mercoledì 13 gennaio 2016

Né arte, né magistero nei reperti di Monte Prama


di Franco Laner

Quelle che seguono vogliono essere alcune osservazioni a seguito della "perizia" Brevi considerazioni tecniche sulle sculture “Giganti di Mont’e Prama” del prof. Raffaele Mondazzi, Torino  dic. 2015.
(vedi:  http://pierluigimontalbano.blogspot.it/)

 Ho usato la parola  “perizia”. Non sia intesa in modo riduttivo, ma nell’ampiezza della sua accezione. Infatti il carattere dell’attenta disamina del prof. Mondazzi, è volutamente “neutro”: il prof-scultore scrive ciò che vede, ciò che la sua competenza gli suggerisce e si astiene da giudizi e pareri.
Mette in condizione altri di trarre conclusioni, proprio come dovrebbe essere compilata una “perizia” di tribunale!
A ben leggere, considerato che è difficile staccarsi completamente dall’oggetto in esame, c’è, accanto all’asetticità  tecnologica, anche l’interpretazione, come quando il prof. conclude la disamina con l’immagine di una “Dea Madre” neolitica (quella di Decimoputzu), che giudica di “eccessiva bellezza” quasi a dire: “Se vogliamo parlare d’arte possiamo farlo per questa Dea, per i Giganti di Mont’e Prama sospendo il giudizio. Non vedo arte!”
In un recente colloquio con Pinuccio Sciola, anche il Maestro mi ha risposto con un simile, secco, giudizio:
“Mi addolora vedere l’accanimento e l’esaltazione dei media sui Giganti, modesti e nemmeno sardi. L’attenzione andrebbe spostata a valorizzare altri e più importanti prodotti dell’arte nuragica, ivi compresa l’architettura dei pozzi, dei nuraghi, delle tombe di giganti”.
Sulla questione Sciola e valore artistico delle statue, tornerò con un prossimo post.
Attenzione comunque, non sto parlando del valore documentale e archeologico dei guerrieri di MP!
L’osservazione del professor Mondazzi sugli attrezzi per scolpire di diversa tipologia e uso di ferro, pur non chiudendo del tutto a qualche impiego di bronzo o pietra dura, fa pensare ad uno scultore molto “attrezzato”, non agli esordi. D’accordo che gli strumenti da soli non fanno maestria, ma si presume che almeno chi li usa sappia fare il suo mestiere, non solo scolpire una statua, ma soprattutto scolpirla affinché stia in qualche modo in piedi! Qui concorda in toto con il giudizio di Peter Rockwell (v. “Le sculture di Mont’e Prama – Conservazione e restauro”, Gangemi editore, Roma, 2014)
Questo tema costringe il prof ad ipotizzare tre appoggi (manca però traccia del terzo), perché le due caviglie non hanno sufficienza strutturale. Ipotizza anche un aggancio ad un sostegno verticale. Possibile. Anche per Rockwell. Comunque non c’è alcuna prova certa che i guerrieri siano stati messi in piedi, pur nell’ovvietà che siano stati scolpiti per stare in piedi!
Alcuni anni fa ipotizzai che la verticalità dei guerrieri sarebbe stata possibile se i guerrieri fossero stati “compressi” da un carico superiore (esempio trave caricata sopra la testa) e mi convinsi della loro funzione di telamoni, anche a causa della loro mancanza di plasticità e per la loro staticità scultorea, priva di valore estetico (attenzione, non ne nego l’importanza e valore documentario), tozze e disarmoniche.
Ora, dopo il rinvenimento degli ultimi due guerrieri (2014), quelli che il soprintendente Minoia definisce guerrieri con lo scudo avvolto (ci voleva un’altra tipologia di pugilatore con scudo, inaudibile quanto inverosimile, dopo quella del pugilatore con lo scudo sopra la testa!) sto pensando che nessuna delle statue scolpite siano mai state messe in piedi. Entrambi i guerrieri dello scavo 2014 hanno già le caviglie rotte, ancora in fase di lavorazione iniziale di sbozzatura.
Anche qui i due scultori e storici, Rockwell e Mondazzi concordano. Si chiedono come le statue potessero stare in piedi, proprio per elementari leggi di statica Su due appoggi, e per di più sottili, le caviglie, non v’è dubbio che serviva un terzo punto di sostegno!
Ecco perché avanzo l’ipotesi che il ritrovamento di Mont’e Prama sia il ritrovamento di un “laboratorio” di scultura abortito.
E’ il ritrovamento di una scelta azzardata e velleitaria, condannata da subito all’insuccesso e quindi all’abbandono, in discarica.
Sottrarre dalla massa calcarea, vulnerabile, la materia per lasciare parti esili, come lo scudo, l’arco è una operazione difficile e rischiosa, per me impossibile. Ma anche per Mondazzi, che cerca invano l’altra soluzione, che sarebbe quella di appiccicare queste parti al corpo, cozzando contro un’altra realtà: non è dimostrabile l’uso del trapano!
Alcuni guerrieri sono stati portati ad un buon compimento di finitura, ma al momento della loro messa in opera, o pronti per il trasporto, le caviglie hanno ceduto. Altri tentativi hanno seguito la sorte di quelli già ammucchiati in discarica, altri, incompiuti e appena sbozzati, sono stati lasciati in loco (i due pugilatori con lo scudo avvolto del 2014 sono un chiaro esempio!).
Il ritrovamento della “discarica” (la definizione è dell’archeologo del primo scavo, Carlo Tronchetti) coi 5280 pezzi è un coacervo di frammenti.
Il primo ritrovamento è stato un enigma, senza alcun precedente, o riferimento. Lilliu e compagni l’hanno impreziosito con frasi esaltanti e di effetto, col facile paragone ai bronzetti guerrieri, in sintonia con la certezza militare nuragica e l’auteferenzialità interpretativa, integrando il tutto con quell’ “aiutino” di messa in bella che confermasse l’interpretazione e rendesse esibibili i reperti.
Per questo argomento il prof. Mondazzi si lascia andare ad un accenno di giudizio. Non è una novità -scrive- che i reperti, per essere mostrabili, abbiano sempre, storicamente, subito quelle aggiunzioni, protesi e sottrazioni, tali da renderli più facilmente comprensibili, in particolare ad un pubblico di bocca buona. In pratica giustifica un possibile “ritocco”. Il “ritocco” è certo. Il problema è quanto questo ritocco sia stato “profondo” e interpretativo!
Già Margherite Yourcenar in “Il Tempo, grande scultore” aveva mirabilmente scritto sul desiderio di rimettere in buono stato un oggetto rinvenuto. Ad una statua mutila si aggiungevano gli arti e gli sfregi venivano ricomposti, spinti dal bisogno di ricreare ed esibire una statua completa. Grandi collezionisti di cose antiche hanno restaurato per pietà o spinti dalla semplice vanità del possesso.
Ciò che il primo scavo consentiva di esporre, due teste, un torso, il braccio dell’arciere, i piedi sul piedistallo, la mano che tiene l’arco, fu esibito al Museo di Cagliari. Dopo quarant’anni si consolida, attraverso l’uso ideologico dei resti giganti (giganti perché appena maggiori della scala 1:1), l’esaltazione di nuovi primati di una Sardegna, ormai uscita dalla “vergogna di sé” (Placido Cherchi), primatista nel Mediterraneo anche nel campo della statuaria. Va così che in Sardegna la scultura precede di qualche secolo la Grecia! Le statue dei guerrieri sono infatti ufficialmente datate nel nono secolo a. Cr., senza alcuna prova attendibile, comunque due-tre secoli prima della statuaria greca!
Da qui il clamore dovuto ad una esaltazione collettiva che passa anche attraverso l’uso strumentale dell’archeologia, a costo di rasentare il ridicolo con l’esibizione di una sorta di Frankenstein, ricomposto con pezzi adespoti, tenuto in piedi da protesi metalliche, con disarmoniche proporzioni, dove più che i pezzi autentici trionfano il cemento e le resine, che consentono di attaccare e mostrare una scudo in testa di un fantomatico pugilatore.


Museo di Cabras. Pugilatore con lo scudo avvolto, secondo la definizione del soprintendente Minoia. Fra questo reperto e i precedenti la distanza è abissale. O meglio la statua è sbozzata, pronta per sottrarre ulteriore materia dal blocco che contiene il braccio sinistro e forse uno scudo e procedere alle finiture. Ma le caviglie sono già spezzate e quindi inutile procedere. Il progetto è fallito, abortito. Qualcosa non ha funzionato.


Le discrasie che gemmano da questo coacervo di archeologia, ideologia, primati e interpretazioni porta al ridicolo. Il Soprintendente Minoia assume il nono secolo come periodo di realizzazione dei guerrieri. Poi data al terzo secolo la loro distruzione da parte dei Cartaginesi (?). I guerrieri rimangono dunque per sei secoli a guardia dei pozzi di sepoltura e altri 23 secoli sotto terra e da li escono teste ben levigate…Dapprima il calcare, tenero e sensibile è esposte agli attacchi atmosferici e soprattutto agli aerosol trasportati dall’adiacente stagno di Cabras, poi agli attacchi del terreno che li copre e corrode e infine voilà, ecco due teste magnificamente conservate ed esibibili!
Ora si costruisce un Museo.
Un Museo, in Italia, non si nega a nessun Comune.
Un Museo significa posti di lavoro e, viste le risibilissime entrate, assistenza continuativa statale.
Un Museo costruito per esibire una ipotesi.
Un Museo del dubbio e dell’incertezza, dove per certo, almeno l’Arte, è assente.

Franco Laner

Venezia, 12 gennaio 2015

1 commento:

  1. Ciao Franco, tento una risposta seria alla tua ipotesi … anzi no, così sarebbe sbagliato, la mia risposta potresti non giudicarla seria, volevo dire che mi impegno a prendere sul serio la tua ipotesi e a proporti una obiezione: tutto questo ben di Dio, pezzi finemente lavorati e quant’altro, si trova lì a un passo, se non sopra, le tombe di inumati che hanno una (più o meno) precisa datazione; tu intendi dire che proprio lì avrebbero piazzato un laboratorio di scultura, o comunque che proprio lì avrebbero deciso di “buttare” come macerie questi pretenziosi monumenti mal progettati? Vorresti provare a ipotizzare anche in quali modi la scelta di tale luogo come discarica sarebbe potuta maturare? E quanto alle teste ben levigate (senza temere di scandalizzarmi): stai dicendo che sarebbero dei falsi? O che sarebbero dei reperti quantomeno contraffatti?
    Leggiamo che Mondazzi scrive: “Naturalmente il fatto che le figure abbiano potuto reggersi per alcuni secoli sulle proprie caviglie, robuste ma non troppo, non è impossibile: ciò ha sicuramente abbreviato la vita alle statue, facendole crollare in un tempo relativamente vicino alla loro costruzione”. Tu, certo, potrai appesantire il giudizio sulla insufficienza statica e andare oltre, sommando le tue competenze alle sue. Ma questa operazione di appesantire il giudizio mi sembra tu la compia con assai meno legittimazione quando interpreti che la chiusura di Mondazzi sulla Dea Madre neolitica di Decimoputzu, giudicata di “eccessiva bellezza”, voglia significare “Se vogliamo parlare d’arte possiamo farlo per questa Dea, per i Giganti di Mont’e Prama sospendo il giudizio. Non vedo arte!”. Potevi almeno fermarti a “sospendo il giudizio”. Passami la battuta, ma con altrettanta (insufficiente) legittimità si potrebbe pensare che articoli come questo ti sgorgheranno nei giorni in cui con la tua coniuge sarda non tutto fila liscio.
    Ad ogni modo, se mai (e non so proprio immaginare come) venisse accettato che a Monte Prama vi fosse un laboratorio di scultura abortito, mi sembrerebbe lo stesso evidente che con tutte le implicazioni ad esso connesse il suo valore archeologico, storico e, sì, anche artistico illuminerebbe considerevolmente una ragguardevole civiltà, aggiungendo addirittura qualcosa a quel già tanto cui si riferisce Sciola.
    Con simpatia.

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