domenica 4 ottobre 2020
Suggestione da “Nel segno di Orione” di M.P. Zedda
lunedì 7 settembre 2020
A su Romanzesu la scena è nel fascino della magia
di Bachisio Bandinu
La scena è avvolta in una dimensione magica: nel silenzio della notte, sotto un antico firmamento, donne e uomini del nostro tempo stanno seduti sui gradoni della grande vasca del pozzo sacro nel santuario di Romanzesu, altri stanno in piedi come le pietre conficcate sul terreno, come le sughere della tanca.
Si avverte il sentimento del sacro, una sensazione di estraniamento e allo stesso tempo di familiarità: si sta in attesa che qualcosa avvenga, come se un mistero si svelasse. Ed ecco rinnovarsi l’antica scena di oltre 3000 anni: sono tornati i progenitori per rivivere i riti ancestrali, sono scesi nella grande vasca colma d’acqua per le abluzioni, per liberarsi dal male di vivere, dalle malattie del corpo e dello spirito. Rigenerati, si sono allontanati con movimenti rituali e sono risaliti lungo il percorso che conduce alle loro capanne e ai loro templi, sino al labirinto del grande tempio dello stregone. Per allontanarsi poi per i sentieri di Mandra ‘e Chervos. Sono tornati per rinnovare la memoria lungo il filo della storia. Contenti che il loro villaggio sia ancora abitato e che i loro eredi ne siano custodi. Così la loro storia ha senso, così la nostra storia ha senso. Poi noi, donne e uomini del nostro tempo, ci siamo ridestati dal sogno. Abbiamo ripreso coscienza dell’oggi e abbiamo provato la gioia della profonda comunione con i nostri antenati, grazie al luogo magico abbiamo vissuto gli antichi riti di liberazione dai mali della vita. Poi ci siamo guardati e ci siamo visti mascherati, come uomini primitivi a esorcizzare un male moderno. Allora, dai gradoni abbiamo rivolto lo sguardo al centro della vasca per una cerimonia di purificazione, ma nel grande vascone non c’è acqua lustrale, né il pozzo è per noi sacro. Così ci siamo accorti della nostra fragilità di uomini moderni, seppure capaci di andare su Marte: abbiamo affidato la nostra salvezza a un pezzo di tela per coprire il respiro, l’alito di vita, divenuto rischio di morte. Un virus, minuscolo e invisibile, ci ha reso meno protetti dei nostri antenati che nel santuario di Poddi Arvu avevano trovato rimedio ai loro mali invocando gli dei. Quel villaggio nuragico era luogo di fede e di salvezza, di incontri e di comunione. Gli abitatori avevano un rapporto fiducioso con il cielo e con la terra, con l’acqua e con il sole. Tra uomo e natura c’era una simbiosi: elevavano nuraghi verso il cielo per onorare gli dei e per studiare gli astri, noi eleviamo torri d’acciaio per il profitto di pochi rapinatori. Ci sentiamo poveri perché non abbiamo potuto vivere i nostri riti di fede e di speranza, neppure per il nostro patrono, neppure per la Madonna dell’Annunziata, e probabilmente neanche pro nostra Segnora de su Meraculu. Speriamo almeno nel tempo di Avvento, su Nenneddu ci donerà una rinnovata comunità. Lo porteremo anche nella casetta della cooperativa di Romanzesu.
E propriu a sa cooperativa “Istelai” devimus torrare gratzias pro su donu de custos abbojos chi non aberin su chelu de su firmamentu e su sartu mannu de s’istoria. E gai torramus in pache chin sos Mannos nostros, pro nos dare fortza in su tempus presente e ispera pro su tempus inveniente. Eris e oje, torran tempos de dolu, ma nois amus presse de nos iscurrutare, pro torrare a cantare sos gosos de sas festas nostras e nos videre in caras nettas, lassanne sas macaras a su carrasecare.
martedì 30 giugno 2020
Significato simbolico di alcuni caleffatoi etruschi
domenica 12 gennaio 2020
Nuraghe santu Antine di F. Campus
domenica 29 dicembre 2019
La Luna nel Pozzo
Il 10 di Gennaio 2020 presso Il tempio a pozzo di Santa Cristina a Paulilatino, si svolgerà un seminario Internazionale di archeoastronomia.
Con relatori:
Arnold Lebeuf (Università di Cracovia),
Franco Laner (Università di Venezia),
Paolo Littarru (studioso di Archeoastronomia),
Silvano Tagliagambe (Università di Cagliari),
Mauro Peppino Zedda (studioso di Archeoastronomia).
La serata si conclude con l'osservazione del fascio di luce lunare che centrerà il filare marcatore del lunistizio medio settentrionale, al momento del passaggio in meridiano della Luna.
Un dato astronomico che unitamente al marcatore (il filare alla base del pozzo) del lunistizio maggiore settentrionale (che cadrà nel 2025), fanno del tempio a pozzo di Santa Cristina uno straordinario strumento in grado di essere funzionale alla previsione delle eclissi.
Questo è il primo di una serie di incontri tesi a valorizzare il significato astronomico di questo straordinario monumento, incontri annuali tesi a seguire la discesa del fascio di luce lunare nella “camera oscura”, ovvero nella cupola, del pozzo sacro.
Il pozzo come luogo sacro ed insieme strumento utile a misurare il tempo, sacralizzandolo.
giovedì 5 dicembre 2019
Archeoastronomia in salsa turritana 2011-2019
Dal 2011 gli organizzatori dei convegni dichiarano l'internazionalità dei loro studi senza che una sola riga delle loro proposte sia stata pubblicata in riviste scientifiche del settore.
Sarebbe stato utile avere una discussione su un argomento pratico di grande importanza: vale a dire, quando è appropriato nel lavoro sul campo usare un teodolite, piuttosto che una bussola di buona qualità (dato che l'investigatore ha determinato l'erratico sistematico del bussola e la variazione magnetica per l'area, e controllato che la geologia locale non comporta alcun rischio di anomalia magnetica)? Secondo l'opinione del revisore, nelle regioni europee prive di anomalie magnetiche, un teodolite è appropriato solo per la misurazione dei templi greci e di altri monumenti disposti con grande cura, o quando vengono postulati calendari di precisione, come nell'archeo astronomico tomista. Quando un monumento è in costruzione o in cattive condizioni, come alcuni di quelli discussi in questo libro, c'è il pericolo che l'investigatore eriga due pali le cui posizioni sono di fatto mal definite, e quindi misureranno la linea tracciandole con grande ( e totalmente fuorviante) accuratezza. Questa limitazione dei dati potrebbe non essere rilevata, a meno che il ricercatore non segua quella che dovrebbe essere una regola imprescindibile in tale lavoro sul campo: ripetere almeno un campione delle misure in un'altra occasione, iniziando con la ri-costruzione dei paletti, per verificare gli errori commessi.
mercoledì 4 dicembre 2019
Massimo Pittau e gli studi sulla Sardegna antica
In seguito Pittau sullo stesso argomento diede alle stampe "Ulisse e Nausica in Sardegna e altri saggi" (Nùoro, Insula, 1994); "Storia dei Sardi Nuragici", (Selargius Domus de Janas, 2007); "Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama" (Sassari, EDES, 2008, 2ª ediz. 2009); "Gli antichi Sardi fra i Popoli del Mare” (Selargius, Domus de Janas, 2011); "Il dominio sui mari dei Popoli Tirreni: Sardi Nuragici ed Etruschi" (Dublino, Ipazia Books, 2013); "Enciclopedia della Sardegna Nuragica" (Dublino, Ipazia Books, 2016); "Credenze religiose degli antichi Sardi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2016).
In uno dei suoi lavori più recenti ("L’espansione coloniale dei sardi nuragici", Nùoro, Le Storie, 2017) Pittau propone una teoria che spezza gli stereotipi di un anacronistico passato non ancora del tutto metabolizzati dagli archeologi. Pittau, cioè, descrive gli antichi sardi non come colonizzati ma come colonizzatori ed esportatori di cultura, specialmente nel Mediterraneo occidentale (Isole Baleari, Corsica), grazie alle loro riconosciute abilità di metallurghi, guerrieri e navigatori documentate nelle fonti classiche.
La sua attività poliedrica trova un raffronto soltanto in quella di Giovanni Spano, maggiore erudito sardo del 1800, il quale è considerato tuttora come uno dei più rappresentativi personaggi espressi dalla Sardegna in ogni tempo. In realtà la produzione di Pittau, grazie anche alla sua maggiore longevità e alle moderne tecnologie, supera largamente pure quella dello Spano. Come gli ormai celebri Giganti di Monti Prama, ai quali Massimo Pittau dedicò uno specifico studio, egli è stato un vero gigante della cultura sarda e italiana. Di certo, accanto ad altri grandi dell’Isola, in un ideale pantheon sardo a Pittau spetterebbe il titolo di Sardus Pater.
Massimo Pittau fu un uomo di rara onestà intellettuale che all'occasione non esitava a correggere sé stesso. Per il suo carattere incline al confronto franco e spassionato egli ebbe delle vivaci polemiche sia con gli etruscologi sia con gli archeologi sardi ma anche con celebri linguisti. Nel suo ultimo scritto, il pamphlet , "Eppure mi diverto coi Nuragici e con gli Etruschi" (Cagliari, Edizioni Della Torre, 2019), Pittau riannoda con umorismo i fili di un dibattito quarantennale che ha contribuito fortemente a cambiare la prospettiva degli studi nell’archeologia sarda e nella stessa etruscologia.
















