martedì 19 gennaio 2016

Metti una sera a cena con Pinuccio Sciola


di Franco Laner

Da tempo desideravo rivedere il Maestro Sciola, che avevo conosciuto una quindicina d’anni fa a Bonorva, durante una sua conferenza di ritorno dall’Isola di Pasqua e poi reicontrato a Mestre.
L’occasione è stata il corso sulle strutture di legno per gli ingegneri organizzato a Monastir, a pochi km da S. Sperate, ospiti di Teknolegno. L’amministratore della ditta, ingegnere R. Usala, conosce bene il Maestro e l’ha invitato a cena. Al contrario Pinuccio ha voluto ospitarci e, oltre al sottoscritto e Usala, si sono uniti altri due docenti del corso, ingegner A. Pantuso e G. Lauricella.


Ebbene ci ha ospitati nel suo grande e incasinatissimo studio: dappertutto statue, di pietra, di legno, di laterizio, libri, giornali, disegni, manifesti, foto e poi modelli, schizzi, maquette, plastici, scaffali pieni e in terra casse…un lungo tavolo, anch’esso stracarico di libri, riviste, giornali, lettere, fogli di appunti e bozzetti, trapassava gli archi di tre locali, terminando davanti ad un caminetto, acceso di vivace fiamma. L’estremità del tavolo era preparato con cura, sobria ed invitante. La tovaglia era ravvivata da segni discreti e riquadri tenuemente colorati.
Prima però di sederci, ci ha portato all’esterno: anche qui pietre incise e altre sculture. Su di un banco, sotto la tettoia, c’erano pietre sonore di varia altezza, quasi grattacieli in miniatura che insieme componevano una metropoli contemporanea e suggestiva.



Il Maestro si è posto dietro il banco, assorto, con le mani quasi giunte, immerso in preghiera. E poi il gesto d’effetto: sputatosi appena sulle mani, le ha sfregate, con lentezza, più volte. Come chi, un tempo, accingendosi ad un lavoro impegnativo –tagliare un albero o impastare ghiaia e cemento- inumidiva le mani per inforcare l’attrezzo. Ha dunque accarezzato le superfici delle pietre segate in profondità in rebbi geometrici e di diversa lunghezza.
Ne è uscito un suono, lungo, acuto e poi dolce, ancestrale, siderale. Il suono provocato non ha iati, si prolunga e sovrappone. I timpani, quasi feriti da ultrasuoni e infrasuoni, sono sollecitati e tesi, piacevolmente lacerati. Portano dentro al cuore struggimento ed emozione. Il tempo è sospeso e non ha tempo.
“In principio era il Suono” proferisce semplicemente. Azzardo: “In principio era il Verbo”.
“No -ribatte- il Suono. Il Suono è nella pietra che preesiste prima del tempo. L’ho liberato, evocato, sprigionato dai vincoli cosmici. Il Suono, capace di negare il frastuono del primordiale Big-Bang! L’armonia può creare, non il rumore”
Fin che torniamo a tavola, faccio osservare che un elemento snello, come il sottile parallelepipedo di calcare, sollecitato, vibra e le onde energetiche percuotono il timpano e così noi percepiamo il suono.
“Non mi interessano spiegazioni scientifiche -mi blocca- o si percepisce l’armonia consustanziale alla pietra, la rievocazione del Tempo e l’invito alla meditazione, oppure si resti fedeli al tecnologico e freddo Prometeo, incapace di tendere l’orecchio alla melodia primordiale”.
Ci porta una fumante zuppiera. Un minestrone di verdure autunnali. Trionfa il cavolo, attaccato da altri sapori, finocchietto, zucchina, carota -poche rotelle che macchiettano di colore il biancore dominante- sottili schegge di patata, cipolla, costa e forse porro e una pastina, figlia minore della fregola. Dal fuoco del caminetto trae fette di pane abbrustolito su cui ci invita a passare un filo d’olio.
Ovvio il bis.
Si allontana e rientra con una portata di finocchi lessati punteggiati da briciole di tuorlo. Delicato, in contrapposizione a  scaglie di pecorino, stagionato e profumato che saccheggiamo, mentre i bicchieri di Cannonau sembrano svuotarsi per magia. È il momento che aspettavo e comincio:
“Quale reazione hai avuto quando alcuni studiosi hanno identificato, nel retro della grande pintadera del Genna Maria che hai scolpito  e posta all’entrata del museo archeologico di Villanovaforru, segni nuragici o addirittura scrittura? Ti hanno tacciato di aver manomesso un reperto archeologico!”
“Ho voluto lasciare la mia firma, ma senza nessun intento falsificatorio su una pietra che ho estratto. Pura interpretazione artistica…e con rispetto e devozione alla Nostra Cultura di Pietra! Sono comunque contento che i segni abbiano ispirato una decifrazione linguistica. I segni devono scatenare significati, portare un contributo metafisico”
“E dei cosiddetti guerrieri di Monte Prama? Li hai anche tu accolti quando sono arrivati al Museo di Cagliari, imbragati e artatamente rimessi in bella…”
“Volevo salutare Thabor, l’antico scultore e rendere omaggio ad un collega, anche se ingenuo e neofita. Di queste sculture lamento l’eccessivo clamore mediatico, oltrettutto nemmeno sarde e di modesta valenza artistica. Troppo fiato sprecato, incommensurabilmente distanti dall’arte e dall’architettura nuragica. Spazio e impegno devono essere al contrario dedicati allo straordinario patrimonio nuragico”.
All’illazione che fosse direttamente coinvolto nella “messa in bella” di qualche testa, nemmeno mi risponde, come non sapesse nemmeno a cosa volessi alludere.
Sulla fonte della sua produzione artistica e accostamenti che la mia poca dimestichezza scultorea mi suggerisce, prende immediatamente la distanza da Titino Nivola. In sintesi, partendo dal concetto di unicità dell’opera d’arte, vede nella produzione dell’illustre oranese troppa facilità riproduttiva e quindi ci sono troppe opere di Nivola in circolazione, prive di anima. La riproduzione non può possedere l’anima. Mentre accetta l’accostamento con Brancusi, con cui ha avuto frequentazione parigina.
L’artista invece che condivide con lui l’eccellenza sarda e non solo, è Maria Lai. La discussione, accesa dagli altri interlocutori fa stazione sulle effettive difficoltà economiche di un artista, esposto a debitori e creditori insolventi, come sempre, non solo ora, in tempo di crisi. Esclama esasperato: “Ho un sogno: di essere incarcerato! Sto pensando al misfatto che potrei compiere per godere del soggiorno coatto, ma tranquillo e pieno d’ozio produttivo!” Il discorso scivola sul prezzo dell’opera d’arte. “Io vendo a peso” Interpreto la battuta come provocazione, anche se insiste sulla posizione. Ma anche a proposito della necessaria unicità dell’opera d’arte, che per me rimane tale anche se riprodotta, non ammette repliche e ci lascia perplessi.
Traspare nei suoi movimenti, nei gesti, la pacatezza di una serenità interiore. Ci legge alcuni pensieri, dove il Tempo, la Natura, l’Anima, sono protagonisti. La Natura reclama oggi un altro approccio di intimità e reciprocità. Capisco che possa affermare di essere nato da una pietra, di essere una pietra!
Ci dice del suo progetto di accostare lungo tutta la Carlo Felice, da Cagliari a Sassari, ai già tanti monumenti nuragici, nuraghi, pozzi, come Santa Cristina, opere scultoree di artisti internazionali e per questo sta contattando le Ambasciate.  Una esposizione lunga 230 km !
È tardi.
“Ti possiamo dare una mano per i piatti?”
“ Prego, fate pure!”
E così avvenne che l’ing. Pantuso potrà dire di aver lavato i piatti a Sciola!
Nell’accomiatarci mi attrae un computer acceso. C’è l’immagine della facciata di pietra del nuovo Parlamento a La Valetta, Malta, dell’architetto, senatore a vita, Renzo Piano.
“Ma ti ha copiato!”
“Diciamo -risponde Pinuccio- che si è ispirato alla mie sculture. Mi fa piacere essere copiato: si copia ciò che vale! Anch’io traggo ispirazione dalle ossa della madre terra!”
Un’ultima battuta: “Complimenti per lo squisito minestrone!”
“Un artista è tale se è anche un cuoco”
Condivido. Sempre di cultura si tratta. E mentre gli stringo la mano, noto che ha indossato una raffinata sciarpa. La temperatura esterna si è fatta rigida. Anche l’abbigliamento è cultura
Arricchiti, affrontiamo i dedali delle viuzze di San Sperate e finalmente un’insegna indica Cagliari. Poca segnaletica? Macché, un inconscio desiderio di rimanere dove si sta bene, mentre l’ingegnere ripete: “Ho lavato i piatti a Sciola!”


6 commenti:

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  2. È verissimo. Io ho insinuato il sospetto che il Maestro Sciola abbia rimesso in bella due teste di MP.
    Se volete, che le ha falsificate. Ma questa parola l’ha usata la giornalista Francesca Mulas.
    Con il prof. Pittau ho spesso ragionato sul cosiddetto “modello di nuraghe” di San Sperate ed ancora –sempre con riferimento al Maestro, mi sono chiesto, a proposito della pintadera di Villanovaforru che ha scolpito- quanto l’osservazione immediata ed ingenua (fenomenologicamente ingenua, non in senso riduttivo, anzi!) di Romina sugli occhi delle statue e i centri concentrici del “retro” della pintadera.
    Queste tre questioni le ho poste al Maestro. Non ho riportato la risposta sul modello di nuraghe a proposito di quest’argomento mi disse che all’epoca era ispettore della Sovrintendenza e che a S. Sperate si scavavano le fogne cittadine e che lui aveva il compito di sorvegliare. Dagli scavi venne fuori il reperto. Con buona pace di Pittau, che sostiene con forza la sua falsità nel vero senso della parola.
    Scrissi ciò che è riportato nel post di sopra e lo sottoposi al Maestro che mi disse di pubblicarlo. Nessun giornale l’ha pubblicato. A quelli che chiesi mi risposero in sostanza che non era così importante o non mi risposero.
    Cosa ne penso delle sue risposte? Non credo che la mia opinione sia così importante e comunque me la tengo!
    Invece sono andato a rileggermi il post del 9 aprile dell’anno scorso su MP. Mi accorgo che la mia memoria non mi sorregge e la lettura me l’ha purtroppo rinfrescata. Purtroppo dico, perché rileggendola con puntualità e alla luce di quel che dici commentando il mio post, ammetto che hai ragione: sarebbe proprio meglio finirla con questa storia, perché quella è proprio una pagina da cancellare, considerato il fiasco e la figura da cioccolatini che facemmo, anche se, beninteso, tu non c’entri per nulla perché hai semplicemente riportato ciò che ti disse la guida.

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  4. Confondi i cuochi coi rosticcieri e gli scultori con gli scalpellini.
    Se mi inviti a telefonare al Maestro per dirgli che Aba Losi non ha mai insinuato che lui abbia falsificato un reperto, forse hai capito a modo tuo quale sia stato l'oggetto dell'incontro: non vedevo l'ora di lavargli i piatti!
    Volevo cercare di capire se avesse falsificato dei reperti, perché io l'ho sospettato. Non serve che mi torturi: lo confesso!
    Se non ci sono altre statue al mondo come quelle di MP si rafforza la mia ipotesi: visto l'esito, perché continuare?

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