Breve
commento all’intervista di Oubliette Magazine al Soprintendente su Monte Prama
di
Franco Laner
“Io osservo che le statue sono molto fragili e facilmente
sbilanciabili; penso che non potessero restare in piedi a lungo, perciò credo
che siano cadute da sole dopo qualche tempo; però non escludo un’azione violenta da parte di altri
nuragici. In ogni caso mi sembra probabile che fenici e cartaginesi abbiano
visto solo pietre rotte; possono aver continuato a romperle, ma che abbiano
avuto l’intenzione di distruggere l’eredità culturale nuragica, dopo tanti
secoli, è tutto da dimostrare…
In conclusione, nessun mistero e nessuna
omissione; solo la dimostrazione, l’ennesima, che la scienza è una cosa seria e
complessa, ovvero la conoscenza sulla base di dati storici e scientifici,
sui quali ci si confronta mettendo da parte
complotti, congetture ed invenzioni, questi ultimi elementi cardine della pseudoscienza,
ovvero gabbare l’insipiente muovendone “la pancia” piuttosto che la testa,
magari saggiandone le tasche nel mentre.”
La
lettura di questa intervista ha mosso anche la mia di pancia. Fortunatamente il
cesso non era distante!
Che
bella osservazione ha fatto il Soprintendente:
“Io osservo che le statue sono molto fragili e
facilmente sbilanciabili; penso che non potessero restare in piedi a lungo,
perciò credo che siano cadute da sole dopo qualche tempo.”
Ecco,
proprio come sostiene l’Intervistato, la scienza è una cosa seria e complessa:
l’osservazione è solo il punto di partenza della ricerca scientifica.
L’osservazione è importante, ma poi l’oggetto dell’osservazione va sostenuto
con logica e consequenzialità. Va quantificato, ne vanno argomentate le deduzioni.
Dire che le statue siano fragili non basta. È necessario quantificare la
fragilità, argomentare la “sbilanciabilità”. Per far ciò è necessario conoscere
le caratteristiche fisico-meccaniche delle pietre per scolpire, bisogna
conoscere la scienza dell’equilibrio, ovvero la statica. Solo allora ha senso
dedurre e validare un’osservazione.
Ma
allora, quando chiesi -iteratamente- al Soprintendente Usai di avere qualche
frammento per effettuare analisi e prove di laboratorio mi fu rifiutato
sostenendo che non era necessario.
Commentare
il resto dell’intervista sarebbe un esercizio inutile. Basti l’affermazione che
un oggetto con un abaco, un echino, l’attacco della colonna sia un modello di
nuraghe -nuraghi quadrati?- e non possa essere un capitello!
Perché?
Ecco la spiegazione:
“Qui il problema è semplicemente archeologico:
esistono capitelli nella civiltà nuragica? Un capitello ha bisogno di una
colonna o di un pilastro di dimensioni adeguate, e anche ammesso che fossero in
legno, una colonna o un pilastro hanno bisogno di una base in pietra di
dimensioni adeguate, come si vede in molte parti del mondo, per esempio negli
arcinoti palazzi minoici e micenei. Ma in Sardegna non se ne conoscono. Strano che nessuno, all’infuori
degli archeologi che lavorano sul campo, pensi a queste semplici connessioni
funzionali di elementi costruttivi.”
Ahimé, proprio dagli scavi di Monte Prama vengono fuori
elementi cilindrici, di un paio di metri di lunghezza e diametro di alcuni decimetri,
che ora non mi sento più di chiamare colonne.
Forse Usai, ammettendo che ci possano essere capitelli,
dovrebbe conseguentemente sostenere che Monte Prama abbia datazione attorno al
V secolo, quando in Grecia si cominciano a realizzare templi di pietra, al
posto di quelli di legno.
Concordo con la conclusione di Usai:
sulla scienza ci si confronta mettendo da parte complotti, congetture e
invenzioni.
Perché non lo mette in pratica?
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