lunedì 7 marzo 2016

Il rito dell’incubazione in epoca nuragica


di Mauro Peppino Zedda


Pare certo che nella Sardegna nuragica si praticasse il rito dell’incubazione.
Una ritualità consistente nel dormire presso un luogo sacro, in attesa di sogni rivelatori.
Una pratica religiosa strettamente connessa col culto degli antenati.
Del rito dell’incubazione in Sardegna ne parla per primo Aristotele, commentando l’usanza dei Sardi di “dormire presso gli eroi”, e Filipono, suo commentatore, aggiunge che ciò avveniva anche per cinque giorni.
Lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni fu il primo che provò a contestualizzare questa notizia storica con i dati provenienti dall’archeologia, proponendo che l’incubazione si svolgesse presso le tombe di giganti.
A distanza di un secolo dalla sua formulazione la proposta di Pettazzoni viene considerata ancora  valida dagli archeologi nuragologi sardi
Una critica alla proposta di Pettazzoni venne fatta da Massimo Pittau nel 1977 nel libro La Sardegna Nuragica.  In quel libro Pittau fece notare che il rito dell’incubazione prevedeva un sonno di 5 giorni e che le tombe di giganti non si prestavano ad una pratica rituale che prevedeva una tale tempistica.
Pittau, citando Tertulliano (Aristotele, heroem quemdam Sardiniae notat incubatores fani sui visioni bus privatem) spiega che il rito doveva svolgersi in un posto sacro  e ipotizza che il luogo ove si praticava il rito dell’incubazione fossero i nuraghi complessi.
Gli archeologi fecevano orecchio da mercante alla brillante confutazione del la teoria del nuraghe fortezza di Pittau e dunque non potevano accettare l’idea che i nuraghi complessi fossero il luogo in cui si svolgeva il rito dell’incubazione.
Eppure la proposta di Pittau era ragionevolissima, è inverosimile pensare che lo spazio antistante l’esedra delle tombe di giganti sia idonea a ospitare le pratiche connesse col rito dell’incubazione.
In seguito alle severe critiche del Pittau (1977) , Lilliu tolse dalle successive edizioni del suo La Civiltà dei Sardi, tutte le risibili osservazioni a sostegno di un utilizzo militare, da quel momento la sua teoria diventava un dogma piuttosto che una maldestra ipotesi scientifica.
Dai tempi della proposta di Pittau qualcosa è cambiato nello stato dell’arte dell’archeologia nuragica e in riferimento al tema trattato  due elementi fanno pendere la bilancia a favore della tesi che propose il Pittau:
1) l’utilizzo delle tombe di giganti si esaurisce nel bronzo finale ;
2) ora gli archeologi riconoscono che nel bronzo finale i nuraghi venivano usati come santuari.
Aristotele scriveva nel IV secolo a.C., a quei tempi le tombe dei giganti erano in disuso da più di mezzo millennio, mi pare improbabile che le fonti si riferiscano ad un rito che non veniva più praticato. Viceversa nel periodo in cui scrive Aristotele nei nuraghi si svolgevano ancora dei riti (vedi studi  Caterina Lilliu sul Genna Maria di Villanovaforru , Ugas sul Su Mulinu di Villanofranca,  Taramelli sul Lugherras, ecc ).
Con tutta probabilità le stesse cumbessias (parola molto affine a incubazione) sono l’esito sincretistico cristianizzato del rito dell’incubazione.
Mi pare che i due elementi citati indicano i nuraghi complessi come i luoghi deputati allo svolgimento del rituale dell’incubazione.
La proposta di Pittau è stata accolta e corroborata da Ileana Benati che in una sua pubblicazione (I nuraghi: un’ipotesi simbolica, in HELIOPOLIS, culture, civiltà, politica, n.1/2 2009) aggiunge un importante “dettaglio” alla questione in esame, ovvero come il disegno costruttivo del nuraghe, evidentemente simbolico (che solo l’ottusità degli archeologi non riesce a a riconoscere) sia un elemento connesso col rito dell’incubazione, ecco quanto scrive:
Il rito dell’incubazione, in quanto percorso di “rinascita”, può essere assimilato ad uno dei significati simbolici del labirinto. Si tratta, infatti, di un cammino (la morte-sonno e la rinascita-risveglio) che porta al raggiungimento di un “centro” rappresentato dal responso oracolare. Anche fisicamente questo percorso si evidenzia nella fase morte-rinascita in un tracciato di aspetto decisamente labirintico (avviene infatti negli edifici che circondano il nuraghe centrale la cui struttura, in pianta, ricorda le spire di un labirinto). L’oracolo dà poi il suo responso nel “centro” costituito dalla stanza circolare del nuraghe….
Nel labirinto è decisivo il rapporto con lo spazio: lo spazio interno, isolato rispetto all’esterno, e la presenza di un solo piccolo ingresso. Colui che intraprende il percorso entra in uno spazio sacro, insolito, che è tra l’uomo e il divino, all’interno del quale muterà la propria condizione. Se si considera il nuraghe come un santuario, sede di riti d’incubazione, non è difficile concepire i suoi spazi come spazi sacri, dove il fedele, isolato dal mondo esterno dai possenti muri che delimitano gli edifici circolari che circondano il nuraghe centrale, vive la propria esperienza di rinascita. Il fatto che le capanne fossero quasi sempre all’esterno del recinto sacro, può significare, simbolicamente, l’esigenza dell’affrontare ostacoli e difficoltà per raggiungere la conoscenza.
Ciò è tipico dei riti iniziatici, e, se morte e rinascita le collochiamo su un piano simbolico-metaforico, il labirinto diventa la perfetta materializzazione del rito di iniziazione.
Questa potrebbe essere una delle giustificazioni delle forme labirintiche rintracciabili nelle strutture nuragiche.” (Benati 2009)


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