lunedì 27 settembre 2010

Sul linguaggio dei nuragici

di Mauro Peppino Zedda

Nel 1987 Colin Renfrew nel saggio Archeologia e Linguaggio, dimostrò che l’idea di un’invasione di popolazioni indoeuropee nell’età del Rame fosse priva di riscontri archeologici, ma Renfrew non è stato altrettanto esemplare nella formulazione di una proposta alternativa. Alla romantica idea di un’invasione a dorso di cavallo, Renfrew antepone uno scenario basato su una lenta (millenaria) invasione agganciata all’adozione dell’agricoltura.
La sua proposta è senz’altro più verosimile delle precedenti ipotesi. Ma più convincente mi appare la Teoria della Continuità proposta da Mario Alinei (Origini delle lingue d’Europa, 1996), che vede le lingue indoeuropee presenti in Europa già da tempi antichissimi.
Alinei nella sua analisi mette in luce come la distribuzione delle lingue flessive, isolanti e agglutinanti, trova un singolare parallelo con le modalità di scheggiatura degli utensili in pietra che hanno accompagnato e caratterizzato la più lontana preistoria umana. Propone una Teoria della Continuità lunga e una breve, lasciando a studi futuri il compito di valutare quale sia più pertinente.
Mario Alinei propende per quella lunga (che condivido), ma non è questo l’essenziale, a lui interessa dimostrare che sul finire del Paleolitico Superiore i gruppi linguistici europei erano già nettamente separati e insediati nelle loro sedi storiche.
Per Alinei nella Sardegna pre-romana si parlava una lingua italide affine al latino. Ecco come spiega i caratteri della lingua nuragica: «Come abbiamo visto, i sardi che si rifugiano sulle montagne per difendere la loro libertà, sono spesso invocati per spiegare la maggiore “sardità” linguistica dell’area montana: è qui, infatti che si sono mantenute la /k/ e /g/ velari latine (cioè italidi), è qui che si parla il Sardo più vicino al Latino (leggi: Italide) in tanti aspetti, formali e semantici. Tuttavia, vi è un “piccolo” problema in questa visione. Nella teoria tradizionale, accettata da Lilliu, la lingua che i sardi del Centro montano continuano a parlare, non è - né può essere – quella latina o sua affine. Lilliu, che attinge alla linguistica degli anni Cinquanta (in mancanza di meglio, come lui stesso ci ha detto), afferma infatti che la lingua dei Sardi della montagna doveva avere «un fondamento comune libio-ibero-ligure (o mediterraneo occidentale)». Ora, è curioso che nessuno studioso abbia finora notato la stridente contraddizione inerente a questa tesi. Se i Sardi nuragici non erano italidi, ma di ceppo etnico e linguistico anIE, quelli fra loro che si erano rifugiati sulle montagne avrebbero dovuto conservare meglio le caratteristiche linguistiche originarie del loro sostrato, e quindi avrebbero dovuto allontanarsi maggiormente dal latino o da una lingua affine. Proprio perché la conservatività del Sardo montano e l’innovatività del Sardo della pianura risultano da un confronto fatto rispetto al latino, esse sono inconciliabili con la tesi tradizionale. Diventano al contrario del tutto comprensibili e prevedibili se la lingua dei Sardi nuragici, all’epoca della ritirata sulle montagne, fosse stata italide, cioè una variante del Latino! In altri termini è l’Italide dei Sardi fuggiti in montagna che si è conservato meglio, così come è l’Italide dei Sardi “mescidati” delle pianure, che ha subito l’influsso di lingue non italidi e ha innovato. Occorre rovesciare completamente l’assunto tradizionale per dargli un senso e una logica.
Le prove di continuità culturale, così evidenti nell’isola anche nel periodo di decadenza e di fine della civiltà dei nuraghi (500-238), portano gli studiosi che assumono l’assunto tradizionale a una conclusione obbligatoria, che Lilliu esprime così: «la romanizzazione delle genti del centro «fu […] un fatto di lingua e non di cultura». Ora nell’ambito di una visione antropologica della linguistica, questo sviluppo sarebbe un unicum assolutamente sbalorditivo. Lingua e cultura non possono essere separati in questa misura. Non sono la stessa cosa, ovviamente, ma sono avviluppati in un reticolo di rapporti talmente complesso da rendere impossibile un cambiamento dell’una senza conseguenze per l’altra. […] La lingua dei Sardi non sarebbe mai rimasta quella che è, in tanti dettagli che la avvicinano a un tipo italide arcaico, e la differenziano da tutte le altre parlate neolatine, se la continuità culturale e materiale così tipica dei Sardi tradizionali non fosse sempre stata associata, dal neolitico all’epoca nuragica, e da questa fino all’occupazione romana e alla cristianizzazione a una stessa etnia.
Scopo di questa illustrazione era di mostrare come lo sviluppo culturale della Sardegna preistorica, dalla Ceramica Impressa/Cardiale fino alla civiltà nuragica, possa essere interpretato come affermazione originalissima da parte di un gruppo italide, parallelo ma indipendente sia da quello appenninico italico, che da quello medio-italiano latino e da quello franco-iberico. Il problema di fondo per la Sardegna, forse più ancora che per la Corsica, resta quello degli apporti anIE e di altri gruppi IE, da quello di eventuali adstrati peri-IE risalenti al Mesolitico se non a prima, al superstrato “orientale” dei coltivatori immigrati dalla mezzaluna Fertile, a quello celtico introdotto dal Megalitismo e dal Campaniforme, a quello greco e fenicio
» (Alinei 2000).
Quanto affermato da Alinei sarebbe valido anche adottando lo schema di Renfrew. In Sardegna si parla indoeuropeo perlomeno dal Neolitico Antico.
Per chi non conosce le opere di Alinei e Renfrew specifico che per loro il cosiddetto IE italide abbracciava oltre alla penisola italiana, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, anche le coste mediterranee della Francia e dell’Iberia.

9 commenti:

  1. Caro Mauro,

    bisognerebbe chiedere a chi non si era espresso su quale sostrato ci fosse in Sardegna, al tempo dell'uscita dei due tomi dell'Alinei. Intendo gente come: Paulis, Blasco, Maxia, Wolf.E' ovvio che escludiamo Pittau che una strada ha preso e non ha mai sbinariato. Di Blasco sappiamo, e forse sapremo di qui a qualche tempo di più: vede un sotrato bascoide (che NON è IE), Paulis ha ripetuto quel che diceva il HUbschmid (massimo studioso dei sostrati): ci sono sei tipi di sostrato in sardegna (e nessuno dei quali è avvicinabile all'italide). Di Maxia non so. Wolf ha scritto due volumetti (uno anche scaricabile) che attestano che la toponomastica sarda-sarda è insondabile col latino o strumenti affini, e anche secondo lui siamo nell'anario. Ecco questa è gente che comunque in Sardegna ci sta, c'è stata, ci vive o ci fa ricerche, se ci fosse del latino/italico nella toponmastica oscura di Baunei, Ovodda, Ollolai lo direbbero senza rigiri. Alinei invece non l'ha nemmeno sfiorata la questione, prendendo solo alcune parole e forgiando ad esse i SUOI abiti. Io credo che la vera ricerca sui toponimi debba partire dall' analisi topologica, secondariamente da quella documentaria e in ultimo caso dall'etimologia. Sarà un giorno possibile scoprire cosa ci sia dietro tanti oscuri significanti del paleosardo? Penso di sì, qualcuno ha già iniziato.

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  2. Caro Mauro, attendi un mio articolo sul blog di Gianfranco circa il 'linguaggio' dei nuragici. Ti sorprenderà. Nel frattempo ti esorto a leggerti il mio libro (SAGRA)nella parte riguardante Alinei (che non è poca e che serve tanto, ma tanto, al tuo assunto). E lascia perdere Illiricheddu (che non legge proprio o se legge non cita) che va dietro anche lui ai SUOI ABITI illirici e trae deduzioni davvero strabilianti dagli studiosi che cita:'questa è gente che comunque in Sardegna ci sta, c'è stata, ci vive e ci fa ricerche....E che caspita vuol dire? Anche per la scrittura nuragica c'e lo stesso tipo di gente che vede altro, anzi non vede, non trova e non vuol trovare! Anche in Grecia c'era lo stesso tipo di gente (e quanta!) a proposito del greco della lineare B, gente che che non trovava e non voleva trovare!. Anche la scrittura maya era presente a gente che c'era, studiava, pubblicava. Ma contro dei testoni che non trovavano e non volevano trovare lingua e scrittura c'è voluto un certo russo etnologista.'His Work met much resistance among his professional colleagues in the West, but is was eventually vindicated'( Coulmas 1999, p. 331) . La 'toponomastica poi! Bella bestia su cui contare! Tutti d'accordo e amorevoli coloro che se occupano!
    Colgo l'occasione. Quand'è che mi mandi la foto dello spillone nuragico scritto fatto conoscere ( dopo vent'anni)nella sua conferenza da Bernardini? Io non so come procurarmi uno straccio di fotografia!

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  3. Credo che lliricheddu intendesse dire che gente come Paulis, Wolf ecc. essendo innanzitutto dei filologi romanzi, se si occupano di topononomastica, non dovrebbero avere difficoltà a vedere dei lacerti di un paleo-latino, nei vari toponimi prelatini. Non li vedono, e credo facciano bene a non vederli: perché non ce n'è.Alinei si può dannare l'anima ma è LUI che deve convincere spiegandoli paleolatinamente questi toponimi (ove voglia). Ci possono essere dei toponimi misti (suffisso latino- tema prelatino, e viceversa), dato il lungo periodo di convivenza tra prelatino e latinità. Tutto qui. Riguardo ad illiricheddu, che credo legga il possibile e il comprensibile, EGLI (augusto studioso) ha fornito delle chiavi di interpretazione che nascono da PAROLE VIVE del sardo (NON spiegabili con alcun metro finora utilizzato) indi si è rivolto alla toponomastica mettendo innanzi le mani: attenzione che sicuramente ci sono cavolate, ed in mezzo a cavolate, ci sono però anche importanti conferme alla sua tesi della lingua illirica, o paleoeuropea, originata nell'area orientale d'Europa. Per Sanna aspettiamo il suo "Sagra" per inebriarci con una nuova ipotesi.

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  4. Le ultime parole famose:

    "E lascia perdere Illiricheddu (che non legge proprio o se legge non cita)"

    cfr: http://www.sre.urv.es/irmu/alguer/docs/Insula_07.pdf

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  5. Caro Alberto Areddu,
    credo che tu analizzi la profondità delle vicende umane con gli occhi degli studiosi predarwiniani, quando si pensava che il mondo avesse avuto inizio nel quattromila a.C. e che nel 2000 l'Europa fosse stata invasa da guerrieri indoeuropei a dorso di cavallo.
    La genetica pare indicare che nel mesolitico arrivano delle genti (che potremo definire italidi secondo in concetto di Renfrew adottato da Alinei) in Sardegna e Corsica. Queste genti trovarono la Corsica spopolata , mentre in Sardegna trovarono delle popolazioni che svernarono nella nostra isola il lungo inverno glaciale.
    Le popolazioni che gli italidi trovarono nell'isola penso che fossero di origine balcanica (gli I1b2, discendenti degli I1b balcanici-illirici).

    Caro Gigi leggero con piacere il tuo Sagra.


    saluti
    mauro peppino

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  6. Se la vuoi rigirare così rigiriamola così. Il problema è che Alinei dice delle cose ben precise sull'italide di Sardegna: ad esempio che è una lingua centum, mentre a me risulta che ci siano forti indicatori di una lingua paleosarda piuttosto satem, quindi orientale (trace, slavo, iranico, indiano). Intervengo sul "Sagra" per corregger me e te: è l'acronimo di SArdoa GRammata", che io confesso di aver letto solo in biblioteca (non ero però ubriaco quel giorno) e ne sortì in me l'impressione di aver letto cattiva letteratura linguistica. Però siccome ha ragione chi i libri se li vende, guardati Sebina e Tilipirke: quasi tutte le biblioteche sarde hanno il libro del Sanna, e nessuna ha invece il mio ultimo (eccezion fatta per Sorso, dove notoriamente sono pazzi). Sanna può stare tranquillo, così come i miei non lettori.

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  7. Caro Alberto,
    poniamo che tu abbia ragione nel pensare che il paleosardo (con annessa toponomastica) sia satem piuttosto che centum.
    Che problema c'è nel pensare che il filone satem sia arrivato nel 20.000 B.P. e che quello Centum sia iniziato ad arrivare nel Mesolitico?

    La teoria della continuità , rappresenta un nuovo modo di vedere la prestoria d'Europa, un paradigma da percorrere sino in fondo, per capire sino a che punto può spiegare la preistoria d'Europa in modo migliore di quanto fatto dai precedenti teoremi pre-darwiniani, che purtroppo ancora guidano l'operato di tanti linguisti.


    saluti

    mauro peppino

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  8. No Areddu (un 'cattivo linguista' abbasantese ti dice: tue ses 'arreddosu' asi chi pes non nde 'ogamus). Un presuntuoso epigrafista (non 'linguista') ti dice che bisogna leggerlo bene Sardoa Grammata: certo, mica è il vangelo. Qualche 'cosina'però c'è. In quel volume (se lo comprano ininterrottamente dal 2004 un qualche motivo ci sarà, non credi? Anche se costa oggi, credo, 85 euro! Mai scontato!). Parlo anche di Alinei in diversi passi. Con tutti i miei limiti da cattivo linguista, ma ne parlo. Ho dovuto per 'forza' (dirò perchè nell'articolo) accettare la sua TdC. Ma ho anche contestato duramente in delle pagine apposite (ma tu, che evidentemente non hai letto, non le citi: ecco il perchè del 'rimprovero', ma per il caso specifico, non in generale), la sua bizzarra 'etimologia'sul nuraghe come la 'casa della nuora'. Ma mica lo disapprovo, come fanno certi chiacchieroni ( e quanti ce ne sono!), sul piano astratto, generico. Ho spiegato perchè quella etimologia era del tutto sballata. Documenti alla mano, Del resto alla fine lo stesso studioso dice che non ci crede molto neppure lui su quel che sostiene. Tant'è che parla (giustamente)di 'etimografie' più che di etimologie. Dunque: 'Lui dice e sostiene, io invece dico e sostengo'. Così si procede, mi pare, nella cosiddetta scienza. Altrimenti le accuse restano aria fritta.
    Quanto al fatto che io i libri 'me li vendo'. Manco per nulla. Lascia perdere le meschinità che non ti fanno onore. Te l'ho detto altre volte: diventi antipatico e vorrei che così non fosse. Altri li vendono e forse ci guadagnano. A me capita persino di dover comprare i miei libri! Pensa un po' quanto sono povero e fesso!

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  9. Parto dal fondo:"ha ragione chi i libri se li vende". Ho forse detto che tu ci guadagni? Ho detto che c'è una stampa ben disposta a recensire cose "abbellenti" il passato sardo, e altrettanto proni bibliotecari successivamente lesti a comprare anche cose poco digeribili (ad esempio testi di grammatica generativa), un po' perché saranno richiesti da qualche lettore, ma sopratutto perché hanno letto un articoletto pappaeccia sul tale giornale. Cosa ne capiranno essi non lo so, ma questo è l'andazzo. Quindi permettimi di esser cattivo: son tre anni che quanto te, scrivo sul blog di Pintore e nemmeno uno str... di bibliotecario, mi ha cagato il mio. Riguardo al Tuo testo, è evidente che me lo devo riprendere in mano, e rivederne gli aspetti più minuti. Vorrei soggiungere e qui chiamo in causa Mauro, che quando uno formula una teoria onnicomprensiva come ha fatto l'Alinei, dovrebbe premurarsi di verificare alla fonte che tale tesi possa combaciare con quanto detto precedentemente, o se no condurre lui delle analisi. Sfido te e sfido lui a dimostrare che la toponomastica sarda sia verificabile col metro del gruppo latino-osco-umbro. Le grandi sovrastrutture per reggersi devono deve avere dei buoni basamenti altrimenti cigolano. Io ho timore che Alinei intendesse dire qualcosa di più -ma non ho precisa contezza in ciò- che parole come "domo", "caddu" "janna" NON siano dovute alla latinità, ma siano precedenti all'arrivo delle armate romane, giacchè per lui "Roma non conta (quasi) niente". Ora chi è l'eretico qui? Quanto questa scelta è condivisa in ambito scientifico? I referee di riviste come Zeitschrift fuur romanische Philologie, Romance Philology, Archivio glottologico italiano, ecc. che dicono in proposito? Bisognerebbe chiederglielo (a lui e a loro)

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