione strutturale degli archeologi, è incondizionata. Non saprei infatti da dove cominciare. Forse dalla forza di gravità, che per un archeologo penso sia un optional.
Un paletto fondamentale degli statuti dell’archeologia e che più volte viene ricordato per rigettare teorie è quello di lasciar perdere la fantasia e le congetture che non abbiano riscontro col “fattuale”. Per dirla col Taramelli o con Lilliu quel che conta è solo ciò che brilla sulla punta del piccone. Resti di un parapetto, ligneo o altro, sono mai stati trovati?


venerdì 28 aprile 2017

Cronaca di bassa archeologia


di Franco Laner



Nella mia ricerca per sostenere un’ipotesi a proposito della stabilità statica  delle statue di MP avevo bisogno dei dati di caratterizzazione meccanica del biocalcare con cui sono state fatte (in particolare resistenza a compressione, trazione, modulo elastico E, poi peso specifico reale e apparente, porosità).
Circa un anno fa chiesi tali dati al laboratorio di Li Punti e mi fu indicato il resoconto contenuto nel libro “Conservazione e restauro” ed. Gangemi, 2014. Cerco e trovo solo dati di caratterizzazione geologica. Eppure, da successive ricerche, trovo che tali prove erano previste nel protocollo delle indagini necessarie.
Mi rivolgo allora all’Istituto Meucci di Roma a cui erano state affidate le prove, ma mi viene confermato che non sono state fatte prove meccaniche.
Non desisto e chiedo al Dipartimento di geologia di Cagliari se ci sono prove sul biocalcare del Sinis o di MP in particolare. Niente.
Scrivo allora al Soprintendente archeologico di Cagliari per avere dei frammenti su cui, a mie spese, poter effettuare le prove.
Dopo un lungo tira-molla, la risposta è negativa. Per loro, non esistono valide ragioni per eseguire prove meccaniche.
A dicembre 2016, espressamente, vado a Cabras e raccolgo, fuori dal recinto videosorvegliato degli scavi, diversi frammenti di biocalcare e procedo a confrontarli con le micrografie originali di MP eseguite nell’istituto Meucci per individuare i campioni da sottoporre a prove meccaniche di cui riporto in sintesi i risultati (tabella 1).

Saputo del Congresso regionale di Serri “Notizie e scavi” mando un abstract per comunicare i risultati, utili, almeno per me, alla Comunità scientifica archeologica e non solo.
Il 27 marzo la Segreteria del Congresso mi comunica di aver accettato la proposta di comunicazione e dopo alcuni giorni mi manda il programma con l’indicazione della mattina del 22 aprile per l’esposizione. Mentre mi accingo a preparare la memoria accettata e posta in programma mi giunge la seguente richiesta:
Egregio professore,
durante la revisione del programma a cura del comitato scientifico è
emersa la necessità di alcune integrazioni opportune per valutare la
sua proposta di comunicazione. Relativamente alla sua proposta di
comunicazione emerge quanto segue:
si richiede di confermare se le analisi da lei descritte siano state
realizzate su campioni prelevati dalle statue di Monte Prama. Qualora
i campioni provenissero da altro giacimento, si richiede di conoscere
il punto di estrazione e le metodologie per cui tali campioni siano
stati ritenuti perfettamente coincidenti con il calcare utilizzato per
la realizzazione delle statue.
Inoltre, dall'abstract non è chiaro la relazione tra la prova
sperimentale e le problematiche archeologiche relative alle sculture.
Si resta in attesa di cortese e sollecito riscontro.
Distinti saluti
La segreteria organizzativa
Data10 aprile 2017
Pur giudicando perlomeno strana la richiesta, dopo che il Comitato scientifico aveva accettato la memoria, ma in linea con il diniego di effettuare prove meccaniche da parte della Soprintendenza, rispondo in questo modo:
Stimata Segreteria organizzativa del Convegno,
molto volentieri rispondo alle vs gentili richieste.
I campioni che ho utilizzato non sono ovviamente -mi sembra quasi offensivo il solo pensiero- provenienti dalle statue di MP per un duplice motivo. Il primo perché sono prove distruttive e come tali sarebbe come confessare un delitto di distruzione di un reperto. Operazione che non farei nemmeno se mi fosse chiesto dalla Soprintendenza.
Il secondo motivo perché non compio furti.
Ho cercato invece dei frammenti di biocalcare che avessero la stessa caratterizzazione geologica, desunta dalle microscopie fornite dall’istituto Meucci di Roma. Ho sottoposto a prova campioni della stessa struttura micritica e sparitica e con uguali foraminferi e altri organismi marittimi come echinodermi, bivalvi, globigerine, alghe, ecc.  e anche simili per presenza di quarzo (2% desunto da diffrattogramma) e soprattutto porosimetria, peso apparente e reale. Alcune di queste micrografie vorrei proiettarle nei minuti concessimi in modo da giustificare la stessa composizione minero-petrografica dei miei campioni rispetto a quelli delle statue di MP.
La relazione fra le problematiche meccaniche e quelle archeologiche, oggetto della vs seconda domanda, saranno proprio argomento della breve relazione che sintetizza uno degli 8 capitoli di un libro ormai in fase conclusiva di impaginazione e revisione dal titolo “Indagini su MP”. I risultati di caratterizzazione meccanica di cui anticipo i risultati sperimentali nella relazione accettata, come annunciato nell’abstract e che mette in relazione le difficoltà scultoree con alcune problematiche statiche stante l’intrinseca debolezza meccanica del biocalcare, d'altronde ipotizzata nella relazione di Rockwell e Mondazzi. In altre parole ho cercato di quantificare le loro intuizioni e perplessità con dati numerici e sperimentali, ovvero con numeri e non con aggettivi.
Ancora, per giustificare la necessità di caratterizzare i parametri di resistenza a compressione, trazione per flessione e Mod. E (previsti nel protocollo di prove nel programma di restauro delle statue a Li Punti) ho potuto ad esempio verificare se fosse possibile mettere una statua del peso di 8q sopra la lastra di chiusura dei pozzetti sepolcrali senza romperla, oppure se “lo scudo avvolto”, decentrato rispetto al corpo (scavi del 2014) e quindi inducente effetti di presso-flessione sulle caviglie, potesse rompere le caviglie. Ho potuto, in sintesi, effettuare verifiche statiche di parti di statua soggette a trazione proprio servendomi dei parametri meccanici per verificare lo stato di sollecitazione delle statue supposte stanti, con gli strumenti del mio mestiere e disciplina.
Spero di aver risposto alle domande della vostra mail e comunque sono disponibile a chiarire se ancora non fosse chiaro.
L’occasione per porgere cordiali saluti. Franco laner
Venezia 11 aprile 2017

Il 12 aprile la Segreteria organizzativa mi scrive comunicandomi di aver valutato positivamente il mio contributo, ma, viste le numerose richieste di partecipazione, dalla seconda revisione del programma, si è preferito privilegiare i risultati di nuovi scavi, trasferendo la sua comunicazione a poster.
Per me c’è solo una conclusione. L’autoreferenzialità dell’archeologia sarda arriva al punto di ostacolare, con mezzi meschini, le osservazioni fornite da altre discipline e soprattutto di non voler confrontarsi. Questo capisco. La ragione di tale atteggiamento, al contrario, mi sfugge totalmente.

Franco Laner
Venezia 28 aprile 2017





domenica 5 marzo 2017

Perché si ricostruisce


di Franco Laner

Il tentativo di rimettere in bella ciò che il tempo ci ha consegnato -mi riferisco in particolare alla ricomposizione dei guerrieri di Monte Prama- riporta d’attualità un’altra ricostruzione di cui mi ero occupato nel 1995 (“Conci adespoti e verità negate”, Tema, rivista di restauro, n.3/1995) in cui prefiguravo come le ricostruzioni fossero negative, perché soggettive e soprattutto per l’inevitabile manomissione dei “documenti” originali.

Cos’è dunque che origina questo forte bisogno di ricostruire un’opera distrutta dal tempo o dall’uomo, in particolare anche quando siano assenti i riferimenti certi all’autentico? Questa domanda, a cui ho difficoltà a dare risposta, mi è soprattutto presente in questo periodo che sono occupato per concludere alcune indagini sulla ricostruzione dei guerrieri (“Indagini su MP” è anche il titolo del libro che vorrei concludere!).
Forse dipende, come scrive M. Youcenar (Il tempo grande scultore), dall’ingenuo desiderio di esibire un oggetto in buono stato, come porta in ogni tempo la semplice vanità dei possessori. Ma il gusto del restauro radicale di ogni opera d’arte, nasce indubbiamente da ragioni più profonde dell’ignoranza, della convenzione, o del pregiudizio di una grossolana redazione in pulito dell’oggetto degradato……di tutti i mutamenti provocati dal tempo, nessuno intacca maggiormente le statue che gli sbalzi del gusto negli ammiratori.
Alla vanità aggiungerei una mai sopita voglia di riscatto: opera o statue, come identità isolana, arte come attività primigenia e culturalmente legittimante.
O semplicemente per dare in pasto ad un pubblico distratto, immagini e sensazioni oleografiche, pur nella consapevolezza dell’inganno, quasi che il falso, la menzogna sia superiore al vero, che i pezzi adespoti, sparsi sul terreno, sinceramente e meglio rappresentano.
Chi ricostruisce, manomette. Questa considerazione merita una spiegazione e lo faccio riprendendo la ricostruzione di Su Tempiesu, fonte sacra in agro di Orune. Ovviamente più che al tempietto, il mio pensiero va alla ricostruzione dei guerrieri di Monte Prama.
Dunque nel ricostruire si manomette e si sottraggono a studi successivi altre ipotesi per restringere il perimetro della verità.
Nel caso appunto della ricostruzione di Su Tempiesu, eseguita dall’archeologa M.A. Fadda, con il benestare della collega F. Lo Schiavo, si sono commessi errori di valutazione e di interpretazione.
Ne elenco qualcuno.
Ho notato, occupandomi di altre fonti (Su Lumarzu (Bonorva), Funtana Niedda (Perfugas) Irru (Nulvi) e pozzi (S. Cristina in primis) ma anche Proedio Canopoli a Perfugas, che questi monumenti sono realizzati con filari rigorosamente isodomi. Magari l’altezza dei conci e quindi dei filari può variare, ma il parallelismo dei piani di posa viene sempre rispettato. Penso (senza fatica!) che questa regola appartenesse anche a Su Tempiesu, come si vede nella foto prima del “restauro” (1), Tuttavia è stata elusa, come si vede attualmente (2).


1.      Foto di Su Tempiesu all’inizio del “restauro”. La muratura è rigorosamente isodoma
2.      L’attuale pendenza delle falde è di 45°. Il concio apicale indica minor pendenza. Io penso che la pendenza fosse di 60°, perché avrei un triangolo equilatero. La perfezione. Ma cosa c’entra cosa vorrei io? Nel cerchio col punto di domanda si vede la confusione e l’isodomia è negata!

La nuova muratura riflette un’idea soggettiva, contraria a quella ovvia, originaria. Induce comunque a fraintendimenti: per me è falsa. Ma se fosse vera?
Un’altra questione. Se si osserva il concio apicale del timpano (3), fotografato dai restauratori (bene!) e non rimesso in opera (ancora bene!), si vede subito come l’angolo fosse più ampio di quanto suggerisce la ripida pendenza delle falde, parzialmente ricostruite.
3.      Concio apicale. La foto può ingannare, ma i 45° sono impossibili!

Prendo comunque il goniometro e misuro. L’angolo apicale del Tempietto ricostruito è di 45°!
Ma l’apertura del concio apicale è di 55° (65° l’apertura della doppia decorazione).
Come nella ricostruzione dello scudo rotondo del guerriero di MP, esposto a Cabras, i restauratori non hanno misurato gli angoli. Se avessero misurato gli angoli degli chevron dello scudo lo avrebbero ricostruito pentapartito e non quadripartito, perché non ci sono angoli  di 90°!
Mi viene un sospetto. L’archeoastronomia è incomprensibile senza la trigonometria. Non sarà che l’ostilità nei confronti dell’archeoastronomia derivi da un preconcetto goniometrico?
Accenno infine ad un’altra ben strana questione che riguarda le protuberanze mammilliformi presenti su molti conci, in particolare a T dei pozzi e fonti nuragiche, interpretati dalle archeologhe del rifacimento di Su Tempiesu come funzionali al sollevamento dei conci e una volta messi in opera, scapitozzati (ne sono stati trovati più di 30). I conci di Su Tempiesu pesano 40-60 kg., che un operaio da solo solleva (ora sarebbe proibito, perché un operaio non può sollevare più di 30kg per legge. Ricordo che i sacchi di cemento fino a 40 anni fa pesavano 50kg!). Perché fare una fatica da bestia per sottrarre materiale e lasciare in rilievo le due protuberanze? E se si mettono in due sollevano anche un quintale!
Ho una idea, forse preconcetta, ma chi ha vissuto 3mila anni prima di noi, aveva una certa idiosincrasia per i lavori inutili, esattamente come noi!
Con idee costruttive del genere, che oltre tutto negano la stupenda simbolicità del concio a T mammillato (4), sarebbe meglio lasciar perdere anche la sola idea di restauro.

4.      Concio mammillato e a T di Funtana Niedda a Perfugas

La conclusione, che vale anche per MP: e se gli archeologi facessero gli archeologi e non si occupassero di ricostruzioni?
E’ un autogol! Mi è già stato fatto osservare dai vispi archeologi, che debbo star zitto, perché non sono un archeologo.
Nell’occuparmi di archeologia, trovo godimento.
Gli archeologi che si occupano di restauro, fanno dei danni irreversibili!
L’interdisciplinarietà potrebbe essere una buona soluzione.




mercoledì 8 febbraio 2017

Paulis e Zucca e l’ipotesi Nuragici Shardana


di Mauro Peppino Zedda

Lo  scorso 3 Febbraio  si è svolta la prima presentazione del saggio di Giovanni Ugas. Shardana e Sardegna, gli alleati del Nordafrica e la fine dei Grandi Regni (XV-XII secolo a.C.).
A presentarlo  il linguista Giulio Paulis e l’archeologo Raimondo Zucca.
Raimondo Zucca ha avviato la presentazione raccontando le gesta di Giovanni Ugas, che a partire da quando era ancora fanciullo trovò una statuina di Dea Madre neolitica a cui seguirono tanti altri rinvenimenti nella sua lunga carriera di archeologo.
L’aspetto più interessante del discorso di Zucca mi è parso la citazione di Lucia Vagnetti, una prestigiosa archeologa che esclude che i nuragici siano gli shardana in quanto nei contesti di cultura materiale nuragici sono assenti le tracce che attestano eventuali  armamenti.  Zucca, con l’intenzione di smentirla, ha segnalato che la Vagnetti non avrebbe tenuto in conto della cosiddetta tomba dei guerrieri scavata dallo stesso Ugas. Ma la citazione piuttosto che smentire la Vagnetti , ha messo in evidenza  che Zucca non è informato sul fatto che la tomba scavata da Ugas è una domus de janas  prenuragica che in deposizione secondaria conteneva una serie di spade anch’esse prenuragiche che niente ci azzeccano con il nuragico!
Nel suo argomentare Zucca ha citato una serie di elementi culturali risalenti al Bronzo Finale inutili al fine di dimostrare la tesi di Ugas. E non ha fatto alcun cenno al fatto che nessun elemento culturale del Bronzo Medio nuragico (ovvero l’epoca in cui furono costruiti i nuraghi) può far pensare ad un collegamento culturale dei nuragici con l’Egitto dei faraoni.
Fatto salvo il riferimento alla Vagnetti, nessun cenno è stato fatto alle tesi che escludono che i nuragici sarebbero gli srdn citati nelle cronache egizie.
Con meno fronzoli  la relazione di Giulio Paulis che con piglio si è dedicato ad illustrare il modo con cui Giovanni Ugas ha analizzato i testi egizi, tessendone sperticate lodi per l’analisi filologica, in particolare per l’interpretazione proposta sulla “stele poetica” di Tuthmosis III. Per Giulio Paulis la mirabile interpretazione di Ugas rappresenterebbe un caposaldo teoretico che comproverebbe l’ipotesi che assimila i nuragici agli shardana citati nei testi egizi.



Nella cosiddetta “stele poetica” di Tuthmosis III,  vi sono una serie di riferimenti geografici a genti tributarie del faraone egizio. Di questi fanno parte anche gli abitanti delle isole nel cuore della Verde Grande, area geografica  che per Ugas corrisponderebbe all’ Italia insulare e peninsulare. Secondo Paulis l’ipotesi sarebbe verosimile in quanto comprovata dal fatto che Ugas avrebbe scoperto che le citazioni dei popoli sarebbe stata eseguita seguendo un ordine geografico che si dipanerebbe in senso antiorario.
Per Giulio Paulis l’analisi filologica eseguita da Ugas sul cosiddetto “mappamondo” di Tuthmosis III sarebbe stata eseguita in modo esemplare. Io non sono d’accordo, e vi spiego perché.
L’interpretazione  di Ugas (cap III del libro citato) si differenzia dagli altri studiosi nella identificazione di tre sui tredici luoghi citati nella “stele poetica” di Tuthmosis III.  1) Per Ugas la definizione che altri interpretano come un riferimento ai Mitanni sarebbe un riferimento ai Messeni (nel Peloponneso); 2) la definizione riferita alle Isole di Utantiu, che altri interpretano verso le genti che abitavano le oasi del sahara per Ugas sarebbe un riferimento ai Libi della Tunisia;  3) il riferimento alle genti che abitavano nel cuore delle isole del Verde Grande che altri interpretano come le isole dell’Egeo per lui sarebbe un riferimento alla Sicila, Sardegna e Penisola Italiana.
Le ragioni per cui secondo Ugas termine MYTH sarebbe riferito alla Messenia invece che ai Mitanni si basa sull’idea che l’elenco abbia seguito un ordine geografico che si dipana in senso antiorario (cfr pp 60-61 op cit.).
Risibili le ragioni con cui Il riferimento alle isole di Utantiu che autorevoli studiosi interpretano come un riferimento alle oasi che costellano il Sahara, viene da Ugas spostato in Tunisia! Che le oasi possono essere interpretate come una sorta di isole in un mare di sabbia mi pare pertinente, mentre decidere che il riferimento ad Isole non sia un indicatore da seguire e ipotizzare che le isole di Utantiu sia un riferimento alla Tunisia mi pare pernicioso e mi stupisce e mi sconcerta che Giulio Paulis si sia lasciato convincere da un’analisi filologica così peregrina.
Perché Ugas colloca le Isole di Utantiu in Tunisia? Suppongo per non lasciare isolato il posizionamento delle isole del  Verde Grande in Sicilia, Sardegna e Penisola Italiana.
Dunque Ugas, dopo aver occupato la casella della Grecia con genti che altri collocano in Asia Minore cala il suo poker d’Assi spiegando che le Isole in mezzo al Verde Grande (che altri collocano in Grecia e nell’Egeo) sarebbero Sardegna , Sicilia e Penisola Italiana.
Dal punto di vista filologico sposta alcune caselle sia per dare un senso antiorario all’elenco geografico che per non lasciare lontana e isolata la Sardegna.
Ma nel suo spostare i popoli in posizioni funzionali  ad assecondare un ordine antioraio si dimentica di spostare gli Amu in luogo confacente al suo postulato, dunque lascia gli Amu nel Sinai cosicché il popolo che in elenco sta seconda posizione lo lascia in prima posizione nella sequenza geografica, in contraddizione evidente con l’idea che l’elenco abbia seguito un ordine geografico antiorario! Ordine che secondo Paulis sarebbe una meravigliosa intuizione filologica effettuata da Ugas.
Non capisco perché Ugas non abbia spiegato che vi è un’eccezione all’ordine antiorario da lui supposto (che  non se ne sia accorto?), e non capisco come mai nella mappa (tav V da pag 901) abbia invertito i numeri 1 e 2 rispetto all’elenco (pag 67 del libro in oggetto).  In pratica la cartografia che ha pubblicato presenta un ordine che non collima con l’elenco.



Dunque mi pare che l’analisi filologica di Ugas, che Paulis considera mirabile, mostra una distribuzione delle carte quantomeno sospetto, il suo poker d’Assi teoretico mi pare viziato da forzosi percorsi epistemologici, per me palesemente erronei.
In conclusione mi pare doveroso segnalare che non mi ha sorpreso il discorso di Zucca, mentre mi aspettavo un Giulio Paulis più prudente. Beninteso mi fa estremamente piacere che la tesi di Ugas sia sostenuta da altri studiosi, cosa utilissima all’analisi di una questione molto importante per la ricostruzione delle passate vicende dell’Isola.


P.S.  Sulle motivazioni per cui ritengo che i nuragici non possono essere i Shardana citati nelle cronache egizie vi rimando alla lettura di Archeologia del Paesaggio Nuragico (2009).